L'odierna relazione dell'autorità di vigilanza sui fondi pensione, la COVIP, è piena di informazioni utili per chiunque, ma soprattutto per coloro che sanno che la pensione calcolata con il metodo contributivo sarà nell'intorno del 50% dell'ultimo stipendio (se il Pil riprende a crescere, poichè i contribute maturati sono rivalutati alla crescita media del pil degli ultimi 5 anni). E quindi è assolutamente rilevante pensarci presto per evitare di subire un calo del tenore di vita al momento della pensione.
I fondi pensione sono uno strumento formidabile, a basso costo, con un forte credito fiscale, per tutti i lavoratori italiani. Peccato che solo pochi li utilizzino.
Qualche informazione di base.
Quanto gestiscono complessivamente i fondi pensione italiani?
"Alla fine del 2013, le risorse destinate alle prestazioni erano pari a 116,4 miliardi di euro, l’11,6 per cento in più rispetto al 2012; esse si ragguagliavano al 7,5 per cento del PIL e al 3 per cento delle attività finanziarie delle famiglie".
Dove è investito il patrimonio dei fondi pensione?
Soprattutto in obbligazioni governative. La storica avversione al rischio dei lavoratori italiani porta ad avere dei portafogli dove i titoli di Stato la fanno da padrone.
"Alla fine del 2013 il patrimonio delle forme pensionistiche complementari era per il 61 per cento impiegato in titoli di debito, percentuale stabile rispetto al 2012; i quattro quinti delle obbligazioni totali era formato da titoli di Stato. L’esposizione azionaria, calcolata includendo anche i titoli di capitale detenuti per il tramite degli OICR, è salita al 24,9 per cento". Sempre poco rispetto ai fondi pensione di matrice anglosassone.
Con il forte calo dei rendimenti delle obbligazioni degli ultimi anni, nel prossimo futuro i fondi pensione avranno grossi problemi nel garantire un rendimento soddisfacente. Solo con quote maggiori di azioni, sarà possibile avere delle pensioni degne di questo nome.
Che rendimenti hanno dato i fondi pensione nel 2012?
"I rendimenti sono stati pari al 5,4 per cento nei fondi pensione negoziali e all’8,1 nei fondi pensione aperti. I PIP attuati tramite prodotti unit linked di ramo III hanno reso il 12,2 per cento mentre un risultato inferiore, pari al 3,6 per cento, è stato registrato dalle gestioni separate di ramo I, caratterizzate tipicamente da una gestione prudenziale degli investimenti.
A fronte di rendimenti complessivamente positivi, le differenze riscontrabili nelle performance delle diverse forme pensionistiche complementari sono state determinate soprattutto dalla diversa asset allocation adottata. Risultati migliori sono stati conseguiti dalle forme pensionistiche con una maggiore esposizione azionaria, sostenute dal buon andamento dei principali mercati azionari mondiali: l’indice delle azioni mondiali in valuta locale, calcolato tenendo conto dei dividendi, è cresciuto del 21,9 per cento". Credo che il dato più rilevante presente nella relazione COVIP sia la bassa partecipazione dei giovani: "Soltanto il 15 per cento delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare. Il tasso di partecipazione sale al 23 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 30 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 45,2 anni, rispetto ai 42,1 delle forze di lavoro".
Le cause di questo disastro?
1. scarsa conoscenza della previdenza complementare;
2. bassissima cultura finanziaria;
3. incapacità di risparmiare con contratti a tempo determinato;
4. diffidenza atavica verso i mercati finanziari;
5. mancata conoscenza dell'incredibile beneficio fiscale.
In relazione alla cultura finanziaria, io faccio il possibile partendo dal basso e andando nelle scuole elementari e medie - oltrechè in Università - per portare un po' di consapevolezza finanziaria in un Paese crescituo troppo rapidamente come reddito e ricchezza per poter studiare in modo accorto il mondo della finanza complementare.
Sul tema dei benefici fiscali, il lavoratore non si deve focalizzare sull'andamento dei mercati, ma sulla deducibilità fiscale del contributo annuo che ha un limite annuo di 5.165 euro. Con un'aliquota media del 35%, significa che ogni anno, se si versano 5.165 euro in un fondo pensione aperto, il beneficio fiscale cash è 1.807 euro, senza contare la crescita degli asset all'interno del fondo. Anche la tassazione al momento del riscatto è molto più favorevole rispetto ad altre forme di risparmio.
Analoghe considerazioni valgono per il TFR, ma rimando a post precedenti.
Conoscere per deliberare, diceva Einaudi. Quindi stasera a cena, subito discutetene con il vostro partner. Chi pensa in advance, si regalerà una pensione piena di viaggi in giro per il mondo.
mercoledì 28 maggio 2014
giovedì 22 maggio 2014
#ElezioniEuropee2014: "Nel Paese della bugia, la verità è una malattia"
Domenica 25 maggio l'italiano, spesso in altre faccende affacendato, sarà tenuto - votare è un dovere civico - a recarsi alle urne per le elezioni del Parlamento Europeo.
In Lombardia, inoltre, si torna alle urne per eleggere nuove amministrazioni. Saranno coinvolti 1.144 Comuni. I votanti potenziali saranno 4.240.000 persone. Segnalo che si vota nei capoluoghi di Bergamo, Cremona e Pavia.
Ricordiamo a questo proposito che la percentuale minima indispensabile da raggiungere affinchè una lista possa entrare nel Parlamento europeo conquistando almeno 1 seggio, è pari al 4%, la cosiddetta soglia di sbarramento.
Sarà possibile esprimere le preferenze ai candidati, il massimo consentito è quello di indicare tre nomi, in questo caso entra in gioco la parità di genere, per cui non si potranno votare tre uomini ma neanche tre donne. In caso di violazione della norma, il 3° candidato sarà annullato. Il nome del candidato deve essere scritto (basta il cognome).
Elezioni Europee 2014: seggi totali e seggi assegnati all'Italia
Il Parlamento europeo sarà composto da 751 seggi, quelli disponibili per l'Italia sono 73. E' importante precisare che nel nostro Paese si voterà per circoscrizioni, ecco il numero di seggi che ognuna potrà designare, sono cinque in totale.
Nord-Est 14
Nord-Ovest 20
Centro 14
Sud 17
Isole 8
La legge elettorale vigente per le Elezioni Europee 2014 in Italia è il sistema proporzionale, per cui a seconda della quantità di voti ci sarà in proporzione l'assegnazione dei seggi.
Visto che a ridosso delle elezioni, l'elettore si distrae, meglio prepararsi in anticipo, studiando i programmi e il profilo delle persone candidate.
Torna attuale Gianni Rodari.
Sempre, no: alla fine del libro anche Pinocchio impara a dire la verità, che è la cosa più bella del mondo. E poi, povero sfortunato, quando diceva una bugia tutti potevano accorgersene perchè gli si allungava il naso...
Se a tutti i bugiardi, come Pinocchio, crescesse il naso a vista d'occhio, come farebbero certi oratori a fare i discorsi agli elettori?
Sempre Rodari in un altro passaggio scrisse: "Nel Paese della bugia, la verità è una malattia". Stava per caso parlando dell'Italia?
Buon voto.
In Lombardia, inoltre, si torna alle urne per eleggere nuove amministrazioni. Saranno coinvolti 1.144 Comuni. I votanti potenziali saranno 4.240.000 persone. Segnalo che si vota nei capoluoghi di Bergamo, Cremona e Pavia.
Ricordiamo a questo proposito che la percentuale minima indispensabile da raggiungere affinchè una lista possa entrare nel Parlamento europeo conquistando almeno 1 seggio, è pari al 4%, la cosiddetta soglia di sbarramento.
Sarà possibile esprimere le preferenze ai candidati, il massimo consentito è quello di indicare tre nomi, in questo caso entra in gioco la parità di genere, per cui non si potranno votare tre uomini ma neanche tre donne. In caso di violazione della norma, il 3° candidato sarà annullato. Il nome del candidato deve essere scritto (basta il cognome).
Elezioni Europee 2014: seggi totali e seggi assegnati all'Italia
Il Parlamento europeo sarà composto da 751 seggi, quelli disponibili per l'Italia sono 73. E' importante precisare che nel nostro Paese si voterà per circoscrizioni, ecco il numero di seggi che ognuna potrà designare, sono cinque in totale.
Nord-Ovest 20
Centro 14
Sud 17
Isole 8
La legge elettorale vigente per le Elezioni Europee 2014 in Italia è il sistema proporzionale, per cui a seconda della quantità di voti ci sarà in proporzione l'assegnazione dei seggi.
Visto che a ridosso delle elezioni, l'elettore si distrae, meglio prepararsi in anticipo, studiando i programmi e il profilo delle persone candidate.
Sempre, no: alla fine del libro anche Pinocchio impara a dire la verità, che è la cosa più bella del mondo. E poi, povero sfortunato, quando diceva una bugia tutti potevano accorgersene perchè gli si allungava il naso...
Se a tutti i bugiardi, come Pinocchio, crescesse il naso a vista d'occhio, come farebbero certi oratori a fare i discorsi agli elettori?
Sempre Rodari in un altro passaggio scrisse: "Nel Paese della bugia, la verità è una malattia". Stava per caso parlando dell'Italia?
Buon voto.
lunedì 19 maggio 2014
L'attualità del pensiero di Carlo Cattaneo, formidabile maestro: "Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza"
E' da due anni che insegno Sistema Finanziario all’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza. La LIUC è stata fondata nel 1991 per iniziativa di 300 imprenditori della Provincia di Varese e dell’Alto Milanese che desideravano una università in grado di coniugare le esigenze del mondo del lavoro con la cultura e il sapere accademico. E' un'università privata, efficiente, attenta alla didattica, dove il merito ha una valenza assoluta.
L'intitolazione a Cattaneo è quanto mai azzeccata. L’economista d’impresa Marco Vitale, tra i promotori della Carlo Cattaneo LIUC, non manca mai di citarlo. Pochi, purtroppo, conoscono Cattaneo, figura poliedrica: patriota, scrittore, insegnante, federalista, pensatore. Allora cerchiamo di colmare una lacuna e parliamone.
“Nulla accade nella sfera delle ricchezza che non riverberi in essa dalla sfera delle idee”.
Per approfondimenti si consiglia:
Luca Meldolesi, Carlo Cattaneo e lo spirito italiano, Rubbettino, 2013
L'intitolazione a Cattaneo è quanto mai azzeccata. L’economista d’impresa Marco Vitale, tra i promotori della Carlo Cattaneo LIUC, non manca mai di citarlo. Pochi, purtroppo, conoscono Cattaneo, figura poliedrica: patriota, scrittore, insegnante, federalista, pensatore. Allora cerchiamo di colmare una lacuna e parliamone.
Cattaneo, verso la fine del 1820, “trovandosi
per sopravvenute angustie di famiglia impotente a proseguire la già tanto
avanzata carriera degli studi”, rinunziò a frequentare l’Università di Pavia ed
entrò insegnante di grammatica latina in una scuola comunale di Milano.
Nel 1839 fondò, in compagnia di alcuni amici, la rivista
"Il Politecnico" e ne fu redattore e direttore per tutti i cinque anni di vita.
Il Politecnico voleva diffondere la cultura
scientifica (quanto ne abbiamo ancora bisogno in questo Paese dove ancora in molti credono al Prof. Vannoni e alla cura Di Bella) e promuovere le applicazioni pratiche della scienza. Cattaneo
pensava che le discipline che riguardano la società non debbano essere escluse.
E la letteratura non era esclusa.
Quando nel 1860 riprese la pubblicazione del “Politecnico”, scrisse mirabilmente:
“Ragionar di scienza e d’arte non è sviare le menti dal supremo pensiero della
salvezza e dell’onore della patria. La legislazione è scienza; la milizia è
scienza; la navigazione è scienza. L’agricoltura, vetusta madre della nostra
nazione, sta per tradursi tutta in calcolo scientifico. Scienza è forza”.
E’ da rileggersi con attenzione, quando la finanza viene attaccata, questo passaggio di Cattaneo sull'abolizione del capitale:
“Immaginatevi che oggidì d’un sol colpo si
annullassero tutti i prestiti, le accomandite, le ipoteche, i vitalizi, gli
sconti, i respiri, i cambi marittimi, le assicurazioni, le sicurtà dei
fittajuoli, le sovvenzioni ai possidenti ed ai filatori, le operazioni
bancarie, le casse di risparmio, i monti di pietà. Che avverrebbe nelle nostre
case mercantili, delle banche, delle manifatture, degli affitti rurali, delle
costruzioni e delle speculazioni d’ogni sorta? Si arresterebbe ogni
circolazione; la vita economica della società rimarrebbe spunta; una irruzione
orrenda di miseria e disperazione divorerebbe i popoli e ridurrebbe in poche
generazioni l’Europa a una landa inculta sparsa di ruinosi abituri”.
Quando si entra al bar della LIUC si viene subito colpiti dalle citazioni a muro di Cattaneo, che considerava giustamente l’intelligenza e la volontà come fonti di
ricchezza: "Non
v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giacciono
ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia
l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza":
Cattaneo invita ad osservare la storia e
spesso, la ricchezza è cresciuta in ragione inversa dalla fatica, se prima c’è
stato un atto d’intelligenza: "Ricchezza e
riposo sono frutti d’un atto di intelligenza. Se il
pastore è più agiato del selvaggio, ciò avvenne solamente per la scoperta deli
animali pastorecci. La nuova ricchezza fu dunque il frutto d’un nuovo atto
d’intelligenza. E nuovamente la ricchezza crebbe in ragione inversa del lavoro".
Infatti Cattaneo scrive: “Falso è dunque che il lavoro per sé sia il padre della ricchezza, come
pensò Adamo Smith e come dopo di lui viene ripetuto dal vulgo. La vita del
selvaggio è sommamente faticosa e sommamente povera. La fonte d’ogni
progressiva ricchezza è l’intelligenza: l’intelligenza tende con perpetuo
sforzo a procacciare a un dato numero d’uomini una maggior quantità di cose
utili, o la stessa quantità di cose utili a un numero d’uomini sempre maggiore”.
Nelle lezioni tenute al Liceo cantonale di
Lugano nel 1853-54 Cattaneo esaltò l’intelligenza come “la fonte d’ogni
progressiva ricchezza”. Come scrisse nel 1857, nei trattati d’economia gli atti
d’intelligenza avrebbero dovuto essere classificati come atti “di valore per sé, quanto il lavoro e il
capitale”.
Il capitale, quindi , non è frutto del
risparmio, ma di atti d’intelligenza. Il lavoro, senza l’intelligenza è impotente
a creare nuovo valore senza l’applicazione del pensiero creativo.
“Quindi vediamo quanto sia erroneo il detto
comune degli economisti che il capitale si forma con il risparmio. Egli è come
dire il frumento nasce sul granaio. Se l’atto d’intelligenza non avesse dato l’acquisto
del capitale, non si avrebbe avuto l’occasione di farne risparmio. Il risparmio
conserva ciò che l’intelligenza acquista”.
“Nulla accade nella sfera delle ricchezza che non riverberi in essa dalla sfera delle idee”.
Luca Meldolesi, Carlo Cattaneo e lo spirito italiano, Rubbettino, 2013
Carlo Cattaneo, Le più belle pagine scelte da Gaetano Salvemini, Donzelli, 1993
Franco Della Peruta, Carlo Cattaneo politico, Franco Angeli, 2001lunedì 12 maggio 2014
Dopo gli arresti di #Expo2015, di Scajola e C., che dire? La corruzione è il male del Paese. Il merito è l'unica arma in mano a poveri per riscattarsi.
Nel dicembre 2013 Transparency International - l'organizzazione non governativa che si propone di combattere la corruzione - ha pubblicato il rapporto sulla corruzione nel mondo, che sinteticamente illustra il grado di corruzione dei singoli Paesi. L'indice costruito da TI è stato chiamato Corruption perceptions index.
Tra i Paesi più virtuosi che si collocano nelle prime posizioni della classifica troviamo i Paesi del Nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e la Nuova Zelanda. L'Italia risulta soltanto al 69° posto, dietro Ghana, Arabia Saudita e Giordania. Nel 1995 eravano al 33esimo posto.
Chi legge come me i report di Transparency e legge con attenzione la stampa quotidiana da anni e anni, non può certo dirsi sorpreso per gli ultimi arresti avvenuti settimana scorsa. Che in Lombardia si rubi a man salva nel mondo della sanità (vorremmo vedere le immagini in aula del processo per associazione a delinquere ai fini di corruzione contro il Celeste Formigoni, ma Roby ha detto di essere "puro come l'acqua di fonte" ma di non volere le telecamere, bontà sua) e delle infrastrutture regionali è cosa nota. Solo i gonzi o le anime belle possono far finta di sorprendersi.

Gian Antonio Stella sul Corriere di venerdì scorso scrive "Come prima, più di prima": "Il solito copione. Recitato per i Mondiali di nuoto, le Universiadi, la World Cup di calico, l'Anno Santo...Anni perduti nei preliminari, discussioni infinite sui progetti, liti e ripicche sulla gestione e poi, di copo, l'allarme: oddio, non ce la faremo mai! Ed ecco l'affannosa accelerazione, le deroghe, le scorciatoie per aggirare lacci e lacciuoli, le commesse strapagate, i costosissimi cantieri notturni non stop".
Piero Bassetti fa notare, con giustezza, che la moltiplicazione normativa per contrastare la corruzione ci ha portato dentro una spirale del tutto inefficace.
Fa sorridere vedere che le persone coinvolte sono le stesse di 20 anni fa, ai tempi di Tangentopoli. Gian Stefano Frigerio era il segretario della Dc lombarda negli anni '80 e Primo Greganti il collettore delle tangenti rosse. Un altro politico imputato è Luigi Grillo, ex deputato Dc e strenuo difensore dell'indifendibile governatore Fazio, amicissimo di Gianpy Fiorani, ai tempi dei "furbetti del quartierino", sui cui abbiamo scritto anni fa.
Sembra che il tempo non passi in Italia, che tutto si ripeta. Non è vero che a volte ritornano. E' che non se ne sono mai andati. Esattamente come l'onorevole Scajola, forse tornando in galera (nel 1983 fu emesso un ordine di cattura da parte del giudice Davigo) a sua insaputa.
Che dire, a parte il disgusto, l'amarezza? Valgono le affermazioni nette del magistrato Roberto Scarpinato in Il ritorno del Principe (con Saverio Lodato, Chiarelettere, 2008): "L'abolizione della selezione per meriti sostituita da quella per cooptazione collusiva e per fedeltà sta creando una società di sudditi, cortigiani e giullari (anticipava già #BeppeGrillo?, ndr), riportando indietro l'orologio della storia e precludendo ai poveri qualsiasi possibilità di riscatto sociale. Il merito infatti è l'unica carta che i poveri hanno per riscattarsi".
Tra i Paesi più virtuosi che si collocano nelle prime posizioni della classifica troviamo i Paesi del Nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e la Nuova Zelanda. L'Italia risulta soltanto al 69° posto, dietro Ghana, Arabia Saudita e Giordania. Nel 1995 eravano al 33esimo posto.
Chi legge come me i report di Transparency e legge con attenzione la stampa quotidiana da anni e anni, non può certo dirsi sorpreso per gli ultimi arresti avvenuti settimana scorsa. Che in Lombardia si rubi a man salva nel mondo della sanità (vorremmo vedere le immagini in aula del processo per associazione a delinquere ai fini di corruzione contro il Celeste Formigoni, ma Roby ha detto di essere "puro come l'acqua di fonte" ma di non volere le telecamere, bontà sua) e delle infrastrutture regionali è cosa nota. Solo i gonzi o le anime belle possono far finta di sorprendersi.

Gian Antonio Stella sul Corriere di venerdì scorso scrive "Come prima, più di prima": "Il solito copione. Recitato per i Mondiali di nuoto, le Universiadi, la World Cup di calico, l'Anno Santo...Anni perduti nei preliminari, discussioni infinite sui progetti, liti e ripicche sulla gestione e poi, di copo, l'allarme: oddio, non ce la faremo mai! Ed ecco l'affannosa accelerazione, le deroghe, le scorciatoie per aggirare lacci e lacciuoli, le commesse strapagate, i costosissimi cantieri notturni non stop".
Piero Bassetti fa notare, con giustezza, che la moltiplicazione normativa per contrastare la corruzione ci ha portato dentro una spirale del tutto inefficace.
Fa sorridere vedere che le persone coinvolte sono le stesse di 20 anni fa, ai tempi di Tangentopoli. Gian Stefano Frigerio era il segretario della Dc lombarda negli anni '80 e Primo Greganti il collettore delle tangenti rosse. Un altro politico imputato è Luigi Grillo, ex deputato Dc e strenuo difensore dell'indifendibile governatore Fazio, amicissimo di Gianpy Fiorani, ai tempi dei "furbetti del quartierino", sui cui abbiamo scritto anni fa.
Sembra che il tempo non passi in Italia, che tutto si ripeta. Non è vero che a volte ritornano. E' che non se ne sono mai andati. Esattamente come l'onorevole Scajola, forse tornando in galera (nel 1983 fu emesso un ordine di cattura da parte del giudice Davigo) a sua insaputa.Che dire, a parte il disgusto, l'amarezza? Valgono le affermazioni nette del magistrato Roberto Scarpinato in Il ritorno del Principe (con Saverio Lodato, Chiarelettere, 2008): "L'abolizione della selezione per meriti sostituita da quella per cooptazione collusiva e per fedeltà sta creando una società di sudditi, cortigiani e giullari (anticipava già #BeppeGrillo?, ndr), riportando indietro l'orologio della storia e precludendo ai poveri qualsiasi possibilità di riscatto sociale. Il merito infatti è l'unica carta che i poveri hanno per riscattarsi".
lunedì 5 maggio 2014
Usain Bolt, la competition e la forza della concorrenza
Nella sua autobiografia, Usain Bolt. Come un fulmine (Tre60 Tea Editore, 2014), il formidabile velocista giamaicano scrive (o meglio, detta al suo ghostwriter Matt Allen): "Datemi un grande palcoscenico, una gara una sfida da vincere, e allora sì che faccio sul serio. Drizzo le spalle e accelero il passo. Sarei disposto a infortunarmi pur di vincere la gara. Piazzatemi davanti un ostacolo - magari un titolo olimpico, o un avversario difficile come lo sprinter giamaicano Yohan Blake - e io mi faccio Avanti: divento famelico".
Un passaggio del libro mi ha particolarmente colpito: "Un grande atleta non può presentarsi ai blocchi di partenza e aspettarsi di vincere senza essersi preparato a dovere. Senza disciplina non si vincono medaglie d'oro e non si stabiliscono primati...Il peggior nemico di me stesso ero io".
E' così per tutti, la disciplina e la consistency sono imprescindibili. Ne abbiamo parlato poco tempo fa nel post sulla perserveranza.
Bolt racconta come dovesse fare 700 addominali al giorno col suo allenatore-sergente Mr Barnett. Un massacro.
Nel caso delle imprese il nemico è l'assenza di concorrenza. Omnitel in Italia non sarebbe diventata la costola fondamentale di Vodafone se non ci fosse stata l'incumbent TIM. E viceversa Mediaset è stata ampiamente danneggiata dall'oligopolio collusive con la RAI.
Per compiere una valutazione dei benefici possibili di una maggior concorrenza nel nostro Paese ci affidiamo all’efficiente Servizio Studi di Banca d’Italia, che ha pubblicato nei Temi di Discussione (Working Paper n. 709) uno studio dal titolo: “Macroeconomic effects of greater competition in the service sector: the case of Italy”.
Gli autori - Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani - forniscono una valutazione quantitativa degli effetti macroeconomici di un incremento in Italia del grado di concorrenza nei settori dei servizi non commerciabili internazionalmente. La sintesi è così chiara che la pubblichiamo integralmente.
“In Italia i settori che producono servizi non commerciabili internazionalmente commercio, trasporti e comunicazioni, credito e assicurazioni,costruzioni, elettricità, gas, acqua, hotel e ristoranti) rappresentano circa il 50 per cento del valore aggiunto complessivo. In questi settori il grado di concorrenza, sulla base di confronti tra paesi OCSE, è relativamente basso. Barriere all’entrata, regolamentazioni sui prezzi e/o limitazioni alle forme di impresa garantiscono alle imprese potere di mercato, permettendo loro di applicare margini di profitto (markup) elevati rispetto ai costi. Secondo i dati OCSE, per l’Italia il markup medio nei settori dei servizi sarebbe pari al 61 per cento, contro il 35 per cento nel resto dell’area dell’euro e il 17 per cento nei settori che producono beni e servizi sottoposti alla concorrenza internazionale.
La presenza di un elevato potere di mercato costituisce una distorsione alla concorrenza,
con conseguenze sulle variabili macroeconomiche ben note in letteratura: prezzi più elevati e livelli di produzione, consumo, investimento e occupazione più bassi rispetto a quelli conseguibili con mercati più concorrenziali.
Sulla base delle simulazioni presentate nel lavoro, un aumento del grado di concorrenza
che porti il markup nel settore dei servizi in Italia al livello medio del resto dell’area – attuato gradualmente in un periodo di cinque anni – avrebbe effetti macroeconomici significativi.
Nel lungo periodo il prodotto crescerebbe di quasi l’11 per cento, il consumo privato e
l’occupazione dell’8, gli investimenti del 18; i salari reali ne beneficerebbero significativamente, con un incremento di quasi il 12 per cento. Si registrerebbe un forte aumento delle esportazioni (favorito dal calo dei prezzi italiani rispetto a quelli del resto dell’area) a fronte di un modesto incremento delle importazioni (dovuto all’aumento della domanda aggregata). Gli effetti sul benessere delle famiglie italiane sarebbero positivi e consistenti. Tali effetti benèfici sarebbero rilevanti anche nel breve periodo”.
Draghi in passato ha citato il grandissimo storico pavese Carlo Maria Cipolla, il quale riferendosi al periodo di “grande gelo” dell’economia italiana tra l’inizio del 1600 e il 1820 – in cui il PIL pro capite rimase fermo – scrive: “Il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia bloccarono i necessari mutamenti tecnologici e di qualità che avrebbero potuto permettere alle aziende italiane di competere con la concorrenza straniera”.
Se l'Italia vuole tornare a crescere deve rompere le incrostazioni, aumentare il grado di concorrenza nei settori dove il mark-up stellare è indice di oligopolio collusivo. Infatti quando c'è da competere, non siamo secondi a nessuno nei settori aperti alla concorrenza internazionale. Lì le imprese italiane si sono fatte le ossa e sono diventate le multinazionali tascabili che il mondo ci invidia.
Un passaggio del libro mi ha particolarmente colpito: "Un grande atleta non può presentarsi ai blocchi di partenza e aspettarsi di vincere senza essersi preparato a dovere. Senza disciplina non si vincono medaglie d'oro e non si stabiliscono primati...Il peggior nemico di me stesso ero io".
E' così per tutti, la disciplina e la consistency sono imprescindibili. Ne abbiamo parlato poco tempo fa nel post sulla perserveranza.
Bolt racconta come dovesse fare 700 addominali al giorno col suo allenatore-sergente Mr Barnett. Un massacro.
Nel caso delle imprese il nemico è l'assenza di concorrenza. Omnitel in Italia non sarebbe diventata la costola fondamentale di Vodafone se non ci fosse stata l'incumbent TIM. E viceversa Mediaset è stata ampiamente danneggiata dall'oligopolio collusive con la RAI.
Per compiere una valutazione dei benefici possibili di una maggior concorrenza nel nostro Paese ci affidiamo all’efficiente Servizio Studi di Banca d’Italia, che ha pubblicato nei Temi di Discussione (Working Paper n. 709) uno studio dal titolo: “Macroeconomic effects of greater competition in the service sector: the case of Italy”.
Gli autori - Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani - forniscono una valutazione quantitativa degli effetti macroeconomici di un incremento in Italia del grado di concorrenza nei settori dei servizi non commerciabili internazionalmente. La sintesi è così chiara che la pubblichiamo integralmente.
La presenza di un elevato potere di mercato costituisce una distorsione alla concorrenza,con conseguenze sulle variabili macroeconomiche ben note in letteratura: prezzi più elevati e livelli di produzione, consumo, investimento e occupazione più bassi rispetto a quelli conseguibili con mercati più concorrenziali.
Sulla base delle simulazioni presentate nel lavoro, un aumento del grado di concorrenza
che porti il markup nel settore dei servizi in Italia al livello medio del resto dell’area – attuato gradualmente in un periodo di cinque anni – avrebbe effetti macroeconomici significativi.
Nel lungo periodo il prodotto crescerebbe di quasi l’11 per cento, il consumo privato e
l’occupazione dell’8, gli investimenti del 18; i salari reali ne beneficerebbero significativamente, con un incremento di quasi il 12 per cento. Si registrerebbe un forte aumento delle esportazioni (favorito dal calo dei prezzi italiani rispetto a quelli del resto dell’area) a fronte di un modesto incremento delle importazioni (dovuto all’aumento della domanda aggregata). Gli effetti sul benessere delle famiglie italiane sarebbero positivi e consistenti. Tali effetti benèfici sarebbero rilevanti anche nel breve periodo”.
Draghi in passato ha citato il grandissimo storico pavese Carlo Maria Cipolla, il quale riferendosi al periodo di “grande gelo” dell’economia italiana tra l’inizio del 1600 e il 1820 – in cui il PIL pro capite rimase fermo – scrive: “Il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia bloccarono i necessari mutamenti tecnologici e di qualità che avrebbero potuto permettere alle aziende italiane di competere con la concorrenza straniera”.
Se l'Italia vuole tornare a crescere deve rompere le incrostazioni, aumentare il grado di concorrenza nei settori dove il mark-up stellare è indice di oligopolio collusivo. Infatti quando c'è da competere, non siamo secondi a nessuno nei settori aperti alla concorrenza internazionale. Lì le imprese italiane si sono fatte le ossa e sono diventate le multinazionali tascabili che il mondo ci invidia.
martedì 29 aprile 2014
Perchè insegnare Educazione Finanziaria nelle scuole? Si prevengono le crisi e i genitori imparano dai figli
Si studia latino e greco, ma si ignorano l'inglese, il cinese e il russo. Si imparano a memoria le formule di fisica ma non si spiega come funziona veramente un laboratorio di ricerca. Si sa tutto degli Assiri Babilonesi ma non viene spiegato agli studenti cosa sono le imprese e l'organizzazione del lavoro.
La vita è complessa e scegliere è sempre più difficile. La vita è una continua sfida all'uso intelligente delle risorse. Ma se non si ha la giusta cassetta degli attrezzi per compiere le scelte corrette, i nostri ragazzi non sono in grado di affrontare le sfide della globalizzazione.
Gli economisti di Banca d'Italia Chionsini e Trifilidis, nel paper Educazione finanziaria: l'utilità di una strategia unitaria, scrivono: "Nel corso degli ultimi anni, l’offerta da parte degli intermediari di prodotti e servizi è divenuta sempre più ampia e sofisticata. L’invecchiamento demografico e le conseguenti riforme dei sistemi pensionistici e sanitari, fattori comuni a molti paesi, hanno spostato dal settore pubblico a quello privato i rischi legati alla copertura di costi sociali e reso ancor più determinati le scelte delle famiglie sulle loro capacità di spesa non solo attuali ma anche prospettiche. Di conseguenza, sono aumentate la complessità e la numerosità delle scelte finanziarie che gli individui devono fronteggiare, le cui conseguenze possono incidere in misura rilevante sul tenore di vita delle famiglie".
A fronte della maggiore complessità delle scelte, non è cresciuta in ugual misura la conoscenza finanziaria dei cittadini, che sono affetti da gravi deficit cognitivi, che li inducono a indirizzarsi verso soluzioni non ottimali.
E' per questo motivo, per far entrare il risparmio e gli investimenti nella cultura dei giovani che è nato anni fa il progetto di Educazione Finanziaria, sempre più considerate come parte integrante delle politiche di protezione dei risparmiatori.
I giovani si trovano oggi a dover fronteggiare situazioni e scelte finanziarie più impegnative di quelle vissute alla stessa età dai loro genitori. L’educazione finanziaria nelle scuole può produrre anche benefici "indiretti" per le famiglie: i giovani possono trasmettere in maniera più o meno volontaria le abilità e il senso di familiarità acquisiti anche ai genitori.
Sono andato il mese scorso in una scuola secondaria di I° grado di Milano, la Mauri, dove ho cercato di trasmettere un po' di passione e conoscenza.
Per capire qual è il clima e l'humus culturale verso il mondo finanziario delle famiglie, prima di iniziare la lezione, ho posto agli studenti di seconda due domande:
1. che cos'è una banca?
2. la banca è una cosa buona o cattiva?
Le risposte più interessanti sono state le seguenti:
1. La banca è un edificio dove rubano i soldi.
2. Così così;
La banca è una cosa positiva, se non incontri dei ladri.
Negativa perchè ti prendono i soldi.
La banca è cattiva perchè chiede in cambio gli interessi (dimostrazione che nelle famiglie italiane la cultura di mercato lascia a desiderare, ndr)
E’ cattiva perchè devi ridarglieli indietro con l’interesse (e di cosa dovrebbe vivere una banca?, ndr)
E’ buona perchè permette alle persone di comprare qualcosa che non riescono a comprare con il loro stipendio.
Prima del 2001 era cattiva, ora è abbastanza brava.
La banca è una cosa positiva perchè ti approva ogni volta quello che richiedi (magari!, avere credito NON è un diritto, ndr)
E’ una cosa positiva se compie il suo lavoro correttamente altrimenti non lo è.
Positiva ma le persone devono essere consapevoli di ridare i soldi con gli interessi.
Dipende dal bancario, se tu sei ignorante, lui ti può prendere più soldi del dovuto".
Insomma, dal tono delle risposte, la strada da compiere è ancora molta. Ma non per questo dobbiamo abbatterci. Speriamo che in futuro Educazione Finanziaria diventi materia scolastica.
P.S.: stampatevi e leggetevi i Quaderni didattici ideati e realizzati dalla Banca d'Italia. Sono proprio fatti bene.
La vita è complessa e scegliere è sempre più difficile. La vita è una continua sfida all'uso intelligente delle risorse. Ma se non si ha la giusta cassetta degli attrezzi per compiere le scelte corrette, i nostri ragazzi non sono in grado di affrontare le sfide della globalizzazione.
Gli economisti di Banca d'Italia Chionsini e Trifilidis, nel paper Educazione finanziaria: l'utilità di una strategia unitaria, scrivono: "Nel corso degli ultimi anni, l’offerta da parte degli intermediari di prodotti e servizi è divenuta sempre più ampia e sofisticata. L’invecchiamento demografico e le conseguenti riforme dei sistemi pensionistici e sanitari, fattori comuni a molti paesi, hanno spostato dal settore pubblico a quello privato i rischi legati alla copertura di costi sociali e reso ancor più determinati le scelte delle famiglie sulle loro capacità di spesa non solo attuali ma anche prospettiche. Di conseguenza, sono aumentate la complessità e la numerosità delle scelte finanziarie che gli individui devono fronteggiare, le cui conseguenze possono incidere in misura rilevante sul tenore di vita delle famiglie".
A fronte della maggiore complessità delle scelte, non è cresciuta in ugual misura la conoscenza finanziaria dei cittadini, che sono affetti da gravi deficit cognitivi, che li inducono a indirizzarsi verso soluzioni non ottimali.
E' per questo motivo, per far entrare il risparmio e gli investimenti nella cultura dei giovani che è nato anni fa il progetto di Educazione Finanziaria, sempre più considerate come parte integrante delle politiche di protezione dei risparmiatori.
I giovani si trovano oggi a dover fronteggiare situazioni e scelte finanziarie più impegnative di quelle vissute alla stessa età dai loro genitori. L’educazione finanziaria nelle scuole può produrre anche benefici "indiretti" per le famiglie: i giovani possono trasmettere in maniera più o meno volontaria le abilità e il senso di familiarità acquisiti anche ai genitori.
Per capire qual è il clima e l'humus culturale verso il mondo finanziario delle famiglie, prima di iniziare la lezione, ho posto agli studenti di seconda due domande:
1. che cos'è una banca?
2. la banca è una cosa buona o cattiva?
Le risposte più interessanti sono state le seguenti:
1. La banca è un edificio dove rubano i soldi.
2. Così così;
La banca è una cosa positiva, se non incontri dei ladri.
Negativa perchè ti prendono i soldi.
La banca è cattiva perchè chiede in cambio gli interessi (dimostrazione che nelle famiglie italiane la cultura di mercato lascia a desiderare, ndr)
E’ cattiva perchè devi ridarglieli indietro con l’interesse (e di cosa dovrebbe vivere una banca?, ndr)
E’ buona perchè permette alle persone di comprare qualcosa che non riescono a comprare con il loro stipendio.
Prima del 2001 era cattiva, ora è abbastanza brava.
La banca è una cosa positiva perchè ti approva ogni volta quello che richiedi (magari!, avere credito NON è un diritto, ndr)
E’ una cosa positiva se compie il suo lavoro correttamente altrimenti non lo è.
Positiva ma le persone devono essere consapevoli di ridare i soldi con gli interessi.
Dipende dal bancario, se tu sei ignorante, lui ti può prendere più soldi del dovuto".
Insomma, dal tono delle risposte, la strada da compiere è ancora molta. Ma non per questo dobbiamo abbatterci. Speriamo che in futuro Educazione Finanziaria diventi materia scolastica.
P.S.: stampatevi e leggetevi i Quaderni didattici ideati e realizzati dalla Banca d'Italia. Sono proprio fatti bene.
lunedì 14 aprile 2014
I grillini sono inscalfibili nelle loro certezze. Come Mike Bongiorno nella Fenomenologia di Umberto Eco
Quando si accende la tv e ci si imbatte nei talk show nostrani, si viene presi dopo poco dallo sconforto. Il dibattito è debole, le argomentazioni fragili, e - siccome il mezzo non si presta - la logica non la fa da padrone, anzi, e solo i più forti e urlanti escono vincenti.
Quando l'altra sera ho sentito la parlamentare del Movimento 5 Stelle Paola Taverna mi è tornato in mente un passaggio di Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno (Diario Minimo, Mondadori, 1963): "Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio a cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita ad un fascino immediato e spontaneo...egli si vende per quello che è, e quello che è tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore".
Non infieriamo sull'ignoranza del deputato del M5S Davide Tripiedi che - in un intervento alla Camera - ha detto "Sarò breve e circonciso".
Con i grillini valgono ben poco paper, ragionamenti economici, conoscenza della storia. Sono dei Signor NO, come il notaio di Mike. Qualsiasi proposta non va bene. Ce n'è una migliore subito a portata di mano. Peccato che questo sia il tratto tipico dei rivoluzionari, che non gradiscono cambiamenti graduali ma solo ghigliottine e tagliole.
E' il riformismo che è mancato in questo Paese. Non per nulla l'economista Federico Caffè sfogo la sua insoddisfazione nella Solitudine del riformista (Bollati Boringhieri, 1990).
In occasione del compleanno (90 primavere, auguri!), di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto un pezzo meraviglioso e commovente che si chiude così: "Per lui riformismo è una forza ricompositiva che non cede al compromesso, ma che avvicina elementi apparentemente opposti, sordi, finanche ostili. E' quello che assume le forme di una vera e propria strategia politica nello sforzo di avvicinare il liberalismo repubblicano di La Malfa con il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer negli anni più bui della nostra vita collettiva che culminarono con l'assassinio di Moro....Riformismo per Scalfari ha sempre voluto dire possibilità di ricomporre produttivamente le differenze, di evitare che la separazione risulti solo sterile e traumatica".
I grillini, che rispondono come il cane di Pavlov ai diktat di Grillo e Casaleggio sono come Mike: "Mike non si vergogna di essere ignorante e non prova bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale" (Eco, cit.).
Quando l'altra sera ho sentito la parlamentare del Movimento 5 Stelle Paola Taverna mi è tornato in mente un passaggio di Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno (Diario Minimo, Mondadori, 1963): "Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio a cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita ad un fascino immediato e spontaneo...egli si vende per quello che è, e quello che è tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore".
Non infieriamo sull'ignoranza del deputato del M5S Davide Tripiedi che - in un intervento alla Camera - ha detto "Sarò breve e circonciso".
Con i grillini valgono ben poco paper, ragionamenti economici, conoscenza della storia. Sono dei Signor NO, come il notaio di Mike. Qualsiasi proposta non va bene. Ce n'è una migliore subito a portata di mano. Peccato che questo sia il tratto tipico dei rivoluzionari, che non gradiscono cambiamenti graduali ma solo ghigliottine e tagliole.
E' il riformismo che è mancato in questo Paese. Non per nulla l'economista Federico Caffè sfogo la sua insoddisfazione nella Solitudine del riformista (Bollati Boringhieri, 1990).
In occasione del compleanno (90 primavere, auguri!), di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto un pezzo meraviglioso e commovente che si chiude così: "Per lui riformismo è una forza ricompositiva che non cede al compromesso, ma che avvicina elementi apparentemente opposti, sordi, finanche ostili. E' quello che assume le forme di una vera e propria strategia politica nello sforzo di avvicinare il liberalismo repubblicano di La Malfa con il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer negli anni più bui della nostra vita collettiva che culminarono con l'assassinio di Moro....Riformismo per Scalfari ha sempre voluto dire possibilità di ricomporre produttivamente le differenze, di evitare che la separazione risulti solo sterile e traumatica".
I grillini, che rispondono come il cane di Pavlov ai diktat di Grillo e Casaleggio sono come Mike: "Mike non si vergogna di essere ignorante e non prova bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale" (Eco, cit.).
mercoledì 9 aprile 2014
Tenacia, testardaggine o perseveranza? La testimonianza di un imprenditore
Dopo il grande successo del post su #MarioDraghi e la perseveranza, visto che molti lettori del Faust hanno una vena filosofica, sono ben lieto di pubblicare integralmente una lettera che mi è giunta da un lettore amico.
Caro professore,
In merito alla menzione presente nel suo blog riguardante il saggio del filosofo Perseveranza di Salvatore Natoli m'é venuta spontanea dal cuore un'amara riflessione, di cui peraltro le ho già parlato diffusamente nelle nostre piacevoli conversazioni sulle seggiovie scassate di Champoluc.
In qualità di piccolo imprenditore di nicchia in luogo altrettanto di nicchia quale é il Principato di Monaco, mi trovo mio malgrado a dover vivere periodo di difficoltà gestionali dell'impresa, operante nel settore delle costruzioni, a causa della crisi globale.
Difficoltà gestionali significa che faccio fatica a fine mese a mettere insieme incassi che paghino i fornitori dei cantieri in corso, che ricompensino i miei peraltro pochi dipendenti e che garantiscano all'impresa la costruzione di un piccolo tesoretto per i futuri investimenti.
Già perché un'impresa ha senso, a mio avviso, solo se ha la possibilità di crescere, investire e ingrandirsi per accrescere il suo know how e garantire benessere ad un numero sempre più esteso di persone.
Siccome a me fare l'imprenditore piace, anche nel piccolissimo mondo del Principato, non capisco perché nel mondo attuale, tale figura sia cosi' poco di moda: perché va di moda Guido Maria (Brera, gestore di un hedge fund, ora anche romanziere con I Diavoli, Rizzoli, 2014, ndr) e non vanno di moda gli imprenditori che alla fine del mese si devono pagare le spese dell'impresa col frutto del loro lavoro facendo salti mortali e essendo brutalizzati dagli istituti di credito? Perché non viene introdotto il reato di "maltrattamento da parte di direttore di filiale" con l'istituzione di telefono dedicato per l'imprenditore vessato?

Nel settore in cui opero, le fondazioni speciali (micropali e affini), a Milano sono scomparse negli ultimi tre anni quasi tutte le imprese storiche e nel Principato e costa azzurra la situazione é allarmante.
Ecco allora torno a Natoli, io mi sento più testardo che perseverante, perché stupidamente penso di poter continuare in questa attività che trovo affascinante, perché stupidamente penso che sia bellissimo vedere i frutti del proprio lavoro e poterli toccare con le proprie mani, perché i frutti del proprio lavoro son fatti di ferro e cemento, perché stupidamente amo il rumore delle macchine da cantiere, prodigi di tecnologia e ingegno umano, perché stupidamente penso che sia bello lavorare tutti insieme, dal più umile dei manovali al più brillante degli ingegneri per un unico scopo e che alla fine tutti, secondo la loro funzione, sono responsabili e artefici di un risultato straordinario.
Sto iniziando a commuovermi e quindi adesso mi congedo da lei che immagino stia muovendo con il tasto del mouse in un secondo molti più soldi di quelli che ho potuto muovere io in un anno con l'attività più rumorosa e polverosa nel settore delle costruzioni.
Pero' le chiedo di ricordarsi, nelle sue future trattazioni sul suo prestigioso blog, della figura dell'imprenditore, e non solo di personaggi mitici e appartenenti al passato come ha fatto meritoriamente parlando di Olivetti, ma anche di giovani imprenditori, anonimi e magari non geniali, che tutti i giorni (testardi o perseveranti lo decida lei) combattono per mantenere vivo il loro piccolo sogno.
Garantendole la mia sempiterna ammirazione mi congedo lacrimante da lei e le auguro una splendida giornata ricca di commissioni derivanti da rutilanti operazioni!
Cielo sereno, nuvole a sprazzi, un abbraccio sincero da Leonardo Pedrazzi
PS: allego al presente foto di cantiere realizzato dall'impresa di cui son fondatore per farle capire la poesia recondita del micropalo.
Cari lettori, ringrazio Leo per il contributo fattivo alla discussione. Il dibattito è ufficialmente aperto. Scatenatevi nei commenti, come al solito benvenuti.
Caro professore,
In merito alla menzione presente nel suo blog riguardante il saggio del filosofo Perseveranza di Salvatore Natoli m'é venuta spontanea dal cuore un'amara riflessione, di cui peraltro le ho già parlato diffusamente nelle nostre piacevoli conversazioni sulle seggiovie scassate di Champoluc.
In qualità di piccolo imprenditore di nicchia in luogo altrettanto di nicchia quale é il Principato di Monaco, mi trovo mio malgrado a dover vivere periodo di difficoltà gestionali dell'impresa, operante nel settore delle costruzioni, a causa della crisi globale.
Difficoltà gestionali significa che faccio fatica a fine mese a mettere insieme incassi che paghino i fornitori dei cantieri in corso, che ricompensino i miei peraltro pochi dipendenti e che garantiscano all'impresa la costruzione di un piccolo tesoretto per i futuri investimenti.
Già perché un'impresa ha senso, a mio avviso, solo se ha la possibilità di crescere, investire e ingrandirsi per accrescere il suo know how e garantire benessere ad un numero sempre più esteso di persone.
Siccome a me fare l'imprenditore piace, anche nel piccolissimo mondo del Principato, non capisco perché nel mondo attuale, tale figura sia cosi' poco di moda: perché va di moda Guido Maria (Brera, gestore di un hedge fund, ora anche romanziere con I Diavoli, Rizzoli, 2014, ndr) e non vanno di moda gli imprenditori che alla fine del mese si devono pagare le spese dell'impresa col frutto del loro lavoro facendo salti mortali e essendo brutalizzati dagli istituti di credito? Perché non viene introdotto il reato di "maltrattamento da parte di direttore di filiale" con l'istituzione di telefono dedicato per l'imprenditore vessato?

Nel settore in cui opero, le fondazioni speciali (micropali e affini), a Milano sono scomparse negli ultimi tre anni quasi tutte le imprese storiche e nel Principato e costa azzurra la situazione é allarmante.
Ecco allora torno a Natoli, io mi sento più testardo che perseverante, perché stupidamente penso di poter continuare in questa attività che trovo affascinante, perché stupidamente penso che sia bellissimo vedere i frutti del proprio lavoro e poterli toccare con le proprie mani, perché i frutti del proprio lavoro son fatti di ferro e cemento, perché stupidamente amo il rumore delle macchine da cantiere, prodigi di tecnologia e ingegno umano, perché stupidamente penso che sia bello lavorare tutti insieme, dal più umile dei manovali al più brillante degli ingegneri per un unico scopo e che alla fine tutti, secondo la loro funzione, sono responsabili e artefici di un risultato straordinario.
Sto iniziando a commuovermi e quindi adesso mi congedo da lei che immagino stia muovendo con il tasto del mouse in un secondo molti più soldi di quelli che ho potuto muovere io in un anno con l'attività più rumorosa e polverosa nel settore delle costruzioni. Pero' le chiedo di ricordarsi, nelle sue future trattazioni sul suo prestigioso blog, della figura dell'imprenditore, e non solo di personaggi mitici e appartenenti al passato come ha fatto meritoriamente parlando di Olivetti, ma anche di giovani imprenditori, anonimi e magari non geniali, che tutti i giorni (testardi o perseveranti lo decida lei) combattono per mantenere vivo il loro piccolo sogno.
Garantendole la mia sempiterna ammirazione mi congedo lacrimante da lei e le auguro una splendida giornata ricca di commissioni derivanti da rutilanti operazioni!
Cielo sereno, nuvole a sprazzi, un abbraccio sincero da Leonardo Pedrazzi
PS: allego al presente foto di cantiere realizzato dall'impresa di cui son fondatore per farle capire la poesia recondita del micropalo.
Cari lettori, ringrazio Leo per il contributo fattivo alla discussione. Il dibattito è ufficialmente aperto. Scatenatevi nei commenti, come al solito benvenuti.
lunedì 7 aprile 2014
Il valore della consistenza e della perseveranza nelle parole di #MarioDraghi
Il 25 marzo scorso, il presidente della BCE ha tenuto una lezione a Parigi a Sciences Po dal titolo "A consistent strategy for a sustained recovery". E' una relazione di una pregnanza assoluta. La lettura integrale è consigliata.
Vorrei sottoporre alla vostra attenzione un passaggio in particolare: "The crisis is not over. To be successful, the recovery strategy is being, and must continue to be executed with commitment and perseverance".
Che bella parola è perseveranza! Ne parla con contezza, lucidità e passione il filosofo Salvatore Natoli nel suo recente Perseveranza (il Mulino, 2014): "Per far sì che la speranza da generico sentimento si trasformi in effettiva possibilità bisogna coltivarla nel presente, farla germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà. Essere perseveranti significa proprio questo: se, infatti, sperare è un sentire, perseverare è un agire e come tale è una virtù".
Mentre nel mondo anglosassone il termine consistent ha valenza positiva, in Italia si sente dire che "errare è umano, perseverare è diabolico". Invece il perseverare, se non si viene presi dal delirio della presunzione, esige l'essere forte ma nel senso di mantenersi saldo, di durare nel tempo, superando gli ostacoli esterni ma soprattutto i limiti interiori. La perseveranza è dunque un agire faticoso e quotidiano dentro e contro le difficoltà.
Gli impedimenti interiori spesso sono superiori a quelli esteriori. Natoli osserva: "La perseveranza deve fare i conti con l'ogni giorno e soprattutto con e contro se stessi, contro la propria propensione all'indolenza", che si batte se il valore cognitivo ed etico delle idee/ideali in gioco è forte.
Inoltre bisogna sconfiggere l'assuefazione che è inerziale e passiva. Di qui la necessità di tenacia per mantenere la rotta e non perdersi d'animo davanti alle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare.
Più avanti nel suo intervento, Draghi torna sull'importanza della continuità e della consistenza: "We need to be consistent across pace, and we need to be consistent across time. There are indeed two inescapable lessons from the account of events that I have presented to you today". Non bisogna mollare. Gli sforzi riformatori devono avere continuità, altrimenti l'effort è vano.
Draghi conclude richiamando l'importanza del fattore temporale: "Winston Churchill said that "to achieve great things, two things are needed: a plan, and not quite enough time".
Draghi ribadisce con ottimismo: "I hope that I have made clear today that we do have a plan. And since we certainly have no time to spare, I trust that, if we remain resolute, great things for the euro area and its citizens can become possible".
Non c'è tempo da perdere, bisogna agire. La parola passa ai politici (statisti non se ne vedono). E qui viene il bello (o il brutto).
P.S.: il Wall Street Journal ha raccontato una recente performance di Draghi che si è cimentato in una barzelletta divertente.
"Un uomo ha bisogno di un trapianto di cuore. Dice il dottore: "Posso darti il cuore di un bambino di cinque anni". "Troppo giovane". "Che ne dici di quello di un banchiere d’affari quarantenne?" "Non hanno cuore". "E un banchiere centrale settantenne?". "Lo prenderò". "Ma perché?". "Non è mai stato usato!".
lunedì 31 marzo 2014
Ai dirigenti pubblici premiati tutti con il massimo dei voti, dico: imparate da Luigi Einaudi che condivise una pera a cena al Quirinale
Mi ha colpito profondamente leggere lunedì scorso sul Corriere che "la quasi totalità dei dirigenti - di prima e seconda fascia - dello Stato italiano ha conseguito una valutazione non inferiore al 90% del livello massimo atteso". La conseguenza è evidente: il premio che costituisce la parte variabile della retribuzione, circa il 30% è spettato a tutti, indistintamente. Alla faccia della meritocrazia.I manager pubblici italiani sono i più pagati dei Paesi Ocse, come descrive graficamente Thomas Manfredi su Linkiesta. Inoltre, è importante sottolineare che - mentre in Francia i dirigenti sono 1 ogni 33 dipendenti, in Italia abbiamo un dirigente ogni 11.
Come ben argumenta il giuslavorista Pietro Ichino "il dirigente che raggiunge davvero gli obiettivi (che devono essere misurabili e paragonati a un benchmark) può anche guadagnare di più; ma quello che non li raggiunge deve essere rimosso".
Quando leggiamo queste assurdità dei premi a tutti frutto di logiche sindacali aberranti, vale la pena ritornare ai padri della Patria. Visto che il 24 marzo scorso era l'anniversario della nascita di Luigi Einaudi - Governatore della Banca d'Italia (1945-48) e Presidente della Repubblica (1948-1955) - lo ricordiamo volentieri.
Ennio Flaiano - La solitudine del satiro (1973, poi postumo Rizzoli, 1989) - ha raccontato in modo magistrale una serata al Quirinale. La riporto integralmente:
“Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma completamente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l’avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste...Da un argomento all’altro, tra aneddoti che, per il gran ridere, scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito.
Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”. Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento. Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.
“Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma completamente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l’avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste...Da un argomento all’altro, tra aneddoti che, per il gran ridere, scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito.
Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”. Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento. Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.
Che tempi!
lunedì 24 marzo 2014
Formidabile Papa Francesco a un anno dalla sua elezione. Ha seguito Bonomelli nel dialogo con i non credenti
E' passato un anno da quando Jorge Bergoglio, è stato chiamato al timone della Chiesa.
Era la carta della disperazione di una Chiesa spenta. Un anno dopo, Francesco è il Papa della speranza, una guida spirituale che parla a tutti, oltre il recinto dei fedeli.
L'anno scorso ha destato molta sorpresa il dialogo intercorso su Repubblica tra il fondatore del quotidiano Eugenio Scalfari e Papa Francesco. I lettori, un bel giorno, invece di leggere il consueto racconto dei disastri italici, si sono trovati come titolo di apertura: "Così cambierò la Chiesa. Ripartire dal Concilio, aprire alla cultura moderna".
Nell'ambito del colloquio mi ha colpito un passaggio di Francesco: "Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perchè nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene".
Papa Francesco è un nobile esempio di dialogo con chi non crede. Tra i suoi precursori - oltre al Cardinal Martini - è opportuno citare Mons. Geremia Bonomelli, di cui nel 2014 ricorre il centenario della nascita (3 agosto 1914 a Nigoline di Corte Franca).
Il Centenario offre un'opportunità di approfondimento della figura del Vescovo (1831-1914) e della storia del suo tempo, ricca di questioni che, sia pur in una prospettiva e in un contesto diversi, sono ancora oggi all'ordine del giorno:

Geremia Bonomelli fu legato alla famiglia Torri e Peroni fin dall'infanzia, essendo nato e cresciuto in una cascina in prossimità del palazzo. Divenuto Vescovo nel 1871, accrebbe la sua amicizia con Alessandro e Paolina Torri. A partire dal 1880 fu ospite del "Salotto Culturale" a Palazzo Torri e dal 1898 vi trascorse anche le sue vacanze annuali. Dal 1898 ebbe quindi occasione d'incontro con illustri ospiti, sia laici che religiosi, dello Stato e della Chiesa, tra i quali i Senatori Schiapparelli e Zanardelli, i letterati Fogazzaro e Carducci, Padre Semeria, Tommaso Gallarati Scotti e altri esponenti dell'aristocrazia, oltre a intellettuali, musicisti, pittori e scultori (in particolare Trentacoste).

Era la carta della disperazione di una Chiesa spenta. Un anno dopo, Francesco è il Papa della speranza, una guida spirituale che parla a tutti, oltre il recinto dei fedeli.
L'anno scorso ha destato molta sorpresa il dialogo intercorso su Repubblica tra il fondatore del quotidiano Eugenio Scalfari e Papa Francesco. I lettori, un bel giorno, invece di leggere il consueto racconto dei disastri italici, si sono trovati come titolo di apertura: "Così cambierò la Chiesa. Ripartire dal Concilio, aprire alla cultura moderna".
Nell'ambito del colloquio mi ha colpito un passaggio di Francesco: "Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perchè nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene".
Papa Francesco è un nobile esempio di dialogo con chi non crede. Tra i suoi precursori - oltre al Cardinal Martini - è opportuno citare Mons. Geremia Bonomelli, di cui nel 2014 ricorre il centenario della nascita (3 agosto 1914 a Nigoline di Corte Franca).
Il Centenario offre un'opportunità di approfondimento della figura del Vescovo (1831-1914) e della storia del suo tempo, ricca di questioni che, sia pur in una prospettiva e in un contesto diversi, sono ancora oggi all'ordine del giorno:
la "Questione romana" e la separazione tra Stato e Chiesa, vista da Bonomelli nella massima libertà di entrambi i soggetti, senza il divieto di elettorato attivo e passivo che era stato imposto ai cattolici con il "non-expedit";
la "Questione sociale" o del lavoro, per la quale Bonomelli auspicava un "socialismo cristiano", nel quale è fondamentale la dignità del lavoro: associazionismo, casse rurali, mutuo soccorso;

la "Questione dell'emigrazione" per la quale Bonomelli promuoveva, nel 1900, la fondazione dell'Opera di assistenza degli operai italiani emigrati all'estero, che aveva lo scopo di assistere le famiglie rimaste in Italia e di tutelare gli operai che lavoravano all'estero attraverso le missioni religiose, creando al tempo stesso una rete di presidi sociali: segretariati, ospizi, scuole, asili, nelle principali città europee e ai valichi di confine.
L'Opera Pia Bonomelli, eretta in Ente Morale nel 1914, venne sciolta dal Fascismo, con decreto di Mussolini, nel 1928;
la "Questione dello sfruttamento della manodopera infantile" sollevata da un'inchiesta dell'Opera Bonomelli, favorì la promulgazione di una "legge per l'emigrazione" nel 1901, sotto la Presidenza del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che nonostante fosse massone, dialogò in modo costruttivo con Mons. Bonomelli.
- la "Questione dell'educazione femminile".
- la "Questione dell'educazione femminile".
In particolare sulla questione Romana e sull'Associazione per i migranti, il Vescovo venne contrastato dalla Curia Romana, all'epoca di Papa Leone XIII, ma difeso e appoggiato da molti vescovi, dalla Regina Margherita e da intellettuali come Fogazzaro (con il quale aveva un rapporto di amicizia, fondato su reciproca stima).
L'Associazione culturale Cortefranca, che ha sede a Palazzo Torri a Nigoline di Corte Franca, ha organizzato la mostra "Memorie Bonomelliane a Palazzo Torri", che occupa parte della dimora storica e in particolare la "Stanza del vescovo", dove una lapide ricorda la sua morte, avvenuta nel 1914.
Geremia Bonomelli fu legato alla famiglia Torri e Peroni fin dall'infanzia, essendo nato e cresciuto in una cascina in prossimità del palazzo. Divenuto Vescovo nel 1871, accrebbe la sua amicizia con Alessandro e Paolina Torri. A partire dal 1880 fu ospite del "Salotto Culturale" a Palazzo Torri e dal 1898 vi trascorse anche le sue vacanze annuali. Dal 1898 ebbe quindi occasione d'incontro con illustri ospiti, sia laici che religiosi, dello Stato e della Chiesa, tra i quali i Senatori Schiapparelli e Zanardelli, i letterati Fogazzaro e Carducci, Padre Semeria, Tommaso Gallarati Scotti e altri esponenti dell'aristocrazia, oltre a intellettuali, musicisti, pittori e scultori (in particolare Trentacoste).
La mostra, allestita in collaborazione del Comitato parrocchiale per l'Anno Bonomelliano, è visitabile per tutto il 2014: per gruppi e scuole tutti i giorni su prenotazione, per singoli visitatori e famiglie la domenica pomeriggio con preavviso telefonico. Ingresso a pagamento con visita guidata (Per informazioni: www.palazzotorri.it - palazzotorri@libero.it – 335.5467191 – Pagina Facebook Palazzo Torri).
La posizione progressista di Bonomelli all'interno della Chiesa dell'epoca rimanda a una linea di pensiero innovativo che, tentando di superare le pretestuose barriere ideologiche tra laici e cattolici, unisce tutte le componenti nella costruzione del bene comune. Una linea che ha trovato i suoi eredi in Primo Mazzolari (allievo diretto di Bonomelli, 1890-1959) e in Don Lorenzo Milani (1923-1967, erede spirituale nel campo dell'educazione) e che ricompare anche in alcuni Papi come Roncalli e Bergoglio.

Nell'ultimo suo bellissimo libro - La stanza dei fantasmi. Una vita del Novecento (Garzanti, 2013) -, Corrado Stajano scrive: "Anche la Chiesa fa da argine alla prepotenza degli agrari. Il vescovo è Geremia Bonomelli, protettore degli operai emigrant che "divinando in amore segnò le vie dell'armonia feconda tra la Chiesa e l'Italia", come verrà inciso decennia dopo su una lapide del Palazzo Comunale".
A completamento della documentazione storica su Palazzo Torri e i protagonisti del "Salotto Culturale", nel quale fu attivo Bonomelli:
- Profili di donne lombarde. Quattro protagoniste dell'aristocrazia nel XIX e XX secolo, a cura di Franca Pizzini, Editore Mazzotta, Milano, 2009;
- Franca Pizzini, Un'eredità Lombarda. Da Milano alla Franciacorta, Ed.Mazzotta, 2010.
A completamento della documentazione storica su Palazzo Torri e i protagonisti del "Salotto Culturale", nel quale fu attivo Bonomelli:
- Profili di donne lombarde. Quattro protagoniste dell'aristocrazia nel XIX e XX secolo, a cura di Franca Pizzini, Editore Mazzotta, Milano, 2009;
- Franca Pizzini, Un'eredità Lombarda. Da Milano alla Franciacorta, Ed.Mazzotta, 2010.
lunedì 17 marzo 2014
"La finanza è il male", dicono tutti indistintamente. Ma senza un sistema finanziario efficiente, l'economia reale vacilla. Tesoro, parliamone.
Sono stato invitato qualche settimana fa un gruppo di studenti della Facoltà di Economia di Torino (Assemblea di Economia, il nome esatto del gruppo di rappresentanza) che da qualche anno organizzano una serie di incontri dal titolo "Tesoro, parliamone".
Nel corso del dibattito mi sono state poste diverse domande, che hanno animato la discussione. All'incontro hanno partecipato, oltre al sottoscritto, Umberto Cherubini, coordinatore del corso di laurea magistrale in Quantitative finance a Bologna, Vladimiro Giacchè, responsabile Affari Generali del gruppo Sator e Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità Etica. Vediamole insieme.
1. E' vero che l'economia finanziaria è scollegata dall'economia reale?
Credo che attaccare sempre e comunque la finanza sia profondamente sbagliato. Se la finanza viene messa sotto accusa, l'economia reale non potrà mai beneficiare dei flussi finanziari che solo la deprecate finanza internazionale è in grado di convogliare nel Belpaese. Come hanno scritto Forestieri e Mottura nell'introduzione al classico Il sistema finanziario, "la competitività dell'economia reale di un Paese dipende anche dall'efficienza del funzionamento del suo sistema finanziario, struttura fondamentale dell'economia reale poichè ne migliora sostanzialmente il funzionamento, l'efficienza e in definitiva la capacità di produrre ricchezza".
E' pur vero che l'eccesso di finanza porta dei danni, ma in Italia siamo ben lungi dall'essere eccessivamente finanziarizzati. Siamo invece deficitari soprattutto nel mondo del venture capital e del private equity, come abbiamo scritto in passato in relazione a Facebook e WhatsApp, nate e cresciute grazie al capitale di rischio.
Il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi, in una lectio magistralis in occasione della Giornata Menichella, ha fatto notare che la relazione tra la dimensione del sistema finanziario e la crescita dell'economia non è lineare:
"positiva e significativa a bassi livelli di sviluppo dimensionale del settore finanziario, tende a diventare negativa a livelli alti. In altre parole, un settore finanziario ipertrofico può rendere un’economia inefficiente, oltre che a esporla a rischi di crisi sistemiche: perché assorbe capitale (umano, fisico, finanziario) che sarebbe più produttivo se impiegato altrove.
Le mancanza degli attori pubblici nel fissare regole e nel farle rispettare possono essere, e storicamente sono state, causa o concausa delle più violente e dannose crisi finanziarie dell’era moderna, tali da distruggere ricchezza reale e inceppare per anni i meccanismi dello sviluppo.
D’altro canto – e occorre restarne consapevoli anche in questa fase di riregolazione della finanza – anche l’eccesso di regolazione può frenare lo sviluppo della finanza, con effetti depressivi sulla crescita economica".
2. Come mai le politiche accomodanti delle banche centrali non sono state sufficienti per uscire dalla crisi finanziaria?
In via preliminare è opportuno dire che le banche centrali e le autorità di vigilanza in generale sono da considerare tra le concause della crisi, avendo sottovalutato l'impatto sistemico della crisi bancaria e non avendo capito per tempo la sua gravità. Come sostiene peraltro Marco Onado ne I nodi al pettine (Laterza, 2009), mancava il pettine, ossia i regolatori non hanno usato gli strumenti a loro disposizione per fermare la deregulation finanziaria.
Negli Stati Uniti per anni ha imperversato la cultura della ownership society, per cui tutti si arrogavano il diritto di poter diventare proprietari di casa, anche i famigerati NINJA, che non hanno nè un lavoro, nè degli asset, nè altre forme di reddito. E' chiaro che tali individui prima o poi vanno in default.
Memorabile con gli occhi di oggi è la dichiarazione del Presidente George W. Bush: "America is a stronger country every single time a family moves into a home of their own" (October 2004).
E' anche importante ricordare gli errori compiuti dalla Banca centrale europea nel periodo in cui presidente era il francese Jean-Claude Trichet. Nel luglio 2008, a due mesi dal crack di Lehman Brothers, la BCE alzò i tassi di interesse dal 4 al 4,25% per calmierare l'inflazione. Nonostante il rialzo del prezzo del petrolio, la crisi incipiente era nei numeri.
Ma non basta. Trichet nel luglio 2010, in un articolo sul Financial Times, scrisse che era tempo di rendere meno accomodanti le politiche fiscali e monetarie: "Stimulate no more. It's time for all to tighten". Invitò quindi anche le altre (for all, ndr) banche centrali ad alzare i tassi di interesse ufficiali, nonostante fossimo ben lontani dalla fine della crisi. Infatti appena prese il comando della BCE (1° novembre 2011), Draghi non esitò ad abbassare per due volte consecutive i tassi. Per poi abbassarli ancora fino ad arrivare all'attuale 0,25% (minimo storico).
La situazione congiunturale sta migliorando negli Stati Uniti e in Europa. Quest'ultima beneficia anche dell'arrivo dei flussi di capitale in fuga dai paesi emergenti, che per lungo tempo sono stati attraenti per gli investitori istituzionali a caccia di rendimenti.
Con il calo degli spread sui titoli di stato dei paesi periferici della UE, piano piano anche in Europa la ripresa si consoliderà. Anche in Italia, nonostante le banche nostrane continuino nella loro politica di restringimenti dei criteri di accesso al credito (credit crunch), a causa dell'ammontare enorme di crediti deteriorati e di sofferenze.
Dobbiamo lavorare affinchè il mercato finanziario non sia esclusivamente costituito dal mercato creditizio, altrimenti il sistema industriale italiano pagherà del conseguenze del bancocentrismo. Nelle parole di Salvatore Rossi:
"Occorre che in Italia i termini "sistema finanziario" e "sistema bancario" non siano più sinonimi...una coesistenza equilibrata di mercati e intermediari rende più stabile il flusso di credito per l’economia reale. Nei paesi con mercati obbligazionari sviluppati, come gli Stati Uniti, il deleveraging bancario generato dalla crisi del 2008-9 è stato in parte compensato da un maggior ricorso delle imprese al mercato. In Italia questa compensazione non è avvenuta se non in forma molto più tenue, rallentando l’uscita dalla recessione e ora frenando la ripresa".
Nel corso del dibattito mi sono state poste diverse domande, che hanno animato la discussione. All'incontro hanno partecipato, oltre al sottoscritto, Umberto Cherubini, coordinatore del corso di laurea magistrale in Quantitative finance a Bologna, Vladimiro Giacchè, responsabile Affari Generali del gruppo Sator e Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità Etica. Vediamole insieme.
1. E' vero che l'economia finanziaria è scollegata dall'economia reale?
Credo che attaccare sempre e comunque la finanza sia profondamente sbagliato. Se la finanza viene messa sotto accusa, l'economia reale non potrà mai beneficiare dei flussi finanziari che solo la deprecate finanza internazionale è in grado di convogliare nel Belpaese. Come hanno scritto Forestieri e Mottura nell'introduzione al classico Il sistema finanziario, "la competitività dell'economia reale di un Paese dipende anche dall'efficienza del funzionamento del suo sistema finanziario, struttura fondamentale dell'economia reale poichè ne migliora sostanzialmente il funzionamento, l'efficienza e in definitiva la capacità di produrre ricchezza".
E' pur vero che l'eccesso di finanza porta dei danni, ma in Italia siamo ben lungi dall'essere eccessivamente finanziarizzati. Siamo invece deficitari soprattutto nel mondo del venture capital e del private equity, come abbiamo scritto in passato in relazione a Facebook e WhatsApp, nate e cresciute grazie al capitale di rischio.
Il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi, in una lectio magistralis in occasione della Giornata Menichella, ha fatto notare che la relazione tra la dimensione del sistema finanziario e la crescita dell'economia non è lineare:
"positiva e significativa a bassi livelli di sviluppo dimensionale del settore finanziario, tende a diventare negativa a livelli alti. In altre parole, un settore finanziario ipertrofico può rendere un’economia inefficiente, oltre che a esporla a rischi di crisi sistemiche: perché assorbe capitale (umano, fisico, finanziario) che sarebbe più produttivo se impiegato altrove.
Le mancanza degli attori pubblici nel fissare regole e nel farle rispettare possono essere, e storicamente sono state, causa o concausa delle più violente e dannose crisi finanziarie dell’era moderna, tali da distruggere ricchezza reale e inceppare per anni i meccanismi dello sviluppo.
D’altro canto – e occorre restarne consapevoli anche in questa fase di riregolazione della finanza – anche l’eccesso di regolazione può frenare lo sviluppo della finanza, con effetti depressivi sulla crescita economica".
2. Come mai le politiche accomodanti delle banche centrali non sono state sufficienti per uscire dalla crisi finanziaria?
In via preliminare è opportuno dire che le banche centrali e le autorità di vigilanza in generale sono da considerare tra le concause della crisi, avendo sottovalutato l'impatto sistemico della crisi bancaria e non avendo capito per tempo la sua gravità. Come sostiene peraltro Marco Onado ne I nodi al pettine (Laterza, 2009), mancava il pettine, ossia i regolatori non hanno usato gli strumenti a loro disposizione per fermare la deregulation finanziaria.
Negli Stati Uniti per anni ha imperversato la cultura della ownership society, per cui tutti si arrogavano il diritto di poter diventare proprietari di casa, anche i famigerati NINJA, che non hanno nè un lavoro, nè degli asset, nè altre forme di reddito. E' chiaro che tali individui prima o poi vanno in default.Memorabile con gli occhi di oggi è la dichiarazione del Presidente George W. Bush: "America is a stronger country every single time a family moves into a home of their own" (October 2004).
E' anche importante ricordare gli errori compiuti dalla Banca centrale europea nel periodo in cui presidente era il francese Jean-Claude Trichet. Nel luglio 2008, a due mesi dal crack di Lehman Brothers, la BCE alzò i tassi di interesse dal 4 al 4,25% per calmierare l'inflazione. Nonostante il rialzo del prezzo del petrolio, la crisi incipiente era nei numeri.
Ma non basta. Trichet nel luglio 2010, in un articolo sul Financial Times, scrisse che era tempo di rendere meno accomodanti le politiche fiscali e monetarie: "Stimulate no more. It's time for all to tighten". Invitò quindi anche le altre (for all, ndr) banche centrali ad alzare i tassi di interesse ufficiali, nonostante fossimo ben lontani dalla fine della crisi. Infatti appena prese il comando della BCE (1° novembre 2011), Draghi non esitò ad abbassare per due volte consecutive i tassi. Per poi abbassarli ancora fino ad arrivare all'attuale 0,25% (minimo storico).
La situazione congiunturale sta migliorando negli Stati Uniti e in Europa. Quest'ultima beneficia anche dell'arrivo dei flussi di capitale in fuga dai paesi emergenti, che per lungo tempo sono stati attraenti per gli investitori istituzionali a caccia di rendimenti.
Con il calo degli spread sui titoli di stato dei paesi periferici della UE, piano piano anche in Europa la ripresa si consoliderà. Anche in Italia, nonostante le banche nostrane continuino nella loro politica di restringimenti dei criteri di accesso al credito (credit crunch), a causa dell'ammontare enorme di crediti deteriorati e di sofferenze.
Dobbiamo lavorare affinchè il mercato finanziario non sia esclusivamente costituito dal mercato creditizio, altrimenti il sistema industriale italiano pagherà del conseguenze del bancocentrismo. Nelle parole di Salvatore Rossi:
"Occorre che in Italia i termini "sistema finanziario" e "sistema bancario" non siano più sinonimi...una coesistenza equilibrata di mercati e intermediari rende più stabile il flusso di credito per l’economia reale. Nei paesi con mercati obbligazionari sviluppati, come gli Stati Uniti, il deleveraging bancario generato dalla crisi del 2008-9 è stato in parte compensato da un maggior ricorso delle imprese al mercato. In Italia questa compensazione non è avvenuta se non in forma molto più tenue, rallentando l’uscita dalla recessione e ora frenando la ripresa".
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