venerdì 29 ottobre 2021

La crescita economica è una sfida educativa. Conversazione con Beniamino Piccone

Il nostro paese vive, da lungo tempo ormai, molteplici crisi ed emergenze: da quella economica del debito e della produttività, a quella sociale e di visione del futuro. Ce n’è però una che forse determinerà gli anni a venire in modo più decisivo, vale a dire la crisi demografica. Un popolo che non fa figli, illuso di potersi adagiare sul passato, con la nostalgia e il rimpianto come sentimenti sociali prevalenti, che futuro può immaginare? E quanto la ‘cura Draghi’ potrà invertire la rotta e rilanciare il paese in questo nuovo dopoguerra post pandemia? Lo chiediamo a Beniamino Piccone, wealth manager, docente universitario, animatore di questo blog su temi economici e studioso della figura di Paolo Baffi, Governatore di Bankitalia dal 1975 al 1979.
Per una volta credo che noi italiani possiamo permetterci un po’ di ottimismo. I tassi di interessi rimarranno bassi per un lungo periodo di tempo, la politica fiscale è fortemente espansiva (ci tocca certamente gestire bene il PNRR) ma le prospettive sono certamente buone. Il Pil nel 2021 e anche nel 2022 tornerà sopra il 4%, cosa che non vedevamo da lustri. La credibilità dell’Italia non è mai stata così buona. Henry Kissinger – segretario di Stato americano con Nixon e Ford nonché politologo di fama – ha lamentato per anni che l’Unione Europea non avesse un numero di telefono da chiamare. Bene, ora questo numero c’è ed è quello di Mario Draghi (che gli americani conoscono bene anche per i suoi anni trascorsi in Goldman Sachs). Per riflettere in modo maturo sull’Italia occorre dire la verità: siamo andati avanti per anni a ingrossare la spesa pubblica corrente a discapito degli investimenti. E per di più gli investimenti sono stati spesso dirottati su opere senza particolare senso. Tutto è stato sommerso da logica di corto respiro e troppo spesso di mero assistenzialismo, al sud in primis. Questo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà per la penisola una occasione straordinaria ma come tutte le occasioni potrà esser sfruttata o sprecata. Per spendere bene i fondi del PNRR sono necessarie le competenze presenti negli uffici regionali e comunali. E qui casca l’asino e si notano le arretratezze strutturali del Belpaese. Abbiamo infatti letto come in Sicilia siano stati bocciati tutti i progetti presentati per il PNRR. Perché? Perché alla Regione Sicilia regna lo status quo nullafacente, mancano coloro in grado di stendere progetti seri. Forse sarebbe il caso di abolire lo “statuto speciale” della Regione Sicilia. Ma chi potrà mai avere la forza politica di portare avanti un progetto simile? Nel mettere ordine nel mio archivio ho trovato un esilarante pezzo di Gian Antonio Stella del 20.10.10 – Leccornie giornalistiche dalle lande agrigentine – dove si narra la storia dell’Adi, Area di Sviluppo industriale di Agrigento. Un terzo del consiglio, invece di imprenditori, economisti, esperti, era composto di agenti di custodia. Peraltro la legge regionale 19/1997 era ben chiara quanto ai requisiti per la nomina: 1) titolo di studio adeguato all’attività dell’organismo interessato; 2) esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale o di presidente o amministratore delegato. Riportiamo letteralmente G.A. Stella: “Bene, a sviluppare l’imprenditoria dell’Asi di Agrigento i comuni interessati hanno nominato: Massimo Parisi (rappresentante di commercio), Annamaria Coletti (insegnante), Valentina Giammusso (insegnante), Giuseppe Cacciatore (segretario di scuola), Vincenzo Randisi (agente di custodia), Filippo Panarisi (pensionato), Vincenzo Gagliardo (agente di custodia), Michele Maria (carrozziere), Luigi Fiore (impiegato Enel), Adriana Di Maida (insegnante), Stefano Marsiglia (paramedico), Carmelo Zambito (impiegato), Aldo Piscopo (medico), e via così....Resta una curiosità: ma è con loro che sarà rilanciata l’industria e l’occupazione nelle lande agrigentine?” Veniamo da due anni incredibili, di pandemia e di sacrificio. Spesso le persone si fanno idee sbagliate, perché sono state educate poco e male, sono prive di strumenti per capire la realtà ed in balia di percezioni distorte, su cui molto sistema mediatico vive e prospera. La scuola è il fondamento di tutto ed il nostro sistema scolastico è stato disegnato per un mondo che non esiste più. Avverso alla competizione, alla valutazione ed alla consapevolezza del rischio. Anche il nostro sistema di welfare è stato disegnato per un mondo che non c’è, dove una persona resta tendenzialmente sempre a fare la stessa cosa. Nulla di più lontano dalla realtà. Le persone, come l’economia, agiscono sulla base di incentivi e disincentivi. La sfida educativa parte da qui? Dici bene, la scuola è l’architrave del futuro italiano. Anche qui purtroppo le speranze di riforma si incagliano pensando a tutti i soggetti coinvolti, che sono milioni, tra famiglie, ragazzi e insegnanti. Le riforme dall’alto sappiamo che durano lo spazio di un mattino. La scuola dovrebbe rimanere aperta tutto il giorno, fino alle 18, organizzare attività culturali e sportive. Chiaramente gli insegnanti dovrebbero guadagnare di più, ma nel futuro dovranno essere anche di meno, vista la denatalità incipiente. Sul welfare vediamo che anche l’ottimo governo Draghi debba concedere qualcosa ai sindacati, desiderosi di concedere molto ai pensionandi. Siccome oltre il 50% degli iscritti al sindacato sono pensionati, la pressione politica viene esercitata per favorire le classi anziane della società, mentre i sindacati ai giovani non pensano affatto. Che si arrangino, e paghino i contributi necessari a tenere in piedi un sistema pensionistico a ripartizione (i contributi di oggi vanno a finanziare le pensioni di oggi). Il Capo del Dipartimento di Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti nell’audizione in Parlamento del 5 ottobre scorso ha sottolineato la necessità di sostenere sì con una manovra espansiva i redditi e la domanda, ma anche di aumentare la crescita potenziale dell’economia assicurando gli “adeguati incentivi all’offerta di lavoro e favorire il necessario processo di riallocazione delle risorse”. Per consentire all’economia di funzionare bene e di favorire la “riallocazione”, è opportuno che il lavoratore sia tutelato nel passaggio da un’impresa inefficiente (o che sta per chiudere) a un’impresa in un settore più promettente o con una produttività dei fattori migliore. Altrimenti la persona cercherà il più possibile di rimanere legato all’impresa in crisi, che è la sola che gli garantisce tutele adeguate. Infatti le tutele non seguono il lavoratore, ahinoi, ma l’agognato “posto di lavoro” (anche se non esiste più perché l’impresa è fallita). Dobbiamo domandarci perché alcuni lavoratori si incatenano ai cancelli delle imprese che chiudono invece di cercarsi un altro lavoro. Perché spesso il lavoro c’è, ma esiste un mismatch delle competenze combinato con la bassa disponibilità del lavoratore italiano alla mobilità. Il raffinato pensatore, nonché giudice della Corte Costituzionale, già ministro, Giuliano Amato – soprannominato il dottor Sottile – una volta con una battuta efficace ha detto che l’articolo 1 della Costituzione parla di Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma non indica “sotto casa mia”. In un tuo libro – L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti (prefazione di Francesco Giavazzi, Il Sole 24 ore editore, 2019) – provi a spiegare come il nostro paese, partendo da condizioni di miseria al momento dell'unificazione, sia riuscito a risalire la china e a diventare una delle nazioni più ricche del mondo. La capacità di risparmio, frutto della paura di tornare poveri, ha giocato in questo «fenomeno» un ruolo rilevante. Oggi siamo in un nuovo dopoguerra. Gli italiani credono che il periodo più florido degli ultimi 100 anni – gli anni del Dopoguerra fino agli anni Sessanta – sia piovuto dal cielo, come fosse un fenomeno esoterico. Non a caso è stato definito “miracolo economico”. Ma non c’è stato nessun intervento divino. Sono stati gli italiani a farsi un mazzo tanto, a costruire dove c’erano macerie, a edificare un futuro glorioso. Dobbiamo tornare a quegli anni e capire che la crescita formidabile di quel periodo è stata il frutto di scelte ben precise di persone capaci e serie (che potevano lavorare con il sostegno della popolazione, in gran parte ignorante). Oggi, con il web, chiunque può improvvisarsi oncologo o esperto di politica economica. E abbiamo visto i danni che ha fatto il bipopulismo di destra e di sinistra. Dobbiamo ricordare a tutti che la politica economica del Dopoguerra era in mano a gente del calibro di Luigi Einaudi, Paolo Baffi, Donato Menichella, Ezio Vanoni. E il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, uomo tanto sobrio quanto lungimirante (“I politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni”). Nelle sue ultime Considerazioni finali del 1979 l’integerrimo governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi (a cui ho dedicato ben quattro volumi, tutti e editi da Aragno) scrisse che l’Italia aveva estremo bisogno di un’analisi seria, per poi intraprendere le scelte corrette. Einaudi avrebbe detto “conoscere per deliberare”. Mario Draghi ha detto: “Per oltre mezzo secolo la vita della Banca d’Italia è stata segnata dall’opera e dal pensiero di Paolo Baffi. Da quando entrò giovanissimo in Banca d’Italia sino agli ultimi anni come Governatore onorario, con il suo esempio contribuì a plasmare questa istituzione con la serietà e il rigore”. Carlo Azeglio Ciampi: “La sua sola (di Baffi, ndr) presenza scoraggiava ogni superficialità; innalzava la soglia della valutazione morale e professionale degli uomini; contribuiva a dare un senso sicuro al mandato e alle azioni di chi è chiamato a responsabilità pubbliche…La sua opera fu decisiva, sin dal Suo ingresso nel nostro Istituto, nell’affermare un metodo di lavoro: quello che nel rigore dell’analisi e nell’indipendenza del giudizio vede innanzitutto un dovere, uno dei modi attraverso i quali si estrinseca la funzione della Banca, al servizio della collettività”. L’avvento di Mario Draghi ha fatto capire agli italiani che la competenza è un valore. È di questo che abbiamo bisogno: persone serie ed esempi da seguire. Intervista a Beniamino Piccone, svolta da Antonluca Cuoco e pubblicata su Strade online il 29 ottobre 2021

martedì 17 agosto 2021

In Afghanistan ci vorrebbe un Thomas Mann

Vedere dopo 20 anni dall'11 Settembre "falling men" giù dagli aerei in fuga dall'Afghanistan fa capire il dramma di una popolazione preda di disillusioni e veri e propri incubi al pensiero del ritorno dei tagliagole del Califfato al potere. Al di là delle responsabilita degli Stati Uniti che stanno gestendo la dipartita dal Paese nel modo peggiore possibile, vi è da chiedersi come non ci sia una èlite disposta a far sentire la propria voce. Dove sono gli imam moderati? Non esiste un Thomas Mann in Medio Oriente? Thomas Mann dal 1940 al 1945 non smise mai di denunciare il nazismo e invitò la popolazione tedesca al ribellarsi. Costretto all'esilio, fece sentire la propria voce anche da Radio Londra. Fino a che non sarà la popolazione a ribellarsi al MedioEvo talebano, nessuno potrà salvare gli afghani. Europei e americani hanno le loro colpe, esportare la democrazia non ha funzionato, ma la società civile afghana perchè non ha il coraggio di opporsi a questi uomini barbuti che considerano la donna un orpello da silenziare a cui mettere il burqa?