mercoledì 19 dicembre 2018

Omaggio a Maria Alessandra Baffi, donna affettuosa, dall'energia travolgente. Si è sempre prodigata per i meno fortunati


B. Piccone e M. Alessandra Baffi
Cara Maria Alessandra,

È con estremo dispiacere che mi accingo a darti l'ultimo saluto. Una lunga sessione di laurea in università mi impedisce di essere lì oggi.

Quanti incontri, quante telefonate, quanti vis-a-vis. A Fregene, a Roma, a Milano, perfino in ospedale a Villa Margherita. Quanta resilienza, quanta energia hai trasmesso a chi ti ha conosciuto. Quanto affetto mi hai regalato da quando ho preso in mano le carte di tuo marito Paolo in Banca d’Italia.
Quando trovavo una lettera interessante in archivio, ti chiamavo e subito mi raccontavi un sacco di cose con la tua voce squillante. E non smettevi più, parlavi senza fermarti. Con passione. Mi aiutavi con mille aneddoti a definire “lo spirito del tempo”, lo Zeitgeist della carriera in Banca d’Italia di Paolo Baffi, straordinario servitore dello Stato.

Sei nata ad Oderzo in provincia di Treviso il 5 maggio 1928. Una lunga vita, piena, densa di soddisfazioni. Due figli, un marito che ha servito il Paese ad altissimo livello per oltre quarantanni. E tu sei sempre stata al suo fianco, nei tanti momenti belli e anche nelle tragiche vicende del 1979, quanto ingiustamente Baffi fu incriminato con il vice direttore generale Mario Sarcinelli. Una campagna di intimidazione da far tremare i polsi. Quando il presidente emerito Giorgio Napolitano è venuto a Fregene alla presentazione del mio volume “Paolo Baffi, Servitore dell’interesse pubblico”, hai insistito per ospitarmi a casa tua insieme a moglie e figli, che hai coccolato con amore e che ricordano con affetto la tua generosità.

Piccone, Napolitano e S. Rossi a Fregene
Quel giorno alla Biblioteca di Fregene hai voluto intervenire. Quanta commozione nel ricordare la telefonata di Baffi del 24 marzo 1979 che ti invitava ad andare dalla moglie di Sarcinelli per aiutarla a preparare la valigia con gli effetti personali da portare in carcere al marito a Regina Coeli. Che tempi orribili!

Quanto ti sei spesa per le persone meno fortunate! Mi hai raccontato quanto hai lottato a favore dell’ematologo prof. Franco Mandelli affinchè potesse avere una sede per i “suoi“ bambini malati di leucemia. E alla fine ci sei riuscita! Mi facevi spesso vedere la foto con Carlo Azeglio Ciampi che consegnava a te e Mandelli un assegno miliardario (in lire).

E quanto ti sei spesa a Fregene per trasformare la tenuta Maccarese dei Benetton (veneti come te) nell’oasi di 400 ettari di Macchiagrande, ora gestita dal WWF! Il 14 agosto 1982 Baffi scriveva al senatore Cesare Zappulli: “Coltivo alberi che daranno frutti nei tempi lunghi”.

Enrico e Giuseppina, a cui va il mio abbraccio forte e sincero, riuscivano a fatica a limitare, ormai ottantenne, le tue iniziative. Non ti sei mai fermata. Ogni volta che organizzavo una presentazione in Banca d’Italia, un intervento alla scuola Leonardo da Vinci di Fregene con la preside Antonella Maucioni, mi dicevi: “Vengo!”, anche se eri debilitata.

Paolo Baffi
Sei venuta anche al Salone del libro a Torino a sentire Paolo Mieli e Nerio Nesi, che hanno ricordato Paolo Baffi con bellissime parole. Quando il Comune di Fiumicino ha dedicato una Piazza a Baffi, al telefono mi hai detto: “Piccone, con tutte queste iniziative, mi allunghi la vita”. E io commosso, allora, cercavo di organizzare altri incontri.

Ora che non ci sei più, piango le mie lacrime.

Ti sia lieve la terra, Maria Alessandra, mi mancherai moltissimo.

giovedì 13 dicembre 2018

La vicenda Xylella: spesso in Italia la magia vince sul metodo scientifico

La Xylella - il terribile batterio che secca le piante, in special modo gli ulivi - pare essere arrivata anche all'Argentario in Toscana. E cosa abbiamo fatto in questi anni? Come hanno reagito le istituzioni? Qual è stato il dibattito pubblico scientifico rispetto a questo problema? Sinteticamente: una delusione totale.
Sembra di vivere nel Medio Evo, quando la magia aveva la meglio su tutto.

Facciamo un passo indietro. La "Xylella fastidiosa" è comparsa in Puglia, nel Salento, nell'ottobre 2012, colpendo da allora circa 770 mila piante, per un totale di 8 mila ettari. Come ha scritto Luciano Capone sul Foglio, a causa dell'inazione delle istituzioni, bloccate anche a causa di indagini della magistratura, attivisti-complottisti, pseudo ambientalisti, sedicenti scienziati, la malattia si è espansa a macchia d'olio (è veramente il caso di dire).
Per contrastare l'epidemia, sarebbero necessarie alcune misure di contenimento come l'uso di agrofarmaci e l'eradicazione di parte degli ulivi malati come a formare una linea Maginot. La comunità scientifica è concorde. La Corte di giustizia europea, la Commissione europea, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), l'Accademia dei Lincei, scienziati internazionali e ricercatori italiani la pensano allo stesso modo. Peccato che siano considerati "untori" dalla magistratura di Lecce che li ha indagati (l'inchiesta aperta tre anni fa non è ancora stata chiusa).

Il rimpallo di responsabilità a cui abbiamo assistito è stato imbarazzante. Il Ministero dell'Agricoltura non si è mai occupato della questione. Il finanziere Guido Roberto Vitale, intervistato qualche giorno fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno, ha detto: "Sono costernato da quello che sta succedendo in Puglia e mi domando se le autorità centrali e regionali si rendono conto di quello che vuol dire per questa regione la scomparsa o la mutilazione violenta degli ulivi centenari o millenari. Si tratta di ulivi che costituiscono un'attrazione e una testimonianza di civiltà per i turisti che giungono da tutto il mondo. Vederli scomparire solo perchè nessuna autorità si è occupata di debellare questo flagello è terribile".

I danni all'olivicoltura pugliese sono ingenti. Dal brindisino, ormai, in assenza di contromisure, il batterio ha raggiunto Bari. Per il 2018-9 si stima che la produzione di olio d'oliva scenda di oltre il 50%, dalle 205mila tonnellate del 2017 alle 86mila attese. Se pensiamo che una bottiglia da tre quarti di litro si potrebbe vendere a prezzi superiori ai 13 euro, ci rendiamo conto del danno economico.

Questa vicenda ricorda l'epidemia di influenza "spagnola", che in Italia prese a mietere vittime nell'agosto 1918, e che nei successivi sette mesi avrebbe provocato un numero maggiore di morti dei caduti nella Grande Guerra. La spagnola si accanì in particolare contro le donne e nelle regioni dove l'igiene era più precaria e l'alimentazione più carente. Tutto ciò avvenne in particolare in Puglia e nella provincia di Foggia. Lo storico Sergio Luzzatto, nel formidabile volume Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento (Einaudi, 2007), scrive: "Nel solo comune di San Giovanni Rotondo, che non superava i diecimila abitanti, fra settembre e ottobre del 1918 l'epidemia influenzale provocò 200 vittime". E proprio in quei mesi Padre Pio, alias Francesco Forgione, ricevette le stigmata. Allora le richieste di intercessione, di preghiere di protezione, le domande di grazia di infittirono. Luzzatto commenta: "Da buoni cristiani, potevano sperare che un qualche individuo d'eccezione - un santo - riuscisse a liberarli da tutto il male che li circondava: dalla malattia, dalla miseria, dal lutto...Le stigmate e i miracoli di Padre Pio interessano meno per quanto rivelano di lui che per quanto rivelano del mondo intorno a lui: il varipinto mondo di frati e di preti, di chierici e di laici, di credenti e di atei, di buoni e di cattivi, di astute o di ingenui, di colti e di ignoranti che nel carattere soprannaturale di quelle stigmate e di quei miracoli hanno creduto, o hanno rifiutato di credere".
E' passato un secolo ma ci sono soggetti che credono ancora alla magia. Pietro Perrino, per esempio, sostenitore del movimento Free Vax, (antivaccinista) sostiene che gli ulivi muoiono a causa dell'"inquinamento" e che le misure anti Xylella fanno parte di un complotto. Naturalmente guidato dalle multinazionali del farmaco.
Se la magia ha la meglio sulla scienza e sul metodo scientifico, siamo fritti.


mercoledì 7 novembre 2018

Milano è un laboratorio di talenti. Marco Manzoni ne è un esempio lampante

Marco Manzoni
Lunedì 29 ottobre al Teatro Franco Parenti si è svolta la presentazione del volume di Marco Manzoni "Il tempo senza tempo della passione etica" (ed. Il Campano, 2018). Il libro raccoglie alcuni dei progetti culturali che hanno animato la vita di Milano negli ultimi 30 anni.
Manzoni, dopo aver diretto le relazioni esterne del Parenti dal 1975 al 1987, ha fondato Studio Oikos - progetti culturali e scientifici, il cui fil rouge è stato tenere insieme progettualità culturale e ricerca di senso.
C'era moltissima gente al Parenti l'altra sera, nonostante la pioggia battente. I relatori non hanno deluso.

Marco Vitale, nomen omen, ha ringraziato Manzoni per non essersi mai scoraggiato (di questi tempi, chi ha coraggio è un cittadino benemerito), per la profondità dei temi trattati, per essere stato capace di interessare tante persone di qualità.
L'economista d'impresa bresciano di nascita, ma milanese di adozione, sente di dover ringraziare anche Milano: "In quale altra città sarebbe stato possibile dar vita ad un cenacolo ideale di questo livello, ad attrarre tante persone di grande valore e moralità a testimoniare o solo a collaborare a questa operazione culturale lunga, tenace, disinteressata, coerente?" Arturo Colombo, professore di storia, scrittore e giornalista, parlava di famiglia dei "doverosi", di coloro che considerano fare il loro dovere più importante che esercitare dei diritti o soddisfare delle convenienze. Di questi tempi, incentrati sui diritti acquisiti, parlare di doveri è quanto mai opportuno. Avercene di "doverosi"!

Il caporedattore della pagine di Milano del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi ha ricordato Ermanno Olmi, il quale invitava a suonare le campane, a svegliare la gente dal torpore. Con Vitale, Schiavi si fece promotore anni fa, con il plauso dell'allora vescovo di Milano Mons. Dionigi Tettamanzi, dell'appello "Allarme Milano, allarme Italia". Milano si è poi risollevata. L'Italia è rimasta al palo. Vogliamo parlare di Roma e della sua imbarazzante sindaca?
Schiavi, con il sorriso bonario addolcito dalla barba bianca, dice in sintesi: "Dobbiamo tornare ad essere buoni cittadini". L'invito ricorda quanto sosteneva il vescovo patrono di Milano, Sant'Ambrogio: ""Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

Dei tanti progetti portati avanti da Marco Manzoni, a me piace ricordarne tre:

1."Il futuro della memoria" (2006).
Abbiamo bisogno di memoria perchè senza memoria non c'è futuro. Come ha scritto Salvatore Veca, la memoria si basa sulla storia e sulla conoscenza ,ma diventa memoria quando diventa conoscenza condivisa. Manzoni pone degli interrogativi sempiterni: "Perchè ricordiamo e che cosa ricordiamo? Chi decide cosa ricordare? Quale parte della nostra mente si prende la responsabilità di far restare in vita alcuni momenti del nostro passato, per far svolgere loro il compito di ordito attorno a cui tessere la nostra storia?".
2. Il convegno "Cesare Musatti. Il pensiero e l'umanità" del 1994, a cinque anni dalla scomparsa del padre della psicanalisi italiana. Nel volume di Manzoni si ricorda un passaggio particolarmente interessante dei "Girasoli" di Musatti: "Per ogni male dunque c'è un rimedio. Spero di aver potuto essere io un rimedio per lei (una ragazza sua paziente, ndr). Se lo sono stato è soltanto per averla fatta partecipare a questo allargamento della propria vita, con quella altrui: a questo accogliere gli altri in sé. Ora, giunto alla fine, mi assale, lo confesso, qualche dubbio.o qualcosa di acquisito, questa capacità di dare respiro e di ampiezza propria esistenza, partecipando a quella altrui?".
3. "Tempo e libro. Il futuro della lettura" (1991).
Manzoni scrive: "Il tempo rimane ancor oggi uno degli ultimi luoghi di una solitudine difficile da ritrovare in mezzo alla grande quantità di messaggi e strumenti di comunicazione presenti nella vita contemporanea". Nella velocità e vorticosità della vita di oggi, chi riesce a ritagliarsi del tempo per leggere è un privilegiato. Ma dipende solo da noi. Nel lontano 1991 intervennero Silvia Vegetti Finzi, Luca Formenton, Carlo Sini, Giuseppe Pontiggia, Roberto Calasso, Tiziano Barbieri, Giulio Bollati, Inge Feltrinelli, Vanni Scheiwiller, Mario Spagnol, Franco Ferrarotti, Furio Colombo, Giuseppe De Rita. Che parterre!
In occasione dell'inaugurazione del Salone del Libro di Torino del 2015, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrisse un messaggio pregnante: "Leggere non è solo una ricchezza privata, destinata al singolo individuo. Leggere è una ricchezza per la società per il bene comune. E' un antidoto all'appiattimento, è ossigeno per le coscienze. La lettura non può essere ridotta a consolazione o semplice svago. E' semmai una porta sul mondo, che ci apre alla conoscenza di esperienze lontane, che ci mostra cose vicine che non avevamo notato, o capito, che ci fa comprendere le grandi potenzialità dell'umanità che ci circonda. Leggere ha a che fare con la libertà. E con la speranza".

Come ha scritto Lella Ravasi Bellocchio nella postfazione, "Trent'anni, un anniversario carico di senso. (...) Attraverso le tue pagine c'è il palpitare del tempo, un'invenzione di memoria tra passato e futuro. Ne valeva la pena". A braccio, la psicologa, ha invitato a riprendere il coraggio della speranza: "Nella mia stanza di ascolto dei pazienti, sono sconvolta dal negativo - personale e collettivo - che avanza".
Se è vero che non c'è più il futuro di una volta, Marco Manzoni, con la sua forza progettuale, con la sua mite determinazione, ci ha insegnato a guardare avanti, a studiare, ad approfondire e collegare temi che sembrano apparentemente lontani. Gliene siamo grati.

mercoledì 10 ottobre 2018

Il silenzio degli industriali

Luigi Einaudi
Siamo nell'era dell'incompetenza. Il populismo vince. Chi sa, chi ha studiato è clamorosamente sconfitto. Nessuno ha il coraggio di reagire a questo andazzo. Dove sono finite le élite? Eclissate.
Esattamente come negli anni '20 quando gli industriali si accodarono al fascismo.
Dopo il delitto di Giacomo Matteotti - giugno 1924 - solo alcune voci flebili si fecero sentire. Allora Luigi Einaudi dalle colonne del Corriere della Sera, diretto da Luigi Albertini (che fu cacciato poco dopo, nel 1925, da Benito Mussolini).
Il titolo fu quanto mai eloquente: "Il silenzio degli industriali". Vale la pena di rileggerlo in toto e chiedersi come mai gli industriali di oggi siano silenti di fronte a questo sfascio giallo-verde.

Il silenzio degli industriali, di Luigi Einaudi, 6 agosto 1924, Corriere della Sera

Le rappresentanze degli industriali, dei commercianti e degli uomini d'affari si sono finora mantenute in un silenzio così prolungato intorno agli avvenimenti politici più recenti da far dubitare forte se esso non sia il frutto di una meditata deliberazione. Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell'Italia economica tacciono.
Se si discorre con taluno di essi, con coloro che si può supporre rappresentino gli interessi più larghi dell'economia nazionale, l'impressione che se ne ricava non è già quella di approvazione delle esorbitanze verbali degli estremisti del fascismo, e dei frenetici di dittature e di plotoni d'esecuzione. Gli industriali non approvano le minacce; ma, affettando di considerare gli agitati gridatori come degli innocui maniaci, insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l'assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti essi scarsamente si interessano. Prima bisogna lavorare, produrre, creare le condizioni materiali di una vita larga; il pensare, il battagliare politicamente sono beni puramente ideali, dei quali si può anche fare a meno. I più cinici, i più aderenti ad una inconsapevole concezione materialistica della vita aggiungono che val la pena di pagare un tenue tributo di danaro e di libertà, pur di salvarsi dal pericolo del bolscevismo, dell'anarchia, della distruzione della ricchezza. O il regime attuale, con tutte le sue restrizioni alla libertà politica o il bolscevismo. Tra i due, la scelta non è dubbia. Inutili le promesse di una via di mezzo. Fatalmente, la restaurazione dei metodi ordinari di governo parlamentare, della libertà statutaria di stampa, vorrebbe dire ritorno ai metodi giolittiani e nittiani di adulazione e di debolezza verso i partiti rossi. A Kerenski seguirebbe fatalmente Lenin. Vogliamo cadere, chiedono gli uomini della finanza, negli orrori del bolscevismo?
Giacomo Matteotti
Questa maniera di ragionare diffusissima nelle classi industriali italiane, prova soltanto come ai grandiosi progressi tecnici verificatisi recentemente in Italia non abbia corrisposto un uguale progresso nella educazione politica dei dirigenti l'industria. La nuova generazione sorta durante la guerra sente ancora troppo la modestia delle sue origini e non sa elevarsi al livello a cui le generazioni precedenti, dopo lungo tirocinio, erano riuscite a salire. Nessuno che volga lo sguardo all'avvenire, che non si contenti della tranquillità presente, ma desideri una duratura pace sociale, può ritenere che l'acquiescenza alla dittatura, la rassegnazione alle seconde ondate, la idolatria verso i puri beni materiali siano un terreno fecondo per una vera pace sociale. Non lo credono, qualunque siano le parole che pronunciano a fior di labbra, neppure gli espositori della teoria della rassegnazione. I fatti economici sono complessi; ed è probabile che una reazione di borsa si sarebbe manifestata, dopo le pazzie dei primi mesi del 1924, anche senza il delitto Matteotti; ma la pesantezza delle quotazioni, la diminuzione straordinaria degli affari, lo stento con cui si collocano le emissioni in corso sono senza dubbio l'indice di uno stato di apprensione. I risparmiatori, quando pensano all'investimento dei loro capitali, sono assai più accorti politici di quelli che si arrogano la rappresentanza dei grandi interessi economici. Hanno avuto paura del bolscevismo ed hanno in quel tempo lasciato cadere le quotazioni a limiti vilissimi. Oggi non temono più l'avvento del bolscevismo; sentono che il clima storico non è più in Italia, come in nessun altro paese del mondo, favorevole a pazzi sperimenti comunisti; sanno che anche i più deboli uomini di governo prenderebbero coraggio contro gli imitatori in ritardo di Mosca, sentendosi forti del consenso della grande maggioranza di coloro che hanno fatto la guerra, delle classi medie ed anche delle schiere migliori dei lavoratori. Temono invece le rivoluzioni a ripetizione, le minacce continue, i colpi di testa farinacciani. Temono la reazione dell'odio accumulato contro le lunghe prepotenze di chi si erige al disopra della legge. Al tempo della licenza, le classi medie risparmiatrici le quali sono le vere fornitrici di capitali ai grandi industriali, si dilettavano a parlar male del parlamento e dei giornali; ma ora sommessamente confessano che, dopotutto, la tribuna parlamentare e quella giornalistica sono preziose valvole di sicurezza contro il malcontento. Tolte queste valvole, che cosa rimane fuorché il contrapporsi di violenza a violenza? Tra i diversi modi di reagire alla febbre bolscevica, le borse, pur composte in maggioranza di adoratori del pugno forte, agiscono - ed è questo soltanto che monta - come se fossero persuase invece che il metodo inglese o francese della discussione, della libera manifestazione del pensiero per mezzo della stampa sia alla lunga più rassicurante del metodo della forza.
Non a torto corre nel mondo dei finanzieri un vago senso di malessere che induce gli speculatori ad alleggerire le posizioni, a stare ad aspettare. Lo speculatore valuta zero il passato. Quel che conta è solo l'avvenire. Si vorrebbe vedere nell'avvenire sicurezza, tranquillità, non imposte con le minacce, ma conquistate con la persuasione. Non pochi temono che l'ondata, rovesciandosi, colpisca in pieno l'industria, considerata responsabile degli eccessi peggiori del regime di coercizione. L'opinione pubblica, è inutile tacerlo, considera in blocco con sospetto gli industriali. Quando si è veduto che i finanziatori del giornale di Filippelli erano grandi industriali, quando si parla correntemente di acquisti fatti a colpi di milioni di quotidiani atti a influenzare o fabbricare la pubblica opinione; quando si vede che i soli giornali i quali abbiano plaudito al decreto sulla stampa sono quelli di cui non sono chiare le origini finanziarie ed i quali hanno d'uopo per vivere, di generosi sacrifici pecuniari dell'alta finanza; quando si ricordano le circolari della confederazione dell'industria e del commercio incitanti a versare fondi di propaganda durante le elezioni a favore del partito dominante, è facile l'illazione: dunque l'industria non può vivere se non provvede a crearsi un ambiente favorevole; dunque il capitalismo trae le sue ragioni di esistenza dalla corruzione, dagli affari conchiusi con lo stato od attraverso i governi; dunque si sopprime la libertà di stampa allo scopo di consentire ai ricchi di sfruttare il popolo con contratti leonini e con protezioni jugulatorie.
L'accusa ed il sospetto non toccano la grandissima maggioranza degli industriali, degli agricoltori e dei banchieri italiani, i quali vivono di un lavoro sano e fecondo. Ma il terribile si è che questa grandissima maggioranza non veda il pericolo a cui va incontro col non separare nettamente le proprie sorti da quelle dei pochi profittatori ed interessati all'oscurità ed al silenzio. No. L'industria italiana non vive di lavori pubblici, non vive di favori governativi; di fatto non è per lo più neppure vantaggiata dalla protezione governativa. L'industria italiana non ha perciò paura del bolscevismo: chi ha le mani nette, chi vive del proprio lavoro, chi è necessario in una organizzazione economica sana, non può essere soppresso. Faccia a faccia con gli operai, in aperto dibattito, l'industriale creatore di vigorose imprese industriali non dovrebbe temere di vedere negata la sua ragion d'essere.
Ciononostante egli può commettere suicidio. Per debolezza, per lasciar correre, per non aver fastidi, gli industriali italiani hanno commesso la propria rappresentanza ad alcuni pochi, i quali reputano atto supremo di saggezza comprar la pace giorno per giorno, propiziarsi con tributo adeguato i potenti della terra, ottenere per largizione ciò che avrebbero diritto di pretendere per giustizia. Stiano attenti i mal consigliati! Se c'è qualcosa che oggi in Italia possa rendere l'animo delle moltitudini favorevole nuovamente a barbare teorie orientali, sconfessate oramai da tutti i capi responsabili del movimento operaio del mondo occidentale, questo qualcosa non è l'attrattiva del vangelo di Mosca; è la repulsione verso le prediche di violenza e di compressione. Gli industriali, i finanzieri, i quali si rallegrano della scomparsa assoluta degli scioperi dopo la marcia su Roma e solo per questo affermano la loro solidarietà ad ogni costo anche cogli estremisti del fascismo, paiono ciechi. Ben fragili sono le fondamenta di mercati finanziari che riposano su un terreno così sdrucciolevole. Non senza ragione i valori di borsa rifiutano di salire più in su. Risaliranno, nel giorno in cui, - essendo pienamente liberi gli operai di abbandonare il lavoro sotto la guida di quei qualunque condottieri, bianchi, rossi o tricolorati, che liberamente essi si saranno scelti - gli scioperi non avranno luogo od avranno luogo in scarso numero perché industriali lungimiranti avranno saputo evitare a tempo la sciagura, con trattative accorte, con sforzi vittoriosi per concedere il massimo possibile alle maestranze, pur facendo vigoreggiare l'intrapresa. Se si ficca lo sguardo in fondo, la preferenza di tanti industriali per la pace sociale imposta dal governo e consigliata dall'amore del quieto vivere. Vogliono lavorare, essi dicono, e non essere seccati da memoriali, da leghe, da discussioni, che fanno perder tempo. Eppure, bisogna rassegnarsi. Per governare un'industria oggi non basta essere valentissimi tecnici e commercianti accorti. Importa altrettanto e forse più, essere condottieri di uomini. Non si lavora per produrre tessuti o rotaie o frumento, sibbene per creare condizioni di vita sempre più alte per tutti coloro, dai capi ai gregari, che partecipano alla produzione. E tra queste condizioni di vita, insieme col pane, forse più del pane medesimo, va annoverata la dignità di uomo libero. Gli industriali italiani non sono oppressori. L'accusa, che fu ad essi rivolta, è ingiusta. Ma essi devono evitare pur l'apparenza di esserlo. La politica del silenzio, in momenti così drammatici, delle rappresentanze industriali, prende, agli occhi del pubblico, aspetto servile. Non è pericolosissimo far pensare agli operai che il proprio avvilimento sia il prezzo della compiacenza padronale? 

mercoledì 29 agosto 2018

Omaggio a Marina Camatini, scienziata tenace

Bisogna avere un grande rispetto per gli scienziati, per coloro che studiano tutta la vita alla ricerca del vero (che è sempre parziale, come ci insegna l'epistemologia, fino a che un nuovo studio dimostra la falsità delle affermazioni precedenti). Lo studio è incessante, fino alla fine della propria vita. La passione è così forte che tutto passa in secondo piano.
Credo che il degrado italiano sia iniziato quando Beppe Grillo, comico, già condannato in via definitiva per omicidio colposo, abbia potuto dare della "puttana" a Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, nonché senatrice a vita.
E' per questa stima che nutro verso i ricercatori che dedico questo post alla prof.ssa Marina Camatini, scomparsa qualche giorno fa, scienziata tenace, donna esigente e volitiva, severa (anche con se stessa), con grandi risorse cognitive, già docente ordinario di biologa cellulare, tra le fondatrici dell'Università degli Studi Milano Bicocca, già primo direttore del Dipartimento di Scienze dell'Ambiente e della Terra.
Tra i necrologi sul "Corriere della Sera", uno mi ha colpito in particolare, di Paolo Galli: "Oggi in Bicocca è come se mancasse un edificio, ci mancheranno i suoi giudizi taglienti". Il suo Dipartimento ha scritto: "La prof.ssa Camatini è stata un personaggio di grande rilievo nell'ambito della didattica e della ricerca...Oltre al suo grande valore scientifico, era anche una donna di rigore, di pragmatismo e di forti opinioni".
Marina è stata pioniera nella ricerca sugli effetti dell'inquinamento dell'aria, ha fondato il centro di ricerca Polaris, Polveri in Ambiente e Rischio per la Salute ed il suo contributo è stato fondamentale allo sviluppo dell'iniziativa BASE (Bicocca Ambiente Società Economia). Il Centro di Ricerca POLARIS studia impatti di diversa origine su ambiente e salute, propone criteri di gestione sostenibile di tematiche ambientali e fornisce strumenti utili ad orientare le politiche di governo del territorio. Collabora con aziende ed enti di ricerca per agevolare il trasferimento tecnologico tra Università e Impresa.
Il consiglio scientifico di Polaris nell'esprimere profondo cordoglio per la scomparsa della prof.ssa Camatini, ha scritto che "il suo entusiasmo e la capacità di innovare rimarranno di esempio". Ecco di cosa abbiamo bisogno. Di esempi. Positivi.
In Lombardia la battaglia contro l'inquinamento dell'aria è sempre stata vista come ancillare. La sensibilità è mancata, anche da parte della popolazione. La politica ha sempre visto i ricercatori come dei nemici, in combutta con i funzionari dell'Unione Europea, intenti a multare le regioni inadempienti ai progetti diretti a migliorare la qualità dell'aria.
Quando nel 2012 mi candidai come consigliere regionale nella Lista Civica "Per Ambrosoli Presidente" in Lombardia, ebbi modo di confrontarmi con la prof.ssa Camatini, la quale mi illustrò come la politica cercasse di mitigare la misurazione corretta dei livelli di inquinamento. Se si istalla un rilevatore in viale Abruzzi ad "altezza passeggino", è ben diverso da metterlo alla montagnetta di San Siro.
Con il presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, il "Celeste", colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo per vent'anni, i rapporti non devono essere stati facili, anche perché Marina, era una scienziata "ricca di personalità e di obiettivi" (Rettore di Milano Bicocca, cit.)
I suoi giudizi - al telefono con me - erano sferzanti, ma sempre venati da un tratto di ironia.
Io che l'ho conosciuta grazie al figlio Alessandro - amico di una vita - posso dire che fosse una donna speciale, che ha dedicato la sua vita alla famiglia e alla ricerca. Come ha detto Alessandro stamane in chiesa, trattenendo a fatica l'emozione, "è stata sia un'esploratrice che una docente appassionata, sempre caratterizzata da una spasmodica curiosità".
Fuori dalla chiesa si formano i capannelli, dove ognuno porta il suo ricordo. Marco esprime il suo plauso per la capacità di Marina di esprimere sempre la sua opinione con franchezza, senza giri di parole, ma senza giudicare. Allora mi permetto di citare un aforisma di Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano, il promotore del "New Deal" dopo la crisi seguita al "Great Crash" del 1929: "Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone". Marina, by far, si concentrava sulle idee, e con la dovuta energia, promuoveva iniziative dense di senso. Pensiero e azione mazziniani.
Al termine della sua carriera quarantennale in Banca d'Italia, Paolo Baffi scrisse a un suo corrispondente quanto gli mancarono, da direttore generale e da governatore, "le verdi pasture della ricerca". Chi ama lo studio, è ossessionato ("Only the paranoids survive", scriveva il fondatore di Intel Andy Grove). Non si accontenta mai. E' il bello del life long learning.
 
Rita Levi Montalcini
In un frangente triste della storia italiana, in cui "uno vale uno", chi ha un Phd deve subire gli attacchi di un non-laureato neanche troppo intelligente, l'Italia ha bisogno come il pane di scienziati, di persone che ragionino in modo logico, che sappiano quanto lo studio sia fonte di grandi soddisfazioni e di grande progresso economico e civile. Chi non rispetta gli studiosi, è destinato (forse, purtroppo, in là nel tempo) a soccombere.

Ai figli Alessandro e Stefano e al marito Paolo (avversario in tante partite al Fantacalcio), che per tanti anni ha vissuto con gioia al fianco di Marina, "donna eccezionale", il mio forte e sincero abbraccio.

Cara Marina, ti sia lieve la terra.

giovedì 2 agosto 2018

Un libro per l'estate: "Marchionne lo straniero" di Paolo Bricco


La morte improvvisa di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (FCA) il 25 luglio scorso ha colpito moltissimo gli italiani, che hanno visto la scomparsa del manager-imprenditore (Dopo la «distruzione creativa» schumpeteriana compiuta in Fiat, ha senso definirlo imprenditore) come un'ingiustizia nei confronti di una persona che non ha avuto tempo di "godersi la vita".
Niente di più sbagliato. Marchionne amava il suo lavoro, non lo mollava mai, solo un week-end negli ultimi 3 anni, era la sua vita, il suo riscatto.
Un profilo notevole, frutto di un lavoro di tre anni (altro che instant book!), ce lo porge il giornalista e storico Paolo Bricco nel volume "Marchionne lo straniero" (Rizzoli, 2018), già autore di un volume pregevole: "L'Olivetti dell'Ingegnere" (il Mulino, 2014). Sono passati al microscopio i quattordici anni di Marchionne in Fiat, i nove in Chrysler: "Anni di confronto costante e duro, vitale e feroce con la morte e con la vita. Essere o non essere".
Si parte dalla negoziazione con General Motors nel 2004 per arrivare alla trattativa diretta con Barack Obama per salvare Chrysler per arrivare alla quotazioni di Ferrari. Oggi FCA capitalizza 10 volte tanto dall'arrivo di Marchionne, nato a Chieti, figlio di un carabiniere (Concezio) e di un'esule istriana (Maria Zuccon).
Io che ho sempre tifato per Marchionne, non ho potuto che apprezzare. Credo anche che gli italiani non abbiamo capito quanto sia stato rivoluzionario Marchionne (vedi Fabiano Schiavardi su lavoce.info, che lo definisce "l'incompreso"). E' corretto definirlo "marziano" (Sandro Trento, cit.) o "straniero".
Ho trovato decisive le parole scritte su Marchionne dal direttore di Repubblica Mario Calabresi: «Marchionne aveva fame, quella voglia di rivalsa e di affermazione che nasce dalla fatica e dall’emigrazione», per anni - una volta trasferitosi in Canada - non aveva il coraggio di parlare in inglese con le ragazze. Questo fatto ha creato le condizioni per la successiva rivincita. E che rivalsa!

Così chiude Bricco il suo pregevole volume:

Enzo Ferrari
"La caduta e l'ascesa. La vita e la morte. Chissà che cosa avrebbe pensato di tutto questo - non fra la via Emilia e il West, ma fra l'Italia e il Midwest - un altro grande giocatore assimilabile in qualche odo a Marchionne. Quell'Enzo Ferrari che così Enzo Biagi descriveva nella sua biografia pubblicata da Rizzoli nel 1980:"Mi sembra uno di quei personaggi del West, avventurosi, forti prepotenti, drammatici, che allevavano bestiame, costruivano ferrovie, scoprivano il petrolio, e portavano in sé, fino all'epilogo, visioni di conquiste e struggenti passioni". E' in fondo il ritratto di Sergio Marchionne, l'uomo che ha cambiato l'industria internazionale dell'auto e che, da poco più di niente, ha fondato e costruito Fca.
Fino all'epilogo della morte. Triste, solitario y final". Più volte Marchionne ha dichiarato di sentirsi solo nelle scelte decisive: "La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo“.

Così chiude Bricco, con una citazione del bellissimo romanzo di Osvaldo Soriano

Cari lettori, trovate il tempo di comprare (si trova anche in edicola con il Corriere della Sera) il volume su Marchionne, una storia affascinante che merita di essere conosciuta.
Buona estate e arrivederci a settembre.

martedì 26 giugno 2018

Da Cavour a Donald Trump: dazi doganali e nazionalismo non portano da nessuna parte

Viviamo tempi di chiusura, di diffidenza verso gli altri Paesi, verso lo straniero. La crisi partita nel 2008 ha colpito il ceto medio nei Paesi sviluppati, che non riesce a festeggiare (ne avrebbe motivo) l'uscita di miliardi di persone - grazie alla globalizzazione - dalla miseria.
In queste condizioni ha buon gioco chi propone dazi doganali, chiusura delle frontiere, nazionalismi che credevamo morti e sepolti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato, dopo la sua elezione, una battaglia per ridurre il deficit commerciale americano, pari nel 2017 a 566 miliardi di dollari.  In surplus con gli States ovviamente la Cina, e a seguire Giappone, UE e Messico. Se il motto di Trump è "America first", e al contempo l'America ha deciso di servirsi della Cina a livello manifatturiero, riesce difficile pensare che le cose possano cambiare.
L'ultima iniziativa statunitense prevede dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%) provenienti dalla UE. Oggi Trump ha accusato Harley Davidson di delocalizzare in Europa e danneggiare gli Stati Uniti. "The Donald" cerca di plagiare il suo elettorato, i blue collar: insiste nel vole disegnare la geografia produttiva. Vorrebbe che le auto tedesche vendute sul suolo americano siano prodotte negli States.
Il rischio di escalation non è banale. Non dimentichiamo che la crisi degli anni '30 nacque per i protezionismi reciproci. Oggi il mondo rischia un calo nell'interscambio commerciale, che si rifletterebbe necessariamente sul Pil. Il clima di incertezza aumenta proprio quando la congiuntura europea sembrava aver preso forza.

Per un Paese esportatore come l'Italia che nel 2017 ha conseguito un avanzo commerciale (esportazioni-importazioni) pari a 47,5 miliardi di euro, proporre uno stop ai trattati di libero scambio - come ha recentemente paventato il ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio in relazione al Ceta, accordo tra Canada e Unione Europea - è una follia.

Ha fatto bene Alessandro De Nicola su Repubblica a ricordare al ministro le parole di Carlo Cattaneo contro il nazionalismo economico pubblicate oltre 150 anni fa sulla rivista "Il Politecnico": "Non si fabbrica un'auna di Merletti a Malines, che Bergamo non tessa nello stesso tempo un'auna di cotone, Aleppo una di mussolina. Una verga di ferro esce dalla miniere di Upland, e nello stesso istante Brescia estrae un fucile dalla fornace, Birmingham un'ancora marina, Bristol una pioggia di fili metallici. Così ogni uomo risponde all'altro uomo: ogni colpo di martello ha la sua riscossa lontana".

Camillo Benso Conte di Cavour la pensava come Cattaneo e infatti, uomo di cultura europea, ribadì la sua linea di apertura dei mercati come stimolo all'innovazione industriale. Sono i settori aperti alla concorrenza che ottengono i maggiori incrementi nella produttività. Cavour aprì a una politica commerciale che respingeva il protezionismo dei passati ducati e regni italiani: doveva vincere il libero scambio attraverso una graduale riduzione delle tariffe, che conduce a una maggiore specializzazione delle imprese, che aumentano la loro competitività in mercati non più solo domestici.
Cavour scrive: "Quale era la cagione che metteva nel 1850 i nostri industriali in una condizione di inferiorità rispetto ai fabbricanti esteri, e specialmente ai fabbricanti inglesi? Non era il difetto di intelligenza...non era il difetto di forza motrice...ma era la ristrettezza del mercato"(cfr. Patrizio Bianchi, Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell'Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2017, p. 17).

Francois Mitterand
Come disse in un memorabile intervento al Parlamento europeo di Strasburgo Francois Mitterand nel 1995, "il nazionalismo è guerra": Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro".

lunedì 18 giugno 2018

Un tempo si stava meglio? Giammai. Si stava malissimo

La mia formidabile insegnante di lettere consigliava sempre di diffidare da coloro che ci dipingono il passato come dorato. La nostalgia per i bei tempi andati non ha senso. Un tempo si stava molto peggio di oggi.
Un volume recente del filosofo francese Michel Serres (classe 1930) - Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) - mette in luce quanto siamo fortunati a vivere i tempi di oggi.
Mettiamo in fila qualche fatto:
- l'incremento verticale della speranza di vita;
- settant'anni di pace in Europa, cosa mai accaduta (la calma della pace spinge all'oblio);
- il virus della poliomielite è scomparso (sebbene i no-vax spingono per un suo ritorno); Serres scrive: "Non c'era sanità pubblica, i poveri soffrivano senza cure, i ricchi non se la passavano molto meglio; ...siccome non esistevano né analgesici, né antinfiammatori, bisognava sopportare il dolore; si cavavano i denti senza anestesia. Ho conosciuto due o tre generazioni di sdentati che si nutrivano solo di brodini".
- una volta si pisciava dove si poteva, il livello di igiene era infimo, diventò una pratica generalizzata solo molto dopo gli anni cinquanta. "Chi si lavava i denti mattina e sera?", scrive Serres. La maggioranza degli edifici non disponeva né di acqua corrente né di doccia. Negli anni trenta la rivista "Elle" si lanciò con clamore a raccomandare alla donne di cambiarsi le mutande tutte le mattine. Molti erano scandalizzati, la maggioranza trovava impossibile quella bella pretesa;
- siccome la terra è bassa, chi lavorava la terra (la maggioranza della popolazione) soffriva di mal di schiena. La sera di tornava a casa stremati. Adesso siamo costretti a fare jogging, per supplire all'assenza di sforzo fisico.
- la sicurezza alimentare. Serres ricorda che in famiglia avevano la sciolta almeno sei volte l'anno: "quando eravamo in collegio, la pasta brulicava di vermi. Ah, la biodiversità";
- i letti erano freddi. Senza riscaldamento, le camere restavano gelide per tutto l'inverno. "Infilarsi tra le lenzuola umide e fredde rasentava l'eroismo";
- la sessualità? Non se ne poteva parlare. In nessun modo. Tabù. La sifilide e le altre malattie veneree imperversavano e uccidevano una percentuale significativa della popolazione, senza possibilità di guarire;
- se oggi siamo sopraffatti dal presentismo, dall'immediatezza, dalle comunicazioni intense e dinamiche (ci irritiamo verso chi non risponde subito su whatsapp), un tempo non si faceva che aspettare, consumati dalla pazienza. L'immediatezza dell'appagamento non viene valorizzata a sufficienza.
Serres, membro dell'Académie Francaise, già docente di Storia della scienza a Stanford University,
chiude così le sue agili e intense riflessioni:
"Care Pollicine, cari Pollicini, non ditelo ai vecchi come me, è molto meglio oggi: la pace, la longevità, la pace, gli antidolorifici, la pace, il welfare, la pace, la sorveglianza alimentare, la pace, l'igiene e le cure palliative, la pace, i viaggi, la pace, le comunicazioni condivise, la pace, la vecchia tumescenza delle istituzioni dinosauro...".

Quando incontrate qualcuno che esclama "Un tempo si stava meglio", allontanatevi subito, non sa proprio come era terribile il passato. E di questi tempi, dove uno vale uno e l'ignoranza sembra vincere sull'incompetenza, leggere Michel Serres è una boccata di aria buona di montagna.

martedì 29 maggio 2018

Cronaca da un Paese che ha perso la capacità di pensare, dove la logica non vale più

Paolo Savona
Dopo aver letto i giornali sabato mattina, e aver visto che prendeva piede la candidatura a ministro dell'Economia del prof. Paolo Savona, ho deciso di dire la mia. Ho chiamato quindi Alberto Annicchiarico, valente giornalista del Sole 24 Ore e curatore del blog Econopoly per chiedergli ospitalità. In questo Paese schierarsi è raro perché si temono vendette e ripicche. Avendo letto Louis Brandeis, consigliere della Corte Suprema all'inizio del '900, ho preso coraggio e mi sono messo alla tastiera del computer.
Intanto cosa diceva Brandeis? "La più grave minaccia alla libertà è un popolo inerte; la discussione pubblica è un dovere politico". Cass Sunstein scrive: "Se i cittadini sono inerti, è a rischio la libertà stessa...ognuno di noi ha dei diritti e doveri in quanto cittadino, e non semplicemente in quanto consumatore" (#Repubblic- La democrazia ai tempi dei social media, il Mulino, 2017, p. 73).

Dopo due ore di riflessione e scrittura, il mio pezzo dal titolo "Perché il prof. Paolo Savona è inadatto a fare il ministro dell'Economia" - è pronto. Lo mando subito ad Alberto, con l'intesa che l'avrebbe pubblicato l'indomani. Ma intanto sulla rete impazzava la polemica su Savona, su twitter i leghisti spingevano l'hashtag #noivogliamoSavona, per cui abbiamo deciso di accelerare e pubblicarlo subito, verso le 19.
Ho capito subito che avremmo spaccato. Il mio cellulare ha iniziato a ricevere notifiche, mail, commenti facebook a ripetizione. A fine serata, con la finale di Champions League in mezzo, eravamo già a 22mila pagine lette. Domenica mattina alle 10.30 i lettori salivano a 77mila. La batteria del cellulare dava segnali di stanchezza (a martedì mattina i lettori sono stati più di 300mila, cosa mai vista).
Ma cosa dicevo nell'articolo pubblicato su Econopoly, dal titolo "Perché il prof. Paolo Savona è inadatto a fare il ministro dell'Economia? Il titolo ricorda un po' la copertina dell'Economist su Berlusconi ("Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy", 26 aprile 2001).
In sintesi scrivevo che la credibilità è tutto e che il Prof. Savona la credibilità l'ha persa da un pezzo: "Savona dopo le dichiarazioni degli ultimi quattro anni contro questa Europa, è percepito – giusto o sbagliato che sia – dai mercati come una minaccia per la stabilità finanziaria dell’Italia. Se non si fa da parte lui, se Mattarella desse il via libera a Savona, ci penseranno i mercati a fuggire, a “votare con i piedi” (Albert Hirschman, cit.), a vendere le attività emesse dalla Repubblica italiana, con al seguito le emissioni corporate, come è giusto che sia. Se hai debiti, se vuoi indebitarti à gogo, devi sempre trovare qualcuno che i soldi te li presti. Se i creditori vengono considerati dei baluba con l’anello al naso e la sveglia al collo, Di Maio e Salvini ne vedranno delle belle. E noi, purtroppo, assisteremo allo scempio dei nostri risparmi".

Nella giornata di domenica, il prof. Savona ha sentito l'esigenza di ribadire il suo pensiero, con un comunicato pubblicato sul sito Scenarieconomici.it, un luogo virtuale che più no-euro non si può. Secondo i suoi sostenitori, il comunicato faceva decadere tutte le perplessità sulle intenzioni no-euro del professore. Il messaggio, invece, era assolutamente, e volutamente ("non potevo rinnegare i miei principi", ha detto Savona) rivoluzionario. Vediamo perché.
1. Savona scrive che bisogna modificare lo statuto della Banca Centrale Europea. Come è noto la Bce ha un unico obiettivo, la stabilità monetaria. Invocare il "dual mandate" è scriteriato. Vuol dire non avere chiaro in mente cosa significa per i tedeschi l'iperinflazione.
Castello Sforzesco, Milano, sede del Consiglio Europeo 1985
Elias Canetti in modo magistrale in Massa e Potere (Adelphi, 1981) spiega come l’iperinflazione abbia effetti sconvolgenti e i suoi effetti non sono limitati al momento stesso in cui si verifica. “Improvvisamente l’unità di denaro perde la sua personalità, e si trasforma in una massa crescente di unità che hanno sempre meno valore, quanto più grande è la massa. Si hanno d’improvviso in mano milioni che si sarebbero sempre posseduti così volentieri; ma essi non sono più tali, conservano soltanto il nome. E come è possibile contare fino a qualsiasi cifra, così il denaro può svalutarsi fino al più infimo grado....L’uomo che vi aveva riposto la sua fiducia non può fare a meno di sentire come proprio il suo svilimento. A causa dell’inflazione, tutte le cose esteriori sono coinvolte nell’oscillazione, nulla è sicuro, l’uomo stesso è sminuito. ...La massa si sente svalutata poichè il milione è svalutato”. Canetti aggiunge che “difficilmente i tedeschi sarebbero giunti a tanto (nel trattamento degli ebrei, ndr) se pochi anni prima non avessero sperimentato un’inflazione a causa della quale il valore del marco calò nella misura di un bilione. Sugli ebrei essi scaricarono quella inflazione come fenomeno di massa”.

2. Il prof. Savona invoca addirittura lo scioglimento del Consiglio Europeo, massimo organo dell'Unione Europea, da cui derivano tutti i passi in avanti che sono stati fatti dal 1957.
Tra i tanti Consigli Europei, non dimentichiamo quello di Milano nel giugno 1985, dove al Castello Sforzesco Bettino Craxi mise in minoranza Margaret Thatcher. L'Atto unico europeo del 1988 nacque a Milano.

Francesco Cossiga
A fronte di queste proposte deliranti e inattuabili, sottoscrivo parola per parola le parole di Mario Seminerio, che sul suo blog Phastidio.net ha scritto: "Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l'ego e il mondo psichico di un economista, soprattutto di quello in là con gli anni". Se volete approfondire la biografia di Paolo Savona, un uomo del Bildenberg che vede complotti, un uomo alla caccia di poltrone (grazie a Francesco Cossiga, sardo come lui, ne ha avute tantissime), leggetevi Johannes Buckler.

La giornata sui mercati di lunedì non poteva che finire che negativa. Il genio (idea no-euro) è uscito dalla bottiglia e ora i creditori internazionali esigono un maggiore premio per il rischio.
La sintesi del mese di maggio è la seguente:
- borsa italiana -8,5%;
- borsa tedesca +2%;
- borsa americana +2,4%;
- costo del debito a 2 anni per l'Italia salito dell'1,2%.

Come scrive BigToto - un investment manager sotto traccia - ha scritto con lucidità su twitter: "il cialtronismo sovranista consuma il risparmio degli italiani, i maggiori costi per il debito porteranno nuove tasse. Numeri. non parole".
Lunedì sera Paolo Savona ha voluto ancora surriscaldare gli animi con un altro comunicato, inconsistente come il precedente. Come ha scritto l'immenso Philip Roth, "l'incipit è tutto", e l'incipit di Savona recita così: "Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese". E sullo stesso stesso sito in grande evidenza un post intitolato "Arriva Carcarlo Piercottarelli". Che eleganza! Che rispetto per le istituzioni.
Ma sì, aizziamo gli animi, così Di Maio, Di Battista e Salvini possono invocare i torti subiti (quali?), l'impeachment e invitare gli italiani a mettere la bandiera alle finestre. Anche i leghisti cambiano idea facilmente. Vi ricordate quando Umberto Bossi affermò: "Quando vedo il tricolore, lo uso per pulirmi il culo"?

La logica vale ancora in questo Paese?. Il principio di non contraddizione dove è finito?
Mattia Feltri stamane sulla Stampa riporta queste due dichiarazioni del leader pentastellato Di Maio:
"Luigi Di Maio, in collegamento con Sky, scorso 18 febbraio: «Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli». Forse, come hanno scritto alcuni quirinalisti, Sergio Mattarella ha incaricato Cottarelli, così amato dal Movimento, per non dispiacergli troppo. Se è così, una bella ingenuità. Lo stesso identico Luigi Di Maio, ieri: «Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità». Usare gli strumenti della logica non ha più nessuna logica. Pensare a Cottarelli per la ragione che il Movimento parlò bene di Cottarelli è una ragione irragionevole".

Le prime affermazioni favorevoli di Di Maio a favore di Cottarelli hanno concorso il presidente Mattarella a dargli l'incarico. Mattarella usa la logica. Ma con i grillini la logica non vale. Adesso ripudiamo Cottarelli e lo considerano un servo del Fondo Monetario Internazionale!

Questa passione degli italiani per l'abisso che si apre sotto i piedi non lo capirò mai.

mercoledì 2 maggio 2018

La Battaglia d'Inghilterra, Schuman e il 9 maggio dell'Europa: perchè non organizziamo un "No Europe Day"?

Europa e Zeus
Quando mi invitano nelle scuole medie milanesi a parlare di Europa, per stimolare all'ascolto i ragazzi, mi collego con youtube e faccio partire un emozionante racconto video realizzato dalla Banca Centrale Europea (e tradotto in tutte le lingue della UE) dove si traccia a grandi linee la storia della BCE, l'organo che definisce la politica monetaria dell'Eurozona.
Qual è la prima immagine del filmato? Gli aerei sopra i cieli d'Europa (della Luftwaffe o della Royal Air Force-RAF) che resistono da eroi nella famosissima Battaglia d'Inghilterra (1940). Non si può capire la storia dell'Europa se non si torna ai tragici eventi e ai milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale. La voce sotto le immagini spiega così: "Dopo due guerre mondiali in meno di un secolo, molti politici europei tentarono di individuare i mezzi per il ripetersi di tale catastrofe.
Sono tanti i politici in Europa (in Italia abbiamo dei veri e propri campioni) che hanno approfittato della crisi economica mondiale per dare la colpa alle autorità europee. Sono in molti che vogliono tornare indietro, al cosiddetto sovranismo (si consiglia la lettura di Stefano Feltri, Populismo sovrano, Einaudi), alla politica della spesa infinita, alle svalutazioni competitive, all'inflazione a due cifre che falcidiava i risparmi ma beneficiava chi si poteva indebitare con le banche e comprare immobili a leva.
Siamo così abituati ai vantaggi che ci vengono dall'Unione Europea, che facciamo finta che non esistano. Ha fatto molto bene Beppe Severgnini sulla prima pagina del New York Times dello scorso 27 aprile a rimarcare quanto siamo fortunati a vivere pacificamente in Europa. L'Unione Europea è stata pensata e costruita per evitare altre guerre, ve lo volete mettere in testa? Quanta lungimiranza in Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, che al confino all'Isola di Ventotene elaborarono nel 1941 (sotto ancora il regime fascista) il Manifesto per un'Europa libera e unita!
Ci ricordiamo eccome del comico (oggi politico) Beppe Grillo che invoca l'uscita dell'Italia dall'Euro, che avrebbe distrutto l'economia italiana. Cosa senza senso visto che l'Italia ha iniziato ad arrancare dalla fine degli anni Ottanta, molti prima dell'ingresso nell'euro (virtuale) il 1° gennaio 1999 (questo grazie alla formidabile "performance of his life" di Carlo Azeglio Ciampi all'Ecofin del 24 novembre 1996). La realtà raccontata dai clown è molto diversa dalla realtà vera.
Severgnini scrive: "For almost 60 years, Italian voters had seen the European Union as a dull but reliable babysitter who would ultimately take care of those rowdy Italian politicians". .Gli italiani hanno bisogno di una badante, perché altrimenti spendono e sprecano tutto quello che hanno.
Siamo sempre pronti a criticare l'Europa che invoca il rispetto dei Trattati, dimentichiamo in un attimo tutti i vantaggi creati dall'Unione. Severgnini efficacemente spiega: "What about the union’s very substantial achievements? It’s created common standards in areas from home safety to cellphone roaming; it’s allowed people to trade, work and live where they please; it protects agriculture and fishing; it’s helped millions of students spend time abroad. And it’s enabled 28 countries to speak with one voice and be respected — as Microsoft, Google and Facebook know well".

Mancano pochi giorni al 9 maggio, una data importante poiché quel giorno del 1950 il ministro degli esteri francese Robert Schuman propose di mettere a fattor comune il carbone e l'acciaio di Francia e Germania, i motori della macchina da guerra. Da lì a poco (1951) nascerà la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (Ceca).
Severgnini propone provocatoriamente che il 9 maggio venga proclamato il "No Europe Day", per cui quel giorno vengano sospesi tutti i risultati dell'Unione Europea: reintrodotte le bariiere ai confini di ogni Stato, roaming e cellulari che non funzionano, calciatori che non possono giocare se non nel loro Stato, dazi doganali. "One day would be enough to remind its citizens what Europe is about".

In un memorabile discorso nel 1995 davanti al Parlamento Europeo, il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand disse che il "Nazionalismo significa guerra", non dimentichiamocelo mai:
"Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro".
 
Chissà se Luigi di Maio, col suo uso forbito delle lingue apprese durante l'accompagnamento dei vip allo stadio San Paolo di Napoli abbia mai sentito parlare di Schuman, Monnet, Adenauer. O De Gasperi. Qualcuno glielo spieghi.

lunedì 23 aprile 2018

Renato Vallanzasca: un killer spietato merita la semilibertà?

Vallanzasca e Turatello
Renato Vallanzasca, recita Wikipedia, è un criminale italiano, autore negli anni settanta e seguenti, di numerosi sequestri. E' stato condannato complessivamente a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Renato inizia a delinquere a soli 8 anni quando con un compagno cerca di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone vicino a casa sua. Verrà portato il giorno dopo al Beccaria, il carcere minorile. Non c'è che dire, un buon inizio a soli 8 anni.

Successivamente, dopo aver frequentato le bande del Giambellino, la "ligéra", la vecchia mala milanese, decide di mettersi in proprio e fonda la Banda della Comasina, che diventa il più feroce gruppo criminale di Milano, contrapponendosi alla banda di Francis Turatello.
Sono oltre settanta le rapine che Vallanzasca e la sua banda mettono a frutto, senza contare i sequestri di persona (famoso quello a Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese). Nel 1977 al casello di Dalmine, fermati a un posto di blocco Vallanzasca, con Michele Giglio e Antonio Furlato, spara. Nello scontro a fuoco muoiono i due agenti di polizia Luigi D'Andrea e Renato Barborini.
Seguono arresti e fughe. Risse in carcere, vendette e addirittura decapitazioni (Massimo Loi, che aveva deciso di collaborare con Achille Serra), evasioni e catture. Un'epopea. Criminale.
Il sistema carcerario italiano prevede l'ergastolo effettivo solo in un numero limitato di casi. Infatti l'articolo 27 della Costituzione prevede espressamente che la pena debba mirare alla rieducazione del condannato.
Il giudice di sorveglianza nel 2010 diede parere favorevole a concedere a Vallanzasca il regime di semilibertà. Il 13 giugno 2014 Renato viene sorpreso in un supermercato a Milano con in una borsa biancheria intima e materiale da giardinaggio (non pagata, trattasi di taccheggio). Arrestato, processato per direttissima per il reato di rapina impropria, condannato a 10 mesi e 330 euro di multa. Gli viene revocata la semilibertà.
Attualmente Vallanzasca è recluso nel carcere di Bollate (uno dei migliori in Italia, grazie anche all'egregio lavoro compiuto da Lucia Castellano). 

Vallanzasca, dopo l'ennesimo arresto
Nei giorni scorsi Vallanzasca, tramite l'avvocato Davide Steccanella, ha chiesto di tornare a beneficiare della legge Gozzini, della semilibertà. So che alcuni imprecano e invocano il "buttar via la chiave". Ma occorre riflettere, non reagire in modo impulsivo. Per intanto, vale la pena di citare alcuni passaggi della memoria di Steccanella:
- Vallanzasca ha trascorso, seppur con qualche breve intervallo, l'intera propria esistenza in carcere: 45 anni di detenzione su 68 di vita;
- "La sua prima funzione della pena è certamente quella di assolvere ad una necessità afflittiva e in qualche modo "retributiva" del vulnus arrecato alla collettività, mentre la seconda, di non minore importanza, è invece quella di consentire e favorire in tutti i modi il successivo "recupero" sociale del reo deviante, finalizzandola al suo successivo reinserimento in quella comunità in precedenza vulnerata";
- in passato il ravvedimento non era necessario, era sufficiente la buona condotta. Qui Steccanella mostra la sua cultura storica citando Antonio Gramsci, che potè - per ragioni di salute - uscire dal carcere fascista nel 1934 senza abiurare (morirà nel 1937);
- sta al magistrato di sorveglianza valutare se il condannato è realmente cambiato;
- Vallanzasca ha iniziato nel febbraio 2017, su sua richiesta, un percorso di "mediazione" coordinato dall'equipe guidata dal criminologo prof. Adolfo Ceretti (di cui si segnala il volume a cura di G. Bertagna, A. Ceretti, C. Mazzuccato, Il libro dell'incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, il Saggiatore, 2015);
- I mediatori hanno fatto incontrare a Vallanzasca il figlio di un agente di polizia ucciso e la reazione è stata positiva, "essendo stato capace - anche oltre le aspettative - di creare un dialogo possibile e aperto intorno alla questione della responsabilità";
Vallanzasca oggi
- Vallanzasca ha instaurato un rapporto con una compagna che ha accompagnato il condannato anche nella "rivisitazione critica", "ha mantenuto proficui rapporti con gli operatori, confermandosi, pertanto, un valido e solido riferimento esterno";
- il prof. Ceretti conclude che "ravvisando un adeguato livello di ravvedimento, tenuto conto del percorso di mediazione penale, vista la rete esterna (lavoro, volontariato, affetti), si ritiene che il soggetto possa essere ammesso alla liberazione condizionale (o on subordine alla semilibertà".
Venerdì 20 aprile la procura generale di Milano non ravvisa un "sicuro ravvedimento" e respinge la richiesta di Vallanzasca.

Tempo fa ero rimasto molto colpito dal volume "Fine pena: ora" (Sellerio, 2015) scritto dal giudice Elvio Fassone sulla base della sua corrispondenza con l'ergastolano che aveva condannato. Non si può fermarsi a pensare quando Salvatore gli scrive: "Le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari facevo l'avvocato, ed ero pure bravo".
Fassone parla di "quella maledizione che lo ha timbrato fin dalla nascita, che costringe i nati nel suo Bronx a svolazzare e divincolarsi intorno al filo mortale per brevi anni di violenza, sino a che una scarica li raggiunge e li seppellisce".

Nelle pagine finali Fassone scrive: "Nessun individuo, noi compresi, è uguale a quell"'io" che era venti o trenta anni fa, e perciò è ragionevole che il nostro giudizio sia diverso a seconda che si appunti su quella o su questa figura. Nessuno - è stato scritto - è mai tutto in un gesto che compie, buono o cattivo che sia . Ciò che oggi sembra indegno di qualsiasi atteggiamento benevolo, può diventare creditore dopo molto tempo e moltissimo patire".

Io credo che il diniego dei benefici a Vallanzasca possa essere dovuto, come suggerisce Fassone nel capitolo  "Abolire l'ergastolo?" ai media, che ci mettono sotto gli occhi qualche crimine particolarmente efferato e le emozioni negative susseguenti insorgano con intensità ancora più forte travolgendo lo sforzo di riflessione e il senso di umanità.

Chi non è d'accordo, commenti. Grazie. Non esistono verità rivelate.