lunedì 21 marzo 2011

Luigi Einaudi, la corruzione e le pere indivise

Luigi Einaudi
Il 24 marzo 1874 a Carrù (Cuneo) nacque Luigi Einaudi. Intellettuale ed economista di fama mondiale, Luigi Einaudi è considerato uno dei padri della Repubblica Italiana.

Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio nel IV Governo De Gasperi, tra il 1945 e il 1948 fu Governatore della Banca d'Italia. Dal 1948 al 1955 fu Presidente della Repubblica Italiana.

Ci sarebbe da scrivere per ore. In un blog ci limitiamo ad alcuni snapshot.

Riprendo in mano alcuni discorsi del periodo 1920-22, dove Einaudi sentì una “diffidenza invincibile” per questo “spropositato aumento” della burocrazia. Egli propugnava una riforma tale da alleggerire lo Stato di tutto quel groviglio di mansioni che non gli erano proprie, e di cui la burocrazia si era impossessata, esercitandole anche in modo dannoso e pericoloso.

Alessandro Galante Garrone – nel suo L’Italia corrotta 1895-1996, Cento anni di malcostume politico (Aragno Editore, 2009) – appunta: “Come ha scritto Norberto Bobbio nel 1974 “urgeva una riforma. Ma Einaudi sa benissimo che una riforma non verrà mai, perchè i riformatori (cioè il Parlamento, e a maggior ragione, se la riforma si vorrà fare attraverso decreti-legge, il governo) sono nelle mani dei riformandi”.

Sempre Einaudi nel 1943 scrisse: “La corruzione è fatale. Se, come è naturale, il capo supremo non può attendere a tutto e deve delegare le sue facoltà a qualche migliaio di sottocapi e gerarchi, chi potrà impedire che costoro abusino della loro situazione?...Ecco diffusa la lebbra della corruzione pubblica, della mancia in paesi che prima ne erano immuni: ecco diventata caratteristica dei paesi civili la consuetudine levantina del bakscisch. Ecco verificarsi un regresso spaventoso nella compagine sociale e politica del paese”.


Ennio Flaiano
 Il grande Ennio Flaiano - La solitudine del satiro (1973, poi postumo Rizzoli, 1989) racconta in modo magistrale una serata al Quirinale. La riporto integralmente:.

Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma completamente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l’avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste. Poiché il Presidente, nei suoi anni verdi, aveva frequentato un fiaschetteria di via della Croce, la Fiaschetteria Beltramme (che noi ancora frequentiamo), si parlò anche di questa: e dei suoi colleghi di università coi quali vi andava, del proprietario e di altri clienti che egli vi intravedeva: Bruno Barilli, Cardarelli, il pittore Bartoli. Da un argomento all’altro, tra aneddoti che, per il gran ridere, scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito.

Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”. Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento.
Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.

Che tempi!

Caro Luigi Einaudi da Dogliani, sei un nostro riferimento. E non ci dimentichiamo del tuo esempio e delle tuo lucido monito: “Conoscere per deliberare”.

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