mercoledì 29 agosto 2018

Omaggio a Marina Camatini, scienziata tenace

Bisogna avere un grande rispetto per gli scienziati, per coloro che studiano tutta la vita alla ricerca del vero (che è sempre parziale, come ci insegna l'epistemologia, fino a che un nuovo studio dimostra la falsità delle affermazioni precedenti). Lo studio è incessante, fino alla fine della propria vita. La passione è così forte che tutto passa in secondo piano.
Credo che il degrado italiano sia iniziato quando Beppe Grillo, comico, già condannato in via definitiva per omicidio colposo, abbia potuto dare della "puttana" a Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, nonché senatrice a vita.
E' per questa stima che nutro verso i ricercatori che dedico questo post alla prof.ssa Marina Camatini, scomparsa qualche giorno fa, scienziata tenace, donna esigente e volitiva, severa (anche con se stessa), con grandi risorse cognitive, già docente ordinario di biologa cellulare, tra le fondatrici dell'Università degli Studi Milano Bicocca, già primo direttore del Dipartimento di Scienze dell'Ambiente e della Terra.
Tra i necrologi sul "Corriere della Sera", uno mi ha colpito in particolare, di Paolo Galli: "Oggi in Bicocca è come se mancasse un edificio, ci mancheranno i suoi giudizi taglienti". Il suo Dipartimento ha scritto: "La prof.ssa Camatini è stata un personaggio di grande rilievo nell'ambito della didattica e della ricerca...Oltre al suo grande valore scientifico, era anche una donna di rigore, di pragmatismo e di forti opinioni".
Marina è stata pioniera nella ricerca sugli effetti dell'inquinamento dell'aria, ha fondato il centro di ricerca Polaris, Polveri in Ambiente e Rischio per la Salute ed il suo contributo è stato fondamentale allo sviluppo dell'iniziativa BASE (Bicocca Ambiente Società Economia). Il Centro di Ricerca POLARIS studia impatti di diversa origine su ambiente e salute, propone criteri di gestione sostenibile di tematiche ambientali e fornisce strumenti utili ad orientare le politiche di governo del territorio. Collabora con aziende ed enti di ricerca per agevolare il trasferimento tecnologico tra Università e Impresa.
Il consiglio scientifico di Polaris nell'esprimere profondo cordoglio per la scomparsa della prof.ssa Camatini, ha scritto che "il suo entusiasmo e la capacità di innovare rimarranno di esempio". Ecco di cosa abbiamo bisogno. Di esempi. Positivi.
In Lombardia la battaglia contro l'inquinamento dell'aria è sempre stata vista come ancillare. La sensibilità è mancata, anche da parte della popolazione. La politica ha sempre visto i ricercatori come dei nemici, in combutta con i funzionari dell'Unione Europea, intenti a multare le regioni inadempienti ai progetti diretti a migliorare la qualità dell'aria.
Quando nel 2012 mi candidai come consigliere regionale nella Lista Civica "Per Ambrosoli Presidente" in Lombardia, ebbi modo di confrontarmi con la prof.ssa Camatini, la quale mi illustrò come la politica cercasse di mitigare la misurazione corretta dei livelli di inquinamento. Se si istalla un rilevatore in viale Abruzzi ad "altezza passeggino", è ben diverso da metterlo alla montagnetta di San Siro.
Con il presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, il "Celeste", colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo per vent'anni, i rapporti non devono essere stati facili, anche perché Marina, era una scienziata "ricca di personalità e di obiettivi" (Rettore di Milano Bicocca, cit.)
I suoi giudizi - al telefono con me - erano sferzanti, ma sempre venati da un tratto di ironia.
Io che l'ho conosciuta grazie al figlio Alessandro - amico di una vita - posso dire che fosse una donna speciale, che ha dedicato la sua vita alla famiglia e alla ricerca. Come ha detto Alessandro stamane in chiesa, trattenendo a fatica l'emozione, "è stata sia un'esploratrice che una docente appassionata, sempre caratterizzata da una spasmodica curiosità".
Fuori dalla chiesa si formano i capannelli, dove ognuno porta il suo ricordo. Marco esprime il suo plauso per la capacità di Marina di esprimere sempre la sua opinione con franchezza, senza giri di parole, ma senza giudicare. Allora mi permetto di citare un aforisma di Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano, il promotore del "New Deal" dopo la crisi seguita al "Great Crash" del 1929: "Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone". Marina, by far, si concentrava sulle idee, e con la dovuta energia, promuoveva iniziative dense di senso. Pensiero e azione mazziniani.
Al termine della sua carriera quarantennale in Banca d'Italia, Paolo Baffi scrisse a un suo corrispondente quanto gli mancarono, da direttore generale e da governatore, "le verdi pasture della ricerca". Chi ama lo studio, è ossessionato ("Only the paranoids survive", scriveva il fondatore di Intel Andy Grove). Non si accontenta mai. E' il bello del life long learning.
 
Rita Levi Montalcini
In un frangente triste della storia italiana, in cui "uno vale uno", chi ha un Phd deve subire gli attacchi di un non-laureato neanche troppo intelligente, l'Italia ha bisogno come il pane di scienziati, di persone che ragionino in modo logico, che sappiano quanto lo studio sia fonte di grandi soddisfazioni e di grande progresso economico e civile. Chi non rispetta gli studiosi, è destinato (forse, purtroppo, in là nel tempo) a soccombere.

Ai figli Alessandro e Stefano e al marito Paolo (avversario in tante partite al Fantacalcio), che per tanti anni ha vissuto con gioia al fianco di Marina, "donna eccezionale", il mio forte e sincero abbraccio.

Cara Marina, ti sia lieve la terra.

giovedì 2 agosto 2018

Un libro per l'estate: "Marchionne lo straniero" di Paolo Bricco


La morte improvvisa di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (FCA) il 25 luglio scorso ha colpito moltissimo gli italiani, che hanno visto la scomparsa del manager-imprenditore (Dopo la «distruzione creativa» schumpeteriana compiuta in Fiat, ha senso definirlo imprenditore) come un'ingiustizia nei confronti di una persona che non ha avuto tempo di "godersi la vita".
Niente di più sbagliato. Marchionne amava il suo lavoro, non lo mollava mai, solo un week-end negli ultimi 3 anni, era la sua vita, il suo riscatto.
Un profilo notevole, frutto di un lavoro di tre anni (altro che instant book!), ce lo porge il giornalista e storico Paolo Bricco nel volume "Marchionne lo straniero" (Rizzoli, 2018), già autore di un volume pregevole: "L'Olivetti dell'Ingegnere" (il Mulino, 2014). Sono passati al microscopio i quattordici anni di Marchionne in Fiat, i nove in Chrysler: "Anni di confronto costante e duro, vitale e feroce con la morte e con la vita. Essere o non essere".
Si parte dalla negoziazione con General Motors nel 2004 per arrivare alla trattativa diretta con Barack Obama per salvare Chrysler per arrivare alla quotazioni di Ferrari. Oggi FCA capitalizza 10 volte tanto dall'arrivo di Marchionne, nato a Chieti, figlio di un carabiniere (Concezio) e di un'esule istriana (Maria Zuccon).
Io che ho sempre tifato per Marchionne, non ho potuto che apprezzare. Credo anche che gli italiani non abbiamo capito quanto sia stato rivoluzionario Marchionne (vedi Fabiano Schiavardi su lavoce.info, che lo definisce "l'incompreso"). E' corretto definirlo "marziano" (Sandro Trento, cit.) o "straniero".
Ho trovato decisive le parole scritte su Marchionne dal direttore di Repubblica Mario Calabresi: «Marchionne aveva fame, quella voglia di rivalsa e di affermazione che nasce dalla fatica e dall’emigrazione», per anni - una volta trasferitosi in Canada - non aveva il coraggio di parlare in inglese con le ragazze. Questo fatto ha creato le condizioni per la successiva rivincita. E che rivalsa!

Così chiude Bricco il suo pregevole volume:

Enzo Ferrari
"La caduta e l'ascesa. La vita e la morte. Chissà che cosa avrebbe pensato di tutto questo - non fra la via Emilia e il West, ma fra l'Italia e il Midwest - un altro grande giocatore assimilabile in qualche odo a Marchionne. Quell'Enzo Ferrari che così Enzo Biagi descriveva nella sua biografia pubblicata da Rizzoli nel 1980:"Mi sembra uno di quei personaggi del West, avventurosi, forti prepotenti, drammatici, che allevavano bestiame, costruivano ferrovie, scoprivano il petrolio, e portavano in sé, fino all'epilogo, visioni di conquiste e struggenti passioni". E' in fondo il ritratto di Sergio Marchionne, l'uomo che ha cambiato l'industria internazionale dell'auto e che, da poco più di niente, ha fondato e costruito Fca.
Fino all'epilogo della morte. Triste, solitario y final". Più volte Marchionne ha dichiarato di sentirsi solo nelle scelte decisive: "La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo“.

Così chiude Bricco, con una citazione del bellissimo romanzo di Osvaldo Soriano

Cari lettori, trovate il tempo di comprare (si trova anche in edicola con il Corriere della Sera) il volume su Marchionne, una storia affascinante che merita di essere conosciuta.
Buona estate e arrivederci a settembre.

martedì 26 giugno 2018

Da Cavour a Donald Trump: dazi doganali e nazionalismo non portano da nessuna parte

Viviamo tempi di chiusura, di diffidenza verso gli altri Paesi, verso lo straniero. La crisi partita nel 2008 ha colpito il ceto medio nei Paesi sviluppati, che non riesce a festeggiare (ne avrebbe motivo) l'uscita di miliardi di persone - grazie alla globalizzazione - dalla miseria.
In queste condizioni ha buon gioco chi propone dazi doganali, chiusura delle frontiere, nazionalismi che credevamo morti e sepolti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato, dopo la sua elezione, una battaglia per ridurre il deficit commerciale americano, pari nel 2017 a 566 miliardi di dollari.  In surplus con gli States ovviamente la Cina, e a seguire Giappone, UE e Messico. Se il motto di Trump è "America first", e al contempo l'America ha deciso di servirsi della Cina a livello manifatturiero, riesce difficile pensare che le cose possano cambiare.
L'ultima iniziativa statunitense prevede dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%) provenienti dalla UE. Oggi Trump ha accusato Harley Davidson di delocalizzare in Europa e danneggiare gli Stati Uniti. "The Donald" cerca di plagiare il suo elettorato, i blue collar: insiste nel vole disegnare la geografia produttiva. Vorrebbe che le auto tedesche vendute sul suolo americano siano prodotte negli States.
Il rischio di escalation non è banale. Non dimentichiamo che la crisi degli anni '30 nacque per i protezionismi reciproci. Oggi il mondo rischia un calo nell'interscambio commerciale, che si rifletterebbe necessariamente sul Pil. Il clima di incertezza aumenta proprio quando la congiuntura europea sembrava aver preso forza.

Per un Paese esportatore come l'Italia che nel 2017 ha conseguito un avanzo commerciale (esportazioni-importazioni) pari a 47,5 miliardi di euro, proporre uno stop ai trattati di libero scambio - come ha recentemente paventato il ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio in relazione al Ceta, accordo tra Canada e Unione Europea - è una follia.

Ha fatto bene Alessandro De Nicola su Repubblica a ricordare al ministro le parole di Carlo Cattaneo contro il nazionalismo economico pubblicate oltre 150 anni fa sulla rivista "Il Politecnico": "Non si fabbrica un'auna di Merletti a Malines, che Bergamo non tessa nello stesso tempo un'auna di cotone, Aleppo una di mussolina. Una verga di ferro esce dalla miniere di Upland, e nello stesso istante Brescia estrae un fucile dalla fornace, Birmingham un'ancora marina, Bristol una pioggia di fili metallici. Così ogni uomo risponde all'altro uomo: ogni colpo di martello ha la sua riscossa lontana".

Camillo Benso Conte di Cavour la pensava come Cattaneo e infatti, uomo di cultura europea, ribadì la sua linea di apertura dei mercati come stimolo all'innovazione industriale. Sono i settori aperti alla concorrenza che ottengono i maggiori incrementi nella produttività. Cavour aprì a una politica commerciale che respingeva il protezionismo dei passati ducati e regni italiani: doveva vincere il libero scambio attraverso una graduale riduzione delle tariffe, che conduce a una maggiore specializzazione delle imprese, che aumentano la loro competitività in mercati non più solo domestici.
Cavour scrive: "Quale era la cagione che metteva nel 1850 i nostri industriali in una condizione di inferiorità rispetto ai fabbricanti esteri, e specialmente ai fabbricanti inglesi? Non era il difetto di intelligenza...non era il difetto di forza motrice...ma era la ristrettezza del mercato"(cfr. Patrizio Bianchi, Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell'Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2017, p. 17).

Francois Mitterand
Come disse in un memorabile intervento al Parlamento europeo di Strasburgo Francois Mitterand nel 1995, "il nazionalismo è guerra": Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro".

lunedì 18 giugno 2018

Un tempo si stava meglio? Giammai. Si stava malissimo

La mia formidabile insegnante di lettere consigliava sempre di diffidare da coloro che ci dipingono il passato come dorato. La nostalgia per i bei tempi andati non ha senso. Un tempo si stava molto peggio di oggi.
Un volume recente del filosofo francese Michel Serres (classe 1930) - Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) - mette in luce quanto siamo fortunati a vivere i tempi di oggi.
Mettiamo in fila qualche fatto:
- l'incremento verticale della speranza di vita;
- settant'anni di pace in Europa, cosa mai accaduta (la calma della pace spinge all'oblio);
- il virus della poliomielite è scomparso (sebbene i no-vax spingono per un suo ritorno); Serres scrive: "Non c'era sanità pubblica, i poveri soffrivano senza cure, i ricchi non se la passavano molto meglio; ...siccome non esistevano né analgesici, né antinfiammatori, bisognava sopportare il dolore; si cavavano i denti senza anestesia. Ho conosciuto due o tre generazioni di sdentati che si nutrivano solo di brodini".
- una volta si pisciava dove si poteva, il livello di igiene era infimo, diventò una pratica generalizzata solo molto dopo gli anni cinquanta. "Chi si lavava i denti mattina e sera?", scrive Serres. La maggioranza degli edifici non disponeva né di acqua corrente né di doccia. Negli anni trenta la rivista "Elle" si lanciò con clamore a raccomandare alla donne di cambiarsi le mutande tutte le mattine. Molti erano scandalizzati, la maggioranza trovava impossibile quella bella pretesa;
- siccome la terra è bassa, chi lavorava la terra (la maggioranza della popolazione) soffriva di mal di schiena. La sera di tornava a casa stremati. Adesso siamo costretti a fare jogging, per supplire all'assenza di sforzo fisico.
- la sicurezza alimentare. Serres ricorda che in famiglia avevano la sciolta almeno sei volte l'anno: "quando eravamo in collegio, la pasta brulicava di vermi. Ah, la biodiversità";
- i letti erano freddi. Senza riscaldamento, le camere restavano gelide per tutto l'inverno. "Infilarsi tra le lenzuola umide e fredde rasentava l'eroismo";
- la sessualità? Non se ne poteva parlare. In nessun modo. Tabù. La sifilide e le altre malattie veneree imperversavano e uccidevano una percentuale significativa della popolazione, senza possibilità di guarire;
- se oggi siamo sopraffatti dal presentismo, dall'immediatezza, dalle comunicazioni intense e dinamiche (ci irritiamo verso chi non risponde subito su whatsapp), un tempo non si faceva che aspettare, consumati dalla pazienza. L'immediatezza dell'appagamento non viene valorizzata a sufficienza.
Serres, membro dell'Académie Francaise, già docente di Storia della scienza a Stanford University,
chiude così le sue agili e intense riflessioni:
"Care Pollicine, cari Pollicini, non ditelo ai vecchi come me, è molto meglio oggi: la pace, la longevità, la pace, gli antidolorifici, la pace, il welfare, la pace, la sorveglianza alimentare, la pace, l'igiene e le cure palliative, la pace, i viaggi, la pace, le comunicazioni condivise, la pace, la vecchia tumescenza delle istituzioni dinosauro...".

Quando incontrate qualcuno che esclama "Un tempo si stava meglio", allontanatevi subito, non sa proprio come era terribile il passato. E di questi tempi, dove uno vale uno e l'ignoranza sembra vincere sull'incompetenza, leggere Michel Serres è una boccata di aria buona di montagna.

martedì 29 maggio 2018

Cronaca da un Paese che ha perso la capacità di pensare, dove la logica non vale più

Paolo Savona
Dopo aver letto i giornali sabato mattina, e aver visto che prendeva piede la candidatura a ministro dell'Economia del prof. Paolo Savona, ho deciso di dire la mia. Ho chiamato quindi Alberto Annicchiarico, valente giornalista del Sole 24 Ore e curatore del blog Econopoly per chiedergli ospitalità. In questo Paese schierarsi è raro perché si temono vendette e ripicche. Avendo letto Louis Brandeis, consigliere della Corte Suprema all'inizio del '900, ho preso coraggio e mi sono messo alla tastiera del computer.
Intanto cosa diceva Brandeis? "La più grave minaccia alla libertà è un popolo inerte; la discussione pubblica è un dovere politico". Cass Sunstein scrive: "Se i cittadini sono inerti, è a rischio la libertà stessa...ognuno di noi ha dei diritti e doveri in quanto cittadino, e non semplicemente in quanto consumatore" (#Repubblic- La democrazia ai tempi dei social media, il Mulino, 2017, p. 73).

Dopo due ore di riflessione e scrittura, il mio pezzo dal titolo "Perché il prof. Paolo Savona è inadatto a fare il ministro dell'Economia" - è pronto. Lo mando subito ad Alberto, con l'intesa che l'avrebbe pubblicato l'indomani. Ma intanto sulla rete impazzava la polemica su Savona, su twitter i leghisti spingevano l'hashtag #noivogliamoSavona, per cui abbiamo deciso di accelerare e pubblicarlo subito, verso le 19.
Ho capito subito che avremmo spaccato. Il mio cellulare ha iniziato a ricevere notifiche, mail, commenti facebook a ripetizione. A fine serata, con la finale di Champions League in mezzo, eravamo già a 22mila pagine lette. Domenica mattina alle 10.30 i lettori salivano a 77mila. La batteria del cellulare dava segnali di stanchezza (a martedì mattina i lettori sono stati più di 300mila, cosa mai vista).
Ma cosa dicevo nell'articolo pubblicato su Econopoly, dal titolo "Perché il prof. Paolo Savona è inadatto a fare il ministro dell'Economia? Il titolo ricorda un po' la copertina dell'Economist su Berlusconi ("Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy", 26 aprile 2001).
In sintesi scrivevo che la credibilità è tutto e che il Prof. Savona la credibilità l'ha persa da un pezzo: "Savona dopo le dichiarazioni degli ultimi quattro anni contro questa Europa, è percepito – giusto o sbagliato che sia – dai mercati come una minaccia per la stabilità finanziaria dell’Italia. Se non si fa da parte lui, se Mattarella desse il via libera a Savona, ci penseranno i mercati a fuggire, a “votare con i piedi” (Albert Hirschman, cit.), a vendere le attività emesse dalla Repubblica italiana, con al seguito le emissioni corporate, come è giusto che sia. Se hai debiti, se vuoi indebitarti à gogo, devi sempre trovare qualcuno che i soldi te li presti. Se i creditori vengono considerati dei baluba con l’anello al naso e la sveglia al collo, Di Maio e Salvini ne vedranno delle belle. E noi, purtroppo, assisteremo allo scempio dei nostri risparmi".

Nella giornata di domenica, il prof. Savona ha sentito l'esigenza di ribadire il suo pensiero, con un comunicato pubblicato sul sito Scenarieconomici.it, un luogo virtuale che più no-euro non si può. Secondo i suoi sostenitori, il comunicato faceva decadere tutte le perplessità sulle intenzioni no-euro del professore. Il messaggio, invece, era assolutamente, e volutamente ("non potevo rinnegare i miei principi", ha detto Savona) rivoluzionario. Vediamo perché.
1. Savona scrive che bisogna modificare lo statuto della Banca Centrale Europea. Come è noto la Bce ha un unico obiettivo, la stabilità monetaria. Invocare il "dual mandate" è scriteriato. Vuol dire non avere chiaro in mente cosa significa per i tedeschi l'iperinflazione.
Castello Sforzesco, Milano, sede del Consiglio Europeo 1985
Elias Canetti in modo magistrale in Massa e Potere (Adelphi, 1981) spiega come l’iperinflazione abbia effetti sconvolgenti e i suoi effetti non sono limitati al momento stesso in cui si verifica. “Improvvisamente l’unità di denaro perde la sua personalità, e si trasforma in una massa crescente di unità che hanno sempre meno valore, quanto più grande è la massa. Si hanno d’improvviso in mano milioni che si sarebbero sempre posseduti così volentieri; ma essi non sono più tali, conservano soltanto il nome. E come è possibile contare fino a qualsiasi cifra, così il denaro può svalutarsi fino al più infimo grado....L’uomo che vi aveva riposto la sua fiducia non può fare a meno di sentire come proprio il suo svilimento. A causa dell’inflazione, tutte le cose esteriori sono coinvolte nell’oscillazione, nulla è sicuro, l’uomo stesso è sminuito. ...La massa si sente svalutata poichè il milione è svalutato”. Canetti aggiunge che “difficilmente i tedeschi sarebbero giunti a tanto (nel trattamento degli ebrei, ndr) se pochi anni prima non avessero sperimentato un’inflazione a causa della quale il valore del marco calò nella misura di un bilione. Sugli ebrei essi scaricarono quella inflazione come fenomeno di massa”.

2. Il prof. Savona invoca addirittura lo scioglimento del Consiglio Europeo, massimo organo dell'Unione Europea, da cui derivano tutti i passi in avanti che sono stati fatti dal 1957.
Tra i tanti Consigli Europei, non dimentichiamo quello di Milano nel giugno 1985, dove al Castello Sforzesco Bettino Craxi mise in minoranza Margaret Thatcher. L'Atto unico europeo del 1988 nacque a Milano.

Francesco Cossiga
A fronte di queste proposte deliranti e inattuabili, sottoscrivo parola per parola le parole di Mario Seminerio, che sul suo blog Phastidio.net ha scritto: "Mai, e sottolineo mai, sottovalutare l'ego e il mondo psichico di un economista, soprattutto di quello in là con gli anni". Se volete approfondire la biografia di Paolo Savona, un uomo del Bildenberg che vede complotti, un uomo alla caccia di poltrone (grazie a Francesco Cossiga, sardo come lui, ne ha avute tantissime), leggetevi Johannes Buckler.

La giornata sui mercati di lunedì non poteva che finire che negativa. Il genio (idea no-euro) è uscito dalla bottiglia e ora i creditori internazionali esigono un maggiore premio per il rischio.
La sintesi del mese di maggio è la seguente:
- borsa italiana -8,5%;
- borsa tedesca +2%;
- borsa americana +2,4%;
- costo del debito a 2 anni per l'Italia salito dell'1,2%.

Come scrive BigToto - un investment manager sotto traccia - ha scritto con lucidità su twitter: "il cialtronismo sovranista consuma il risparmio degli italiani, i maggiori costi per il debito porteranno nuove tasse. Numeri. non parole".
Lunedì sera Paolo Savona ha voluto ancora surriscaldare gli animi con un altro comunicato, inconsistente come il precedente. Come ha scritto l'immenso Philip Roth, "l'incipit è tutto", e l'incipit di Savona recita così: "Ho subito un grave torto dalla massima istituzione del Paese". E sullo stesso stesso sito in grande evidenza un post intitolato "Arriva Carcarlo Piercottarelli". Che eleganza! Che rispetto per le istituzioni.
Ma sì, aizziamo gli animi, così Di Maio, Di Battista e Salvini possono invocare i torti subiti (quali?), l'impeachment e invitare gli italiani a mettere la bandiera alle finestre. Anche i leghisti cambiano idea facilmente. Vi ricordate quando Umberto Bossi affermò: "Quando vedo il tricolore, lo uso per pulirmi il culo"?

La logica vale ancora in questo Paese?. Il principio di non contraddizione dove è finito?
Mattia Feltri stamane sulla Stampa riporta queste due dichiarazioni del leader pentastellato Di Maio:
"Luigi Di Maio, in collegamento con Sky, scorso 18 febbraio: «Carlo Cottarelli ha stilato la lista della spesa che dovrà seguire un governo per prendere soldi dove non servono e metterli dove servono. Il nostro piano di governo ripartirà da lui. Gli altri governi invece di eliminare le spese inutili e i privilegi hanno eliminato Cottarelli». Forse, come hanno scritto alcuni quirinalisti, Sergio Mattarella ha incaricato Cottarelli, così amato dal Movimento, per non dispiacergli troppo. Se è così, una bella ingenuità. Lo stesso identico Luigi Di Maio, ieri: «Al ministero volevano Cottarelli del Fondo monetario internazionale che ci ha riempito la testa che dobbiamo distruggere la scuola e tagliare la sanità». Usare gli strumenti della logica non ha più nessuna logica. Pensare a Cottarelli per la ragione che il Movimento parlò bene di Cottarelli è una ragione irragionevole".

Le prime affermazioni favorevoli di Di Maio a favore di Cottarelli hanno concorso il presidente Mattarella a dargli l'incarico. Mattarella usa la logica. Ma con i grillini la logica non vale. Adesso ripudiamo Cottarelli e lo considerano un servo del Fondo Monetario Internazionale!

Questa passione degli italiani per l'abisso che si apre sotto i piedi non lo capirò mai.

mercoledì 2 maggio 2018

La Battaglia d'Inghilterra, Schuman e il 9 maggio dell'Europa: perchè non organizziamo un "No Europe Day"?

Europa e Zeus
Quando mi invitano nelle scuole medie milanesi a parlare di Europa, per stimolare all'ascolto i ragazzi, mi collego con youtube e faccio partire un emozionante racconto video realizzato dalla Banca Centrale Europea (e tradotto in tutte le lingue della UE) dove si traccia a grandi linee la storia della BCE, l'organo che definisce la politica monetaria dell'Eurozona.
Qual è la prima immagine del filmato? Gli aerei sopra i cieli d'Europa (della Luftwaffe o della Royal Air Force-RAF) che resistono da eroi nella famosissima Battaglia d'Inghilterra (1940). Non si può capire la storia dell'Europa se non si torna ai tragici eventi e ai milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale. La voce sotto le immagini spiega così: "Dopo due guerre mondiali in meno di un secolo, molti politici europei tentarono di individuare i mezzi per il ripetersi di tale catastrofe.
Sono tanti i politici in Europa (in Italia abbiamo dei veri e propri campioni) che hanno approfittato della crisi economica mondiale per dare la colpa alle autorità europee. Sono in molti che vogliono tornare indietro, al cosiddetto sovranismo (si consiglia la lettura di Stefano Feltri, Populismo sovrano, Einaudi), alla politica della spesa infinita, alle svalutazioni competitive, all'inflazione a due cifre che falcidiava i risparmi ma beneficiava chi si poteva indebitare con le banche e comprare immobili a leva.
Siamo così abituati ai vantaggi che ci vengono dall'Unione Europea, che facciamo finta che non esistano. Ha fatto molto bene Beppe Severgnini sulla prima pagina del New York Times dello scorso 27 aprile a rimarcare quanto siamo fortunati a vivere pacificamente in Europa. L'Unione Europea è stata pensata e costruita per evitare altre guerre, ve lo volete mettere in testa? Quanta lungimiranza in Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, che al confino all'Isola di Ventotene elaborarono nel 1941 (sotto ancora il regime fascista) il Manifesto per un'Europa libera e unita!
Ci ricordiamo eccome del comico (oggi politico) Beppe Grillo che invoca l'uscita dell'Italia dall'Euro, che avrebbe distrutto l'economia italiana. Cosa senza senso visto che l'Italia ha iniziato ad arrancare dalla fine degli anni Ottanta, molti prima dell'ingresso nell'euro (virtuale) il 1° gennaio 1999 (questo grazie alla formidabile "performance of his life" di Carlo Azeglio Ciampi all'Ecofin del 24 novembre 1996). La realtà raccontata dai clown è molto diversa dalla realtà vera.
Severgnini scrive: "For almost 60 years, Italian voters had seen the European Union as a dull but reliable babysitter who would ultimately take care of those rowdy Italian politicians". .Gli italiani hanno bisogno di una badante, perché altrimenti spendono e sprecano tutto quello che hanno.
Siamo sempre pronti a criticare l'Europa che invoca il rispetto dei Trattati, dimentichiamo in un attimo tutti i vantaggi creati dall'Unione. Severgnini efficacemente spiega: "What about the union’s very substantial achievements? It’s created common standards in areas from home safety to cellphone roaming; it’s allowed people to trade, work and live where they please; it protects agriculture and fishing; it’s helped millions of students spend time abroad. And it’s enabled 28 countries to speak with one voice and be respected — as Microsoft, Google and Facebook know well".

Mancano pochi giorni al 9 maggio, una data importante poiché quel giorno del 1950 il ministro degli esteri francese Robert Schuman propose di mettere a fattor comune il carbone e l'acciaio di Francia e Germania, i motori della macchina da guerra. Da lì a poco (1951) nascerà la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (Ceca).
Severgnini propone provocatoriamente che il 9 maggio venga proclamato il "No Europe Day", per cui quel giorno vengano sospesi tutti i risultati dell'Unione Europea: reintrodotte le bariiere ai confini di ogni Stato, roaming e cellulari che non funzionano, calciatori che non possono giocare se non nel loro Stato, dazi doganali. "One day would be enough to remind its citizens what Europe is about".

In un memorabile discorso nel 1995 davanti al Parlamento Europeo, il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand disse che il "Nazionalismo significa guerra", non dimentichiamocelo mai:
"Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro".
 
Chissà se Luigi di Maio, col suo uso forbito delle lingue apprese durante l'accompagnamento dei vip allo stadio San Paolo di Napoli abbia mai sentito parlare di Schuman, Monnet, Adenauer. O De Gasperi. Qualcuno glielo spieghi.

lunedì 23 aprile 2018

Renato Vallanzasca: un killer spietato merita la semilibertà?

Vallanzasca e Turatello
Renato Vallanzasca, recita Wikipedia, è un criminale italiano, autore negli anni settanta e seguenti, di numerosi sequestri. E' stato condannato complessivamente a quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Renato inizia a delinquere a soli 8 anni quando con un compagno cerca di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone vicino a casa sua. Verrà portato il giorno dopo al Beccaria, il carcere minorile. Non c'è che dire, un buon inizio a soli 8 anni.

Successivamente, dopo aver frequentato le bande del Giambellino, la "ligéra", la vecchia mala milanese, decide di mettersi in proprio e fonda la Banda della Comasina, che diventa il più feroce gruppo criminale di Milano, contrapponendosi alla banda di Francis Turatello.
Sono oltre settanta le rapine che Vallanzasca e la sua banda mettono a frutto, senza contare i sequestri di persona (famoso quello a Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese). Nel 1977 al casello di Dalmine, fermati a un posto di blocco Vallanzasca, con Michele Giglio e Antonio Furlato, spara. Nello scontro a fuoco muoiono i due agenti di polizia Luigi D'Andrea e Renato Barborini.
Seguono arresti e fughe. Risse in carcere, vendette e addirittura decapitazioni (Massimo Loi, che aveva deciso di collaborare con Achille Serra), evasioni e catture. Un'epopea. Criminale.
Il sistema carcerario italiano prevede l'ergastolo effettivo solo in un numero limitato di casi. Infatti l'articolo 27 della Costituzione prevede espressamente che la pena debba mirare alla rieducazione del condannato.
Il giudice di sorveglianza nel 2010 diede parere favorevole a concedere a Vallanzasca il regime di semilibertà. Il 13 giugno 2014 Renato viene sorpreso in un supermercato a Milano con in una borsa biancheria intima e materiale da giardinaggio (non pagata, trattasi di taccheggio). Arrestato, processato per direttissima per il reato di rapina impropria, condannato a 10 mesi e 330 euro di multa. Gli viene revocata la semilibertà.
Attualmente Vallanzasca è recluso nel carcere di Bollate (uno dei migliori in Italia, grazie anche all'egregio lavoro compiuto da Lucia Castellano). 

Vallanzasca, dopo l'ennesimo arresto
Nei giorni scorsi Vallanzasca, tramite l'avvocato Davide Steccanella, ha chiesto di tornare a beneficiare della legge Gozzini, della semilibertà. So che alcuni imprecano e invocano il "buttar via la chiave". Ma occorre riflettere, non reagire in modo impulsivo. Per intanto, vale la pena di citare alcuni passaggi della memoria di Steccanella:
- Vallanzasca ha trascorso, seppur con qualche breve intervallo, l'intera propria esistenza in carcere: 45 anni di detenzione su 68 di vita;
- "La sua prima funzione della pena è certamente quella di assolvere ad una necessità afflittiva e in qualche modo "retributiva" del vulnus arrecato alla collettività, mentre la seconda, di non minore importanza, è invece quella di consentire e favorire in tutti i modi il successivo "recupero" sociale del reo deviante, finalizzandola al suo successivo reinserimento in quella comunità in precedenza vulnerata";
- in passato il ravvedimento non era necessario, era sufficiente la buona condotta. Qui Steccanella mostra la sua cultura storica citando Antonio Gramsci, che potè - per ragioni di salute - uscire dal carcere fascista nel 1934 senza abiurare (morirà nel 1937);
- sta al magistrato di sorveglianza valutare se il condannato è realmente cambiato;
- Vallanzasca ha iniziato nel febbraio 2017, su sua richiesta, un percorso di "mediazione" coordinato dall'equipe guidata dal criminologo prof. Adolfo Ceretti (di cui si segnala il volume a cura di G. Bertagna, A. Ceretti, C. Mazzuccato, Il libro dell'incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, il Saggiatore, 2015);
- I mediatori hanno fatto incontrare a Vallanzasca il figlio di un agente di polizia ucciso e la reazione è stata positiva, "essendo stato capace - anche oltre le aspettative - di creare un dialogo possibile e aperto intorno alla questione della responsabilità";
Vallanzasca oggi
- Vallanzasca ha instaurato un rapporto con una compagna che ha accompagnato il condannato anche nella "rivisitazione critica", "ha mantenuto proficui rapporti con gli operatori, confermandosi, pertanto, un valido e solido riferimento esterno";
- il prof. Ceretti conclude che "ravvisando un adeguato livello di ravvedimento, tenuto conto del percorso di mediazione penale, vista la rete esterna (lavoro, volontariato, affetti), si ritiene che il soggetto possa essere ammesso alla liberazione condizionale (o on subordine alla semilibertà".
Venerdì 20 aprile la procura generale di Milano non ravvisa un "sicuro ravvedimento" e respinge la richiesta di Vallanzasca.

Tempo fa ero rimasto molto colpito dal volume "Fine pena: ora" (Sellerio, 2015) scritto dal giudice Elvio Fassone sulla base della sua corrispondenza con l'ergastolano che aveva condannato. Non si può fermarsi a pensare quando Salvatore gli scrive: "Le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari facevo l'avvocato, ed ero pure bravo".
Fassone parla di "quella maledizione che lo ha timbrato fin dalla nascita, che costringe i nati nel suo Bronx a svolazzare e divincolarsi intorno al filo mortale per brevi anni di violenza, sino a che una scarica li raggiunge e li seppellisce".

Nelle pagine finali Fassone scrive: "Nessun individuo, noi compresi, è uguale a quell"'io" che era venti o trenta anni fa, e perciò è ragionevole che il nostro giudizio sia diverso a seconda che si appunti su quella o su questa figura. Nessuno - è stato scritto - è mai tutto in un gesto che compie, buono o cattivo che sia . Ciò che oggi sembra indegno di qualsiasi atteggiamento benevolo, può diventare creditore dopo molto tempo e moltissimo patire".

Io credo che il diniego dei benefici a Vallanzasca possa essere dovuto, come suggerisce Fassone nel capitolo  "Abolire l'ergastolo?" ai media, che ci mettono sotto gli occhi qualche crimine particolarmente efferato e le emozioni negative susseguenti insorgano con intensità ancora più forte travolgendo lo sforzo di riflessione e il senso di umanità.

Chi non è d'accordo, commenti. Grazie. Non esistono verità rivelate.

lunedì 16 aprile 2018

Facebook, la Schadenfreude e il sedicente crollo del Nasdaq: il modello economico non è minacciato

Il 18 maggio 2012 Facebook si quotava sul più importante mercato tecnologico del mondo, il NASDAQ, a 38 dollari per azione. Nonostante il giorno della quotazione il titolo aprì in calo, a 6 anni di distanza il titolo quota oltre 160 dollari. Chi avesse investito il primo giorno e mantenuto le azioni, avrebbe moltiplicato il capitale per 4. Un rendimento stellare.
In Italia, invece di comprendere la forza del capitalismo americano, pieno di private equity e venture capital che credono fin dall'inizio nelle iniziative imprenditoriali di giovanissimi (il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg è nato nel 1984, quindi al momento della fondazione nel 2004 aveva solo 20 anni, provate a trovare in Italia finanziamenti di equity quando avete 20 anni), viviamo costantemente nella Schadenfreude, nel godimento delle disgrazie altrui. Per cui ogni volta che i mercati scendono, piovono sul web urla di gioia per la ricchezza svanita in un batter d'occhio. Si guarda il dito e non la luna, ossia l'enorme creazione di ricchezza generata dal sistema americano, che consente alle imprese di accedere con facilità al capitale di rischio, che, a sua volta, ha la chance di uscire dall'investimento al momento dell'Initial public offering (Ipo), generando le risorse per altre iniziative.
Zuckerberg, secondo la rivista Forbes, è il quinto uomo più ricco del mondo, con oltre 72 miliardi di dollari di ricchezza. Eppure siamo pieni di opinionisti che hanno colto l'ennesima occasione per dimostrare la loro ignoranza (nel senso che ignorano bellamente i fatti).
Loretta Napoleoni, economista che si vantava di essere professore (vedasi polemica con Riccardo Puglisi su Linkiesta), sul Venerdì di Repubblica del 13 aprile scrive un articolo dal titolo "Con l'high-tech la borsa perde la bussola", dove si legge: "E' chiaro che nel primo trimestre del 2018, nonostante la ripresa economica mondiale, il crollo delle azioni Facebook, Amazon e Google sia stato sufficiente a causare un calo inaspettato degli indici di mercato del 10 per cento, il più grande registratosi dal 2015".
Intanto: da quando i cali non sono inattesi? Viviamo nella random walk theory. Altrimenti "if you are so smart, why arent't you so rich?"
Crollo? Caduta rovinosa? Ma di cosa stiamo parlando? Intanto il NASDAQ è ampiamente positivo da inizio anno, al contrario, per esempio dei mercati azionari europei, tutti in calo eccetto il listino italiano. Inoltre, Facebook (la cui market cap, tanto per avere un'idea, è di 477 miliardi $), apparentemente crollata, da inizio anno scende solo del 12% (dopo essere salita a rotto di collo nel 2017), Amazon sale del 24%, Google (alias Alphabet), scende solo del 3,76%. Di quali cali sconvolgenti stiamo parlando? Normale volatilità.
Il modello di Facebook è ancora pienamente funzionante. Per capirlo bisogna comprendere il significato antropologico del dono, "quanto viene dato per pura liberalità" (Devoto.Oli, cit). Secondo Ronald Dore, autore dell'imprescindibile "Bisogna prendere il Giappone sul serio" (il Mulino), sono molti i giapponesi che non accettano i regali, perché sanno in partenza di non poter contraccambiare. Il dono genera un'azione uguale e contraria. Se non si è in grado di replicare il regalo, si rinuncia.
Colui che si iscrive a Facebook e beneficia dei servizi (compreso Whatsapp, controllata sempre da Facebook) dati gratuitamente dal social media, sa benissimo che paga con i suoi dati venduti alle società che fanno pubblicità. Facebook agisce con il principio del value first, prima ti do qualcosa e poi, dopo, ti chiedo (dati, tue preferenze e abitudini di consumo). Antropologicamente, se non penso di dover contraccambiare, perché rinunciare a un servizio, che si ripaga con la pubblicità?
Ha perfettamente ragione l'economista Enrico Moretti (si cui si consiglia "La nuova geografia del lavoro", portato di persona alla Casa Bianca da Barack Obama, avido lettore), che su Repubblica (13 aprile) scrive: "Mi pare che l'ondata di ostilità politica crescente non rappresenti, almeno per ora, una minaccia esistenziale al loro modello economico, che consiste in uno scambio esplicito. Da un lato ai consumatori vengono offerte tecnologie avanzate a costo monetario zero. Dall'altro, le imprese che forniscono gratuitamente questi servizi chiedono ai consumatori di ricevere pubblicità personalizzata".
Moretti pensa addirittura che questo scandalo andrà a favore di Facebook. Infatti "le nuove norme potrebbero favorire le grandi imprese della Silicon Valley, rendendo più difficile l'entrata di nuovi concorrenti. Le barriere all'entrata, in sostanza, opererebbero a favore degli incumbent, di coloro che dominano già sul mercato.

Cari vaticinisti, it's a long way to Tipperary!

domenica 8 aprile 2018

A Ivrea, città olivettiana, emerge la concezione della libera stampa del Movimento 5 Stelle

Sabato 7 aprile ad Ivrea si è tenuto il Sum #02 (Capire il futuro), una kermesse organizzata dall'Associazione Casaleggio per parlare di lavoro, imprese, precariato, democrazia digitale, ricerca e medicina. Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle.
All'inviato della Stampa Jacopo Iacoboni non è stato consentito di entrare. Come mai? "Ragioni personali", hanno detto i pentastellati. Il motivo vero sta nel volume di Iacoboni, L'esperimento. Inchiesta sul Movimento 5 Stelle (Laterza, 2017) e nelle analisi pubblicate sul giornale di Torino.

Ricordiamo solo che Ivrea è il luogo sbagliato per bloccare il pensiero critico. Ad Ivrea nel lontano 1908 viene fondata l'Accomandita Semplice Ing. C. Olivetti & Co da Camillo Olivetti (che venne chiamato così in onore di Camillo Benso di Cavour e delle sue idee liberali) e che ha visto il figlio, Adriano, creare uno dei più efficaci centri di pensiero mai esistiti in Italia.
Come viene superato l'isolamento canavese? Con la ricerca e la libertà creativa, "dando spazio alla libertà di pensare e creare da parte di tutti, divenendo una comunità di pratica all'interno e con tutti gli stakeholders per la condivisione delle conoscenze" (Bruno Lamborghini, cit.).
Per Adriano Olivetti, intellettuali e letterati sono necessari dovunque, anche in un'industria ad alto contenuto tecnologico. Gli scrittori in Olivetti non sono un lusso o un "ornamento" dell'alta direzione, ma fattori organici dello sviluppo aziendale. A Ivrea hanno lavorato Giudici, Fortini, Volponi, Pampaloni, Soave, lo psicanalista Cesare Musatti, Sinisgalli, il poeta ingegnere. E tanti altri.
Adriano Olivetti non è stato solo un formidabile imprenditore, ma anche un uomo di cultura, un filosofo sociale, un mecenate.
All'Olivetti viene sistematicamente valorizzato il ruolo dei collaboratori sia direttivi che operai. Così ricorda Ottorino Beltrami: "Ho assistito a una riunione nella biblioteca...quella sera c'era Gaetano Salvemini e il tema era la ricostruzione del Paese e della democrazia. Dopo un breve intervento dell'ospite, iniziava la discussione che durava fino a tardi. Parlava Adriano Olivetti e parlavano gli operai, mi sorprese l'estrema libertà e democrazia con cui tutti interloquivano. Molti avevano fatto solo le elementari, però erano persone intelligenti e lo si capiva dalle cose interessanti che dicevano. Adriano parlava come fosse uno dei tanti: lo interrompevano anche. Non ho visto un simile esempio di democrazia neppure in America, erano tutti eguali, una cosa emozionante, da far venire i brividi".

In uno scritto del 1937 Thomas Mann, immenso, nota come "tutte le regole e le leggi morali si possono ricondurre ad una, la verità...Goethe dichiarò: "Io preferisco la verità dannosa all'errore utile. Una verità dannosa è utile, perché può essere dannosa solo a momenti e poi conduce ad altre verità, che devono diventare più utili, sempre più utili; e viceversa un errore utile è dannoso, poiché può essere utile solo per un momento e induce altri errori, che diventano sempre più dannosi". Questo non è intellettualismo né idealismo gonfiato, è senso della verità, ossia della vera felicità della vita".

Come fanno i grillini a procedere verso responsabilità governative se non accettano critiche, se pensano come Beppe Grillo che la stampa è da mettere al pubblico ludibrio? Se i giornalisti vengono definiti giornalai, se si gettano banconote false per sfregio ai cronisti (Italia 5 Stelle, Rimini, 2017), se non si è capaci di accettare alcuna critica, il cammino di Luigi Di Maio e il suo entourage sarò molto duro.

Tom Nichols, politologo che insegna ad Harvard, ha scritto di recente un volume dal titolo "La conoscenza e i suoi amici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia". La tesi è che elettori incompetenti non potranno che eleggere governi incompetenti.
Che abbia ragione Nichols?

lunedì 26 marzo 2018

Basta lamentarsi, cari ragazzi, datevi da fare! Imparate da Nadia Cementero

L'Italia è il Paese del lamento, del mugugno, della protesta non costruttiva. Forse che si migliorano le cose? Giammai.
Detto ciò, mi ha veramente colpito la lettera di Nadia Cementero a Concita De Gregorio di Repubblica del 21 gennaio scorso.
Ve la ripropongo, con un commento finale

Ho ventisette anni e ho da poco cambiato lavoro. Mi sono laureata in lingue e letterature straniere, poi ho fatto un master a Siena per diventare insegnante di italiano per stranieri. Ben presto mi sono accorta che non sarei riuscita a lavorare nel settore per il quale avevo studiato (la maggior parte di questi impieghi sono poco retribuiti o addirittura di volontariato) così ho cercato altro; ho trovato quasi subito un lavoro che c'entrava poco con quello che avevo studiato. Stage di 4 mesi, assunzione di 8 mesi con un contratto di sostituzione maternità e poi contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti del buon Matteo, che voi quaranta- cinquantenni odiate tanto ma che ha permesso a noi venti-trentenni di essere assunti, altrimenti ci toccava passare dai contratti di somministrazione per almeno 3 anni.
Inizialmente facevo la segretaria. Non è quello per cui ho studiato, ma essendo ambiziosa e curiosa mi sono costruita una conoscenza tecnica che non avevo e sono stata promossa. Mi è stato dato un budget, che ho sempre rispettato e con il tempo ho acquisito moltissime conoscenze che mi sono servite per trovare il secondo lavoro che sto svolgendo ora. Per questi tre anni ho fatto parallelamente attività di volontariato come l'insegnamento di italiano a stranieri, aiuto compiti a bambini stranieri e all'interno di ospedali con un'associazione che porta musica e cucina ( per chi fosse interessato: www. officinebuone. it).
Avere esperienze in queste realtà da un po' di prospettiva. I problemi sono altri. Ovviamente nulla è semplice.
Molti dei ragazzi della mia età che si lamentano perché in Italia non c'è speranza, ma non sanno chi sia il presidente del Consiglio, non sanno cos'è la Bce e non sono capaci di pagarsi le bollette da soli o compilare i moduli per il 730. Come pensano di essere promossi al lavoro se sono poco interessanti alle cose che stanno intorno a loro? Nessuno ti fa trovare la pappa pronta e ti imbocca. Se il datore di lavoro vi dice che potete entrare in ufficio dalle 8.30 alle 9.00 significa che dovete essere lì tutti i giorni alle 8.30 e quella delle 9.00 deve essere un'eccezione, quindi poi non vi potete sorprendere se non vi promuovono.
Se analizzo le cose direi che non posso proprio lamentarmi. È giusto non accontentarsi ma quando sento una mia coetanea che dice "di non esistere più" rimango esterrefatta. È proprio un modo per non guardare ai veri problemi della vita.
Visto che conosco già alcuni dei commenti che arriveranno vi informo che i miei genitori non sono ricchi, non sono mai stata raccomandata sul lavoro, ma ho fatto colloqui come tutti i comuni mortali. Volevo dirvi anche che la fortuna non esiste, le cose si ottengono lavorando. Rimbocchiamoci le maniche, fortunatamente non siamo nati in tempo di guerra.
Tutti ovviamente possono lamentarsi, è un diritto sacrosanto. Ma se uno non è soddisfatto della sua vita vada veramente all'estero. Lo hanno fatto tutte le generazioni prima di noi, ci sono più italiani all'estero che nella penisola.
Vi vogliamo vedere con le vostre valigie negli aeroporti, non dietro una tastiera a piagnucolare!».

Firmato: Nadia Cementero

Cara Nadia,
che bella lettera. Hai preso esempio da Papa Francescp che ha attaccato sulla porta del suo studio il cartello "Vietato lamentarsi".
Che iniezione di fiducia. Come diceva Sant'Ambrogio: Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

giovedì 15 marzo 2018

A 40 anni dal rapimento di Aldo Moro permangono molti misteri

Il rapimento del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro il 16 marzo 1978 è il nostro 11 settembre. A 40 anni dall'attacco militare delle Brigate Rosse, siamo ancora qui a parlarne con trasporto. In via Fani rimasero sul terreno i cinque uomini della scorta di Moro, impreparati al momento dell'imboscata. Nessuno aveva la pistola in pugno. Solo uno dei cinque, Raffaele Iozzino, riuscì a sparare due colpi, prima di rimanere ucciso. I colpi sparati dal commando (probabilmente cinque, ma forse nove) spararono oltre cento colpi. Sono 91 i bossoli rinvenuti all'incrocio tra via Fani e via Stresa. Eravano ancora lontani dal mondo dei Ris, che raccomandano di non inficiare la scena del crimine. Per cui giornalisti, passanti, poliziotti, cameramen passarono tranquillamente sopra i bossoli, rendendo poi difficile la ricostruzione esatta dei fatti. La cosa che sorprende è che il volume incredibile di fuoco lascia illeso Moro
E' giusto ricordare i nomi dei componenti della scorta: l'appuntato Domenico Ricci, al posto di guida della Fiat 130 blu (non blindata, al contrario della macchina di Cossiga), il maresciallo dell'Arma Oreste Leonardi, guardia personale di Moro (secondo il racconto di Morucci, prima di morire riuscì a girarsi per far abbassare il president e proteggere la sua incolumità). Nella macchina di scorta i tre agenti di pubblica sicurezza, il vice brigadiere Francesco Zizzi, e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Un bel libro li ricorda: Gli eroi di via Fani, di Filippo Boni, con la prefazione di Mario Calabresi, direttore di Repubblica.
Moro venne fatto salire sulla macchina dei brigatisti e portato nella "prigione del popolo" in via Montalcini, dove rimarrà per tutti i 55 giorni della prigionia, prima di essere ammazzato il 9 maggio 1978 (recentemente i Ris, incaricati dalla Commissione Moro, hanno messo nero sui bianco che lo statista non è stato ucciso coricato nel portabagagli come hanno sempre dichiarato i brigatisti, ma era seduto e avrebbe guardato il suo assassino negli occhi), e fatto ritrovare dentro il bagagliaio di una macchina rossa in Via Caetani, a due passi dalla sede della DC (Piazza del Gesù) e del PCI (via delle Botteghe Oscure). Come dire: siete stati voi i responsabili del misfatto.
Quella mattina Moro si sarebbe dovuto recare a votare la fiducia al governo Andreotti, frutto di un elaborato piano di "solidarietà nazionale", diretto a gestire la transizione italiana con l'appoggio dei due maggiori partiti italiani. Lo storico Guido Formigoni ha scritto: "Moro voleva consolidare il sistema democratico e accompagnare l'evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico".
Nel suo recente Un atomo di verità, il direttore dell'Espresso Marco Damilano dedica molte pagine all'ultimo discorso di Moro del 28 febbraio 1978, quando Moro invitò a guardare fuori dal Palazzo, nel cuore dell'emergenza italiana, "l'emergenza reale che è nella nostra società". Mentre oggi la politica gioca e sfrutta la rabbia degli esclusi, dei meno fortunati, Moro rifletteva sulla necessità dell'inclusione: "Immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno ala prova di una opposizione condotta fino in fondo". Cosa fa la politica oggi? Genera frustrazione negli elettori e non coltiva più la speranza. Non c'è più il futuro di una volta.

Umberto Gentiloni Silveri ha scritto un libro - Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) - raccogliendo molte delle lettere che vennero spedite dagli italiani dopo il rapimento. Si mobilitarono le scuole, semplici cittadini, famiglie, persone umilissime, anche emigrati. Una comunità smarrita. Attonita, incapace di reazione.
Mentre vanno in onda le edizioni speciali dei telegiornali, la famiglia Moro è sommersa dalle lettere.
Una corrispondenza spontanea e disordinata, che in alcuni casi scrive come destinatario Famiglia Moro in Via Fani, il luogo del rapimento. Pacchi di temi, scrive Gentiloni, arrivano dalle scuole di ogni ordine e grado. Iniziative nate dalla voglia di partecipare, di condividere la speranza di una soluzione positiva, di essere presenti in un passaggio cruciale della vita democratica.
In alcuni casi la scrittura è semplice, rivela una alfabetizzazione precaria, incerta, con errori e imprecisioni. Spesso i messaggi sono pervasi dall'orgoglio dell'appartenenza. Si vuole rimarcare il fatto di essere italiani.
Per dare un'idea del contesto, gli anni che vanno dal 1976 al 1979 rappresentano il picco della parabola terroristica. Si contano nel triennio 23 vittime per mano del terrorismo di destra, 91 per mano del terrorismo di sinistra e 85 in conseguenza di stragi di vario genere. In totale 199 morti in poco più di 36 mesi.
Alcune lettere dei bambini sono commoventi.
Cara Signora Moro,
sono una bambina di otto anni siciliana e sento parlare sempre di Aldo Moro. Sono brutti e cattivi quelli che lo lasciano in prigione.
Un'altra:
Gentile signora io sono una bimba di 6 anni e voglio dire 3 cose. 1. Deve avere tanto coraggio e tanta pazienza. 2. Non dovete piangere tanto perché si sciupano gli occhi. 3. Dovete dire a quelli della polizia perché la pistola ce l'hanno nella cintura? La devono portare sempre in mano per essere pronti quando si avvicina quella gente tanto cattiva.

Grazie all'ottimo libro di Andrea Galli - giornalista del Corriere della Sera - Dalla Chiesa (Mondadori, 2017) ho scoperto una cosa che non sapevo. Durante il sequestro Moro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato tenuto fuori da qualsiasi operazione. Come mai? Perché non si voleva trovare Moro? Il Comitato costituito presso il ministero degli Interni - guidato da Francesco Cossiga - si è scoperto poi essere formato quasi esclusivamente da membri della loggia P2 di Licio Gelli.
Solo il 30 agosto 1978 il presidente del Consiglio decretò che dalla Chiesa fosse "posto a disposizione per la durata di un anno, per l'espletamento ai fini della lotta contro il terrorismo delle funzioni di coordinamento e cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi".
E le cose cambiarono profondamente. Uno dei maggiori collaboratori del generale, Domenico Di Petrillo, ha detto: "Partimmo quasi da zero... Fu fondamentale il metodo del nostro generale. L'uso della testa, l'analisi, la conoscenza: inquadrammo il fenomeno e i soggetti da monitorare, decidemmo un piano di azione, stabilimmo delle priorità, e seguimmo quel piano in modo organico e perentorio. Un passo dopo l'altro". Purtroppo Aldo Moro era già morto. Ucciso da aguzzini, così descritti da Giuliano Vassalli il 24 marzo 1978 ("Pensando a Moro oggi", Il Giorno): Non riesco a vederli diversi dai nazisti. Leggo e rileggo il messaggio finora tramesso e vi riconosco la stessa follia ideological, lo stello linguaggio brutale ed unilaterale, le stesse rivendicazioni di distruzione e di morte".

P.S.: I terroristi rossi, graziati da un ergastolo vero, non solo non stanno zitti, ma provocano. Una brutta pagina. Ancora. Aver dato voce ai brigatisti senza adeguato contraddittorio non è stata una bella pagina di tv. Barbara Balzerani, ancora presa da deliri, ha addirittura dichiarato che "fare la vittima è diventato un mestiere". Non una parola di pentimento, di pietà per le loro vittime, non un commento sulla robaccia scritta nei loro comunicati infernali. Cari giornalisti tv, date la parola ai parenti delle vittime, che sono stati privati per sempre dei loro cari.
P.S.: Coloro che hanno scritto sui muri a Bologna "Marco Biagi non pedala più" sono dei casi clinici. Come ha scritto Michele Serra su Repubblica, "Uno che gode della morte violentea di un inerme e trova spiritoso sottolineare con sarcasmo che l'inerme andava a lavorare in bicicletta è indiscutibilmente un sadico. Non è un giudizio politico. Basta una valutazione medica".

Caro Aldo Moro, che la terra ti sia lieve.

lunedì 26 febbraio 2018

Votate chi volete ma non i grillini, incompetenti, presuntuosi, arroganti. Uno vale uno è una boiata pazzesca

Scoraggiati, disincantati, senza speranze. Sono molti gli italiani che non pensano di andare a votare. Dopo essere stati delusi dalla destra e dalla sinistra, tanti si sono gettati nelle mani del Movimento 5 Stelle, la demagogia ai massimi livelli.
Il leader del M5s è Gigi di Maio, il cui curriculum parla da solo. E' un miracolato dalla politica. Da stewart allo stadio San Paolo di Napoli alla vicepresidenza della Camera. Ogni sera credo che guardandosi allo specchio, rida come un pazzo, gridando "Ma come ho fatto ad avere tanto seguito con le banalità che dico!".

Uno vale uno: questo è il motto senza senso del Movimento 5 Stelle. Per dire, Ciampi, Baffi  Federico Caffè, Raffaele Mattioli, Enrico Mattei, valgono la Taverna, Di Battista, o Giggino di Maio. La demagogia al potere. Come diceva Eugene Ionesco ai giovani manifestanti nel 1968: "Tornate a casa, tra qualche anno sarete tutti notai".

Ultimamente il M5s si è superato. Ha bocciato la richiesta di intitolare una piazza a Livorno a Carlo Azeglio Ciampi, un grande italiano, perchè "banchiere". Una carriera inadeguata. Non tutti sanno che Ciampi non si laureò in economia, ma il lettere, con una tesi su Favorino d'Arelate, filosofo e oratore Greco antico. Successivamente Ciampi prese la seconda laurea in giurisprudenza scrivendo una tesi sul diritto delle minoranze religiose.
Riprendo Mattia Feltri che sulla Stampa ha riassunto bene la vicenda Ciampi:

Che cosa è la democrazia? La democrazia è quel sistema che, per esempio, attribuisce a sedici stimabilissimi signori, il cui contributo alla causa dell’umanità è momentaneamente ignoto, ed eletti sulla fiducia, o sulla sfiducia per gli altri, al consiglio comunale di Livorno per i Cinque Stelle, di decretare il concittadino Carlo Azeglio Ciampi indegno dell’intitolazione di una rotonda sul lungomare.  
 
Non lo si dice per instillare dubbi sulla democrazia. Lo si dice, anzi, per esaltarne le virtù. Che altro, se non la democrazia, avrebbe consentito a questi sedici volenterosi escursionisti delle istituzioni di ergersi a giudici di Carlo Azeglio Ciampi? Si doveva dunque decidere se intitolare la rotonda livornese al candidato e, analizzato il curriculum (diploma alla Normale di Pisa, allievo di Guido Calogero, renitente alla Repubblica di Salò, partigiano, fondatore del partito d’Azione a Livorno, segretario generale di Bankitalia poi vicedirettore generale poi direttore generale poi governatore, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica) il Movimento lo ha ritenuto insoddisfacente. Che ci volete fare? Un po’ lacunoso, poco cristallino.  
 
«Ha lavorato per le banche». «Ha contribuito all’ingresso nell’euro». Un po’ troppe macchie, insomma. Ha persino «reintrodotto la parata militare», e lì nemmeno Perry Mason avrebbe salvato la reputazione dell’aspirante. E se trovate tutto ciò molto ridicolo, trattenetevi. E’ solo la democrazia che conferisce alcune facoltà. Non quelle mentali, però.

Ciampi, secondo i grillini, rappresenta la "finanza brutta e cattiva". Senza un efficiente sistema finanziario, non c'è sviluppo economico, come la storia italiana degli ultimi 30 anni dimostra. A furia di considerare la finanza un nemico, siamo qui a misurare ogni anno il differenziale di crescita rispetto a tutti i Paesi europei e mondiali.

Tempo fa Filippo Ceccarelli su Repubblica ha ripreso il parallelo di Di Maio, che con uno slancio interiore si è paragonato a Sandro Pertini. Gustatevi le analogie:

"Il mio modello è Sandro Pertini" ha dichiarato Luigi Di Maio a Vanity Fair.

Aggiungendo: "È stato presidente qui alla Camera e io ho l'onore di sedere sullo stesso scranno". Il proposito di imitare il Presidente più amato dagli italiani è lodevole, e in effetti non si può negare che lui oggi ogni tanto si sieda nello stesso posto dove quarant'anni fa sedeva Pertini. Solo che quello era presidente della Camera e lui solo il vicepresidente di turno: ma non mettiamoci a spaccare il capello in quattro.

Ora, non sappiamo cosa farà in futuro il deputato Di Maio, candidato in pectore a Palazzo Chigi. Però sappiamo quello che ha fatto finora. Proviamo a confrontare la sua biografia con quella del suo modello politico, perché magari qualche dettaglio rivelatore ci è sfuggito, e siamo davvero di fronte al nuovo Pertini. Vediamo.


A 20 anni Pertini combatteva come sottotenente, e guidando un assalto nella battaglia della Bainsizza ottenne una medaglia d'argento al valor militare.

A 20 anni Di Maio faceva lo steward allo stadio San Paolo, e a volte accompagnò al suo posto persino il presidente del Napoli, De Laurentiis.


A 24 anni Pertini, ispirandosi alle posizioni di Filippo Turati, aderiva al Partito Socialista e veniva eletto consigliere comunale a Stella.

A 24 anni Di Maio, ispirandosi ai Vaffa-Day di Beppe Grillo, aderiva al Movimento 5 Stelle e si candidava al Consiglio comunale di Pomigliano d'Arco, ma non veniva eletto, ottenendo solo 59 preferenze.

A 26 anni Pertini prendeva la sua prima laurea, in Giurisprudenza. La seconda, in Scienze sociali, l'avrebbe presa due anni dopo.

A 26 anni Di Maio era iscritto alla sua prima facoltà, Ingegneria. La seconda sarebbe stata Giurisprudenza. La laurea non l'avrebbe presa in nessuna delle due.

A 27 anni (dopo la marcia su Roma) Pertini cominciava la sua militanza antifascista, che gli sarebbe costata l'arresto, sei anni di prigione e otto anni di confino.

A 27 anni Di Maio, dopo aver raccolto 189 preferenze alle "parlamentarie" del M5S, cominciava la sua carriera alla Camera che gli sarebbe valsa cinque anni di indennità parlamentare.

A 30 anni Pertini, dopo un comizio, veniva assalito dagli squadristi, che gli ruppero il braccio destro.

A 30 anni Di Maio, dopo un comizio, trovava la fiancata sinistra della macchina rigata con un chiodo.


A 31 anni Pertini era in esilio in Francia, adattandosi a fare anche il muratore pur di continuare la sua battaglia contro Mussolini, e intanto stampava volantini e giornali contro il fascismo.

A 31 anni Di Maio era in missione permanente in tv, adattandosi a fare anche l'ospite fisso nei talk show pur di combattere la dittatura del Pd, e intanto accusava esplicitamente Renzi di aver occupato lo Stato "come Pinochet in Venezuela ".

Fermiamoci qui, perché soltanto questi anni possiamo confrontare. Provate voi a farlo da soli. Ricordate "Trova le differenze" sulla Settimana Enigmistica? Ecco, qui bisogna fare al contrario: "Trova le analogie". In bocca al lupo.


Cari amici e amiche,

chi si candida a ruoli importanti senza avere la benchè minima competenza è disonesto dentro. Altro che portare avanti il messaggio di "Onestà". L'imbarazzante mediocrità della giunta romana guidata da Virginia Raggi è davanti ai nostril occhi.
Il reddito di cittadinanza è l'ennesima illusione per i nullafacenti (leggasi intervento di Francesco Giubileo su lavoce.info). E' un incentivo a non darsi da fare. Saranno in molti a sognare di vivere alle spalle degli altri. Chi paga per tutti questi sussidi non condizionati? Pantalone, ossia il contribuente.

Buon voto.

lunedì 12 febbraio 2018

Le occasioni perdute dall'Italia: la cessione della Divisione Elettronica dell'Olivetti alla General Electric nel 1965

Roberto Olivetti
Quando nei primi anni Sessanta l'Italia viveva il suo "miracolo economico", si sono gettate al vento alcune opportunità, che col senno di poi sono divenute "occasioni perdute".
Sono tre gli eventi decisivi di quegli anni:
1) L'omicidio da parte della mafia di Enrico Mattei, fondatore dell'ENI (27 ottobre 1962).
2) L'attacco giudiziario al presidente del Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare (Cnen), Felice Ippolito;
3) La morte di Adriano Olivetti nel febbraio 1960. L'imprenditore di Ivrea, vero visionario, aveva appena acquisito l'americana Underwood, che si dimostrerà un bagno di sangue. La contabilità direzionale in Olivetti era certamente un punto debole. Si racconta che si tenessero i conti per cassa e non per competenza, impedendo di capire per tempo se la società facesse margini o perdesse soldi.
La famiglia, costretta a numerosi aumenti di capitale, nel 1962 (dopo la irreparabile morte di Mario Tchou, testa pensante nell'elettronica) veniva invitata da Roberto Olivetti a sostenere un progetto dettagliato, il cui obiettivo strategico era la definizione di un nuovo assetto della governance d'impresa. Nel bel volume di Nerio Nesi - Le passioni degli Olivetti (Nino Aragno editore, 2017) si entra nel vivo delle vicende.
Roberto avviò con Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, concrete trattative per trovare un compratore per il 50% delle azioni, che la famiglia aveva messo in pegno. Ma la famiglia si oppose e le trattative caddero, per timore che Mattioli venisse nominato fiduciario. Mal gliene incolse. Gianluigi Gabetti ricorda: "Dovetti prendere atto di una situazione compromessa in buona misura dalla concorrenza tra gli azionisti (cioè la Famiglia) per il controllo dell'azienda".

La conseguenza dei dissidi familiari fu l'accettazione di un "gruppo di intervento", guidato da Bruno Visentini, che malauguratamente decise di non puntare sul settore dell'elettronica, su cui Roberto Olivetti puntava pancia a terra.

Roberto Olivetti e Mario Tchou
La risposta di Vittorio Valletta - capo indiscusso della Fiat - nella relazione al bilancio Fiat del 30 aprile 1964 non ammette repliche: «La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superaare, senza grosse difficoltà, il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana potrà affrontare».

Michele Mezza - nel pregevole volume "Avevamo la luna" (Donzelli, 2015) commenta: «Una lapide più che un’opinione per il futuro della Olivetti. Valletta anche semanticamente sceglie i vocaboli in modo da dare tutti i messaggi necessari: nell’elettronica l’Olivetti si è “inserita”, intromessa, indebitamente mescolata con i più grandi. Questo è il peccato originale che bisogna sanare».
Giorgio Fuà (fondatore dell'Ufficio Studi dell'Olivetti, e successivamente collaboratore di Mattei all'ENI) scrisse: "Roberto fu messo in disparte da Visentini in malo modo. Egli puntava sull'informatica in cui vedeva la via del futuro. Visentini non lo capì e stroncò tutto. Tagliò il ramo verde". Elserino Piol nel 1968 disse a Visentini: "Oggi la fine delle macchine a logica meccanica è fin troppo evidente: la meccanica sarà confinata a funzioni periferiche".

Mentre Nerio Nesi critica lo Stato, incapace di sostituirsi, quando necessario, al ruolo delle grandi (sic!) famiglie proprietarie, lo storico Beppe Berta, nel volume "Che fine ha fatto il capitalismo italiano?"  è molto più realista: le storie di Olivetti, Mattei e Ippolito "erano storie imprenditoriali di eccezione, nel significato preciso della parola. Erano eccezionali rispetto alla imprenditorialità diffusa. Le loro esperienze non potevano dar luogo a modelli replicabili. Quelle imprese era state anomale, a dir poco, anche come rappresentanti di un capitalismo a cui non avevano mai appartenuto fino in fondo".

Il capitalismo dinastico ha fallito, le grandi imprese sono scomparse, rimangono solo le grandi imprese pubbliche. C'è poco da fare. Il capitalismo pubblico ha fatto meglio del privato, per quanto riguarda le grandi imprese. Non ci rimane che il quarto capitalismo, così ben raccontato da Giorgio Fuà, e successivamente da Giacomo Beccattini. E ora da Fulvio Coltorti, già direttore dal 1973 al 2012 dell'Area Studi di Mediobanca (ASM).