mercoledì 7 novembre 2018

Milano è un laboratorio di talenti. Marco Manzoni ne è un esempio lampante

Marco Manzoni
Lunedì 29 ottobre al Teatro Franco Parenti si è svolta la presentazione del volume di Marco Manzoni "Il tempo senza tempo della passione etica" (ed. Il Campano, 2018). Il libro raccoglie alcuni dei progetti culturali che hanno animato la vita di Milano negli ultimi 30 anni.
Manzoni, dopo aver diretto le relazioni esterne del Parenti dal 1975 al 1987, ha fondato Studio Oikos - progetti culturali e scientifici, il cui fil rouge è stato tenere insieme progettualità culturale e ricerca di senso.
C'era moltissima gente al Parenti l'altra sera, nonostante la pioggia battente. I relatori non hanno deluso.

Marco Vitale, nomen omen, ha ringraziato Manzoni per non essersi mai scoraggiato (di questi tempi, chi ha coraggio è un cittadino benemerito), per la profondità dei temi trattati, per essere stato capace di interessare tante persone di qualità.
L'economista d'impresa bresciano di nascita, ma milanese di adozione, sente di dover ringraziare anche Milano: "In quale altra città sarebbe stato possibile dar vita ad un cenacolo ideale di questo livello, ad attrarre tante persone di grande valore e moralità a testimoniare o solo a collaborare a questa operazione culturale lunga, tenace, disinteressata, coerente?" Arturo Colombo, professore di storia, scrittore e giornalista, parlava di famiglia dei "doverosi", di coloro che considerano fare il loro dovere più importante che esercitare dei diritti o soddisfare delle convenienze. Di questi tempi, incentrati sui diritti acquisiti, parlare di doveri è quanto mai opportuno. Avercene di "doverosi"!

Il caporedattore della pagine di Milano del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi ha ricordato Ermanno Olmi, il quale invitava a suonare le campane, a svegliare la gente dal torpore. Con Vitale, Schiavi si fece promotore anni fa, con il plauso dell'allora vescovo di Milano Mons. Dionigi Tettamanzi, dell'appello "Allarme Milano, allarme Italia". Milano si è poi risollevata. L'Italia è rimasta al palo. Vogliamo parlare di Roma e della sua imbarazzante sindaca?
Schiavi, con il sorriso bonario addolcito dalla barba bianca, dice in sintesi: "Dobbiamo tornare ad essere buoni cittadini". L'invito ricorda quanto sosteneva il vescovo patrono di Milano, Sant'Ambrogio: ""Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

Dei tanti progetti portati avanti da Marco Manzoni, a me piace ricordarne tre:

1."Il futuro della memoria" (2006).
Abbiamo bisogno di memoria perchè senza memoria non c'è futuro. Come ha scritto Salvatore Veca, la memoria si basa sulla storia e sulla conoscenza ,ma diventa memoria quando diventa conoscenza condivisa. Manzoni pone degli interrogativi sempiterni: "Perchè ricordiamo e che cosa ricordiamo? Chi decide cosa ricordare? Quale parte della nostra mente si prende la responsabilità di far restare in vita alcuni momenti del nostro passato, per far svolgere loro il compito di ordito attorno a cui tessere la nostra storia?".
2. Il convegno "Cesare Musatti. Il pensiero e l'umanità" del 1994, a cinque anni dalla scomparsa del padre della psicanalisi italiana. Nel volume di Manzoni si ricorda un passaggio particolarmente interessante dei "Girasoli" di Musatti: "Per ogni male dunque c'è un rimedio. Spero di aver potuto essere io un rimedio per lei (una ragazza sua paziente, ndr). Se lo sono stato è soltanto per averla fatta partecipare a questo allargamento della propria vita, con quella altrui: a questo accogliere gli altri in sé. Ora, giunto alla fine, mi assale, lo confesso, qualche dubbio.o qualcosa di acquisito, questa capacità di dare respiro e di ampiezza propria esistenza, partecipando a quella altrui?".
3. "Tempo e libro. Il futuro della lettura" (1991).
Manzoni scrive: "Il tempo rimane ancor oggi uno degli ultimi luoghi di una solitudine difficile da ritrovare in mezzo alla grande quantità di messaggi e strumenti di comunicazione presenti nella vita contemporanea". Nella velocità e vorticosità della vita di oggi, chi riesce a ritagliarsi del tempo per leggere è un privilegiato. Ma dipende solo da noi. Nel lontano 1991 intervennero Silvia Vegetti Finzi, Luca Formenton, Carlo Sini, Giuseppe Pontiggia, Roberto Calasso, Tiziano Barbieri, Giulio Bollati, Inge Feltrinelli, Vanni Scheiwiller, Mario Spagnol, Franco Ferrarotti, Furio Colombo, Giuseppe De Rita. Che parterre!
In occasione dell'inaugurazione del Salone del Libro di Torino del 2015, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrisse un messaggio pregnante: "Leggere non è solo una ricchezza privata, destinata al singolo individuo. Leggere è una ricchezza per la società per il bene comune. E' un antidoto all'appiattimento, è ossigeno per le coscienze. La lettura non può essere ridotta a consolazione o semplice svago. E' semmai una porta sul mondo, che ci apre alla conoscenza di esperienze lontane, che ci mostra cose vicine che non avevamo notato, o capito, che ci fa comprendere le grandi potenzialità dell'umanità che ci circonda. Leggere ha a che fare con la libertà. E con la speranza".

Come ha scritto Lella Ravasi Bellocchio nella postfazione, "Trent'anni, un anniversario carico di senso. (...) Attraverso le tue pagine c'è il palpitare del tempo, un'invenzione di memoria tra passato e futuro. Ne valeva la pena". A braccio, la psicologa, ha invitato a riprendere il coraggio della speranza: "Nella mia stanza di ascolto dei pazienti, sono sconvolta dal negativo - personale e collettivo - che avanza".
Se è vero che non c'è più il futuro di una volta, Marco Manzoni, con la sua forza progettuale, con la sua mite determinazione, ci ha insegnato a guardare avanti, a studiare, ad approfondire e collegare temi che sembrano apparentemente lontani. Gliene siamo grati.

mercoledì 10 ottobre 2018

Il silenzio degli industriali

Luigi Einaudi
Siamo nell'era dell'incompetenza. Il populismo vince. Chi sa, chi ha studiato è clamorosamente sconfitto. Nessuno ha il coraggio di reagire a questo andazzo. Dove sono finite le élite? Eclissate.
Esattamente come negli anni '20 quando gli industriali si accodarono al fascismo.
Dopo il delitto di Giacomo Matteotti - giugno 1924 - solo alcune voci flebili si fecero sentire. Allora Luigi Einaudi dalle colonne del Corriere della Sera, diretto da Luigi Albertini (che fu cacciato poco dopo, nel 1925, da Benito Mussolini).
Il titolo fu quanto mai eloquente: "Il silenzio degli industriali". Vale la pena di rileggerlo in toto e chiedersi come mai gli industriali di oggi siano silenti di fronte a questo sfascio giallo-verde.

Il silenzio degli industriali, di Luigi Einaudi, 6 agosto 1924, Corriere della Sera

Le rappresentanze degli industriali, dei commercianti e degli uomini d'affari si sono finora mantenute in un silenzio così prolungato intorno agli avvenimenti politici più recenti da far dubitare forte se esso non sia il frutto di una meditata deliberazione. Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell'Italia economica tacciono.
Se si discorre con taluno di essi, con coloro che si può supporre rappresentino gli interessi più larghi dell'economia nazionale, l'impressione che se ne ricava non è già quella di approvazione delle esorbitanze verbali degli estremisti del fascismo, e dei frenetici di dittature e di plotoni d'esecuzione. Gli industriali non approvano le minacce; ma, affettando di considerare gli agitati gridatori come degli innocui maniaci, insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l'assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti essi scarsamente si interessano. Prima bisogna lavorare, produrre, creare le condizioni materiali di una vita larga; il pensare, il battagliare politicamente sono beni puramente ideali, dei quali si può anche fare a meno. I più cinici, i più aderenti ad una inconsapevole concezione materialistica della vita aggiungono che val la pena di pagare un tenue tributo di danaro e di libertà, pur di salvarsi dal pericolo del bolscevismo, dell'anarchia, della distruzione della ricchezza. O il regime attuale, con tutte le sue restrizioni alla libertà politica o il bolscevismo. Tra i due, la scelta non è dubbia. Inutili le promesse di una via di mezzo. Fatalmente, la restaurazione dei metodi ordinari di governo parlamentare, della libertà statutaria di stampa, vorrebbe dire ritorno ai metodi giolittiani e nittiani di adulazione e di debolezza verso i partiti rossi. A Kerenski seguirebbe fatalmente Lenin. Vogliamo cadere, chiedono gli uomini della finanza, negli orrori del bolscevismo?
Giacomo Matteotti
Questa maniera di ragionare diffusissima nelle classi industriali italiane, prova soltanto come ai grandiosi progressi tecnici verificatisi recentemente in Italia non abbia corrisposto un uguale progresso nella educazione politica dei dirigenti l'industria. La nuova generazione sorta durante la guerra sente ancora troppo la modestia delle sue origini e non sa elevarsi al livello a cui le generazioni precedenti, dopo lungo tirocinio, erano riuscite a salire. Nessuno che volga lo sguardo all'avvenire, che non si contenti della tranquillità presente, ma desideri una duratura pace sociale, può ritenere che l'acquiescenza alla dittatura, la rassegnazione alle seconde ondate, la idolatria verso i puri beni materiali siano un terreno fecondo per una vera pace sociale. Non lo credono, qualunque siano le parole che pronunciano a fior di labbra, neppure gli espositori della teoria della rassegnazione. I fatti economici sono complessi; ed è probabile che una reazione di borsa si sarebbe manifestata, dopo le pazzie dei primi mesi del 1924, anche senza il delitto Matteotti; ma la pesantezza delle quotazioni, la diminuzione straordinaria degli affari, lo stento con cui si collocano le emissioni in corso sono senza dubbio l'indice di uno stato di apprensione. I risparmiatori, quando pensano all'investimento dei loro capitali, sono assai più accorti politici di quelli che si arrogano la rappresentanza dei grandi interessi economici. Hanno avuto paura del bolscevismo ed hanno in quel tempo lasciato cadere le quotazioni a limiti vilissimi. Oggi non temono più l'avvento del bolscevismo; sentono che il clima storico non è più in Italia, come in nessun altro paese del mondo, favorevole a pazzi sperimenti comunisti; sanno che anche i più deboli uomini di governo prenderebbero coraggio contro gli imitatori in ritardo di Mosca, sentendosi forti del consenso della grande maggioranza di coloro che hanno fatto la guerra, delle classi medie ed anche delle schiere migliori dei lavoratori. Temono invece le rivoluzioni a ripetizione, le minacce continue, i colpi di testa farinacciani. Temono la reazione dell'odio accumulato contro le lunghe prepotenze di chi si erige al disopra della legge. Al tempo della licenza, le classi medie risparmiatrici le quali sono le vere fornitrici di capitali ai grandi industriali, si dilettavano a parlar male del parlamento e dei giornali; ma ora sommessamente confessano che, dopotutto, la tribuna parlamentare e quella giornalistica sono preziose valvole di sicurezza contro il malcontento. Tolte queste valvole, che cosa rimane fuorché il contrapporsi di violenza a violenza? Tra i diversi modi di reagire alla febbre bolscevica, le borse, pur composte in maggioranza di adoratori del pugno forte, agiscono - ed è questo soltanto che monta - come se fossero persuase invece che il metodo inglese o francese della discussione, della libera manifestazione del pensiero per mezzo della stampa sia alla lunga più rassicurante del metodo della forza.
Non a torto corre nel mondo dei finanzieri un vago senso di malessere che induce gli speculatori ad alleggerire le posizioni, a stare ad aspettare. Lo speculatore valuta zero il passato. Quel che conta è solo l'avvenire. Si vorrebbe vedere nell'avvenire sicurezza, tranquillità, non imposte con le minacce, ma conquistate con la persuasione. Non pochi temono che l'ondata, rovesciandosi, colpisca in pieno l'industria, considerata responsabile degli eccessi peggiori del regime di coercizione. L'opinione pubblica, è inutile tacerlo, considera in blocco con sospetto gli industriali. Quando si è veduto che i finanziatori del giornale di Filippelli erano grandi industriali, quando si parla correntemente di acquisti fatti a colpi di milioni di quotidiani atti a influenzare o fabbricare la pubblica opinione; quando si vede che i soli giornali i quali abbiano plaudito al decreto sulla stampa sono quelli di cui non sono chiare le origini finanziarie ed i quali hanno d'uopo per vivere, di generosi sacrifici pecuniari dell'alta finanza; quando si ricordano le circolari della confederazione dell'industria e del commercio incitanti a versare fondi di propaganda durante le elezioni a favore del partito dominante, è facile l'illazione: dunque l'industria non può vivere se non provvede a crearsi un ambiente favorevole; dunque il capitalismo trae le sue ragioni di esistenza dalla corruzione, dagli affari conchiusi con lo stato od attraverso i governi; dunque si sopprime la libertà di stampa allo scopo di consentire ai ricchi di sfruttare il popolo con contratti leonini e con protezioni jugulatorie.
L'accusa ed il sospetto non toccano la grandissima maggioranza degli industriali, degli agricoltori e dei banchieri italiani, i quali vivono di un lavoro sano e fecondo. Ma il terribile si è che questa grandissima maggioranza non veda il pericolo a cui va incontro col non separare nettamente le proprie sorti da quelle dei pochi profittatori ed interessati all'oscurità ed al silenzio. No. L'industria italiana non vive di lavori pubblici, non vive di favori governativi; di fatto non è per lo più neppure vantaggiata dalla protezione governativa. L'industria italiana non ha perciò paura del bolscevismo: chi ha le mani nette, chi vive del proprio lavoro, chi è necessario in una organizzazione economica sana, non può essere soppresso. Faccia a faccia con gli operai, in aperto dibattito, l'industriale creatore di vigorose imprese industriali non dovrebbe temere di vedere negata la sua ragion d'essere.
Ciononostante egli può commettere suicidio. Per debolezza, per lasciar correre, per non aver fastidi, gli industriali italiani hanno commesso la propria rappresentanza ad alcuni pochi, i quali reputano atto supremo di saggezza comprar la pace giorno per giorno, propiziarsi con tributo adeguato i potenti della terra, ottenere per largizione ciò che avrebbero diritto di pretendere per giustizia. Stiano attenti i mal consigliati! Se c'è qualcosa che oggi in Italia possa rendere l'animo delle moltitudini favorevole nuovamente a barbare teorie orientali, sconfessate oramai da tutti i capi responsabili del movimento operaio del mondo occidentale, questo qualcosa non è l'attrattiva del vangelo di Mosca; è la repulsione verso le prediche di violenza e di compressione. Gli industriali, i finanzieri, i quali si rallegrano della scomparsa assoluta degli scioperi dopo la marcia su Roma e solo per questo affermano la loro solidarietà ad ogni costo anche cogli estremisti del fascismo, paiono ciechi. Ben fragili sono le fondamenta di mercati finanziari che riposano su un terreno così sdrucciolevole. Non senza ragione i valori di borsa rifiutano di salire più in su. Risaliranno, nel giorno in cui, - essendo pienamente liberi gli operai di abbandonare il lavoro sotto la guida di quei qualunque condottieri, bianchi, rossi o tricolorati, che liberamente essi si saranno scelti - gli scioperi non avranno luogo od avranno luogo in scarso numero perché industriali lungimiranti avranno saputo evitare a tempo la sciagura, con trattative accorte, con sforzi vittoriosi per concedere il massimo possibile alle maestranze, pur facendo vigoreggiare l'intrapresa. Se si ficca lo sguardo in fondo, la preferenza di tanti industriali per la pace sociale imposta dal governo e consigliata dall'amore del quieto vivere. Vogliono lavorare, essi dicono, e non essere seccati da memoriali, da leghe, da discussioni, che fanno perder tempo. Eppure, bisogna rassegnarsi. Per governare un'industria oggi non basta essere valentissimi tecnici e commercianti accorti. Importa altrettanto e forse più, essere condottieri di uomini. Non si lavora per produrre tessuti o rotaie o frumento, sibbene per creare condizioni di vita sempre più alte per tutti coloro, dai capi ai gregari, che partecipano alla produzione. E tra queste condizioni di vita, insieme col pane, forse più del pane medesimo, va annoverata la dignità di uomo libero. Gli industriali italiani non sono oppressori. L'accusa, che fu ad essi rivolta, è ingiusta. Ma essi devono evitare pur l'apparenza di esserlo. La politica del silenzio, in momenti così drammatici, delle rappresentanze industriali, prende, agli occhi del pubblico, aspetto servile. Non è pericolosissimo far pensare agli operai che il proprio avvilimento sia il prezzo della compiacenza padronale?