lunedì 28 febbraio 2011

Adriano Olivetti, imprenditore sovversivo

Durante le mie lezioni all’Università, ho l’occasione di parlare degli Italiani con I maiuscola, persone che hanno consentito al nostro Paese di essere il secondo paese industrializzato al mondo pro-capite (fonte Ufficio Studi di Confindustria).

Ciò che mi stupisce è l’ignoranza degli studenti sulla storia del ‘900. Ma di chi è la colpa? Non c’è alcun dubbio: dei professori e delle istituzioni scolastiche che insegnano gli Egizi (30 volte), Gli Assiro-Babilonesi (26 volte), i Promessi Sposi (18 volte), ma NON si parla per nulla di:
- Enrico Mattei – fondatore dell’ENI, vedi post Mattei, imprenditore formidabile;
- Paolo Baffi – Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979 ("Il mio quinquennio di fuoco") – vedi post Paolo Baffi Governatore integerrimo;
- Carlo Azeglio Ciampi, Presidente emerito della Repubblica e Governatore della Banca d’Italia – vedi post Buon compleanno Carlo Azeglio;
- Beniamino Andreatta – Ministro del Tesoro, vedi post Andreatta e il Banco Ambrosiano (e seguenti) ;
- Tommaso Padoa-Schioppa, padre dell’euro, vedi post Omaggio a Padoa Schioppa;
- Carlo Alberto dalla Chiesa, prefetto di Palermo, ammazzato dalla mafia il 3 settembre 1982, vedi post Il Generale dalla Chiesa e lo sviluppo economico;
- Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, vedi post Ambrosoli e l'allucinante Andreotti,
- Franco Modigliani, Premio Nobel per l'economia, vedi post Modigliani, avventure di un economista;
- Ezio Tarantelli, economista grazie al quale siamo riusciti a debellare in Italia l'inflazione galoppante, vedi post Baffi, Modigliani e Tarantelli.

Allora faccio del mio meglio per colmare un po’ di lacune.

Il 27 febbraio del 1960 – giusto 51 anni fa - moriva in treno verso Losanna Adriano Olivetti, imprenditore illuminato. Oggi lo ricordiamo nella convinzione che gli italiani migliori sono un fulgido esempio per l’oggi. Vale ciò che mi dice mia figlia Allegra: “Papi, se lo fai tu, lo faccio anch’io”.
Abbiamo un tremendo bisogno di buoni esempi.

Adriano Olivetti - nato l’11 aprile 1901 a Ivrea - nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti, durante il quale poté aggiornarsi sulle pratiche di organizzazione aziendale, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna ove, per volere del padre Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Divenne direttore della Società Olivetti nel 1933 e presidente nel 1938.

Si oppose al regime fascista con momenti di militanza attiva. Infatti partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini alla liberazione di Filippo Turati. Durante gli anni del conflitto bellico, in cui Olivetti era inseguito da mandato di cattura per attività sovversiva, riparò in Svizzera.

Rientrato alla caduta del regime, riprese le redini della azienda. Alle sue capacità manageriali che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio, unì una instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potessero armonizzare lo sviluppo industriale con la affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica.

Sotto l'impulso delle fortune aziendali e dei suoi ideali comunitari, Ivrea negli anni Cinquanta raggruppò una quantità straordinaria di intellettuali che operavano (chi in azienda chi all'interno del Movimento Comunità, fondato da Olivetti) in differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica.

Marco Vitale
 Il nostro sempiterno riferimento Marco Vitale – in un magistrale intervento dal titolo Un imprenditore sovversivo – scrisse: “Olivetti Adriano di Camillo. Classifica: Sovversivo”, così sta scritto sulla copertina del dossier che la Pubblica Sicurezza di Aosta apre su Adriano Olivetti nel giugno 1931. Credo che tra le tante definizioni di Adriano Olivetti che mi è capitato di leggere, questa dell’oscuro funzionario della questura di Aosta sia la più centrata. E come può non essere sovversivo un imprenditore che entra nella fabbrica paterna a 23 anni (nel 1924) quando questa produce 4.000 macchine da scrivere all’anno con 400 dipendenti – dunque 10 macchine all’anno per addetto – e che quando muore prematuramente, lascia un gruppo che nel 1958 festeggia il cinquantesimo anniversario con circa 25.000 dipendenti, con cinque stabilimenti in Italia e cinque all’estero, dai quali escono sei macchine al minuto; i cui dipendenti hanno un livello di vita superiore dell’80% a quello dei dipendenti di industrie similari; che si prepara a digerire, sia pure con fatica, l’acquisizione della mitica Underwood americana; che sta già affrontando la nuova sfida dell’elettronica; cha ha saputo imporre al mondo intero uno stile e un design che sono diventati un riferimento per tutti; che ha creato la più ricca e significativa scuola di management della storia italiana?"

Sempre Vitale: “E come può non essere sovversivo un imprenditore che per trent’anni ha sempre spiazzato tutti (i concorrenti, le crisi congiunturali, i parenti ostili, le difficoltà di ogni genere) in avanti, rilanciando sempre l’impresa nella direzione dello sviluppo e dell’innovazione? Innovazione di processo, di prodotto, di organizzazione, di sistema.
Come può non essere sovversivo un uomo che afferma: “E’ vero, non siamo immortali: ma a me pare sempre di avere davanti un tempo infinito. Forse perchè non penso mai al passato, perchè non c’è passato in me?”. Sempre in avanti.

Mentre oggi abbiamo tanti esempi di imprenditori-profittatori, Adriano Olivetti è stato un grandissimo imprenditore-creatore o imprenditore-innovatore (secondo la definizione di George Gilder in Spirito dell’Impresa, Longanesi, 1984): “Essi tendono a sovvertire statiche costituite, anzichè a stabilre equilibri. Sono gli eroi della vita economica”.

Giulio Sapelli
Olivetti è stato senza dubbio uno dei più profondi teorici italiani sui temi dell’organizzazione di impresa. Sentiamo lo storico delle imprese Giulio Sapelli, che così scrive: “Il passaggio definitivo a una moderna teoria della direzione fu realizzato soltanto dal modello culturale elaborato da Adriano Olivetti, imprenditore e organizzatore d’eccezione” (Economia, tecnologia, direzione d’impresa in Italia, Einaudi, 1994).

Le società sono fatte di uomini, oltre che di capitali. Olivetti compiva lui stesso i coloqui di selezione, come ricorda Ottorino Beltrami. “Se in altre aziende il lavoratore si confonde in una massa indifferenziata, in Olivetti egli era una persona con una vita lavorativa ben individuata” (Uomini e lavoro alla Olivetti, a cura di Francesco Novara, Renato Rozzi e Roberto Garruccio, 2005)

Vittorio Valletta
Dopo la morte di Adriano Olivetti, l’amministratore delegato della FIAT Vittorio Valletta disse (memorabile, ahinoi!): “L’Olivetti è un’azienda sana, ma ha un cancro da estirpare, l’elettronica”. Così l’Italia perse un altro treno.

Ma quanti treni ha perso l'Italia? E siamo ancora qua. Come il calabrone che non dovrebbe volare.

Grazie Adriano Olivetti, siamo convinti che coltivare la memoria serva ad alimentare la fiducia nel futuro, di cui abbiamo un gran bisogno.

3 commenti:

  1. Un mio lettore raffinato, filosofo-manager, mi scrive in privato:
    "È il vecchio impianto idealista-crociano: sprezzo del presente, culto del passato-remoto, storia come rimuginio, gli storici come ruminanti. Necessità paranoica di frapporre tempo fra i fatti e il giudizio storico. Millenarismo becero. Insomma, la cultura catto-comunista dove contano solo i grandi movimenti e gli individui meno che zero a meno che non siano santi o capi del partito. Enorme iato fra le masse ed il culto delle personalità, pochissimo interesse per le dinamiche sociali sottili. In fisica si direbbe: la metafora della gravitazione universale a spregio di quella dell’interazione delle forze cosiddette ‘deboli’. Ah, se tu potessi usare la fisica coi tuoi studenti! Le grandi metafore sono tutte lì. Alex".

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  2. Ciao Beniamino,
    concordo sulla figura di Adriano Olivetti che spesso cito nelle mie lezioni di Innovation Management ed Estetica dell'Innovazione come uno dei veri InnovAttori che la nostra breve storia economica può annoverare.
    La mia provocazione è quella di utilizzare anche il concetto di "Best Failure" ovvero andare oltre il cercare di imparare e di trarre il fulgido esempio dalle figure positive. Dovremmo anche focalizzarci e analizzare le figure che hanno determinato l'insuccesso o la distruzione di quanto di buono creato nel passato. Perchè come dice la teoria dell'innovazione "è più facie incappare nello stesso errore che replicare un successo"
    A presto.

    Ivan

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  3. Ciao, sembra che l'argomento sia pronto per essere immesso nel canale TV, direttamente alle masse, ne scrivo sul blog! PS
    E devo ammettere che avendo frequentato un istituto professionale qualcuno ha colmato le mie lacune, grazie dello spunto e spero condividerai le mie note :-)

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