martedì 20 luglio 2021

Chi non si vaccina è un egoista che danneggia gli altri

Eravamo a un passo dall’uscire dalla pandemia, poi improvvisamente, con la diffusione delle varianti del Covid-19, stiamo tornando in situazioni di panico, con la crescita dei contagi, le persone bloccate in aeroporto perché non in possesso del codice a barre del “Passenger Locator Form”, modulo di localizzazione digitale che consente alle autorità sanitarie di raccogliere informazioni sui viaggiatori e poterli contattare velocemente in caso di contagio. Come procedere? Urge una strategia di azione ben definita, che potremmo sintetizzare così: 1.       Convincere gli indecisi e agire in tempi rapidi, come sostiene Stefano Brusaferro, che presiede l’Istituto Superiore di Sanità”; va ripetuto con dati chiari e comunicazione efficace che per coloro che si sono vaccinati con ciclo completo, le probabilità di infettarsi e sviluppare la malattia grave si riducono fortemente; per i non vaccinati, le conseguenze possono essere severe; 2.       Prevedere l’obbligo vaccinale per alcune categorie di persone come gli insegnanti e gli operatori sanitari. Premesso che dobbiamo immunizzare la fascia più ampia possibile di cittadini, rifiutare la vaccinazione significa creare “esternalità negative” sul resto della società, come sottolineato da due eccellenti economisti, Tito Boeri e Roberto Perotti, i quali invitano il governo a sospendere dal luogo di lavoro medici e insegnanti no-vax. Cosa sono le “esternalità negative”? Sono gli enormi costi scaricati sulla società per curare i no-vax che si ammalano e l’impedimento ad un ritorno a una vita sociale normale per tutta la popolazione; peraltro mentre chi fuma è immediatamente individuabile, chi non è vaccinato non è riconoscibile; 3.       Anche per gli studenti deve essere previsto l’obbligo di vaccinazione; non è pensabile tornare a settembre con la didattica a distanza, per ovvie ragioni di socializzazione e di mancato trasferimento di sapere: i dati INVALSI appena pubblicati dimostrano gli enormi peggioramenti di competenze dovuti alla Dad, che ha demotivato studenti e docenti: per alcune materie è come se si fosse cancellato un intero anno scolastico; 4.       Il Green Pass deve essere introdotto subito nei luoghi più affollati e più a rischio, come metro o ristoranti al chiuso; il certificato vaccinale serve a consentire a un soggetto che ha adempiuto all’obbligo vaccinale non debba sottoporsi a limitazioni; 5.       Sedicenti liberali invocano la libertà di non vaccinarsi; ma tutto ha un limite: se non ti vaccini stai a casa perché al ristorante c’è chi non vuole correre il rischio di contagiarsi. Come ha scritto illo tempore il filosofo Karl Popper il mio diritto di muovere la mano (pugno) si scontra con la vicinanza del naso del mio vicino. Non è serio invocare liberali del calibro di John Stuart Mill, quando l’economista britannico solennemente spiegava che ogni diritto ha un limite: “la mia libertà finisce dove iniziano i diritti degli altri”. In conclusione, non possiamo imporre alle persone di vaccinarsi, ma possiamo e dobbiamo limitare le conseguenze negative di coloro che non intendono vaccinarsi, che vanno sospesi dal lavoro. Senza stipendio, bien sur. Il lavoro prevede una remunerazione a fronte di una prestazione. Se quest’ultima non può effettuarsi, è corretto sospendere lo stipendio. Siamo purtroppo in pieno “dirittismo”, tutti invocano diritti ma si dimenticano bellamente dei precetti di Giuseppe Mazzini, che invocava i “doveri dell’uomo”. Non possono esistere diritti senza doveri.  

martedì 23 marzo 2021

Quella macchinazione contro Bankitalia

A 42 anni dagli eventi possiamo ancora sostenere che il 24 marzo 1979 sia un giorno nero per la storia italiana. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli, vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e grottesco vengono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto di credito che aveva largamente finanziato il gruppo chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. Il dolore per la macchinazione affaristico-politico giudiziaria che lo vede coinvolto insieme con Sarcinelli, e che culminerà nella sua incriminazione e nel mandato di cattura per Sarcinelli medesimo il 24 marzo 1979, Baffi se lo porterà appresso per il resto della sua vita. Quella ferita non sarà più rimarginata. In una lettera a Mario Monti del 13 novembre 1979 Baffi descrive il suo stato d’animo come «una voragine di mortificazione e di amarezza […], che pregiudica la riconquista della serenità» (Archivio Storico della Banca d’Italia, Carte Baffi, Governatore Onorario). I magistrati della Procura di Roma – allora considerato un “porto delle nebbie”, a distanza di tanto tempo possiamo dire che c’era del metodo in quella follia – approfittano della presenza di Paolo Baffi nel consiglio di amministrazione dell’IMI (finanziatore delle numerose società di Rovelli) per costruire un castello di accuse pretestuose. Nelle parole di Mario Draghi, nella veste allora di Governatore della Banca d’Italia, si trattò di un «attacco intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia». In una lettera a Marcello de Cecco, Paolo Baffi nell’ottobre 1981 scrive che «il naufragio di Rovelli ha offerto a talune cerchie il destro per far rimuovere dall’ufficio un governatore sgradito» (ASBI, Carte Baffi, Governatore Onorario). Nel ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: «Ricordo bene quel sabato, un sabato drammatico. Era il 24 marzo 1979. Quella mattina ricordo ancora che ero in macchina a via Nazionale, e in senso opposto transitò un’autoambulanza a sirene spiegate: non sapevo ancora che dentro c’era Ugo la Malfa, ormai morente. Andai in Banca, lavorai tranquillamente. A un certo punto entrò nella mia stanza Sarcinelli che mi disse: “Carlo, sono venuti ad arrestarmi” (per dovere di cronaca i carabinieri guidati dal Colonnello Campo, ndr). Mi precipitai da Baffi e lo trovai distrutto. Aveva in mano il documento che gli avevano consegnato, con l’incriminazione per lo stesso reato contestato a Sarcinelli; il documento era stato scritto con la carta carbone. Non si concludeva con l’arresto solo per l’età. Mi precipitai a informare il Quirinale» (Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, 2010, p. 125). È opportuno chiarire che le pressioni alla Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli iniziano ben prima del 1979, e precisamente nel febbraio 1978 quando il Ministro del Tesoro Gaetano Stammati (iscritto alla P2, si seppe poi) ed Franco Evangelisti – stretto collaboratore di Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – convocano due volte Baffi e Sarcinelli sollecitando la sistemazione dei debiti Caltagirone nei confronti dell’Italcasse, feudo democristiano. Tra i tanti commenti di allora, ne riportiamo uno di Massimo Riva che sul Corriere della Sera nel 1979 scrive: «Michele Sindona ha regalato al Paese una bancarotta per qualche centinaio di miliardi e se ne sta indisturbato in un grande albergo di New York. Ma Mario Sarcinelli, che si è impegnato per smascherare i trucchi dei banchieri d’assalto, è finito dentro un carcere». Il 31 maggio 1979, a margine delle Considerazioni finali, nella Relazione per il 1978 Baffi scrive: “Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno. Un destino beffardo ha voluto che da questa campagna io fossi investito dopo 42 anni di servizio”. Un vero civil servant che, a dir poco amareggiato a fronte della sua incriminazione, descrive ad Enrico Berlinguer il parallelo col suo collega della Bank of England insignito della nomina di Pari d’Inghilterra. Il 3 marzo 1983, al momento di consegnare i suoi diari a Massimo Riva – con l’impegno di pubblicarli solo dopo la sua morte – Baffi scrive: “Purtroppo, come la classe politica (e i potentati a essa collegati nello scambio di favori) ha dovuto accorgersi di me, così io ho dovuto accorgermi della potenza del complesso politico affaristico giudiziario, che mi ha battuto”. Un galantuomo distrutto. Proprio per questo è giusto ricordare Baffi e Sarcinelli a 42 anni da quel tragico 24 marzo 1979. Quando i tempi sono tristi, bisogna guardare in alto alla ricerca di esempi positivi. Nel cielo degli onesti e dei competenti è presente di diritto Paolo Baffi, nato a Broni (PV) il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. P.S.: questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2021

sabato 6 marzo 2021

Omaggio a Carlo Tognoli, sindaco riformista

La mia maestra delle elementari Costanza Balsamo, bravissima nel contemperare dolcezza e severità, ogni volta che la classe rumoreggiava, usava esclamare: "Fate silenzio, che vi sente pure Carlo Tognoli a Palazzo Marino". Così, venivamo a sapere chi fosse il sindaco e quali funzioni svolgesse. Proprio ieri è morto Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986. Socialista, quando il centro sinistra guidava Milano. Affabile, spesso in giro per le strade di Milano a conversare con tutti, preparato, sapeva come affrontare i tanti temi aperti in una grande città. In sintesi, direi un grande riformista. In Italia siamo pieni zeppi di rivoluzionari, che sulla carta vogliono cambiare tutto, ma di fatto non cambiano nulla. Anzi, sono i più grandi conservatori. Fausto Bertinotti, sedicente rivoluzionario, vive in una bella casa borghese, ha un emolumento altissimo pur non avendo mai lavorato (se non da sindacalista e presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008). Io scherzando, ma fino a un certo punto, dico che ha la tessera nr. 1 di Forza Italia: il berlusconismo, che tanti danni ha fatto a questo Paese, si fonda sull'esistenza di soggetti ancora amanti del comunismo. Basta brandire il vessillo rosso, che l'italiano si sposta a destra. Chiunque ci sia. Per Carlo Tognoli valgono le considerazioni dell'economista Federico Caffè, sulla "Solitudine del riformista" (Bollati Boringhieri, cit.). Tutti i riformisti sono soli, hanno contro i conservatori che preferiscono lo status quo. E hanno contro i finti rivoluzionari, che nel Paese del "Tengo famiglia", non vogliono cambiare niente. Urlano e basta. Vedasi l'ultima esperienza tragica del grillismo.
Caffè si prodigava per un riformismo rigoroso (amava alla stesso tempo Einaudi e Andreatta), che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”. Tognoli era un vero riformista. Non era mai superficiale, ascoltava, spiegava il suo punto di vista, gli piaceva discutere. Oggi il dialogo è diventato un monologo, nessuno è capace di mettersi in discussione e cambiare idea. Recentemente il filosofo Umberto Galimberti, intervistato da Paolo Iacci (Sotto il senso dell'ignoranza, Egea, 2021) ha scritto: "La parola dialogo, come tutte le parole greche che cominciano per "dia", indica la massima distanza tra due punti. Nella circonferenza abbiamo il diametro, nel dia-logo si possono confrontare due posizioni di pensiero anche diametralmente opposte tra loro Si fronteggiano per capirsi, non per elidersi. Per questo ci vuole "tolleranza" che non significa tollerare la posizione dell'altro restando convinti che la nostra è quella giusta, ma ipotizzare che la posizione dell'altro possa possedere un grado di verità superiore al nostro, e quindi disporsi, nel confronto con l'altro a lasciarsi modificare dall'altro". Eletto sindaco a soli 38 anni, dopo la gestione Aniasi (grande capo partigiano, 1921-2005), affrontò con prudenza e senza mai scomporsi gli anni terribili del terrorismo. Come ha detto a Repubblica Paolo Pillitteri (che gli successe come sindaco), Carlo non si lasciava mai travolgere dalla commozione, se la teneva per sé. Inoltre girava in biciletta per Milano quando le Brigate rosse ammazzavano i magistrati Galli e Alessandrini. un segnale di fiducia verso i cittadini che avevano paura ad uscire di casa. Tognoli fu il primo sindaco a chiudere al traffico il centro storico, un preveggente. Quando decise la chiusura di Corso Vittorio Emanuele, i commercianti, che oggi plaudono, si incazzarono assai. Al contempo si costruivano le linee del metrò. Gli slogan erano: "La linea due avanza, poi "La linea tre avanza". Tognoli, alla fine, condusse Milano alla transizione verso il terziario avanzato. Dal terrorismo alla "Milano da bere", è tanta roba. Socialista convinto quando il PSI era guidato da Craxi. Il legame ideale col socialismo non si è mai dissolto. Non è un caso che abbia chiamato i figli Filippo e Anna, in memoria di Turati e Kuliscioff. L'ottimo Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere della Sera lo ricorda così: "Era la memoria di una Milano da amare, il sindaco dei milanesi. Stimato, rimpianto. Mai dimenticato. Se entrava in un bar gli sorridevano: "Buongiorno sindaco". Tognoli fu anche Ministro delle Aree Urbane e parlamentare europeo ai tempi (eroici) di Altiero Spinelli.
Poco tempo fa Repubblica ha pubblicato un volume (Bocca, 35 anni con noi) con i migliori articoli di Giorgio Bocca, tra i quali ne spicca uno del 23 febbraio 1983. Il titolo parla da sé: "Milano ricca e coraggiosa salpa per nuove avventure". E subito dopo Bocca lo definisce sindaco elettronico, perchè capace di rispondere in tempo reale alle sue domande consultando i terminali di Palazzo Marino. In quel pezzo Bocca citava un altro grande milanese, Piero Bassetti, stringheriano, presente nelle prime file al concerto alla Scala di Toscanini l'11 maggio 1946: "Viviamo in una città dal metabolismo intenso, divorante". Proprio così la pensava anche Tognoli, che nel bel mezzo del Covid, il 14 luglio 2020, intervenne al Teatro Franco Parenti per dire a gran voce che il destino di Milano è quello di rialzarsi sempre, dalle distruzioneo alle bombe". Ti sia lieve la terra, caro Carlo Tognoli.

sabato 23 gennaio 2021

Amici imprenditori, non mollate, tirare fuori l'orgoglio, sarete ripagati


"E voi dite: Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi (Sant'Agostino, cit.).

Viviamo tempi difficilissimi. E' tempo di reagire. Un mentore eccezionale, Guido Roberto Vitale nell'ultima telefonata mi disse "Lasciamo lavorare le intelligenze".

Ho pensato a lui quando un amico di una vita (Andrea Rosella, consulente aziendale, se volete mettere ordine nella vostra impresa, contattatelo andrea@roseland-consulting.it) mi ha girato un testo (credo di Gianluca Bellofatto, vedo su Facebook) che elogia la resilienza, la forza indomita dell'imprenditore, vero eroe di questo Paese, che fa di tutto per non meritarsi lo spirito d'impresa di numerosi soggetti - definiti addirittura "prenditori" dal ministro (sic!) Luigi Di Maio, paracadutato in un ruolo troppo complesso per le sue capacità.

Leggete quindi con calma il testo sotto. Poi vi invito a commentarlo.

"Invito tutti ad aprire un'azienda o un'attività, rischiando capitale proprio (è facile essere capo con i soldi altrui) per far crescere il paese e sperimentare per un po’ di tempo cos'è la responsabilità di coordinare un progetto, la regolarizzazione delle tasse (tantissime), la selezione del personale, l'affitto di locali o uffici o infrastrutture per il luogo di lavoro. L’acquisto di attrezzature tanto costose quanto indispensabili all’attività.

Invito tutti a fare questo esperimento.
Imparare a calcolare il valore di un'ora di lavoro. Rimanere notti intere senza dormire preoccupati per i conti che non quadrano.
Invito anche a sperimentare cosa significa formare le persone, ispirando il meglio in ognuno. Motivare con parole, con rispetto, onestà e con i tuoi soldi, e accettare che dopo questo sforzo ti deludano, perché succede ...



Prova anche a promuovere il buon umore quando arriveranno i nemici, le critiche, le lamentele... quando dubiterai di te stesso e quando gli altri dubiteranno di te, perché succede ... lo raccomando davvero.
Raccomando di prendere soldi dai tuoi risparmi di una vita o di prendere soldi in prestito da amici o familiari, per non ritardare i pagamenti e sentirti dire  "non è niente di che", "non preoccuparti"..."andrà tutto bene".
Prova anche a guardare negli occhi un dipendente o collaboratore e licenziarlo, anche se per motivi più che giustificati.
Prova ad avere giudizi di lavoro, contenziosi, udienze, moratorie, nuove tasse, aumenti, crisi, furti, problemi edilizi, rescissioni di contratti, mancati pagamenti, rifinanziare debiti, cercare garanti.
Tornare a casa frustrato da un progetto fallito, da un’idea o strategia che non funziona.
Ma comunque rimanere fermo e vivace sempre!
Fai questo test. Ti vedrai sveglio alle tre del mattino senza motivo apparente, ma con il pensiero su un prodotto, su un problema con un cliente, su una conversazione d'ufficio o su un piano per evitare il fallimento.
Prova ad essere capo per alcuni anni creando posti di lavoro e opportunità per poi essere visto come sfruttatore ed evasore!
Fai questo test! Ma fallo credendo davvero che lo scopo della tua attività vada ben oltre il guadagnare soldi.
E quando parleranno di te o raggiungerai il successo, ricordati tutto quello che hai fatto.
Tienilo nell'anima!.
Fai questo esperimento un giorno: apri un'azienda e tienila nel tempo".


Chiunque abbia fondato e sviluppato un'impresa, non può che ritrovarsi in questa invettiva. 
Con il governo più statalista che la storia italiana ricordi, è importante mantenere la barra e dritta e andare avanti per la propria strada. Le soddisfazioni, alla fine del viaggio avventuroso nel mondo dell'impresa, saranno notevoli.

Chiudo con Shelley, poeta inglese (1792-1822, a Lerici!), che nel "Prometeo liberato" scrive una sorta di manifesto libertario, "uno squillo di tromba" (secondo il professor Guidorizzi):

Perdonare torti più cupi della morte
sfidare il Potere, che sembra onnipotente,
amare e sopportare
non cambiare, né vacillare, né pentirsi
questo, come la tua gloria, o Titano,
è essere buoni, grandi e lieti,
liberi e belli
questo solo è Vita, Gioia; Impero e Vittoria

mercoledì 1 luglio 2020

L'Italia: un Paese senza mezze misure dove le medie non valgono

All'estero si domandano sempre come l'Italia faccia a stare in piedi. Con una classe politica - scelta da noi! - screditata, con una pubblica amministrazione da quarto mondo, con sprechi di spesa pubblica senza limiti - viva i bonus per tutti!, come nel Paese dei Balocchi -, con corruzione endemica e criminalità organizzate che rendono molto difficile fare impresa in diverse regioni del Paese.
Siamo un Paese senza mezze misure. Abbiamo Mario Draghi e il viceministro dell'Economia Laura Castelli .- colei, membro del M5s che criticò il ministro Piercarlo Padoan senza sapere alcunché ("Questo lo dice lei"); Giggino di Maio e Tommaso Padoa-Schioppa; Paolo Baffi e Antonio Fazio.

Una storia a pieno titolo "senza mezze misure" è quella che vede Vincenzo Di Leo, ex operaio bianzolo finanziato da Bill Gates con un milione di dollari per sviluppare con caratteristiche particolari una pompa che spurga acque reflue (destinazione Africa dove la fondazione Bill & Melinda Gates dona miliardi di dollari l'anno).

La sfida è sempre la stessa: la forza della tenacia contro la debolezza d'animo; laboriosità contro nullafacenza, luce contro tenebre; le idee contro il pensiero stantio; la trasparenza contro l'opacità. La buona economia contro le confraternite del potere.

Chiudo con le parole piene di speranza di Manuel Bortuzzo, giovane promessa del nuoto, colpito accidentamente da un proiettile che lo ha ridotto in sedia a rotelle: "Ciò che conta è che ho imparato quanto vale la pena piangere, soffrire, sacrificarsi, pur di raggiungere un risultato a cui teniamo, perchè la soddisfazione ripaga di tutta la fatica fatta. Ho conosciuto l'abisso della disperazione, e ne sono venuto fuori, ora posso dirlo, con le mie gambe" (Rinascere. L'anno in cui ho ricominciato a vincere, Rizzoli, 2019)

domenica 24 maggio 2020

I tassisti, con dichiarazioni dei redditi ridicole, piangono miseria. Troppo comodo!

Una notizia mi ha colpito in modo particolare nei giorni scorsi. Così ha titolato il Corriere della Sera: "Taxi in sciopero contro il Pirellone: "La pazienza è finita". Cosa sarà mai successo, mi sono chiesto. Semplice, i tassisti protestano davanti al Palazzo della Regione perchè esclusi dalle politiche regionali di aiuto post coronavirus (possono sempre richiedere il contributo di 600 euro come lavoratori autonomi).
Come ha sostenuto il presidente emerito del Censis Giuseppe De Rita, ormai stiamo diventando un Paese con i sussidi ad personam.

Già in passato su queste pagine mi sono scontrato coi taxisti, una delle numerose categorie che vivono di rendita e adottano la classica strategia del "chiagni e fotti", ossia piangono miseria ogni piè sospinto. Rivendicano sempre qualcosa. No a Uber. No alle liberalizzazioni, No all'obbligo di scontrino (perchè non passano dal Telepass quando portano i clienti a Malpensa?). No all'utilizzo delle carte di credito. Una lobby potentissima. Quando anni fa ho chiesto delucidazioni sula tariffa notturna che parte dalle 21, apriti cielo, il blog tempestato di insulti e financo minacce di morte.

Una domanda preliminare: le dichiarazioni dei redditi dei tassisti hanno qualcosa di veritiero? Assomigliano alla realtà? Come è possibile dichiarare meno di 15mila euro? Qualcuno me lo spiega? Sto parlando di reddito lordo, pre-contributi Inps e pre-Irpef e pre-addizionali regionali/comunali. Perchè ci si dovrebbe chiedere come fa un tassista a sopravvivere con meno di 600 euro netti al mese. Infatti dai dati dell'Agenzia delle Entrate usciti poche settimane fa si evince che fare il tassista non conviene in modo assoluto. Si fa la fame. Senza alcun coronavirus. Anzi, il contributo di 600 euro netti sarebbe maggiore del reddito dichiarato nei tempi buoni.

Le proteste dovrebbero essere precedute dall'invio del Modello Unico. Sono titolati a parlare solo coloro che hanno presentato una dichiarazione dei redditi seria. Non si può rivendicare aiuti dallo Stato quando per anni lo si è fregato bellamente. Infatti in Germania il sussidio arriva, ma è parametrato al reddito dichiarato l'anno precedente. Non si possono invocare aiuti urlando "la pazienza è finita". E' finita la pazienza dei contribuenti onesti, che sanno benissimo che con 15mila euro lordi si arriva a malapena a giugno. E il resto dell'anno? Si muore di fame?

In Italia il profitto è osteggiato a livelli mostruosi. Mentre le rendite sono amate e favorite a livello fiscale. Come la mettiamo? L'impresa è "brutta e cattiva" mentre percepire redditi da locazione o da business regolati è cosa "buona e giusta"?Qualche insegnante vuole spiegare la differenza ai nostri ragazzi? Così magari in futuro qualcosa cambierà.

lunedì 13 aprile 2020

Un Paese senza

L'Italia arriva sempre in ritardo. Quando c'è un casino - e il coronavirus lo è di bestia - arriviamo già col fiato sul collo, impreparati. Senza un piano B, senza contromisure, senza un contingency plan. Basta che emerga un problema, e i nodi strutturali della nostra arretratezza, vengono al pettine.

Le istituzioni non sanno come muoversi, il diritto - della serie abbiamo una Costituzione bellissima, dove i poteri sono tutti chiari tra Regioni e Stato centrale - impasta le decisioni, i sindaci litigano con la Protezione Civile, i presidenti delle Regioni vanno ognuno per loro conto.

Un Paese provvisorio, diceva giustamente Edmondo Berselli (quanto ci manchi!).

Qualche giorno fa è morto Alberto Arbasino, intellettuale arguto, coniatore dell'immagine della "casalinga di Voghera". Andate su Mondo operaio a guardare il dibattito in salotto tra lui, Ronchey, Guttuso e Bettino Craxi sul futuro della sinistra italiana. Che livelli rispetto a oggi.

Nel suo immenso "Un Paese senza", nel 1980 Arbasino scriveva in apertura:

Un Paese senza memoria
Un Paese senza storia
Un Paese senza passato
Un Paese senza esperienza
Un Paese senza grandezza
Un Paese senza dignità
Un Paese senza realtà
Un Paese senza motivazioni
Un Paese programmi
Un Paese senza progetti
Un Paese senza testa
Un Paese senza gambe
Un Paese senza conoscenze
Un Paese senza senso
Un Paese senza sapere
Un Paese senza sapersi vedere
Un Paese senza guardarsi
Un Paese senza capirsi
Un Paese senza avvenire?

Arbasino proseguiva: "Un Paese onirico,senza nessi con la realtà, nè rapporti con l'esistente, voltando le spalle a se stesso, fissando energie soprattutto in sperperi ideologici e/o desideranti e/o bovaristici (finiremo come il Venezuela o l'Argentiva, tuonava incazzato Marcello De Cecco, ndr), senza volersi rendere conto che anche troppo spesso "tutto questo è già accaduto"...con varianti minime: la violenza, la ferocia, la volubilità, l'irresponsabilità, l'intolleranza, l'arroganza, il discorso teorico, il dibattito astratto,...la superficialità, la leggerezza, la criminalità, la volgarità, la villania, l'incompetenza, la ladreria, il banditismo, il teppismo, ...il cinismo, il melodramma, l'opportunismo, il trasformismo, il machiavellismo, il birignao, l'imbroglio, la cosiddetta arte di arrangiarsi, il presunto dolce far niente, l'incoerenza dei conformismi,...i conflitti corporativi, la rivendicazione di privilegi a spese d'altri, la smania di teatralità e di processioni, l'ingordigia di apparati circensi, lo snobismo di massa, l'incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, il latinorum dell'Azzecca-garbugli,..i sicari sulla porta, la bande, le minacce, le vendette, gli agguati, i rapimenti, i ricatti,...le speculazioni insensate, gli investimenti rovinosi, ...il provincialismo autarchico".

Un'analisi perfetta per il nostro disgraziato paese, dall'umanità sconvolgente.


Pierluigi Ciocca nel suo "Ricchi per sempre?" chiosa così:
"Carlo Cipolla ha chiarito nella retrospettiva di secoli il punto chiave: il benessere materiale degli italiani non è mai definitivamente acquisito. Il rischio dell'arresto, della perdita delle posizioni con fatica conquistate, è sempre latente.
Come la storia ci insegna, non possiamo sederci sugli allori...
Va respinta la provinciale presunzione di essere ormai ricchi per sempre.
La via obbligata per le imprese e per coloro che ci lavorano è la ricerca incessante di qualità imprenditoriale e professionale, aggiunta di valore agli inputs importati, capacità di esportare, di offrire "cose nuove che piacciano al mondo".

Nella dedica che Ciocca mi ha donato, si legge: "Al dott. Piccone, temo che il ? (Ricchi per sempre?, ndr) cadrà e che la risposta sia "no"?

lunedì 23 marzo 2020

Omaggio a Gianni Mura, maestro di giornalismo

Nel mezzo di questa maledetta pandemia da Coronavirus, ci ha lasciati Gianni Mura, 74 anni, un giornalista che ho amato tanto quanto il suo maestro Gianni Brera.
Le sue rubriche su Repubblica, i suoi racconti sul calcio e sul ciclismo mi hanno accompagnato fin da ragazzo. Infatti, dopo alcune esitazioni, sono andato alla ricerca nel mio archivio cartaceo della cartelletta di carta con scritto #GianniMura.
L'ho aperta, e mi è aperto un mondo (e il bocchettone delle lacrime).

20 ottobre 1991, Sette giorni di cattivi pensieri, la sua rubrica del sabato su Repubblica: "Un briciolo di speranza viene dalla lettura dell'Europeo. Pasquale Bruno, difensore del Torino (ve lo ricordate? Un macellaio spaccagambe, ndr), a una domanda sul dopo-calcio, risponde: "Tante idee mi frullano in testa: allestire una palestra, dedicarmi alle assicurazioni. Oppure fare il giornalista a tempo pieno. Collaboro con la Gazzetta del Piemonte, il quotidiano di Borsano, presidente del Torino e presto prenderò la tessera di pubblicista. Un giorno darò anch'io i voti ai giocatori. E ai tipi tosti come me non rifilerò il solito quattro o cinque ma un bel dieci". Bravo Bruno: 3. 
E Mura, che dedicava la giornata del venerdì alle chicche sui giornali, prosegue: "Fra le altre cose, Bruno ci tiene a chiarire la sua fama di picchiatore: "Io non posso rinunciare alla mia cattiveria. Non posso scendere in campo senza la mia grinta, il mio modo di intendere il calcio, uno sport per uomini veri e non per signorine". Questa non è nuova, chiosa Mura, per poi segnalare che Bruno ha provato grande soddisfazione nel vedersi nella classifica di Cuore (il giornale satirico diretto da Michele Serra) sulle cose per cui vale la pena vivere: "Pasquale Bruno in nazionale" ha 185 voti, più di Paolo Conte.

Il 4 novembre 1990 Mura attacca il pezzo citando Giorgio Bocca: "E noi coglioni, i paguri bernardi, continuiamo a prenderli sul serio, a intervistarli, questi zombi". Ho aperto con la chiusa di un pezzo di Giorgio Bocca (8) su Gava (0,5), che da solo valeva tutto il Venerdì. Bocca si occupa di cose importanti per la vita, o per la sopravvivenza dell'Italia. Roba più seria dell'erba di San Siro o della moviola. Mi sembra però che la sua frase finale vada bene per svariati settori, e mi sembra che il linguaggio si stia esasperando (e non erano ancora comparsi i leoni da tastiera, ndr), incupendo, come intriso dal dubbio che ormai sia tutto inutile".

Pesco ancora dal mio archivio un esilerante "Sette giorni di cattivi pensieri", datato genericamente "1989", dal titolo "Vietato ai minori".
Uno spasso. cito testualmente:

"Il contenuto di questo pezzo può turbare la sensibilità di qualcuno. Se ne consiglia la visione ai soli lettori adulti. Si parte da due brevi notizie uscite su "Gazzetta" e "Corriere" di lunedì. Il succo è questo: c'è una signora milanese di Arona (sembra l'inizio di un limerick) che va a Roma a vedere il Milan. E alloggia nell'albergo del Milan. Con le ci sono le figlie (27 e 19 anni). In minigonna. Nella hall. L'occhio di Arrigo Sacchi (allora allenatore del Milan, per chi non lo sapesse, ndr) registra allarmato. "Possono turbare i giocatori". Ne parla con Adriano Galliani: faccia qualcosa, inviti queste donne a non frequentare i luoghi. In un albergo sopra via Veneto, si presume ci siano dozzine di donne e anche qualche minigonna. Invece di rispondere "vada a parlarci lei, mister", Galliani prova a delegare il supertifoso parmigiano Pietro Bernazzoli detto Gheddafi, ma alla fine l'ingrato compito lo prende Silvano Ramaccioni. Per quanto possa essere diplomatico, resta un discorsetto d'ostracismo. La signora piange (sbagliato), s'offende (giusto)...Affascinanti queste piccole storie. Se il Milan è turbato da una minigonna, è meglio che il prossimo ritiro lo faccia in mezzo ai chador. E se Arrigo Sacchi (voto 1) fa questo genere di pubblicità ai tecnici dell'ultima ondata, viva Oronzo Pugliese".

Gianni Brera e Gianni Mura
Chiudo con due battute sul ciclismo. Un giorno Mura chiese a Marco Pantani: "Perchè vai così forte in salita? E Pantadattilo, soprannominato così proprio da lui, rispose: "Per abbreviare la mia agonia". Che fa il paio con "saranno poco romantiche le gambe, ma nel ciclismo contano".
Che formidabili racconti ci hai regalato, caro Gianni, dal Tour de France!

Caro Gianni Mura, come chiudevi i tuoi obituary, ti sia lieve la terra. Non ti dimenticherò.

venerdì 6 marzo 2020

Mio nonno Carlo Tagliabue entra nel Giardino dei Giusti, una storia da raccontare

Carlo Tagliabue
Oggi è il giorno dei Giusti. Si festeggiano i Giusti, coloro che hanno aiutato gli ebrei durante la loro vita. Secondo Gariwo, i Giusti, in ogni parte del mondo, vengono scelti dopo attente ricerche storiche che dimostrino l'opera di salvataggio di vite umane in tutti i genocidi e l'aver difeso la dignità umana durante i totalitarismi.

La scelta di destinare uno spazio ai Giusti del Monte Stella (la montagnetta di San Siro, così la chiamano i milanesi, costruita con le macerie della seconda guerra mondiale) nel Giardino Virtuale discende dalla impossibilità di dedicare un albero a tutti i Giusti di cui pervengono le segnalazioni, sia per mancanza di spazio, sia per la tematica nuova e diversa che ogni anno viene affrontata.

Con l’inserimento nel Giardino Virtuale l’Associazione ha voluto sopperire a questo limite oggettivo, per rendere omaggio a quanti hanno onorato la propria qualità di esseri umani in nome di tutti gli uomini di coscienza e buona volontà.

I nuovi Giusti scelti per il 2020 saranno onorati in occasione della prossima Giornata dei Giusti - 6 marzo.

Mio nonno, Carlo Tagliabue (1888-1961), è uno di questi. Sarebbe stato premiato (il premio sarebbe stato ritirato da mia madre Giancarla, primogenita) il prossimo 10 marzo a Palazzo Marino se questo maledetto Coronavirus non avesse bloccato ogni tipo di manifestazione. Dal 7 dicembre 2017 la Giornata dei Giusti è solennità civile in Italia: ogni anno il 6 marzo celebriamo l’esempio dei Giusti del passato e del presente per diffondere i valori della responsabilità, della tolleranza, della solidarietà.

«A maggior ragione in un momento complesso come quello attuale – commenta il presidente del Consiglio comunale di Milano Lamberto Bertolé -, l’esempio di chi ha dedicato la propria vita agli ideali di giustizia, non violenza e amore verso ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo deve guidarci nelle scelte che compiamo ogni giorno. Solidarietà e rispetto, ci ricordano i Giusti, sono fondamentali per affrontare il presente e pensare al futuro».

Carlo Tagliabue è stato per anni (dal 1923 al 1946, dopo aver scalato con merito i gradi della carriera amministrativa) direttore della Pia Casa degli Incurabili ("e degli schifosi", secondo la dicitura al momento della fondazione) di Abbiategrasso - in provincia di Milano - oggi facente parte dell'Azienda dei Servizi alla Persona Golgi Redaelli (Camillo Golgi, 1843-1923è il primo scienziato italiano ad aver preso il Premio Nobel nel 1906).
Chi lo ha conosciuto, ne ha sempre denotato forti tratti di umanità. Credeva nel ruolo del lavoro, che conferisce dignità alle persone. Una delle sue massime era: "Se uno non si sente utile, si lascia morire". Durante la sua gestione, diede impulso a una serie di attività, dalla produzione di stuzzicadenti all'innovativa piscicoltura, che prevedeva di cibare le carpe con gli insetti presenti nelle risaie, e cucinare poi le carpe per gli ospiti della Pia Casa, quando la penuria di cibo durante la guerra di faceva sentire. Così facendo, la Pia Casa raggiunse la totale indipendenza economica (Carlo era ragioniere e guardava sempre ai numeri, io faccio altrettanto, saraà questione di dna!).

Pia Casa degli Incurabili
Carlo Tagliabue, nonostante la sua iniziale adesione al fascismo, nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, quando vide gli orribili delitti del nazifascismo, divenne un ribelle e sfidò la polizia con suo grave rischio personale, nascondendo nel reparto femminile della struttura una trentina di donne ebree, che sottrasse così alla persecuzione nazifascista. Per confonderle con le pazienti, diede loro la divisa degli ospiti della Pia Casa; le nascose, e le nutrì, vigilando attentamente sulla loro incolumità. 

Solo lui, il cappellano don Filippo Carminati, un paio di suore, e il medico conoscevano il rifugio delle donne ebree alla Pia Casa e ogni tanto andavano a trovarle per riferire loro le notizie che venivano trasmesse dalle radio straniere, cercando d'infondere così nei loro animi fiducia e speranza.
Secondo le testimonianze raccolte, era a conoscenza della cosa anche don Ambrogio Palestra (che in seguito testimoniò la vicenda), zio dello storico di Abbiategrasso Mario Comincini.
Io non ho mai conosciuto mio nonno, se non dai racconti di mia madre e mia zia Milly, che lo hanno descritto come integerrimo e con una dedizione totale al lavoro. Alla sera, dopo cena, tornava alla Pia Casa per completare le cose non ancora realizzate. Spesso le figlie lo andavano a chiamare, sospinte dalla madre, che non lo vedeva mai arrivare.
Sorrido, a distanza di anni perchè mi sovvien quello che sosteneva Carlo Azeglio Ciampi: "La scrivania alla sera deve essere lasciata vuota", così che il giorno dopo si possa ripartire di gran lena.
Caro nonno Carlo, sono proud of you; possiamo dire che Carlo Azeglio abbia imparato da te. 
Ti sia lieve la terra, caro Carlo.

P.S.: oggi alle 14.30 sulla pagina facebook di Gariwo (la Foresta dei Giusti),
Qui l'articolo su Corriere Milano 
Qui la pagina dedicata a Carlo Tagliabue dall'Istituto Geriatrico Golgi
P.S/2: un particolare ringraziamento va a Marco Bascapè, dirigente del Servizio Archivio e Beni Culturali, ​ASP Golgi-Redaelli, e al suo team, senza i quali la storia di Carlo Tagliabue non sarebbe emersa.

giovedì 6 febbraio 2020

Guido Roberto Vitale, finanziere ante litteram

Guido Roberto Vitale

Quando l’Italia del maestro Manzi leggeva la Gazzetta dello sport per familiarizzare con la lingua italiana, Guido Roberto Vitale leggeva il Financial Times. Laureato brillantemente in economia – senza lode perchè il barone di turno scoprì di non essere citato nella tesi sulle operazioni di mercato aperto della Federal Reserve – all’Università di Torino, Vitale partì per Londra e New York (specializzato alla Columbia university), per poi lavorare a Mediobanca. Possiamo dire che abbia portato il merchant banking in Italia, attraverso Euromobiliare, da lui fondata nel 1973.

Guido Roberto Vitale, scomparso giusto un anno fa, era un alieno in territorio straniero. Un predicatore nella terra degli infedeli. Un italiano anomalo: grande innovatore, lungimirante, intollerante verso il compromesso (si dimise appena Michele Sindona comprò la Centrale Finanziaria, nonostante il finanziere siciliano gli offrì un assegno in bianco), fautore del merito, affascinato dai giovani, trasparente. Praticamente, la nostra classe dirigente al contrario. Dove regnava il sotterfugio, lui voleva chiarezza. Amava la competenza e le persone preparate. Nei tempi dell’«uno vale uno», un extraterrestre. Credeva nei giovani, veramente, li spronava in continuazione. Ne serbo testimonianza diretta. Un vero talent scout. Ha allevato da maestro di vita una generazione di persone, alle quali raccomandava il rispetto rigoroso delle regole, degli investitori, del mercato.

L’italiano ama gli arabeschi, Vitale preferiva la linea retta della franchezza. Le idee dovevano emergere, così come la verità, senza mezze misure. Un giorno, vedendomi indeciso se pubblicare o no un testo forse troppo incisivo, mi disse: «Si farà qualche nemico in più, ma è il prezzo che si paga per essere liberi e intellettualmente onesti».
Luigi Einaudi allo scrittoio
Le sue riflessioni, mai banali, erano concreti inviti a lavorare per cambiare le cose. Quando eravamo in dirittura d’arrivo per il volume L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti”, una mattina di buon’ora mi chiamò – lui aveva già letto tutti i quotidiani, amava in modo viscerale la carta stampata – per dirmi: «Dottor Piccone, la citazione di Einaudi sul “silenzio degli industriali” vale il libro (ripubblicò anni fa Le lezioni di politica sociale). Adesso chiamo Claudio Cerasa del “Foglio” per chiedergli di pubblicare integralmente quel testo». Gli risposi: «Dottor Vitale, ho appena riletto l’intervento di Einaudi in occasione del suo insediamento al Quirinale nel 1948». E gli citai il passaggio chiave, dove l’economista liberale invitava a puntare, con il consueto stile asciutto e puntuale, sull’«eguaglianza delle condizioni di partenza». Non potevo che rallegrarlo, vista la sua netta contrarietà alla «nefasta preferenza dell’egualitarismo che malauguratamente permea la nostra società».

Quando Vitale fondò la Vitale e Associati (2001), decise di pubblicare ogni due anni un volume da regalare ai clienti, con l’obiettivo di far dibattere le classi dirigenti, secondo lui tra i maggiori responsabili del declino italiano. La cultura, per lui, aveva un valore imprescindibile. E doveva legarsi a un piano d’azione successivo. Sono diversi i libri pubblicati negli anni. Uno edito nel 2008 ricordava il pensiero economico di Luigi Sturzo, formidabile intellettuale e politico, tra i primi a combattere contro lo statalismo: «Di bestie enormi della democrazia ne ho individuate proprio tre: lo statalismo – la partitocrazia – l’abuso di denaro pubblico; il primo va contro la libertà, la seconda contro l’eguaglianza, il terzo contro la giustizia».

Nel volume del 2015 di Sergio Romano Breve storia del debito da Bismarck a Merkel, nell’introduzione di Fabrizio Saccomanni si deprecava l’atteggiamento schizofrenico di far crescere il deficit pubblico con le politiche keynesiane (“all’italiana”, che come diceva Marcello De Cecco favoriscono i soliti noti), e al contempo dichiarare di voler ridurre il debito. Se il debito pubblico è la somma dei deficit del passato, non si capisce come possa essere ridotto aumentando la spesa pubblica corrente. Non a caso il compianto civil servant in nota vergava così: «Il nesso tra debito e deficit era ben chiaro al signor Micawber, personaggio di David Copperfield di Dickens, il quale, imprigionato dai debiti nel carcere di Marshalsea a Londra, predicava una sua filosofia economico-morale: ».

Nel novembre 2017 Vitale decise di affidarmi il compito di scrivere un volume sul capitalismo italiano. Ogni settimana ci vedevamo per confrontarci e scrivere l’indice insieme. Non ha mai voluto sindacare il mio pensiero. Ma nei numerosi nostri incontri, il confronto era serrato. C’era sempre da imparare. Senza contare che Vitale mi stimolò con la presenza di un discussant di pregio, Francesco Giavazzi, che poi ha scritto la prefazione al volume che, con una felice intuizione di Vitale stesso, uscì col titolo L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti.

Un giorno Vitale mi invita a pranzo e, appena seduto, mi fissa negli occhi e mi dice: «Dottor Piccone, ho letto con attenzione l’ultimo capitolo e non mi sono piaciute le ultime righe». Preoccupato, prendo le bozze e chiedo spiegazioni. Leggiamo insieme un passaggio di Tommaso Padoa-Schioppa che invitava tutte le classi sociali ad impegnarsi per invertire le aspettative, per uscire dall’invidia, dal rancore e dalla nostalgia. TPS scriveva sul Corriere della Sera: «Si ritornerà alla crescita solo se all’ansia della rincorsa, che ci ha sospinto per anni, subentrerà, quale spirito animatore, una ambizione nazionale. Desiderio di eccellere come Paese, fiducia nelle sue forze, sguardo lungo». Vitale si concentra sul termine desiderio e mi dà una lezione di vita: «Piccone, il desiderio è insufficiente, non basta. Se gli americani avessero desiderato andare sulla Luna, non ci sarebbero andati. Occorre un impegno deciso, il commitment, a cui va affiancata la responsabilità delle classi dirigenti che devono scegliere le persone giuste per gli obiettivi fissati, stendere un budget coerente e trovare le risorse».

Alessandro Galante Garrone definiva quelli che considerava i suoi maestri «i miei maggiori». Vitale è stato sicuramente uno di essi. Milano e l’Italia perdono con lui un ulteriore punto di riferimento. Dopo Umberto Eco, Umberto Veronesi, Inge Feltrinelli e altri nostri «maggiori», ci troviamo ancora più orfani senza Vitale. Quando se ne vanno i migliori, siamo indotti a pensare che non ci siano eredi all’altezza. Allora impegniamoci con la passione civile dell’Italia migliore, dell’«altra Italia», quella laica sognata da Ugo La Malfa, Giovanni Spadolini, Carlo Azeglio Ciampi e Guido Roberto Vitale, che nell’ultima telefonata mi disse: «Lasciamo lavorare le intelligenze».

P. S.: Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio e su Econopoly (blog del Sole 24 ore) in data 6 febbraio 2020.

lunedì 27 gennaio 2020

L'Emilia Romagna respinge Salvini e azzera i Cinque Stelle

Gli sconfitti Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni
La vittoria del Partito Democratico alle elezioni regionali - in verità ha vinto il candidato Stefano Bonaccini, vero front-men, tosto come pochi - necessità di risposte.

Come poteva una delle regioni più ricche d'Europa, con la sanità tra le migliori al modo, con gli asili nido invidiati dovunque, bocciare l'amministrazione uscente - secondo i principali parametri - capace e seria, per dare il potere a una compagine che fa dell'odio e del disprezzo per l'avversario una caratteristica distintiva?

Avrebbero potuto contare due variabili, la paura - fomentata - dell'immigrazione e la sicurezza, due sfere di competenze che non spettano a coloro che governano le regioni. Come ha scritto Piero Ignazi su Repubblica, "proprio perché sazia e appagata, questa regione è, non da ora, alla ricerca di qualcosa di diverso, del brivido della novità, e persino dell'indicibile".

Sarebbe stato comunque inspiegabile come possa un'area economica che basa il proprio tenore di vita sull'apertura al commercio, sulle esportazioni fitte in tutto il mondo - dalle pesche alle apparecchiature medicali, dagli attrezzi da palestra di Technogym ai motori, dalla Ferrari ai tortellini - votare a favore di forze politiche che invocano il nazionalismo, "prima gli italiani", il "sovranismo" becero che non porta da nessuna parte.

Luigi Einaudi sul sovranismo ha scritto pagine bellissime. Nel 1945 scrisse: «lo Stato sovrano che, entro i suoi limiti territoriali, può fare leggi, senza badare a quel che accade fuor di quei limiti, è oggi anacronistico e falso. Anche le guerre diventeranno più rare, finché esse non scompaiano del tutto, nel giorno in cui sia per sempre fugato dal cuore e dalla mente degli uomini l’idolo immondo dello Stato sovrano».

Gli italiani ogni tanto, si fanno affascinare da persone di modesta qualità, che li portano nell'abisso. Così, tanto per dire, dopo la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini a Francia e Germania del 10 giugno 1940, furono in molti a dover partire con le scarpe di cartone per la guerra. E quanti furono gli alpini a tornare dalla Russia? Ce lo dovremmo ricordare, ma quanti hanno letto "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern?

giovedì 9 gennaio 2020

La storia di Adriano Olivetti dovrebbe essere meno edulcorata


Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi
L'apertura degli archivi di Mediobanca - intitolati a Vincenzo Maranghi - consente agli storici di tornare su alcune vicende economiche di grande rilievo. Una di queste è legata al salvataggio dell'Olivetti, negli anni Sessanta.
Fondata da Camillo Olivetti all'inizio del '900, l'Olivetti ebbe il suo periodo di splendore con Adriano Olivetti negli anni Cinquanta.
Come è noto Adriano Olivetti morì in treno verso Losanna - probabilmente per chiedere ulteriori finanziamenti alle banche svizzere - il 27 febbraio 1960.

Come ha scritto il presidente di Mediobanca Renato Pagliaro, la documentazione è davvero eccezionale: "Tutte le riunioni con la clientela venivano verbalizzate e fatte circolare...da notare che sempre il documento di lavoro già conteneva i punti chiave delle questioni affrontate, concrete ipotesi di soluzione, i pro e i contro, le impressioni e spesso un giudizio sugli interlocutori. Questo era reso possibile da un approccio che rimane piuttosto unico in un'Italia generalmente timorosa e spesso ipocrita...Lo stile della casa era,e resta, quello di rappresentare alla clientela, senza remore, il nostro schietto punto di vista professionale, spesso non aderente alle attese della stessa, cui di contro chiediamo una dialettica altrettanto sincera".

Adriano Olivetti
Il punto decisivo era che Adriano Olivetti aveva solo il 10% delle azioni e quindi era sotto costante condizionamento degli altri membri della famiglia, I quali avevano messo in pegno tutte le azioni presso le grandi banche svizzere. "Eravamo in presenza di un'insufficienza del capitale azionario della Olivetti e una grande dispersione dell'azionariato nel nucleo familiare della famiglia e degli eredi Olivetti" (Giorgio La Malfa, cit.).
L'ingresso nel settore elettronico (avvenuto nel 1951) e l'acquisto disgraziato dell'Underwood (che costerà in perdite negli anni successive circa 100 miliardi di lire dell'epoca, una cifra colossale) posero l'Olivetti in serissima difficoltà
Nel 1963 la situazione precipita e diventa chiaro come l'Olivetti da sola non ce la può fare. Roberto Olivetti convince i familiari ad affidare a Bruno Visentini, allora vicepresidente dell'IRI, la questione. Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Comit, suggerisce di affidare a Mediobanca (governata allora da Enrico Cuccia) lo studio della situazione e delle possibili soluzioni.
Mediobanca procede a un accertamento scrupoloso delle condizioni dell'Olivetti (tragiche)

In un verbale dell'Archivio si legge di un colloquio in Banca dell'8 febbraio 1964. Roberto Olivetti fa presente la sua preoccupazione per la fissazione di un prezzo troppo basso per l'aumento di capitale.  "Dichiara che i familiari sembrano non rendersi conto di tutto ciò". E qui viene il bello. La franchezza, la verità, la forza delle argomentazioni, della logica, dei numeri. Prende la parola Enrico Cuccia che dice: "Non è Mediobanca che è andata a cercare l'Olivetti ma viceversa e che se I signori Olivetti intendono fare a meno di Mediobanca, la cosa ci lascia completamente indifferenti".
#Chapeau

sabato 16 novembre 2019

Omaggio a Mario Cotelli, un grande uomo di sport

Mario Cotelli
Alla fine dei febbrili anni Ottanta l'Italia tutta rimase affascinata dalle gesta sugli sci di Alberto Tomba, atleta formidabile, che da San Lazzaro di Savena in provincia di Bologna - non proprio una località montana - riuscì a conquistare vittorie in slalom speciale e gigante, fino a vincere la Coppa del Mondo.
Ricordo che erano in molti, compreso me, a smettere di sciare e guardare la seconda manche, dove Alberto spesso compiva miracolosi recuperi. I commentatori erano - su Telemontecarlo - Bruno Gattai - avvocato di fama, e Mario Cotelli. Erano racconti concitati ed emozionanti. La lucidità di Cotelli mi affascinò fin da subito e volli approfondire la sua figura. Non vedevo l'ora di leggere i suoi commenti sul Corriere della Sera.
Ricordo come fosse ieri il soprannome "Alberto a quattro ruote motrici", che Cotelli diede a Tomba, capace con l'incredibile forza muscolare di frantumare ogni record.
Essendo nato nel 1970 non ero a conoscenza delle imprese di Cotelli, giovanissimo (si fece crescere i baffi - come più tardi fece lo "zio" Bergomi - per dimostrare una maggiore età) direttore tecnico della "Valanga Azzurra" di Gustavo Thoeni, Piero Gros e Paolo De Chiesa dal 1969 al 1978.

Proprio qualche giorno fa, purtroppo, Mario Cotelli si è spento per sempre. Nato a Tirano in Valtellina nel 1943, ha fin da subito grande capacità di guida, di leadership. De Chiesa racconta: "Lo ascoltavi, magari non eri d'accordo, ma alla fine facevi quello che diceva lui". Memorabili le litigate con i suoi uomini. I regolamenti di conti verbali. Ma Cotelli era un eccellente gestore di campioni.
Nei suoi nove anni da d.t. l'Italia conquistò 5 Coppe del Mondo assolute (4 con Thoeni, 1 con Gros), e 12 medaglie tra Mondiali e Giochi, dominando le discipline tecniche e lanciando anche discesisti come Herbert Plank.
Leonardo David
Con l'irrompere di Ingemar Stenmark a metà degli anni Settanta, Cotelli capì che la pacchia era finita. Lo svedese sarebbe diventato imbattibile. Forse ce l'avrebbe fatta Leonardo David, grande promessa dello sci italiano, campione sfortunato, ridotto in stato vegetativo in un letto tra Gressoney e Innsbruck, dopo una brutta caduta nelle prove di discesa libera di Cortina (poi fece l'ultima gara a Lake Placid il 3 marzo 1979, dove all'arrivo crollò tra le braccia di Piero Gros per non risvegliarsi più).
David avrebbe potuto essere il trait d'union tra la Valanga Azzurra e Tomba. Mario Cotelli citava spesso il povero Leo. E gli veniva un groppo in gola.

E' riuscito, vincendo moltissimo, a trasformare gli slalom in un fenomeno televisivo di massa. Lo sci è diventato con lui un argomento di discussione, da bar. E ancora negli anni Novanta, con Tomba sugli scudi, sentire le sue telecronache era come ascoltare la coppia Rino Tommasi e Gianni Clerici.
Una volta lasciata la Valanga Azzurra, Cotelli ha continuato a dare molto allo sport italiano, in qualità di commentatore, giornalista, organizzatore, manager, pioniere del marketing sportivo.

Caro Mario Cotelli, la terra ti sia lieve.

martedì 5 novembre 2019

Parole in libertà: da Falcone e Borsellino morti in una disgrazia, a Napolitano "boia", a bambino di 10 anni "negro di merda"

Nel nostro beneamato Paese stiamo assistendo a un degrado linguistico che evoca un odio, un imbruttimento, una rabbia collettiva.
Solo nella giornata di oggi ho letto sui giornali nazionali che:

1. Al Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) la figura di riferimento per le 160 crisi industriali è Giorgio Sorial, un ex deputato M5S di 36 anni non rieletto ma noto per aver definite "boia" il presidente Giorgio Napolitano;
2. Antonello Nicosia, portaborse, componente del comitato nazionale dei radicali italiani, mentre in pubblico si batteva contro i mafiosi, di fatto era legato al boss Matteo Messina Denaro. In una intercettazione dice: "Dobbiamo cambiare nome all'aeroporto di Palermo. Perchè deve essere intitolato ai due magistrati (Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ndr). Non è detto siano vittime".
Tale dichiarazione fa pandan con quella della madre del mafioso pentito Giovanni Brusca, che riferendosi alla strage di Capaci, disse: "Si ricorda, quando ci fu la disgrazia..:".
Come sostiene la moglie del caposcorta assassinato con Falcone, Tina Montinaro, "Attenti ai Mafiosi e ai messaggi che mandano dalle celle".
3. Giocano i "pulcini". Una madre grida "Negro di merda"a un bimbo di 10 anni. Dopo gli insulti a Mario Balotelli domenica, il clima è da "liberi tutti". Ha ragione Maurizio Crosetti su Repubblica: "Vogliamo i delinquenti fuori dagli stadi, solo questo. I neonazisti, gli 'ndranghetisti ricattatori, i marci. Succederà". E le mamme (e padri) sceme e ignoranti.

Come abbiamo fatto a finire così male? Occorre reagire, altrimenti la convivenza civile va a farsi benedire.

lunedì 30 settembre 2019

L’esempio di Silvio Novembre, una vita per la cultura del rispetto delle regole

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Silvio Novembre
Siccome la memoria è l’arma dei deboli contro i forti, è un dovere civico oggi ricordare Silvio Novembre, scomparso l’altra notte a Milano. Maresciallo della Guardia di finanza, fu tra i principali collaboratori di Giorgio Ambrosoli durante la liquidazione della Banca Privata Italiana del banchiere-bancarottiere Michele Sindona, mandante dell’omicidio di colui che è stato definito da Corrado Stajano “Un eroe borghese”.
Nel corso delle ricerche storiche sulla figura di Paolo Baffi, ogni qualvolta avessi bisogno di confrontarmi, Novembre, generosissimo e dalla memoria prodigiosa, mi invitava a casa sua, dove stavo a sentirlo per ore, prendendo paginate di appunti. Il suo motto è sempre stato: “Più è difficile fare il proprio dovere, più bisogna farlo”. A inizio dicembre 2014, nell’occasione dell’ennesimo incontro, il maresciallo mi disse: “Se Ambrosoli non si fosse opposto a Michele Sindona, Ferdinando Ventriglia sarebbe diventato governatore della Banca d’Italia, al posto di Paolo Baffi”. La storia non si fa con i “se”, ma la nomina di Baffi – il “governatore della Vigilanza” secondo Donato Masciandaro – a Via Nazionale è stata determinante – in positivo – per la storia italiana.
Secondo i giornali dell’epoca, Ventriglia organizzò una cena per festeggiare in anteprima la sua prossima nomina a governatore. L’imprimatur di Guido Carli – che forse manifestò la sua preferenza per bruciarlo – lo fece smaniare. Quando, grazie a Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa, venne nominato Baffi, Carli disse: “Se ne accorgeranno”. Come dire, questi non conoscono la forza e l’intransigenza di Baffi. Purtroppo anni dopo – quando fu costretto a dimettersi per accuse poi rivelatisi senza fondamento alcuno (un “coacervo affaristico-politico-giudiziario”, con la regia di Giulio Andreotti) Baffi scrisse mestamente: “In realtà sono io che me ne sono dovuto accorgere”.

Nel dicembre 2014 Novembre fu insignito dell’Ambrogino d’oro su proposta dell’allora sindaco di Milano Giuliano Pisapia, con queste motivazioni: “Maresciallo della Guardia di Finanza, ha indagato per conto della Procura della Repubblica di Milano sul fallimento della Banca Privata Italiana. Con abnegazione ed altissima competenza tecnica, ha collaborato con il commissario liquidatore, avv. Giorgio Ambrosoli, standogli vicino ben oltre gli stretti obblighi di servizio (con la moglie ammalata per un tumore, Novembre faceva da scorta nella notte all’avvocato Ambrosoli, ndr). Ha contribuito poi, con i commissari liquidatori del Banco Ambrosiano, alla tutela degli interessi collettivi. Fondatore del circolo Società Civile, ha diffuso in città e nelle scuole il valore della legalità, dell’integrità e della lotta alla corruzione. Milano onora in Silvio Novembre un esempio di servizio generoso e instancabile alle istituzioni”.
È utile ricordare che Sindona, che si opponeva con tutte le forze al team guidato da Ambrosoli, cercò in tutti i modi di far trasferire Silvio Novembre. Il 4 novembre 1977, sull’agenda di Rodolfo Guzzi, avvocato di Sindona, c’è una piccola annotazione: “Riunione con Licio Gelli. Sostituzione di Novembre”. Solo l’intervento dei giudici Guido Viola e Ovidio Urbisci presso il Comando Generale, sventa il trasferimento di Novembre sul Monte Bianco.
Ha ragione Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, nel dire che “perdiamo un esempio altissimo di cittadino, che ha saputo esercitare la propria responsabilità di privato e di uomo delle istituzioni con profondo amore per l’Italia. Il suo impegno è andato ben oltre le vicende della Banca di Sindona: quando lasciò la Guardia di finanza mise la sua esperienza e competenza a disposizione dei commissari liquidatori del Banco Ambrosiano, avendo in quella occasione la possibilità anche di insegnare il suo metodo di lavoro ai tanti giovani collaboratori dei commissari”.
Silvio Novembre si è impegnato per anni nelle scuole e negli incontri per diffondere la cultura del rispetto delle regole e della ricerca della verità. Era una persona umile, non amava la ribalta. Ogni volta mi diceva con candore: “Io ho fatto solo il mio dovere”.
Se torniamo al terribile 1979, l’anno dell’omicidio Ambrosoli e dell’attacco alla Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli, vale la pena riprendere in mano il carteggio tra il governatore e Giorgio Bocca.
Il 17 luglio 1979 Giorgio Bocca firma in prima pagina un editoriale da incorniciare, dal titolo “Due cadaveri molto ingombranti: Ambrosoli e Varisco, drammi ignorati dall’Italia dell’indifferenza”.
 Questo l’attacco fulminante di Bocca: “Per capire quest’Italia che seppellisce in fretta i suoi cadaveri ingombranti e che, nella calura estiva finge di non vedere i suoi fantasmi, conviene osservare alcune fotografie. In una c’è la famiglia Ambrosoli che arriva alla basilica di san Vittore, a Milano, per il funerale di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato morto ammazzato perché sapeva troppe cose di don Michele Sindona e dei suoi amici altolocati. La signora Anna Lorenza non piange, avanza tenendo per mano i figli, Filippo di dieci anni e Umberto di otto anche essi a ciglio asciutto; due amici di famiglia o parenti camminano ai lati come in un affettuoso servizio e anche sui loro visi si legge questa pacata ma ferma testimonianza: ci siamo ancora, in questo paese c’è ancora gente che non si lascia intimidire dai cialtroni e dai Mafiosi, che non recita il suo dolore, che difende una buona educazione senza la quale non si può essere classe dirigente”.
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Annalori e i figli al funerale di Giorgio Ambrosoli
Bocca prosegue: “In un’altra fotografia, sempre ai funerali di Giorgio Ambrosoli, si vede Paolo Baffi, il governatore della Banca d’Italia, il solo gran commesso dello Stato, la sola autorità, il solo uomo di potere che abbia capito che con Giorgio Ambrosoli non si seppelliva un professionista qualsiasi, vittima di un disgraziato incidente, ma uno dei non molti che cercano di salvare l’essenziale di una civile convivenza; e non sembra casuale che Paolo Baffi, l’unico a capire, a sentire che bisognava esserci al funerale di Ambrosoli, sia a sua volta sottoposto ai ricatti e ai messaggi di una giustizia che vede le pagliuzze e non i tronchi”.
Questa la testimonianza orale – trascritta dal sottoscritto – di Silvio Novembre che conferma ciò che scrive Bocca: «Nel breve percorso a piedi verso il cimitero, Baffi mi disse: “Come è diverso morire a Roma. Qui siamo in pochi e non è presente alcun rappresentante delle istituzioni. La settimana scorsa sono stato a un funerale a Roma e le autorità c’erano tutte con le loro auto blu”».
A stretto giro di posta – 23 luglio 1979 (Archivio Storico della Banca d’Italia, Carte Baffi, Governatore Onorario) – Baffi risponde a Bocca: “Caro dottor Bocca, l’attacco contro la Banca d’Italia e la mia persona è stato così massiccio e spietato, ha usato in alcuni organi di stampa argomenti così fraudolenti, abietti e malvagi, che solo quattro e più decenni di lavoro onesto e di profonda reciproca conoscenza con i massimi dirigenti delle altre banche centrali hanno potuto farmi scudo contro colpi che avrebbero diversamente ferito l’immagine della Banca e mia. Ma anche così essendo, il Suo articolo sulla Repubblica mi ha aiutato, venendo a conferma dell’opinione che i miei colleghi all’estero si erano formati su questo maledetto affaire. (…) Le sono grato e Le presento gli auguri più fervidi per le battaglie che Ella conduce al fine di avvicinare l’Italia al modello di una convivenza civile”.
La domanda da porci oggi è se l’Italia ha raggiunto un livello decente di civile convivenza e viene da rispondere “no”.
L’ultima volta che ci siamo visti, nell’osservare alla parete del salotto l’onorificenza di “Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana”, Novembre, con gli occhi lucidi, mi ha mostrato una sua foto con Carlo Azeglio Ciampi e mi ha detto: “Io nutro per Ciampi una stima incommensurabile. Non so quante volte ci siamo visti, sia per Sindona che per il Banco Ambrosiano. Sono state per me le soddisfazioni di una vita”.
L’ho ringraziato ancora per l’esempio che ha dato a tutti gli italiani, l’ho abbracciato con forza e lui pure, con tutta la sua possente stazza. Ma come Primo Carnera, Novembre era buono come il pane.
Ti sia lieve la terra, caro Silvio Novembre.

Pubblicato il 29 settembre su Econopoly, blog del Sole 24 Ore