lunedì 19 giugno 2017

Ma le Università italiane sono davvero così indietro?


Quacquarelli Symonds, una società britannica che si occupa di servizi per studenti universitari in tutto il mondo, ha pubblicato i QS World University Rankings, ossia la classifica delle migliori università mondiali. In testa c’è l’M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology di Boston), seguito da Stanford e da Harvard; quarto il California Institute of Technology, quinta Cambridge, sesta Oxford.

E le italiane? La Bocconi non c’è, perché specialistica.

Il Politecnico di Milano è al 170° posto, l’Alma Mater di Bologna al 188°, la Scuola Superiore S. Anna e la Scuola Normale di Pisa al 192°.
Mah….

Sarebbe ridicolo negare l’esistenza di gravi problemi e forti insufficienze in ordine ai nostri atenei.
Tuttavia, persino americani, inglesi, europei ed asiatici riconoscono che nelle nostre migliori Università la qualità dell’insegnamento è molto elevata ed un laureato del Politecnico di Milano o della Normale di Pisa è in grado battere, in un confronto uno contro uno, qualunque laureato americano, inglese o asiatico.

Certo, è giusto che una classifica generalista tenga conto di tanti fattori, organizzativi, gestionali, ambientali oltre che scientifici. Ma il risultato, deludente, nonostante qualche progresso rispetto agli scorsi anni, deve servirci per porre rimedio alle carenze, senza però ignorare che la qualità delle nostre punte di eccellenza esiste e va preservata.

La domanda da porsi è come la Bocconi ha recuperato posizioni in classifica nell’ambito delle università europee di economia. Ha analizzato con attenzione quali fattori sono presi in considerazione dalle società di valutazione. In ogni area di debolezza si nomina un responsabile che tiene il passo del progetto di miglioramento. Molte università italiane si disinteressano dell’ufficio Placement, che è invece considerato in modo rilevante all’estero. Perché non metterci mano? Per pigrizia, supponenza, o benaltrismo.

Una tendenza interessante che dovremmo portare in Italia è la contaminazione delle discipline. I laurendi in medicina devono studiare economia e chi studia finanza deve studiare Joyce e Proust. Si parla sempre di più di digital humanities, le discipline umanistiche declinate sul web. Una volta studiato Leopardi, allo studente si dà il compito di aprire una pagina su Facebook e di creare contatti, rete di comunità di seguaci, “persi” per il grande poeta di Recanati.

Agar Brugiavini
Tempo fa ero al telefono con Agar Brugiavini, direttrice del Collegio Internazionaledi Ca’ Foscari, la quale mi disse: “Il nostro studente tipo studia economia o filosofia a Ca’ Foscari e, al contempo, effettua nel Collegio (dove risiede) dei percorsi di didattica complementare (in gergo, “Minor”, ossia con un numero di crediti inferiore al corso di laurea) in altre discipline. L’obiettivo è approfondire temi non specifici della propria disciplina. In tal modo lo studente matura molto, apre la propria testa ed è disponibile a mettersi in gioco anche su altre discipline”.

Brugiavini sottolineò un punto molto rilevante, la necessità di conoscenze orizzontali che consentano di affrontare il cambio di tipologia di lavoro durante la propria vita: “L’università deve preparare lo studente a un mondo lavorativo dove il percorso fordista si è esaurito, avremo sempre più ‘carriere interrotte’, caratterizzate da discontinuità”. Un modo per essere pronti è contaminare i saperi e le conoscenze. Ai laureati in lettere, per esempio, durante il percorso magistrale, organizziamo dei laboratori di “Digital humanities”, dove si impara a costruire pagine web, sondaggi su facebook, interviste online”.

Proprio pochi giorni fa alla Stampa Ivo Dionigi, già rettore dell’Università di Bologna, ha detto: “Dobbiamo investire sul sapere orizzontale. Anche Steve Jobs diceva che abbiamo bisogno di ingegneri rinascimentali. Nei saperi tecnologici si deve inserire la storia, in quelli umanistici l’economia. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere capaci di imparare”.

Con tutti i laureati in discipline umanistiche e le migliaia di studenti in giurisprudenza (troppi, vedasi le analisi di Nicola Persico), urge spingere le facoltà a contaminare le lezioni con dosi sempre maggiori di scienza e statistica.

P.s: Questo post è scritto a 4 mani con Pippo Amoroso, già presidente dell’Associazione per il Progresso Economico.

martedì 13 giugno 2017

Se inflazione non arriva, Draghi e la BCE proseguiranno nelle politiche monetarie super accomodanti

Si fa un gran parlare di Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea (BCE), come se decidesse da solo. Non è così. Il Governing Council che si riunisce a Francoforte ogni 15 giorni – l’ultima consiglio giovedì scorso 8 giugno - decide a maggioranza con la partecipazione di tutti i governatori delle singole banche centrali nazionali, i cui Paesi hanno aderito all’Euro. Si tratta ormai di 19 Paesi (l’ultimo è la Lituania che ha aderito il 1° gennaio 2015) su 28 Paesi (il Regno Unito non è ancora uscito in modo definitivo) che fanno parte dell’Unione Europea.

Per superare la crisi economica, in Europa si sono seguite – con colpevole ritardo – le politiche monetarie accomodanti degli Stati Uniti e del Giappone. Le politiche di acquisto di titoli di Stato e corporate da parte della BCE – le cosiddette politiche non convenzionali – sono arrivate tardi. Da qui la differente risposta degli Stati Uniti e dell’Europa alla decelerazione economica seguita al crash di Lehman Brothers del settembre 2008.
I bilanci delle banche centrali si sono allargati a dismisura per consentire il corretto funzionamento del meccanismo di trasmissione di politica monetaria. I tassi a lunga – quelli a cui guardano gli imprenditori per le decisioni di investimento - sono scesi ai minimi storici. In Europa i tassi a breve (determinati dalle banche centrali, e non dal mercato) rimangono negativi. Tutti coloro i quali hanno mutui a tasso variabile (indicizzati all’Euribor) hanno di che festeggiare, visto che ogni mese la rata del mutuo scende per la parte relativa agli oneri sul debito residuo.

Se negli Stati Uniti la Federal Reserve ha iniziato a rialzare gradualmente i tassi di interesse – il prossimo rialzo di 0,25% è previsto per il 14 giugno – la BCE nicchia e aspetta. In un recente intervento Mario Draghi ha ribadito che, prima di procedere a dichiarare la fine delle politiche di Quantitative Easing (QE, ossia di acquisto di titoli sul mercato secondario da parte della BCE), è necessario che la ripresa ciclica si rafforzi e non sia a macchia di leopardo. Mentre i tedeschi invocano il tapering – ossia la riduzione degli acquisti, da taper che significa ridurre, sopire, scemare – i Paesi mediterranei invocano la continuazione delle politiche accomodanti.
Alla conferenza stampa dell’8 giugno Draghi ha evidenziato come le attese di una rialzo dell’inflazione sono ancora miti (i salari non salgono!). L’inflazione non c’è, ed è sotto l’obiettivo della BCE pari all’1,9%. Draghi ha quindi invitato i “falchi” (coloro che spingono per la fine delle politiche ultraespansive) a pazientare, sottolineando che gli indicatori economici non indicano ancora una ripresa nella UE corale, ampia e irreversibile.

Ogni mese la BCE acquista 60 miliardi di titoli, ridotti rispetto alla prima fase che ne prevedeva 80 al mese. Le attese sono forti per una riduzione degli acquisti negli ultimi tre mesi del 2017 per poi portare gli acquisti a zero entro la fine del 2018.
I giornali italiani soffiano sul fuoco e sono ripartiti a parlare insistentemente dello spread BTP-BUND, ossia della differenza di rendimento tra il titolo a 10 anni italiano e quello tedesco. Lo spread è sempre stato sfavorevole, nel senso che gli investitori hanno sempre chiesto un premio al rischio per detenere attività emesse dal Tesoro italiano. Non tutti ricordano che nel dicembre 1998 – quando il Ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi – lo spread BTP divenne per un giorno negativo. Ah, quanto ci manca la saggezza di Ciampi, che viaggiava sempre con lo spread aggiornato nel taschino della giacca! La credibilità conta. Eccome. Più siamo credibili come Paese, meno paghiamo il costo del debito.

E’ sommamente inutile prendersela con gli investitori internazionali, definiti la “maleficaspeculazione”. Gli investitori fanno il loro mestiere. Prezzano il rischio. Fino a che la spesa corrente crescerà senza fine – a dispetto dei dimissionari commissari alla spending review – noi saremmo costretti a emettere debito. Ogni anno il Tesoro organizza aste per oltre 300 miliardi di euro. Cari sovranisti, con che faccia ci lamentiamo dello spread se dobbiamo sempre fare affidamento sui creditori? Solo quando avremo la forza di invertire il trend e conseguire un forte surplus primario, potremo vedere scendere il rapporto debito/pil.
Nelle ultime Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si legge: “Con un tasso di crescita annuo intorno all’1%, l’inflazione al 2, un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4% del PIL, consentirebbe di ridurre il rapporto tra debito e PIL al di sotto del 100% in circa 10 anni”. Visto che l’avanzo primario è nell’intorno dell’1%, servono 3 punti di PIL, circa 50 miliardi. Gradualmente, ma in modo incisivo, visto che “restano ampi spazi di razionalizzazione nell’allocazione delle risorse pubbliche”.
Notizie rassicuranti vengono intanto dagli Stati Uniti, dove i gestori di capitali sui mercati obbligazionari non credono alla ripresa trumpiana. Infatti l’indicatore principe – il rendimento del Treasury bond decennale – segna il minimo dell’anno nell’intorno del 2,14% (contro il 2,60% di gennaio). Significa che ci sono delle forze strutturali – demografia in primis, oltre alla intollerabile concentrazione del reddito e della ricchezza che porta i billionaire a risparmiare, invece che consumare – che pressano i rendimenti al ribasso. E’ probabile che anche in Europa assisteremo per anni a tassi di interesse sotto la media storica per un lungo periodo di tempo. Per cui anche l’Italia, indebitato cronico, ne beneficierà. Ne approfitteremo o ancora una volta butteremo al vento il risparmio di interessi sul debito in regalie, bonus cultura e amenità varie?

Pubblicato anche su "La voce metropolitana", www.lavocemetropolitana.it