lunedì 12 febbraio 2018

Le occasioni perdute dall'Italia: la cessione della Divisione Elettronica dell'Olivetti alla General Electric nel 1965

Roberto Olivetti
Quando nei primi anni Sessanta l'Italia viveva il suo "miracolo economico", si sono gettate al vento alcune opportunità, che col senno di poi sono divenute "occasioni perdute".
Sono tre gli eventi decisivi di quegli anni:
1) L'omicidio da parte della mafia di Enrico Mattei, fondatore dell'ENI (27 ottobre 1962).
2) L'attacco giudiziario al presidente del Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare (Cnen), Felice Ippolito;
3) La morte di Adriano Olivetti nel febbraio 1960. L'imprenditore di Ivrea, vero visionario, aveva appena acquisito l'americana Underwood, che si dimostrerà un bagno di sangue. La contabilità direzionale in Olivetti era certamente un punto debole. Si racconta che si tenessero i conti per cassa e non per competenza, impedendo di capire per tempo se la società facesse margini o perdesse soldi.
La famiglia, costretta a numerosi aumenti di capitale, nel 1962 (dopo la irreparabile morte di Mario Tchou, testa pensante nell'elettronica) veniva invitata da Roberto Olivetti a sostenere un progetto dettagliato, il cui obiettivo strategico era la definizione di un nuovo assetto della governance d'impresa. Nel bel volume di Nerio Nesi - Le passioni degli Olivetti (Nino Aragno editore, 2017) si entra nel vivo delle vicende.
Roberto avviò con Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, concrete trattative per trovare un compratore per il 50% delle azioni, che la famiglia aveva messo in pegno. Ma la famiglia si oppose e le trattative caddero, per timore che Mattioli venisse nominato fiduciario. Mal gliene incolse. Gianluigi Gabetti ricorda: "Dovetti prendere atto di una situazione compromessa in buona misura dalla concorrenza tra gli azionisti (cioè la Famiglia) per il controllo dell'azienda".

La conseguenza dei dissidi familiari fu l'accettazione di un "gruppo di intervento", guidato da Bruno Visentini, che malauguratamente decise di non puntare sul settore dell'elettronica, su cui Roberto Olivetti puntava pancia a terra.

Roberto Olivetti e Mario Tchou
La risposta di Vittorio Valletta - capo indiscusso della Fiat - nella relazione al bilancio Fiat del 30 aprile 1964 non ammette repliche: «La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superaare, senza grosse difficoltà, il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana potrà affrontare».

Michele Mezza - nel pregevole volume "Avevamo la luna" (Donzelli, 2015) commenta: «Una lapide più che un’opinione per il futuro della Olivetti. Valletta anche semanticamente sceglie i vocaboli in modo da dare tutti i messaggi necessari: nell’elettronica l’Olivetti si è “inserita”, intromessa, indebitamente mescolata con i più grandi. Questo è il peccato originale che bisogna sanare».
Giorgio Fuà (fondatore dell'Ufficio Studi dell'Olivetti, e successivamente collaboratore di Mattei all'ENI) scrisse: "Roberto fu messo in disparte da Visentini in malo modo. Egli puntava sull'informatica in cui vedeva la via del futuro. Visentini non lo capì e stroncò tutto. Tagliò il ramo verde". Elserino Piol nel 1968 disse a Visentini: "Oggi la fine delle macchine a logica meccanica è fin troppo evidente: la meccanica sarà confinata a funzioni periferiche".

Mentre Nerio Nesi critica lo Stato, incapace di sostituirsi, quando necessario, al ruolo delle grandi (sic!) famiglie proprietarie, lo storico Beppe Berta, nel volume "Che fine ha fatto il capitalismo italiano?"  è molto più realista: le storie di Olivetti, Mattei e Ippolito "erano storie imprenditoriali di eccezione, nel significato preciso della parola. Erano eccezionali rispetto alla imprenditorialità diffusa. Le loro esperienze non potevano dar luogo a modelli replicabili. Quelle imprese era state anomale, a dir poco, anche come rappresentanti di un capitalismo a cui non avevano mai appartenuto fino in fondo".

Il capitalismo dinastico ha fallito, le grandi imprese sono scomparse, rimangono solo le grandi imprese pubbliche. C'è poco da fare. Il capitalismo pubblico ha fatto meglio del privato, per quanto riguarda le grandi imprese. Non ci rimane che il quarto capitalismo, così ben raccontato da Giorgio Fuà, e successivamente da Giacomo Beccattini. E ora da Fulvio Coltorti, già direttore dal 1973 al 2012 dell'Area Studi di Mediobanca (ASM).

venerdì 2 febbraio 2018

Cronaca di una giornata all'insegna di Paolo Baffi, a cui il Comune di Fiumicino ha dedicato una piazza

Martedì scorso a Maccarese, nel comune di Fiumicino, si è svolta la cerimonia di intitolazione di Piazza Paolo Baffi. Tra via della Muratella Nuova e via di Maccarese lo slargo è ora dedicato alla memoria dell’ex Governatore della Banca d’Italia.
Con Umberto Ambrosoli sono stato invitato dalla preside Antonella Maucioni, vera cultrice della memoria, dell'I.I.S. Leonardo da Vinci, dove nell’Aula Magna abbiamo spiegato agli studenti perchè Paolo Baffi è ancora vivo tra noi.
I suoi pensieri, le riflessioni, il metodo rimane. Eccome. Anche se Baffi è morto nell'agosto 1989. Ma i grandi non muoiono mai.
Ambrosoli,  alla presenza della moglie di Baffi Maria Alessandra, dei figli Giuseppina ed Enrico, di Antonella Maucioni e del sindaco Esterino Montino, ha preso la parola partendo dalla storia di due soggetti: suo padre, Giorgio Ambrosoli, e Michele Sindona.
Tutti e due avevano delle capacità, uno le spese per il bene della collettività, l'altro per portare avanti disegni criminosi. Non basta studiare e applicarsi. Bisogna indirizzare i propri sforzi nella direzione giusta.

U. Ambrosoli e B. Piccone
Paolo Baffi, vittima nel 1979 di un vergognoso attacco politico, affaristico e giudiziario quando era alla guida della Banca d’Italia, non è mai stato dimenticato per il suo alto impegno civile e morale.
Dopo aver lasciato la Banca d'Italia, si è speso con la moglie Alessandra, vera "locomotiva", a favore del territorio. Baffi è stato tra i promotori della realizzazione dell'attuale Istituto scolastico Leonardo da Vinci di Maccarese, nonchè dell'istituto alberghiero a lui intitolato.
Fregene deve molto a Baffi perché il Governatore si è molto impegnato per migliorare la qualità delle strutture comunali giacché negli anni Settanta-Ottanta la cittadina era profondamente degradata e priva dei servizi primari. Grazie a Baffi a Fregene si aprirono le scuole e fu decisivo il suo intervento nel convincere l’Iri a cedere l’Oasi naturalistica di Maccarese – oggi una delle maggiori attrattive locali – in comodato al WWF: a lui è dedicata una targa all’ingresso.

La preside Maucioni mi ha chiesto di cercare tra i suoi scritti un passaggio di Baffi così da realizzare un segnalibro. Allora le ho fornito un passo di una lettera del 1969 al giornalista, poi senatore, Cesare Zappulli:
Contro le forze ostili della demagogia e dell’ignoranza, va difeso il contenuto di libertà di una società civile”. Quanta attualità nel pensiero di Baffi! Quando ascoltiamo le promesse elettorali del politico di turno, siamo pronti a citarlo.

Se a Livorno il Movimento 5 Stelle ritiene Carlo Azeglio Ciampi indegno di una Piazza, meno male che in altri territori i banchieri centrali sono più apprezzati. Quando i cittadini passeranno lungo quella strada, alzando gli occhi verso Piazza Baffi, speriamo trovino qualcuno che spieghi - in questo Paese senza memoria - chi fosse Baffi, nato a Broni il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. La terra gli sia lieve.