lunedì 13 aprile 2020

Un Paese senza

L'Italia arriva sempre in ritardo. Quando c'è un casino - e il coronavirus lo è di bestia - arriviamo già col fiato sul collo, impreparati. Senza un piano B, senza contromisure, senza un contingency plan. Basta che emerga un problema, e i nodi strutturali della nostra arretratezza, vengono al pettine.

Le istituzioni non sanno come muoversi, il diritto - della serie abbiamo una Costituzione bellissima, dove i poteri sono tutti chiari tra Regioni e Stato centrale - impasta le decisioni, i sindaci litigano con la Protezione Civile, i presidenti delle Regioni vanno ognuno per loro conto.

Un Paese provvisorio, diceva giustamente Edmondo Berselli (quanto ci manchi!).

Qualche giorno fa è morto Alberto Arbasino, intellettuale arguto, coniatore dell'immagine della "casalinga di Voghera". Andate su Mondo operaio a guardare il dibattito in salotto tra lui, Ronchey, Guttuso e Bettino Craxi sul futuro della sinistra italiana. Che livelli rispetto a oggi.

Nel suo immenso "Un Paese senza", nel 1980 Arbasino scriveva in apertura:

Un Paese senza memoria
Un Paese senza storia
Un Paese senza passato
Un Paese senza esperienza
Un Paese senza grandezza
Un Paese senza dignità
Un Paese senza realtà
Un Paese senza motivazioni
Un Paese programmi
Un Paese senza progetti
Un Paese senza testa
Un Paese senza gambe
Un Paese senza conoscenze
Un Paese senza senso
Un Paese senza sapere
Un Paese senza sapersi vedere
Un Paese senza guardarsi
Un Paese senza capirsi
Un Paese senza avvenire?

Arbasino proseguiva: "Un Paese onirico,senza nessi con la realtà, nè rapporti con l'esistente, voltando le spalle a se stesso, fissando energie soprattutto in sperperi ideologici e/o desideranti e/o bovaristici (finiremo come il Venezuela o l'Argentiva, tuonava incazzato Marcello De Cecco, ndr), senza volersi rendere conto che anche troppo spesso "tutto questo è già accaduto"...con varianti minime: la violenza, la ferocia, la volubilità, l'irresponsabilità, l'intolleranza, l'arroganza, il discorso teorico, il dibattito astratto,...la superficialità, la leggerezza, la criminalità, la volgarità, la villania, l'incompetenza, la ladreria, il banditismo, il teppismo, ...il cinismo, il melodramma, l'opportunismo, il trasformismo, il machiavellismo, il birignao, l'imbroglio, la cosiddetta arte di arrangiarsi, il presunto dolce far niente, l'incoerenza dei conformismi,...i conflitti corporativi, la rivendicazione di privilegi a spese d'altri, la smania di teatralità e di processioni, l'ingordigia di apparati circensi, lo snobismo di massa, l'incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, il latinorum dell'Azzecca-garbugli,..i sicari sulla porta, la bande, le minacce, le vendette, gli agguati, i rapimenti, i ricatti,...le speculazioni insensate, gli investimenti rovinosi, ...il provincialismo autarchico".

Un'analisi perfetta per il nostro disgraziato paese, dall'umanità sconvolgente.


Pierluigi Ciocca nel suo "Ricchi per sempre?" chiosa così:
"Carlo Cipolla ha chiarito nella retrospettiva di secoli il punto chiave: il benessere materiale degli italiani non è mai definitivamente acquisito. Il rischio dell'arresto, della perdita delle posizioni con fatica conquistate, è sempre latente.
Come la storia ci insegna, non possiamo sederci sugli allori...
Va respinta la provinciale presunzione di essere ormai ricchi per sempre.
La via obbligata per le imprese e per coloro che ci lavorano è la ricerca incessante di qualità imprenditoriale e professionale, aggiunta di valore agli inputs importati, capacità di esportare, di offrire "cose nuove che piacciano al mondo".

Nella dedica che Ciocca mi ha donato, si legge: "Al dott. Piccone, temo che il ? (Ricchi per sempre?, ndr) cadrà e che la risposta sia "no"?