giovedì 14 aprile 2022

Ciao mamma, ti ricorderò sempre con un sorriso

Mia mamma Giancarla se n'è andata, a 86 anni. Un tumore al cervello, scoperto per caso dieci giorni fa, ha purtroppo battuto in brevissimo tempo la sua resistenza ferrea. Nata il 16 giugno 1935, ha vissuto tra due secoli con vivacità e intelligenza. Insegnante di lettere alle scuole medie, ha allevato generazioni di studenti che l'hanno amata per la sua passione, l'anticonformismo, la dedizione per i meno fortunati, il supporto dei più deboli. 

L'ingiustizia per lei era insopportabile e ha lottato sempre per aiutare chi non aveva i mezzi. Ricordo ancora un suo scolaro, Pasquale, il cui padre rinunciò ad acquistare la macchina per consentire al figlio, "capace e meritevole" (come dice il dettato costituzionale), di frequentare il liceo e l'università. Erano millanta gli studenti con cui rimaneva in contatto ben oltre l'iter scolastico. 

Mi ricordo ancora di quando insegnava al Quartiere degli Olmi (nella periferia milanese) e un suo allievo arrivava sempre stanchissimo a scuola. Dormiva sul banco perchè era costretto ad aiutare il padre, fioraio, che tagliava i gambi delle rose alle 5 del mattino. Giancarla diceva: "Non si possono valutare nello stesso modo persone che hanno situazioni familiari completamente differenti". Giancarla era capace anche di stimolare i ragazzi eccellenti, che faceva partecipare a concorsi del Comune, che spesso vincevano. Negli anni Ottanta casa nostra era spesso piena di studenti che lavoravano in gruppo. Una atmosfera briosa e fonte di felicità per tutti. Il suo impegno era fortissimo. Le piaceva molto stare coi giovani. 

Come madre, Giancarla, chiamata Ginca in famiglia, ha sempre spinto per l'indipendenza e l'autonomia. Credo mi abbia dato le chiavi di casa a 7 anni. Con mio fratello Alessandro e altri amici più grandi eravamo autorizzati fin da ragazzi ad andare fino a Corsico in bicicletta.
Insegnava e, al contempo, aiutava mio padre a raccogliere la pubblicità per la sua rivista "Autoservice", incentrata sul mondo della meccanica automobilistica. Un giorno, nell'ottobre 1979, dietro mia insistenza, riuscì pure a trovare due biglietti per il derby. Pioveva che Dio la mandava, io e lei prendemmo veramente tanta acqua, nei "distinti" scoperti. Ma la doppietta di Evaristo Beccalossi mi rese tanto felice. La stagione 1979-80 fu poi l'anno dello scudetto dell'Inter di Eugenio Bersellini.
Giancarla in braccio a sua mamma 
Questa la cronaca della partita di Gianni Brera (tratta da "Derby!, Baldini e Castoldi, 1994): "Due gol fortunati consentono allegri pensieri....Dopo anni di ciste anche mortificanti, l'Inter ha rivinto il derby con lo stesso punteggio che le ha portato l'ultimo scudetto. Il 184° derby ha riempito lo stadio oltre il lecito (79.000 più i portoghesi di sempre): solo un arbitro dotato di senso fino alla follia avrebbe rinunciato a dirigerlo per impraticabilità del campo: Menicucci non è stato folle e ha indotto le nostre benamate a nuotare in proibitive pozzanghere...".
A fronte di mamme che non lasciano spazio ai figli, Giancarla ha sempre puntato sulla responsabilità, sul rendere conto (accountability spinta, quindi) come modo di vivere. Non avere mai paura del futuro, crederci sempre, questo era il suo mantra. Io e Ale ne abbiamo certamente beneficiato.

Giancarla è sempre stata una gran disordinata, la casa era sempre stracolma di carte, giornali, compiti in classe, documenti, registri di classe (anche di anni precedenti). Mio padre un giorno appese alla parete della cucina un articolo di Francesco Alberoni dal titolo "Chi ama il disordine è un despota". Il messaggio era diretto e incisivo. Ma non riuscì neanche lui a cambiare le cose. Il disordine regnava sovrano e ha sempre avuto timore di invitare gente a casa: avrebbero visto con i loro occhi il marasma imperante. Un anno la lavatrice si ruppe e si allagò il ripostiglio dove giacevano dei compiti in classe da correggere. Io chiesi: "Mamma, ora come fai?", Lei serafica disse che gli studenti si sarebbero dimenticati del compito fatto e che lo avrebbe sostituito con un altro tema in classe. Flessibilità, prima di tutto.
Quando mi capitò di partecipare ad una caccia al tesoro e serviva un quotidiano di 20 anni prima, ero certo che Giancarla (il mio amico Pier Francesco la chiamava sorridendo "Giancalma" perchè era sempre agitata) fu in grado di trovarlo. 
Il suo amore per libri e giornali me lo ha tramesso in toto. Quando finii di scrivere il volume "L'Italia: molti capitali, pochi capitalisti" (Il Sole 24 Ore editore), stimolato da Guido Roberto Vitale (persona straordinaria), non esitai a scrivere questa dedica: "Ai miei genitori, Piero e Giancarla, per avermi fatto amare libri e giornali". 
Quando alla fine della stesura delle bozze, il mio discussant nonchè prefatore Francesco Giavazzi, mi invitò a consultare un volume introvabile, mandai Giancarla alla Biblioteca Sormani, dove era di casa. Era felice di aiutarmi.
Da insegnante anche di storia, per lei era importante conoscere anche la storia contemporanea e le vicende più anguste, dove persone incolpevoli subivano la peggio, o dove persone serie risultavano vittime dei poteri occulti.
Fin da giovane Giancarla mi ha portato a conoscere il mondo criminale (alle presentazioni di libri o al Circolo Società Civile, guidato da Nando Dalla Chiesa), a cui bisognava opporsi con tutte le forze. Mi ricordo benissimo quando partecipammo ad un incontro dove i giudici Guido Viola, Giuliano Turone e Gherardo Colombo raccontavano le vicende di Michele Sindona e dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli.E' anche per questo motivo che mi sono appassionato alla vita di Paolo Baffi, a cui ho dedicato anni di ricerca e studio, nonchè ben quattro volumi con l'editore Nino Aragno (a cui voglio molto bene). L'ingiustizia che ha colpito il "Governatore della Vigilanza" grida vendetta al cielo. Il dispositivo della sentenza di pochi giorni fa che ha condannato Paolo Bellini come esecutore della strage di Bologna del 2 agosto 1980 evidenzia gli stessi nomi e cognomi protagonisti dell'attacco politico giudiziario alla Banca d'Italia del 1979 (Licio Gelli, capo della Loggia P2, Mario Tedeschi, direttore del "Borghese"). 
Quando il 3 settembre 1982 la mafia assassinò Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo, trovai (il giorno dopo) mia madre in cucina in lacrime con "Repubblica" tra le mani. Leggere Giorgio Bocca per Giancarla era uno modo di essere, la preghiera laica del mattino cara a Hegel. 

Senza "La Repubblica" e "L'Espresso" lei non riusciva a vivere. Il confronto in casa era sempre vivo, non c'erano tabù, si poteva discutere di tutto. Gli eventi tragici della storia italiana (quanti!) erano spesso al centro delle discussioni. Non so quante volte discutemmo della bomba eversiva di Piazza Fontana, che vide anche un suo cugino, Riccardo Carini, presente nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, e miracolosamente ferito solo leggermente. Giancarla divenne amica anche di Patrizia Pizzamiglio, la giornalaia di Piazza Bolivar (dalle mie ricerche, e anche secondo Ginca, ho appurato che l'edicola le venne assegnata grazie all'intervento di Giulia Maria Crespi, allora azionista di maggioranza del Corriere della Sera), che col fratello venne colpita in pieno dall'esplosione mentre erano allo sportello a versare una cambiale per conto della madre.
Per non parlare delle ruberie e degli scandali. Era il 1987, ben prima di Tangentopoli, quando Bocca scrisse: "Era possibile nel West sopravvivere senza violare la legge? E oggi è possibile non rubare in Italia? Dite seriamente, è possibile?".
Qualche tempo fa chiesi a Giancarla se avesse qualche rimpianto. Mi rispose immediatamente di no: "Volevo due figli, magari dei nipoti e ne ho avuto ben 4, volevo insegnare e ci sono riuscita, volevo una vita piena e mi sento fortunata. Ho amato tuo padre per un bel periodo". Quando mio padre si ammalò nel 1989, lo curò con una dedizione mostruosa fino all'ultimo istante (e mia zia Milli, amorevolmente veniva ogni sabato a preparare pranzi superlativi).
Io le feci notare che l'economista Mario Deaglio (marito di Elsa Fornero, a lei va tutta la mia stima) dimostrò come i nati nel 1935 fossero una generazione assai fortunata: hanno evitato la Prima Guerra Mondiale, sfiorato da piccoli la Seconda, studiato e da laureati hanno potuto vivere nel più florido periodo - il cosiddetto "Miracolo economico" - della storia italiana. Per poi andare in pensione col (favorevole) metodo retributivo. 
A proposito di calcolo della pensione, quando venne il momento di abbandonare l'insegnamento Giancarla fu letteralmente costretta a rinunciare poichè lei sarebbe andata avanti ancora per decenni. Non si rassegnò e andò a insegnare nelle scuole che intendessero avvalersi di lei. Sempre senza ricevere alcun compenso. E sempre con un occhio verso i ragazzi meno fortunati o con situazioni disagiate. 

Il grande dispiacere per me è stata la velocità della sua presenza/assenza. Fino a pochi giorni fa era con noi a ridere e scherzare e ora non c'è più. Proprio poche settimane fa aveva partecipato a un aperitivo a casa mia con Stefano e Franco, amici bocconiani della #Leva89. Aveva detto loro: "Ma non vi ricordate il motto bocconiano trovato su un muro intorno alla nuova sede della Bocconi dopo il trasferimento da Largo Treves? Ci siamo tutti guardati e non sapevamo nulla. Allora Giancarla ha ripetuto il motto (attribuito a Gabriele D'Annunzio): "Avrà ragione chi non fu mai stanco e non sarà mai stanco" (fregio trovato all'incrocio delle vie Toniolo e Bocconi). Ma quante ne sapeva!
Giancarla aveva energie da vendere, valeva per lei il motto. In ospedale le ho chiesto: "Sei stanca?". E lei: "No, non sono stanca". Il volto parlava come se volesse dirmi: "Sono stufa di stare così in un letto d'ospedale":

Una delle tante cose singolari è che Giancarla, al momento del pensionamento, venne convocata in Provveditorato poichè i funzionari non credevano che esistesse un docente senza un giorno di malattia in tutta la carriera scolastica. Sì, perchè lei non è mai stata a casa. Mai. Un vero e proprio record. Un senso del dovere notevole, preso anche da suo padre, Carlo Tagliabue, per lungo tempo direttore generale della Pia casa di Abbiategrasso degli Incurabili e degli Schifosi, dove si comportò in modo esemplare. Proprio qualche anno fa, Carlo venne inserito nel Giardino dei Giusti al Montestella per aver salvato dalla persecuzione nazifascista una trentina di donne ebree (facendole entrare nell'Istituto come suore). Il 9 maggio ad Abbiategrasso all'Istituto di Istruzione Superiore Vittorio Bachelet verrà ricordato Carlo Tagliabue; in sua memoria verrà piantato un ciliegio selvatico.

 
Giancarla con figli e nipoti

Avida lettrice, prima di andare a letto, leggeva a me e mio fratello libri di ogni tipo. Io mi ricordo l'Odissea e credo che ci sia un motivo. Per Giancarla il sapere era la fonte della felicità vera. L'approfondimento sui libri era fonte di piacere. La superficialità non era la sua cifra. L'astuto Ulisse era sì attirato dalle sirene ma anche capace di resistere alla seduzione di una immediata felicità per proseguire verso la conoscenza.
La televisione la guardava, ma con minor interesse. L'ultima cosa che mi ha detto sul letto del Fatebenefratelli, dove l'hanno curata con dedizione e gentilezza, è stata "No, la televisione non mi manca". Una risposta proprio da Giancarla, secca e decisa. Come dire, se devo sorbirmi Orsini, Travaglio e gli altri amici di Putin, meglio lasciar perdere. Mi ha ricordato "L'homo videns" di Giovanni Sartori.
Un altro libro che mi ricordo ci lesse era  di Reinhold Messner, che per primo andò - con Peter Habeler nel 1978 - sull'Everest senza bombole di ossigeno.
Il metodo migliore per far leggere i figli. L'ho fatto anche io con i miei, e diciamo che sono dei buoni lettori. Mio figlio Francesco, ormai diciassettenne si ricorda ancora di quando gli leggevo "Perchè mi chiamo Giovanni" (di Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport e bravo scrittore), la storia di Giovanni Falcone. Giancarla per anni è andata a prendere i suoi nipoti all'asilo e a scuola portando sempre delle merende sane: Lei andava a rifornirsi a "NaturaSì" fin dagli anni Ottanta. Per rifocillare i nipoti portava fragole, prugne, ciliegie (anche fuori stagione). Mai e poi mai focacce "unte e bisunte". L'ambiente prima di tutto. Non si contano le volte in cui Giancarla intimava alle persone in attesa con le vetture ferme in seconda fila di "spegnere il motore che inquina". 

Per lei il libro non andava solo letto, ma si doveva cercare di conoscere direttamente gli autori. Per cui lei era una patita delle presentazioni dei libri. La Feltrinelli era casa sua. Un giorno vidi sul cassettone del corridoio un biglietto da visita dell'allora amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. Le dissi in modo deciso: "Ma mamma, tu conosci Profumo e non mi dici niente? Lo sai che lavoro nel mondo della finanza. Potevi dirmelo!". Lei rispose che lo aveva importunato al termine di un incontro alla Casa della Cultura (luogo di dibattiti interessanti - a lei piaceva ascoltare il padre della psicanalisi italiana Cesare MusattiSilvia Vegetti Finzi - inaugurata nientepopodimeno che da Ferruccio Parri il 16 marzo 1946), quando fece notare al famoso CEO che nei cartelloni pubblicitari fuori dagli sportelli bancari il lessico e in generale il linguaggio usato erano nettamente migliorabili. Credo che mai nessuno abbia fatto un rilievo così a un banchiere, per cui Profumo le disse: "Mi venga pure a trovare che ne parliamo". Ecco, Giancarla era questo, andava dal suo interlocutore e lo colpiva con un rilievo impensato, una frase memorabile. Come mi hanno detto in molti nel corso della sua vita, "Giancarla è un personaggio".

Giancarla non ha mai sciato, ma ha sempre amato la montagna, contraddistinta dall'"aria buona". Se adoro sciare (a Champoluc, dove ci portava fin da piccoli) lo devo a lei (mia figlia Allegra ama lo sci sopra ogni altra cosa, per cui la tradizione familiare va avanti) che - grazie alla sua scolara prediletta Laura Ferrari e suo padre Dino - ci iscrisse al Gruppo Amici della Montagna (GAM), che ogni domenica, partendo da piazza Napoli con miriadi di ragazzi (tra cui il mio caro amico Vitt Vitt), ci portava nel freddo polare di La Thuile. Che giornate epiche di freddo e risate abbiamo vissuto io e mio fratello Alessandro

Faccio mie le parole di Gigi, il marito di sua cugina Angela a cui era molto affezionata, che mi ha scritto un bel messaggio: "Il suo ineluttabile venire meno è testimonianza per tutti noi del tempo che passa e dell'avvicendarsi di generazioni e vita che non per questo vengono scordate ma restano nella memoria individuale e come parte stessa di noi".

Cara mamma, faccio fatica a trattenere le lacrime, ma intendo ricordarti con un sorriso, lo stesso che avevi a seguito di una tua battuta irriverente. 

Ti sia lieve la terra.

venerdì 10 dicembre 2021

La Bocconi negli anni Novanta, un amore pervasivo, segreteria telefoniche in azione, che tempi!

Il tempo passa per tutti, anche per noi bocconiani, orgogliosi di aver frequentato l'unica università italiana che non necessita di specifiche. La Bocconi è la Bocconi. Punto. Laura Spotorno, maritata Suàrez, si è cimentata nel 1995 in un romanzo su cui poi ha deciso di rimettere mano nel 2020 e pubblicare nel 2021, stimolata dal magico mondo di "Leva 89", l'Associazione dei bocconiani (quorum ego) che si pone l'obiettivo di restituire qualcosa di serio a chi giustamente vuole ancora avere fiducia nel nostro Paese. Ambientato negli anni Novanta, dove non squillano i cellulari, bensì le voci raccolte nelle segreterie telefoniche, "Uomini in grigio" racconta una storia d'amore tra Rebecca - la protagonista - e Alexander (Ale), un giovane investment banker spagnolo, intrigante e pieno di sorprese. Per chi ha frequentato la Bocconi negli anni Novanta, questo volume è un viaggio proustiano. Spotorno scrive: "...di pomeriggio cercavo articoli introvabili in biblioteca". Altro che google! Contava la ricerca certosina del volume all'interno del quale si cercava vanamente il modo di scoprire i segreti del mondo. Quanti giorni passati in biblioteca per redigere la tesi di laurea! O studiare concentrati per un esame.
Nel meraviglioso "Memorie di Adriano", Marguerite Yourcenar scrive: "Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti".
Un altro ricordo sulle biblioteche viene da Ottorino Beltrami che ha lavorato per anni a fianco di Adriano Olivetti a Ivrea: "Ho assistito a una riunione nella biblioteca...quella sera c'era Gaetano Salvemini e il tema era la ricostruzione del Paese e della democrazia. Dopo un breve intervento dell'ospite, iniziava la discussione che durava fino a tardi. Parlava Adriano Olivetti e parlavano gli operai, mi sorprese l'estrema libertà e democrazia con cui tutti interloquivano. Molti avevano fatto solo le elementari, però erano persone intelligenti e lo si capiva dalle cose interessanti che dicevano. Adriano parlava come fosse uno dei tanti: lo interrompevano anche. Non ho visto un simile esempio di democrazia neppure in America, erano tutti eguali, una cosa emozionante, da far venire i brividi".
In occasione dell'inaugurazione della sala di lettura e dell'intitolazione a Paolo Baffi della biblioteca della Banca d'Italia, il governatore di allora Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento citò Ortega Y Gasset (La missione del bibliotecario, Sugarco, 1984): "L'occuparsi di raccogliere, ordinare e catalogare i libri non è un comportamento meramente individuale, ma è un posto, un topos o luogo sociale indipendente dagli individui, sostenuto, richiesto o deciso dalla società come tale non soltanto dalla vocazione occasionale di questo o di quell'uomo". Ma come è questo "uomo in grigio", Alexander Moreno, (con le scarpe nere, le Church, di rigore londinese) di cui si innamora Rebecca? "Lo sguardo era assorto, quello sguardo penetrante, intenso, che hanno gli uomini molto intelligenti quando sono pensierosi". Amanda, la più cara amica di Rebecca, cerca di dissuaderla, ma quando si è innamorati, il ragionamento cosa vale?: "E' fondamentale che tu non perda la testa per un tipo così, perchè sarebbe capace di manovrarti come vuole, di fare il bello e il cattivo tempo, prenderti e lasciarti dall'oggi al domani...Guarda che io ne conosco un po' di quei finanzieri, sono arrivisti...ma venderebbero anche le loro madri in cambio della chiusura di un deal". Rebecca è seria, studiosa, impegnata in modo maniacale nella stesura della tesi. Al contempo aspira a una relazione basata su "equilibri superiori", quella situazione in cui prevale la condizione di armonia con un'altra persona. Quando esistono vere e proprie affinità elettive". Era più difficile incontrarsi senza cellulari? Forse si rispettavano di più gli appuntamenti fissati. Divertente ricordarsi di appuntamenti mancati. O di una cosa così: "Posando il ricevitore mi caddde l'occhio sulla segreteria telefonica: la spia rossa lampeggiava". Che tempi! Un passaggio storico mi ha fatto ricordare il terribile primo trimestre del 1995 sui mercati della lira e dei tassi di interesse. L'autrice spiega come la Banca d'Italia nel 1995, guidata allora da Antonio Fazio - definito dall'imprenditore Diego Della Valle lo "stregone di Alvito" - fu costretta ad alzare i tassi di interesse per fermare la caduta della lira (uscita sine die nel settembre 1992 dal Sistema Monetario Europeo), che si schiantò contro marco a quota 1.200. Repubblica il 17 febbraio 1995 titola: "Lira nel dramma, cede anche la borsa. Elena Polidori scrive: "La lira vive il giorno più drammatico della sua storia. Stretta tra le incertezze sulle sorti della manovra (governo guidato da Lamberto Dini, dopo la caduta del governo Berlusconi I)e la debolezza del dollaro, tocca sul marco il minimo di tutti i tempi, infrange ogni regola psicologica. La Banca d'Italia deve intervenire in suo sostegno".
Sarà poi l'allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nel novembre 1996 a negoziare il rientro della lira nello SME, decisione fondamentale (vedasi parametri di Maastricht) per l'ingresso dell'Italia nel primo gruppo di Paesi aderenti all'euro. Rebecca, che ama la musica e canta, abbassa la corazza e si lascia andare ai tempi sincopati e ristretti degli incontri furtivi con Ale, sempre impegnato in un lavoro massacrante. "Era la prima volta che mi capitava di sentirmi così mentalmente dipendente a un uomo". Rebecca vive anche la crisi matrimoniale dei suoi genitori che vivono ad Amsterdam, dove si reca in estate per stare con suo padre. L'Europa è la nostra casa. Un giardino fiorito. Un mondo che dove ci troviamo bene. Ma come finisce la storia di Rebecca e Ale? Donate almeno 15 euro (più le spese di spezione) per avere il libro di Laura Spotorno. Se scrivete ad associazioneleva89@gmail.com otterrete tutto. Il finale è degno di un noir e quindi, per correttezza, non ve lo diciamo. P.S.: il ricavato delle tiratura va all'Opera San Francesco (OSF): ogni copia mette a disposizione 4 pasti.

venerdì 29 ottobre 2021

La crescita economica è una sfida educativa. Conversazione con Beniamino Piccone

Il nostro paese vive, da lungo tempo ormai, molteplici crisi ed emergenze: da quella economica del debito e della produttività, a quella sociale e di visione del futuro. Ce n’è però una che forse determinerà gli anni a venire in modo più decisivo, vale a dire la crisi demografica. Un popolo che non fa figli, illuso di potersi adagiare sul passato, con la nostalgia e il rimpianto come sentimenti sociali prevalenti, che futuro può immaginare? E quanto la ‘cura Draghi’ potrà invertire la rotta e rilanciare il paese in questo nuovo dopoguerra post pandemia? Lo chiediamo a Beniamino Piccone, wealth manager, docente universitario, animatore di questo blog su temi economici e studioso della figura di Paolo Baffi, Governatore di Bankitalia dal 1975 al 1979.
Per una volta credo che noi italiani possiamo permetterci un po’ di ottimismo. I tassi di interessi rimarranno bassi per un lungo periodo di tempo, la politica fiscale è fortemente espansiva (ci tocca certamente gestire bene il PNRR) ma le prospettive sono certamente buone. Il Pil nel 2021 e anche nel 2022 tornerà sopra il 4%, cosa che non vedevamo da lustri. La credibilità dell’Italia non è mai stata così buona. Henry Kissinger – segretario di Stato americano con Nixon e Ford nonché politologo di fama – ha lamentato per anni che l’Unione Europea non avesse un numero di telefono da chiamare. Bene, ora questo numero c’è ed è quello di Mario Draghi (che gli americani conoscono bene anche per i suoi anni trascorsi in Goldman Sachs). Per riflettere in modo maturo sull’Italia occorre dire la verità: siamo andati avanti per anni a ingrossare la spesa pubblica corrente a discapito degli investimenti. E per di più gli investimenti sono stati spesso dirottati su opere senza particolare senso. Tutto è stato sommerso da logica di corto respiro e troppo spesso di mero assistenzialismo, al sud in primis. Questo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà per la penisola una occasione straordinaria ma come tutte le occasioni potrà esser sfruttata o sprecata. Per spendere bene i fondi del PNRR sono necessarie le competenze presenti negli uffici regionali e comunali. E qui casca l’asino e si notano le arretratezze strutturali del Belpaese. Abbiamo infatti letto come in Sicilia siano stati bocciati tutti i progetti presentati per il PNRR. Perché? Perché alla Regione Sicilia regna lo status quo nullafacente, mancano coloro in grado di stendere progetti seri. Forse sarebbe il caso di abolire lo “statuto speciale” della Regione Sicilia. Ma chi potrà mai avere la forza politica di portare avanti un progetto simile? Nel mettere ordine nel mio archivio ho trovato un esilarante pezzo di Gian Antonio Stella del 20.10.10 – Leccornie giornalistiche dalle lande agrigentine – dove si narra la storia dell’Adi, Area di Sviluppo industriale di Agrigento. Un terzo del consiglio, invece di imprenditori, economisti, esperti, era composto di agenti di custodia. Peraltro la legge regionale 19/1997 era ben chiara quanto ai requisiti per la nomina: 1) titolo di studio adeguato all’attività dell’organismo interessato; 2) esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale o di presidente o amministratore delegato. Riportiamo letteralmente G.A. Stella: “Bene, a sviluppare l’imprenditoria dell’Asi di Agrigento i comuni interessati hanno nominato: Massimo Parisi (rappresentante di commercio), Annamaria Coletti (insegnante), Valentina Giammusso (insegnante), Giuseppe Cacciatore (segretario di scuola), Vincenzo Randisi (agente di custodia), Filippo Panarisi (pensionato), Vincenzo Gagliardo (agente di custodia), Michele Maria (carrozziere), Luigi Fiore (impiegato Enel), Adriana Di Maida (insegnante), Stefano Marsiglia (paramedico), Carmelo Zambito (impiegato), Aldo Piscopo (medico), e via così....Resta una curiosità: ma è con loro che sarà rilanciata l’industria e l’occupazione nelle lande agrigentine?” Veniamo da due anni incredibili, di pandemia e di sacrificio. Spesso le persone si fanno idee sbagliate, perché sono state educate poco e male, sono prive di strumenti per capire la realtà ed in balia di percezioni distorte, su cui molto sistema mediatico vive e prospera. La scuola è il fondamento di tutto ed il nostro sistema scolastico è stato disegnato per un mondo che non esiste più. Avverso alla competizione, alla valutazione ed alla consapevolezza del rischio. Anche il nostro sistema di welfare è stato disegnato per un mondo che non c’è, dove una persona resta tendenzialmente sempre a fare la stessa cosa. Nulla di più lontano dalla realtà. Le persone, come l’economia, agiscono sulla base di incentivi e disincentivi. La sfida educativa parte da qui? Dici bene, la scuola è l’architrave del futuro italiano. Anche qui purtroppo le speranze di riforma si incagliano pensando a tutti i soggetti coinvolti, che sono milioni, tra famiglie, ragazzi e insegnanti. Le riforme dall’alto sappiamo che durano lo spazio di un mattino. La scuola dovrebbe rimanere aperta tutto il giorno, fino alle 18, organizzare attività culturali e sportive. Chiaramente gli insegnanti dovrebbero guadagnare di più, ma nel futuro dovranno essere anche di meno, vista la denatalità incipiente. Sul welfare vediamo che anche l’ottimo governo Draghi debba concedere qualcosa ai sindacati, desiderosi di concedere molto ai pensionandi. Siccome oltre il 50% degli iscritti al sindacato sono pensionati, la pressione politica viene esercitata per favorire le classi anziane della società, mentre i sindacati ai giovani non pensano affatto. Che si arrangino, e paghino i contributi necessari a tenere in piedi un sistema pensionistico a ripartizione (i contributi di oggi vanno a finanziare le pensioni di oggi). Il Capo del Dipartimento di Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti nell’audizione in Parlamento del 5 ottobre scorso ha sottolineato la necessità di sostenere sì con una manovra espansiva i redditi e la domanda, ma anche di aumentare la crescita potenziale dell’economia assicurando gli “adeguati incentivi all’offerta di lavoro e favorire il necessario processo di riallocazione delle risorse”. Per consentire all’economia di funzionare bene e di favorire la “riallocazione”, è opportuno che il lavoratore sia tutelato nel passaggio da un’impresa inefficiente (o che sta per chiudere) a un’impresa in un settore più promettente o con una produttività dei fattori migliore. Altrimenti la persona cercherà il più possibile di rimanere legato all’impresa in crisi, che è la sola che gli garantisce tutele adeguate. Infatti le tutele non seguono il lavoratore, ahinoi, ma l’agognato “posto di lavoro” (anche se non esiste più perché l’impresa è fallita). Dobbiamo domandarci perché alcuni lavoratori si incatenano ai cancelli delle imprese che chiudono invece di cercarsi un altro lavoro. Perché spesso il lavoro c’è, ma esiste un mismatch delle competenze combinato con la bassa disponibilità del lavoratore italiano alla mobilità. Il raffinato pensatore, nonché giudice della Corte Costituzionale, già ministro, Giuliano Amato – soprannominato il dottor Sottile – una volta con una battuta efficace ha detto che l’articolo 1 della Costituzione parla di Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma non indica “sotto casa mia”. In un tuo libro – L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti (prefazione di Francesco Giavazzi, Il Sole 24 ore editore, 2019) – provi a spiegare come il nostro paese, partendo da condizioni di miseria al momento dell'unificazione, sia riuscito a risalire la china e a diventare una delle nazioni più ricche del mondo. La capacità di risparmio, frutto della paura di tornare poveri, ha giocato in questo «fenomeno» un ruolo rilevante. Oggi siamo in un nuovo dopoguerra. Gli italiani credono che il periodo più florido degli ultimi 100 anni – gli anni del Dopoguerra fino agli anni Sessanta – sia piovuto dal cielo, come fosse un fenomeno esoterico. Non a caso è stato definito “miracolo economico”. Ma non c’è stato nessun intervento divino. Sono stati gli italiani a farsi un mazzo tanto, a costruire dove c’erano macerie, a edificare un futuro glorioso. Dobbiamo tornare a quegli anni e capire che la crescita formidabile di quel periodo è stata il frutto di scelte ben precise di persone capaci e serie (che potevano lavorare con il sostegno della popolazione, in gran parte ignorante). Oggi, con il web, chiunque può improvvisarsi oncologo o esperto di politica economica. E abbiamo visto i danni che ha fatto il bipopulismo di destra e di sinistra. Dobbiamo ricordare a tutti che la politica economica del Dopoguerra era in mano a gente del calibro di Luigi Einaudi, Paolo Baffi, Donato Menichella, Ezio Vanoni. E il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, uomo tanto sobrio quanto lungimirante (“I politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni”). Nelle sue ultime Considerazioni finali del 1979 l’integerrimo governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi (a cui ho dedicato ben quattro volumi, tutti e editi da Aragno) scrisse che l’Italia aveva estremo bisogno di un’analisi seria, per poi intraprendere le scelte corrette. Einaudi avrebbe detto “conoscere per deliberare”. Mario Draghi ha detto: “Per oltre mezzo secolo la vita della Banca d’Italia è stata segnata dall’opera e dal pensiero di Paolo Baffi. Da quando entrò giovanissimo in Banca d’Italia sino agli ultimi anni come Governatore onorario, con il suo esempio contribuì a plasmare questa istituzione con la serietà e il rigore”. Carlo Azeglio Ciampi: “La sua sola (di Baffi, ndr) presenza scoraggiava ogni superficialità; innalzava la soglia della valutazione morale e professionale degli uomini; contribuiva a dare un senso sicuro al mandato e alle azioni di chi è chiamato a responsabilità pubbliche…La sua opera fu decisiva, sin dal Suo ingresso nel nostro Istituto, nell’affermare un metodo di lavoro: quello che nel rigore dell’analisi e nell’indipendenza del giudizio vede innanzitutto un dovere, uno dei modi attraverso i quali si estrinseca la funzione della Banca, al servizio della collettività”. L’avvento di Mario Draghi ha fatto capire agli italiani che la competenza è un valore. È di questo che abbiamo bisogno: persone serie ed esempi da seguire. Intervista a Beniamino Piccone, svolta da Antonluca Cuoco e pubblicata su Strade online il 29 ottobre 2021

martedì 17 agosto 2021

In Afghanistan ci vorrebbe un Thomas Mann

Vedere dopo 20 anni dall'11 Settembre "falling men" giù dagli aerei in fuga dall'Afghanistan fa capire il dramma di una popolazione preda di disillusioni e veri e propri incubi al pensiero del ritorno dei tagliagole del Califfato al potere. Al di là delle responsabilita degli Stati Uniti che stanno gestendo la dipartita dal Paese nel modo peggiore possibile, vi è da chiedersi come non ci sia una èlite disposta a far sentire la propria voce. Dove sono gli imam moderati? Non esiste un Thomas Mann in Medio Oriente? Thomas Mann dal 1940 al 1945 non smise mai di denunciare il nazismo e invitò la popolazione tedesca al ribellarsi. Costretto all'esilio, fece sentire la propria voce anche da Radio Londra. Fino a che non sarà la popolazione a ribellarsi al MedioEvo talebano, nessuno potrà salvare gli afghani. Europei e americani hanno le loro colpe, esportare la democrazia non ha funzionato, ma la società civile afghana perchè non ha il coraggio di opporsi a questi uomini barbuti che considerano la donna un orpello da silenziare a cui mettere il burqa?

martedì 20 luglio 2021

Chi non si vaccina è un egoista che danneggia gli altri

Eravamo a un passo dall’uscire dalla pandemia, poi improvvisamente, con la diffusione delle varianti del Covid-19, stiamo tornando in situazioni di panico, con la crescita dei contagi, le persone bloccate in aeroporto perché non in possesso del codice a barre del “Passenger Locator Form”, modulo di localizzazione digitale che consente alle autorità sanitarie di raccogliere informazioni sui viaggiatori e poterli contattare velocemente in caso di contagio. Come procedere? Urge una strategia di azione ben definita, che potremmo sintetizzare così: 1.       Convincere gli indecisi e agire in tempi rapidi, come sostiene Stefano Brusaferro, che presiede l’Istituto Superiore di Sanità”; va ripetuto con dati chiari e comunicazione efficace che per coloro che si sono vaccinati con ciclo completo, le probabilità di infettarsi e sviluppare la malattia grave si riducono fortemente; per i non vaccinati, le conseguenze possono essere severe; 2.       Prevedere l’obbligo vaccinale per alcune categorie di persone come gli insegnanti e gli operatori sanitari. Premesso che dobbiamo immunizzare la fascia più ampia possibile di cittadini, rifiutare la vaccinazione significa creare “esternalità negative” sul resto della società, come sottolineato da due eccellenti economisti, Tito Boeri e Roberto Perotti, i quali invitano il governo a sospendere dal luogo di lavoro medici e insegnanti no-vax. Cosa sono le “esternalità negative”? Sono gli enormi costi scaricati sulla società per curare i no-vax che si ammalano e l’impedimento ad un ritorno a una vita sociale normale per tutta la popolazione; peraltro mentre chi fuma è immediatamente individuabile, chi non è vaccinato non è riconoscibile; 3.       Anche per gli studenti deve essere previsto l’obbligo di vaccinazione; non è pensabile tornare a settembre con la didattica a distanza, per ovvie ragioni di socializzazione e di mancato trasferimento di sapere: i dati INVALSI appena pubblicati dimostrano gli enormi peggioramenti di competenze dovuti alla Dad, che ha demotivato studenti e docenti: per alcune materie è come se si fosse cancellato un intero anno scolastico; 4.       Il Green Pass deve essere introdotto subito nei luoghi più affollati e più a rischio, come metro o ristoranti al chiuso; il certificato vaccinale serve a consentire a un soggetto che ha adempiuto all’obbligo vaccinale non debba sottoporsi a limitazioni; 5.       Sedicenti liberali invocano la libertà di non vaccinarsi; ma tutto ha un limite: se non ti vaccini stai a casa perché al ristorante c’è chi non vuole correre il rischio di contagiarsi. Come ha scritto illo tempore il filosofo Karl Popper il mio diritto di muovere la mano (pugno) si scontra con la vicinanza del naso del mio vicino. Non è serio invocare liberali del calibro di John Stuart Mill, quando l’economista britannico solennemente spiegava che ogni diritto ha un limite: “la mia libertà finisce dove iniziano i diritti degli altri”. In conclusione, non possiamo imporre alle persone di vaccinarsi, ma possiamo e dobbiamo limitare le conseguenze negative di coloro che non intendono vaccinarsi, che vanno sospesi dal lavoro. Senza stipendio, bien sur. Il lavoro prevede una remunerazione a fronte di una prestazione. Se quest’ultima non può effettuarsi, è corretto sospendere lo stipendio. Siamo purtroppo in pieno “dirittismo”, tutti invocano diritti ma si dimenticano bellamente dei precetti di Giuseppe Mazzini, che invocava i “doveri dell’uomo”. Non possono esistere diritti senza doveri.  

martedì 23 marzo 2021

Quella macchinazione contro Bankitalia

A 42 anni dagli eventi possiamo ancora sostenere che il 24 marzo 1979 sia un giorno nero per la storia italiana. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli, vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e grottesco vengono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto di credito che aveva largamente finanziato il gruppo chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. Il dolore per la macchinazione affaristico-politico giudiziaria che lo vede coinvolto insieme con Sarcinelli, e che culminerà nella sua incriminazione e nel mandato di cattura per Sarcinelli medesimo il 24 marzo 1979, Baffi se lo porterà appresso per il resto della sua vita. Quella ferita non sarà più rimarginata. In una lettera a Mario Monti del 13 novembre 1979 Baffi descrive il suo stato d’animo come «una voragine di mortificazione e di amarezza […], che pregiudica la riconquista della serenità» (Archivio Storico della Banca d’Italia, Carte Baffi, Governatore Onorario). I magistrati della Procura di Roma – allora considerato un “porto delle nebbie”, a distanza di tanto tempo possiamo dire che c’era del metodo in quella follia – approfittano della presenza di Paolo Baffi nel consiglio di amministrazione dell’IMI (finanziatore delle numerose società di Rovelli) per costruire un castello di accuse pretestuose. Nelle parole di Mario Draghi, nella veste allora di Governatore della Banca d’Italia, si trattò di un «attacco intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia». In una lettera a Marcello de Cecco, Paolo Baffi nell’ottobre 1981 scrive che «il naufragio di Rovelli ha offerto a talune cerchie il destro per far rimuovere dall’ufficio un governatore sgradito» (ASBI, Carte Baffi, Governatore Onorario). Nel ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: «Ricordo bene quel sabato, un sabato drammatico. Era il 24 marzo 1979. Quella mattina ricordo ancora che ero in macchina a via Nazionale, e in senso opposto transitò un’autoambulanza a sirene spiegate: non sapevo ancora che dentro c’era Ugo la Malfa, ormai morente. Andai in Banca, lavorai tranquillamente. A un certo punto entrò nella mia stanza Sarcinelli che mi disse: “Carlo, sono venuti ad arrestarmi” (per dovere di cronaca i carabinieri guidati dal Colonnello Campo, ndr). Mi precipitai da Baffi e lo trovai distrutto. Aveva in mano il documento che gli avevano consegnato, con l’incriminazione per lo stesso reato contestato a Sarcinelli; il documento era stato scritto con la carta carbone. Non si concludeva con l’arresto solo per l’età. Mi precipitai a informare il Quirinale» (Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, 2010, p. 125). È opportuno chiarire che le pressioni alla Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli iniziano ben prima del 1979, e precisamente nel febbraio 1978 quando il Ministro del Tesoro Gaetano Stammati (iscritto alla P2, si seppe poi) ed Franco Evangelisti – stretto collaboratore di Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – convocano due volte Baffi e Sarcinelli sollecitando la sistemazione dei debiti Caltagirone nei confronti dell’Italcasse, feudo democristiano. Tra i tanti commenti di allora, ne riportiamo uno di Massimo Riva che sul Corriere della Sera nel 1979 scrive: «Michele Sindona ha regalato al Paese una bancarotta per qualche centinaio di miliardi e se ne sta indisturbato in un grande albergo di New York. Ma Mario Sarcinelli, che si è impegnato per smascherare i trucchi dei banchieri d’assalto, è finito dentro un carcere». Il 31 maggio 1979, a margine delle Considerazioni finali, nella Relazione per il 1978 Baffi scrive: “Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno. Un destino beffardo ha voluto che da questa campagna io fossi investito dopo 42 anni di servizio”. Un vero civil servant che, a dir poco amareggiato a fronte della sua incriminazione, descrive ad Enrico Berlinguer il parallelo col suo collega della Bank of England insignito della nomina di Pari d’Inghilterra. Il 3 marzo 1983, al momento di consegnare i suoi diari a Massimo Riva – con l’impegno di pubblicarli solo dopo la sua morte – Baffi scrive: “Purtroppo, come la classe politica (e i potentati a essa collegati nello scambio di favori) ha dovuto accorgersi di me, così io ho dovuto accorgermi della potenza del complesso politico affaristico giudiziario, che mi ha battuto”. Un galantuomo distrutto. Proprio per questo è giusto ricordare Baffi e Sarcinelli a 42 anni da quel tragico 24 marzo 1979. Quando i tempi sono tristi, bisogna guardare in alto alla ricerca di esempi positivi. Nel cielo degli onesti e dei competenti è presente di diritto Paolo Baffi, nato a Broni (PV) il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. P.S.: questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2021

sabato 6 marzo 2021

Omaggio a Carlo Tognoli, sindaco riformista

La mia maestra delle elementari Costanza Balsamo, bravissima nel contemperare dolcezza e severità, ogni volta che la classe rumoreggiava, usava esclamare: "Fate silenzio, che vi sente pure Carlo Tognoli a Palazzo Marino". Così, venivamo a sapere chi fosse il sindaco e quali funzioni svolgesse. Proprio ieri è morto Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986. Socialista, quando il centro sinistra guidava Milano. Affabile, spesso in giro per le strade di Milano a conversare con tutti, preparato, sapeva come affrontare i tanti temi aperti in una grande città. In sintesi, direi un grande riformista. In Italia siamo pieni zeppi di rivoluzionari, che sulla carta vogliono cambiare tutto, ma di fatto non cambiano nulla. Anzi, sono i più grandi conservatori. Fausto Bertinotti, sedicente rivoluzionario, vive in una bella casa borghese, ha un emolumento altissimo pur non avendo mai lavorato (se non da sindacalista e presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008). Io scherzando, ma fino a un certo punto, dico che ha la tessera nr. 1 di Forza Italia: il berlusconismo, che tanti danni ha fatto a questo Paese, si fonda sull'esistenza di soggetti ancora amanti del comunismo. Basta brandire il vessillo rosso, che l'italiano si sposta a destra. Chiunque ci sia. Per Carlo Tognoli valgono le considerazioni dell'economista Federico Caffè, sulla "Solitudine del riformista" (Bollati Boringhieri, cit.). Tutti i riformisti sono soli, hanno contro i conservatori che preferiscono lo status quo. E hanno contro i finti rivoluzionari, che nel Paese del "Tengo famiglia", non vogliono cambiare niente. Urlano e basta. Vedasi l'ultima esperienza tragica del grillismo.
Caffè si prodigava per un riformismo rigoroso (amava alla stesso tempo Einaudi e Andreatta), che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”. Tognoli era un vero riformista. Non era mai superficiale, ascoltava, spiegava il suo punto di vista, gli piaceva discutere. Oggi il dialogo è diventato un monologo, nessuno è capace di mettersi in discussione e cambiare idea. Recentemente il filosofo Umberto Galimberti, intervistato da Paolo Iacci (Sotto il senso dell'ignoranza, Egea, 2021) ha scritto: "La parola dialogo, come tutte le parole greche che cominciano per "dia", indica la massima distanza tra due punti. Nella circonferenza abbiamo il diametro, nel dia-logo si possono confrontare due posizioni di pensiero anche diametralmente opposte tra loro Si fronteggiano per capirsi, non per elidersi. Per questo ci vuole "tolleranza" che non significa tollerare la posizione dell'altro restando convinti che la nostra è quella giusta, ma ipotizzare che la posizione dell'altro possa possedere un grado di verità superiore al nostro, e quindi disporsi, nel confronto con l'altro a lasciarsi modificare dall'altro". Eletto sindaco a soli 38 anni, dopo la gestione Aniasi (grande capo partigiano, 1921-2005), affrontò con prudenza e senza mai scomporsi gli anni terribili del terrorismo. Come ha detto a Repubblica Paolo Pillitteri (che gli successe come sindaco), Carlo non si lasciava mai travolgere dalla commozione, se la teneva per sé. Inoltre girava in biciletta per Milano quando le Brigate rosse ammazzavano i magistrati Galli e Alessandrini. un segnale di fiducia verso i cittadini che avevano paura ad uscire di casa. Tognoli fu il primo sindaco a chiudere al traffico il centro storico, un preveggente. Quando decise la chiusura di Corso Vittorio Emanuele, i commercianti, che oggi plaudono, si incazzarono assai. Al contempo si costruivano le linee del metrò. Gli slogan erano: "La linea due avanza, poi "La linea tre avanza". Tognoli, alla fine, condusse Milano alla transizione verso il terziario avanzato. Dal terrorismo alla "Milano da bere", è tanta roba. Socialista convinto quando il PSI era guidato da Craxi. Il legame ideale col socialismo non si è mai dissolto. Non è un caso che abbia chiamato i figli Filippo e Anna, in memoria di Turati e Kuliscioff. L'ottimo Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere della Sera lo ricorda così: "Era la memoria di una Milano da amare, il sindaco dei milanesi. Stimato, rimpianto. Mai dimenticato. Se entrava in un bar gli sorridevano: "Buongiorno sindaco". Tognoli fu anche Ministro delle Aree Urbane e parlamentare europeo ai tempi (eroici) di Altiero Spinelli.
Poco tempo fa Repubblica ha pubblicato un volume (Bocca, 35 anni con noi) con i migliori articoli di Giorgio Bocca, tra i quali ne spicca uno del 23 febbraio 1983. Il titolo parla da sé: "Milano ricca e coraggiosa salpa per nuove avventure". E subito dopo Bocca lo definisce sindaco elettronico, perchè capace di rispondere in tempo reale alle sue domande consultando i terminali di Palazzo Marino. In quel pezzo Bocca citava un altro grande milanese, Piero Bassetti, stringheriano, presente nelle prime file al concerto alla Scala di Toscanini l'11 maggio 1946: "Viviamo in una città dal metabolismo intenso, divorante". Proprio così la pensava anche Tognoli, che nel bel mezzo del Covid, il 14 luglio 2020, intervenne al Teatro Franco Parenti per dire a gran voce che il destino di Milano è quello di rialzarsi sempre, dalle distruzioneo alle bombe". Ti sia lieve la terra, caro Carlo Tognoli.

sabato 23 gennaio 2021

Amici imprenditori, non mollate, tirare fuori l'orgoglio, sarete ripagati


"E voi dite: Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi (Sant'Agostino, cit.).

Viviamo tempi difficilissimi. E' tempo di reagire. Un mentore eccezionale, Guido Roberto Vitale nell'ultima telefonata mi disse "Lasciamo lavorare le intelligenze".

Ho pensato a lui quando un amico di una vita (Andrea Rosella, consulente aziendale, se volete mettere ordine nella vostra impresa, contattatelo andrea@roseland-consulting.it) mi ha girato un testo (credo di Gianluca Bellofatto, vedo su Facebook) che elogia la resilienza, la forza indomita dell'imprenditore, vero eroe di questo Paese, che fa di tutto per non meritarsi lo spirito d'impresa di numerosi soggetti - definiti addirittura "prenditori" dal ministro (sic!) Luigi Di Maio, paracadutato in un ruolo troppo complesso per le sue capacità.

Leggete quindi con calma il testo sotto. Poi vi invito a commentarlo.

"Invito tutti ad aprire un'azienda o un'attività, rischiando capitale proprio (è facile essere capo con i soldi altrui) per far crescere il paese e sperimentare per un po’ di tempo cos'è la responsabilità di coordinare un progetto, la regolarizzazione delle tasse (tantissime), la selezione del personale, l'affitto di locali o uffici o infrastrutture per il luogo di lavoro. L’acquisto di attrezzature tanto costose quanto indispensabili all’attività.

Invito tutti a fare questo esperimento.
Imparare a calcolare il valore di un'ora di lavoro. Rimanere notti intere senza dormire preoccupati per i conti che non quadrano.
Invito anche a sperimentare cosa significa formare le persone, ispirando il meglio in ognuno. Motivare con parole, con rispetto, onestà e con i tuoi soldi, e accettare che dopo questo sforzo ti deludano, perché succede ...



Prova anche a promuovere il buon umore quando arriveranno i nemici, le critiche, le lamentele... quando dubiterai di te stesso e quando gli altri dubiteranno di te, perché succede ... lo raccomando davvero.
Raccomando di prendere soldi dai tuoi risparmi di una vita o di prendere soldi in prestito da amici o familiari, per non ritardare i pagamenti e sentirti dire  "non è niente di che", "non preoccuparti"..."andrà tutto bene".
Prova anche a guardare negli occhi un dipendente o collaboratore e licenziarlo, anche se per motivi più che giustificati.
Prova ad avere giudizi di lavoro, contenziosi, udienze, moratorie, nuove tasse, aumenti, crisi, furti, problemi edilizi, rescissioni di contratti, mancati pagamenti, rifinanziare debiti, cercare garanti.
Tornare a casa frustrato da un progetto fallito, da un’idea o strategia che non funziona.
Ma comunque rimanere fermo e vivace sempre!
Fai questo test. Ti vedrai sveglio alle tre del mattino senza motivo apparente, ma con il pensiero su un prodotto, su un problema con un cliente, su una conversazione d'ufficio o su un piano per evitare il fallimento.
Prova ad essere capo per alcuni anni creando posti di lavoro e opportunità per poi essere visto come sfruttatore ed evasore!
Fai questo test! Ma fallo credendo davvero che lo scopo della tua attività vada ben oltre il guadagnare soldi.
E quando parleranno di te o raggiungerai il successo, ricordati tutto quello che hai fatto.
Tienilo nell'anima!.
Fai questo esperimento un giorno: apri un'azienda e tienila nel tempo".


Chiunque abbia fondato e sviluppato un'impresa, non può che ritrovarsi in questa invettiva. 
Con il governo più statalista che la storia italiana ricordi, è importante mantenere la barra e dritta e andare avanti per la propria strada. Le soddisfazioni, alla fine del viaggio avventuroso nel mondo dell'impresa, saranno notevoli.

Chiudo con Shelley, poeta inglese (1792-1822, a Lerici!), che nel "Prometeo liberato" scrive una sorta di manifesto libertario, "uno squillo di tromba" (secondo il professor Guidorizzi):

Perdonare torti più cupi della morte
sfidare il Potere, che sembra onnipotente,
amare e sopportare
non cambiare, né vacillare, né pentirsi
questo, come la tua gloria, o Titano,
è essere buoni, grandi e lieti,
liberi e belli
questo solo è Vita, Gioia; Impero e Vittoria

mercoledì 1 luglio 2020

L'Italia: un Paese senza mezze misure dove le medie non valgono

All'estero si domandano sempre come l'Italia faccia a stare in piedi. Con una classe politica - scelta da noi! - screditata, con una pubblica amministrazione da quarto mondo, con sprechi di spesa pubblica senza limiti - viva i bonus per tutti!, come nel Paese dei Balocchi -, con corruzione endemica e criminalità organizzate che rendono molto difficile fare impresa in diverse regioni del Paese.
Siamo un Paese senza mezze misure. Abbiamo Mario Draghi e il viceministro dell'Economia Laura Castelli .- colei, membro del M5s che criticò il ministro Piercarlo Padoan senza sapere alcunché ("Questo lo dice lei"); Giggino di Maio e Tommaso Padoa-Schioppa; Paolo Baffi e Antonio Fazio.

Una storia a pieno titolo "senza mezze misure" è quella che vede Vincenzo Di Leo, ex operaio bianzolo finanziato da Bill Gates con un milione di dollari per sviluppare con caratteristiche particolari una pompa che spurga acque reflue (destinazione Africa dove la fondazione Bill & Melinda Gates dona miliardi di dollari l'anno).

La sfida è sempre la stessa: la forza della tenacia contro la debolezza d'animo; laboriosità contro nullafacenza, luce contro tenebre; le idee contro il pensiero stantio; la trasparenza contro l'opacità. La buona economia contro le confraternite del potere.

Chiudo con le parole piene di speranza di Manuel Bortuzzo, giovane promessa del nuoto, colpito accidentamente da un proiettile che lo ha ridotto in sedia a rotelle: "Ciò che conta è che ho imparato quanto vale la pena piangere, soffrire, sacrificarsi, pur di raggiungere un risultato a cui teniamo, perchè la soddisfazione ripaga di tutta la fatica fatta. Ho conosciuto l'abisso della disperazione, e ne sono venuto fuori, ora posso dirlo, con le mie gambe" (Rinascere. L'anno in cui ho ricominciato a vincere, Rizzoli, 2019)

domenica 24 maggio 2020

I tassisti, con dichiarazioni dei redditi ridicole, piangono miseria. Troppo comodo!

Una notizia mi ha colpito in modo particolare nei giorni scorsi. Così ha titolato il Corriere della Sera: "Taxi in sciopero contro il Pirellone: "La pazienza è finita". Cosa sarà mai successo, mi sono chiesto. Semplice, i tassisti protestano davanti al Palazzo della Regione perchè esclusi dalle politiche regionali di aiuto post coronavirus (possono sempre richiedere il contributo di 600 euro come lavoratori autonomi).
Come ha sostenuto il presidente emerito del Censis Giuseppe De Rita, ormai stiamo diventando un Paese con i sussidi ad personam.

Già in passato su queste pagine mi sono scontrato coi taxisti, una delle numerose categorie che vivono di rendita e adottano la classica strategia del "chiagni e fotti", ossia piangono miseria ogni piè sospinto. Rivendicano sempre qualcosa. No a Uber. No alle liberalizzazioni, No all'obbligo di scontrino (perchè non passano dal Telepass quando portano i clienti a Malpensa?). No all'utilizzo delle carte di credito. Una lobby potentissima. Quando anni fa ho chiesto delucidazioni sula tariffa notturna che parte dalle 21, apriti cielo, il blog tempestato di insulti e financo minacce di morte.

Una domanda preliminare: le dichiarazioni dei redditi dei tassisti hanno qualcosa di veritiero? Assomigliano alla realtà? Come è possibile dichiarare meno di 15mila euro? Qualcuno me lo spiega? Sto parlando di reddito lordo, pre-contributi Inps e pre-Irpef e pre-addizionali regionali/comunali. Perchè ci si dovrebbe chiedere come fa un tassista a sopravvivere con meno di 600 euro netti al mese. Infatti dai dati dell'Agenzia delle Entrate usciti poche settimane fa si evince che fare il tassista non conviene in modo assoluto. Si fa la fame. Senza alcun coronavirus. Anzi, il contributo di 600 euro netti sarebbe maggiore del reddito dichiarato nei tempi buoni.

Le proteste dovrebbero essere precedute dall'invio del Modello Unico. Sono titolati a parlare solo coloro che hanno presentato una dichiarazione dei redditi seria. Non si può rivendicare aiuti dallo Stato quando per anni lo si è fregato bellamente. Infatti in Germania il sussidio arriva, ma è parametrato al reddito dichiarato l'anno precedente. Non si possono invocare aiuti urlando "la pazienza è finita". E' finita la pazienza dei contribuenti onesti, che sanno benissimo che con 15mila euro lordi si arriva a malapena a giugno. E il resto dell'anno? Si muore di fame?

In Italia il profitto è osteggiato a livelli mostruosi. Mentre le rendite sono amate e favorite a livello fiscale. Come la mettiamo? L'impresa è "brutta e cattiva" mentre percepire redditi da locazione o da business regolati è cosa "buona e giusta"?Qualche insegnante vuole spiegare la differenza ai nostri ragazzi? Così magari in futuro qualcosa cambierà.

lunedì 13 aprile 2020

Un Paese senza

L'Italia arriva sempre in ritardo. Quando c'è un casino - e il coronavirus lo è di bestia - arriviamo già col fiato sul collo, impreparati. Senza un piano B, senza contromisure, senza un contingency plan. Basta che emerga un problema, e i nodi strutturali della nostra arretratezza, vengono al pettine.

Le istituzioni non sanno come muoversi, il diritto - della serie abbiamo una Costituzione bellissima, dove i poteri sono tutti chiari tra Regioni e Stato centrale - impasta le decisioni, i sindaci litigano con la Protezione Civile, i presidenti delle Regioni vanno ognuno per loro conto.

Un Paese provvisorio, diceva giustamente Edmondo Berselli (quanto ci manchi!).

Qualche giorno fa è morto Alberto Arbasino, intellettuale arguto, coniatore dell'immagine della "casalinga di Voghera". Andate su Mondo operaio a guardare il dibattito in salotto tra lui, Ronchey, Guttuso e Bettino Craxi sul futuro della sinistra italiana. Che livelli rispetto a oggi.

Nel suo immenso "Un Paese senza", nel 1980 Arbasino scriveva in apertura:

Un Paese senza memoria
Un Paese senza storia
Un Paese senza passato
Un Paese senza esperienza
Un Paese senza grandezza
Un Paese senza dignità
Un Paese senza realtà
Un Paese senza motivazioni
Un Paese programmi
Un Paese senza progetti
Un Paese senza testa
Un Paese senza gambe
Un Paese senza conoscenze
Un Paese senza senso
Un Paese senza sapere
Un Paese senza sapersi vedere
Un Paese senza guardarsi
Un Paese senza capirsi
Un Paese senza avvenire?

Arbasino proseguiva: "Un Paese onirico,senza nessi con la realtà, nè rapporti con l'esistente, voltando le spalle a se stesso, fissando energie soprattutto in sperperi ideologici e/o desideranti e/o bovaristici (finiremo come il Venezuela o l'Argentiva, tuonava incazzato Marcello De Cecco, ndr), senza volersi rendere conto che anche troppo spesso "tutto questo è già accaduto"...con varianti minime: la violenza, la ferocia, la volubilità, l'irresponsabilità, l'intolleranza, l'arroganza, il discorso teorico, il dibattito astratto,...la superficialità, la leggerezza, la criminalità, la volgarità, la villania, l'incompetenza, la ladreria, il banditismo, il teppismo, ...il cinismo, il melodramma, l'opportunismo, il trasformismo, il machiavellismo, il birignao, l'imbroglio, la cosiddetta arte di arrangiarsi, il presunto dolce far niente, l'incoerenza dei conformismi,...i conflitti corporativi, la rivendicazione di privilegi a spese d'altri, la smania di teatralità e di processioni, l'ingordigia di apparati circensi, lo snobismo di massa, l'incertezza e vaghezza del diritto e della giustizia, la smorfiosità e noiosità del pedantismo accademico, il latinorum dell'Azzecca-garbugli,..i sicari sulla porta, la bande, le minacce, le vendette, gli agguati, i rapimenti, i ricatti,...le speculazioni insensate, gli investimenti rovinosi, ...il provincialismo autarchico".

Un'analisi perfetta per il nostro disgraziato paese, dall'umanità sconvolgente.


Pierluigi Ciocca nel suo "Ricchi per sempre?" chiosa così:
"Carlo Cipolla ha chiarito nella retrospettiva di secoli il punto chiave: il benessere materiale degli italiani non è mai definitivamente acquisito. Il rischio dell'arresto, della perdita delle posizioni con fatica conquistate, è sempre latente.
Come la storia ci insegna, non possiamo sederci sugli allori...
Va respinta la provinciale presunzione di essere ormai ricchi per sempre.
La via obbligata per le imprese e per coloro che ci lavorano è la ricerca incessante di qualità imprenditoriale e professionale, aggiunta di valore agli inputs importati, capacità di esportare, di offrire "cose nuove che piacciano al mondo".

Nella dedica che Ciocca mi ha donato, si legge: "Al dott. Piccone, temo che il ? (Ricchi per sempre?, ndr) cadrà e che la risposta sia "no"?

lunedì 23 marzo 2020

Omaggio a Gianni Mura, maestro di giornalismo

Nel mezzo di questa maledetta pandemia da Coronavirus, ci ha lasciati Gianni Mura, 74 anni, un giornalista che ho amato tanto quanto il suo maestro Gianni Brera.
Le sue rubriche su Repubblica, i suoi racconti sul calcio e sul ciclismo mi hanno accompagnato fin da ragazzo. Infatti, dopo alcune esitazioni, sono andato alla ricerca nel mio archivio cartaceo della cartelletta di carta con scritto #GianniMura.
L'ho aperta, e mi è aperto un mondo (e il bocchettone delle lacrime).

20 ottobre 1991, Sette giorni di cattivi pensieri, la sua rubrica del sabato su Repubblica: "Un briciolo di speranza viene dalla lettura dell'Europeo. Pasquale Bruno, difensore del Torino (ve lo ricordate? Un macellaio spaccagambe, ndr), a una domanda sul dopo-calcio, risponde: "Tante idee mi frullano in testa: allestire una palestra, dedicarmi alle assicurazioni. Oppure fare il giornalista a tempo pieno. Collaboro con la Gazzetta del Piemonte, il quotidiano di Borsano, presidente del Torino e presto prenderò la tessera di pubblicista. Un giorno darò anch'io i voti ai giocatori. E ai tipi tosti come me non rifilerò il solito quattro o cinque ma un bel dieci". Bravo Bruno: 3. 
E Mura, che dedicava la giornata del venerdì alle chicche sui giornali, prosegue: "Fra le altre cose, Bruno ci tiene a chiarire la sua fama di picchiatore: "Io non posso rinunciare alla mia cattiveria. Non posso scendere in campo senza la mia grinta, il mio modo di intendere il calcio, uno sport per uomini veri e non per signorine". Questa non è nuova, chiosa Mura, per poi segnalare che Bruno ha provato grande soddisfazione nel vedersi nella classifica di Cuore (il giornale satirico diretto da Michele Serra) sulle cose per cui vale la pena vivere: "Pasquale Bruno in nazionale" ha 185 voti, più di Paolo Conte.

Il 4 novembre 1990 Mura attacca il pezzo citando Giorgio Bocca: "E noi coglioni, i paguri bernardi, continuiamo a prenderli sul serio, a intervistarli, questi zombi". Ho aperto con la chiusa di un pezzo di Giorgio Bocca (8) su Gava (0,5), che da solo valeva tutto il Venerdì. Bocca si occupa di cose importanti per la vita, o per la sopravvivenza dell'Italia. Roba più seria dell'erba di San Siro o della moviola. Mi sembra però che la sua frase finale vada bene per svariati settori, e mi sembra che il linguaggio si stia esasperando (e non erano ancora comparsi i leoni da tastiera, ndr), incupendo, come intriso dal dubbio che ormai sia tutto inutile".

Pesco ancora dal mio archivio un esilerante "Sette giorni di cattivi pensieri", datato genericamente "1989", dal titolo "Vietato ai minori".
Uno spasso. cito testualmente:

"Il contenuto di questo pezzo può turbare la sensibilità di qualcuno. Se ne consiglia la visione ai soli lettori adulti. Si parte da due brevi notizie uscite su "Gazzetta" e "Corriere" di lunedì. Il succo è questo: c'è una signora milanese di Arona (sembra l'inizio di un limerick) che va a Roma a vedere il Milan. E alloggia nell'albergo del Milan. Con le ci sono le figlie (27 e 19 anni). In minigonna. Nella hall. L'occhio di Arrigo Sacchi (allora allenatore del Milan, per chi non lo sapesse, ndr) registra allarmato. "Possono turbare i giocatori". Ne parla con Adriano Galliani: faccia qualcosa, inviti queste donne a non frequentare i luoghi. In un albergo sopra via Veneto, si presume ci siano dozzine di donne e anche qualche minigonna. Invece di rispondere "vada a parlarci lei, mister", Galliani prova a delegare il supertifoso parmigiano Pietro Bernazzoli detto Gheddafi, ma alla fine l'ingrato compito lo prende Silvano Ramaccioni. Per quanto possa essere diplomatico, resta un discorsetto d'ostracismo. La signora piange (sbagliato), s'offende (giusto)...Affascinanti queste piccole storie. Se il Milan è turbato da una minigonna, è meglio che il prossimo ritiro lo faccia in mezzo ai chador. E se Arrigo Sacchi (voto 1) fa questo genere di pubblicità ai tecnici dell'ultima ondata, viva Oronzo Pugliese".

Gianni Brera e Gianni Mura
Chiudo con due battute sul ciclismo. Un giorno Mura chiese a Marco Pantani: "Perchè vai così forte in salita? E Pantadattilo, soprannominato così proprio da lui, rispose: "Per abbreviare la mia agonia". Che fa il paio con "saranno poco romantiche le gambe, ma nel ciclismo contano".
Che formidabili racconti ci hai regalato, caro Gianni, dal Tour de France!

Caro Gianni Mura, come chiudevi i tuoi obituary, ti sia lieve la terra. Non ti dimenticherò.

venerdì 6 marzo 2020

Mio nonno Carlo Tagliabue entra nel Giardino dei Giusti, una storia da raccontare

Carlo Tagliabue
Oggi è il giorno dei Giusti. Si festeggiano i Giusti, coloro che hanno aiutato gli ebrei durante la loro vita. Secondo Gariwo, i Giusti, in ogni parte del mondo, vengono scelti dopo attente ricerche storiche che dimostrino l'opera di salvataggio di vite umane in tutti i genocidi e l'aver difeso la dignità umana durante i totalitarismi.

La scelta di destinare uno spazio ai Giusti del Monte Stella (la montagnetta di San Siro, così la chiamano i milanesi, costruita con le macerie della seconda guerra mondiale) nel Giardino Virtuale discende dalla impossibilità di dedicare un albero a tutti i Giusti di cui pervengono le segnalazioni, sia per mancanza di spazio, sia per la tematica nuova e diversa che ogni anno viene affrontata.

Con l’inserimento nel Giardino Virtuale l’Associazione ha voluto sopperire a questo limite oggettivo, per rendere omaggio a quanti hanno onorato la propria qualità di esseri umani in nome di tutti gli uomini di coscienza e buona volontà.

I nuovi Giusti scelti per il 2020 saranno onorati in occasione della prossima Giornata dei Giusti - 6 marzo.

Mio nonno, Carlo Tagliabue (1888-1961), è uno di questi. Sarebbe stato premiato (il premio sarebbe stato ritirato da mia madre Giancarla, primogenita) il prossimo 10 marzo a Palazzo Marino se questo maledetto Coronavirus non avesse bloccato ogni tipo di manifestazione. Dal 7 dicembre 2017 la Giornata dei Giusti è solennità civile in Italia: ogni anno il 6 marzo celebriamo l’esempio dei Giusti del passato e del presente per diffondere i valori della responsabilità, della tolleranza, della solidarietà.

«A maggior ragione in un momento complesso come quello attuale – commenta il presidente del Consiglio comunale di Milano Lamberto Bertolé -, l’esempio di chi ha dedicato la propria vita agli ideali di giustizia, non violenza e amore verso ciò che siamo e il mondo nel quale viviamo deve guidarci nelle scelte che compiamo ogni giorno. Solidarietà e rispetto, ci ricordano i Giusti, sono fondamentali per affrontare il presente e pensare al futuro».

Carlo Tagliabue è stato per anni (dal 1923 al 1946, dopo aver scalato con merito i gradi della carriera amministrativa) direttore della Pia Casa degli Incurabili ("e degli schifosi", secondo la dicitura al momento della fondazione) di Abbiategrasso - in provincia di Milano - oggi facente parte dell'Azienda dei Servizi alla Persona Golgi Redaelli (Camillo Golgi, 1843-1923è il primo scienziato italiano ad aver preso il Premio Nobel nel 1906).
Chi lo ha conosciuto, ne ha sempre denotato forti tratti di umanità. Credeva nel ruolo del lavoro, che conferisce dignità alle persone. Una delle sue massime era: "Se uno non si sente utile, si lascia morire". Durante la sua gestione, diede impulso a una serie di attività, dalla produzione di stuzzicadenti all'innovativa piscicoltura, che prevedeva di cibare le carpe con gli insetti presenti nelle risaie, e cucinare poi le carpe per gli ospiti della Pia Casa, quando la penuria di cibo durante la guerra di faceva sentire. Così facendo, la Pia Casa raggiunse la totale indipendenza economica (Carlo era ragioniere e guardava sempre ai numeri, io faccio altrettanto, saraà questione di dna!).

Pia Casa degli Incurabili
Carlo Tagliabue, nonostante la sua iniziale adesione al fascismo, nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, quando vide gli orribili delitti del nazifascismo, divenne un ribelle e sfidò la polizia con suo grave rischio personale, nascondendo nel reparto femminile della struttura una trentina di donne ebree, che sottrasse così alla persecuzione nazifascista. Per confonderle con le pazienti, diede loro la divisa degli ospiti della Pia Casa; le nascose, e le nutrì, vigilando attentamente sulla loro incolumità. 

Solo lui, il cappellano don Filippo Carminati, un paio di suore, e il medico conoscevano il rifugio delle donne ebree alla Pia Casa e ogni tanto andavano a trovarle per riferire loro le notizie che venivano trasmesse dalle radio straniere, cercando d'infondere così nei loro animi fiducia e speranza.
Secondo le testimonianze raccolte, era a conoscenza della cosa anche don Ambrogio Palestra (che in seguito testimoniò la vicenda), zio dello storico di Abbiategrasso Mario Comincini.
Io non ho mai conosciuto mio nonno, se non dai racconti di mia madre e mia zia Milly, che lo hanno descritto come integerrimo e con una dedizione totale al lavoro. Alla sera, dopo cena, tornava alla Pia Casa per completare le cose non ancora realizzate. Spesso le figlie lo andavano a chiamare, sospinte dalla madre, che non lo vedeva mai arrivare.
Sorrido, a distanza di anni perchè mi sovvien quello che sosteneva Carlo Azeglio Ciampi: "La scrivania alla sera deve essere lasciata vuota", così che il giorno dopo si possa ripartire di gran lena.
Caro nonno Carlo, sono proud of you; possiamo dire che Carlo Azeglio abbia imparato da te. 
Ti sia lieve la terra, caro Carlo.

P.S.: oggi alle 14.30 sulla pagina facebook di Gariwo (la Foresta dei Giusti),
Qui l'articolo su Corriere Milano 
Qui la pagina dedicata a Carlo Tagliabue dall'Istituto Geriatrico Golgi
P.S/2: un particolare ringraziamento va a Marco Bascapè, dirigente del Servizio Archivio e Beni Culturali, ​ASP Golgi-Redaelli, e al suo team, senza i quali la storia di Carlo Tagliabue non sarebbe emersa.