venerdì 25 novembre 2016

Chi alleva cani da combattimento danneggia se stesso e gli altri

Ogni anno in Italia sono ben 70 mila le aggressioni di cani a danno dell’uomo. Quindi c’è poco da sorprendersi, purtroppo, se a metà agosto due cani di razza dogo argentino hanno attaccato il piccolo Giorgio Crisafulli in località Mascalucia, in provincia di Catania.

La madre Stefania, indagata per omicidio colposo, così racconta: “Avevo il bambino in mano quando uno dei cani, il maschio, l’unico libero in giardino, all’improvviso ha aggredito il piccolo cercando di portarmelo via. L’ho difeso, ho combattuto, ma mi ha trascinata”. I due cani erano lì teoricamente per difendere la famiglia. Quando il veterinario, dott. Macrì, è arrivato alla villa il bimbo era già morto perchè addentato al collo. Il suo racconto è terribile: “Quando siamo arrivati sul posto, i due cani erano eccitati e aggressivi, siringhe di xilazina non sono bastati a calmarli. Gli occhi esaltati, il muso e il pelo bianco insozzati di sangue, schizzi per terra e sui muri; ma soprattutto ci hanno turbato le scarpette del bimbo che nessuno potrà mai più rimettere in ordine”.

Il 30 ottobre scorso un 43enne è stato attaccato con violenza da 4 rottweiler che gli hanno azzannato entrambi gli arti inferiori. I medici sono stati costretti ad amputare.

A Pescara poco tempo fa un bambino di 19 mesi, Ferdinando Di Di Rocco, 19 mesi, è sttao sbranato dal cane - corso il cui nome deriva dal latino cohors, scorta, un molosso da difesa- di famiglia che il padre aveva legato con una catena a un albero vicino a casa.

Fortunamente su 7 milioni cani in Italia, sono una minoranza quelli pericolosi. Ma spesso, in giro per la città, si vedono dei cani aggressivi senza guinzaglio e senza museruola. Come solitamente avviene le norme non vengono rispettate. Peraltro le disposizioni sono poco chiare. Nel 2003 l’allora ministro della Sanità Girolamo Sirchia emanò saggiamente un’ordinanza per la “tutela dell’incolumità pubblica dal rischio di aggressioni di cani potenzialmente pericolosi”. Al contempo venne stilato un elenco di razze canine a rischio aggressività, tra cui american bulldog, dogo argentino, pastore dell’Anatolia, pit bull rottweiler.

Ma nel 2009, il sottosegretario alla Salute Francesca Martini – ahinoi – abolì l’elenco e annunziò un patentino per proprietari che non è stato mai istituito. Alcuni cani sono vere e proprie macchine da guerra. E’ preoccupante non obbligare i proprietari dei cani – in alcuni casi veri e propri invasati – a tutelare l’incolumità delle persone. Quando un bimbo viene azzannato tutti a chiedersi come mai. Agiamo prima, che è meglio. Cosa aspetta il ministro della Beatrice Lorenzin (unico caso al mondo di ministro della Sanità non laureato) ad prendere gli opportuni provvedimenti?

venerdì 18 novembre 2016

Il welfare italiano è disegnato per un mondo che non esiste più #Cnpds #Boeri

Milano è una città straordinaria. Gli eventi e gli incontri culturali si susseguono a ritmo serrato. E' difficile partecipare a tutti, ma alcuni dibattiti meritano di essere raccontati per intero. La giornata che vi voglio raccontare si è svolta lo scorso 4 novembre - organizzata dalla Fondazione Centro Nazionale di prevenzione e difesa sociale (CNPDS). Titolo del convegno: "Sistemi di protezione sociale e universalità di diritti nei sistemi di welfare".

Il CNPDS è nato nel 1948 grazie all'energia e alla forza intellettuale e di pensiero di Adolfo Beria di Argentine, magistrato formidabile, con una capacità di lavoro difficilmente eguagliabile. La figlia di Beria, Camilla, ha preso il testimone e sta svolgendo un lavoro egregio a beneficio della cittadinanza.

Dopo il benvenuto del prof. Adolfo Ceretti e un breve indirizzo di saluto del sempiterno Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, la parola è stata data al prof. David Garland, che insegna sia Legge che Sociologia a New York University (di cui vi consiglio il volume Welfare State. A very short introduction, Oxford University press). Garland puntualizza in partenza che è necessario specificare cosa significa welfare state. Ci sono molte distorsioni già a livello definitorio. Possiamo avere diverse concezioni: 

1. Welfare for the poors, social assistance, safety net. Narrow definition.

2. Entitlement program: education,  pensioni.

3. Programmi governativi ampi per inclusione sociale, crescita economica, riduzione disoccupazione. Questa è la visione ampia.  

Il welfare è la forma moderna di un capitalismo che ponendo freni e limiti può ritrovare legittimazione sociale. La distruzione creativa esiste, soprattutto in sistemi economici concorrenziali. Capitalismo produce pesanti "side effects".

"Capitalism is a self destruction system". Paradossalmente, se vuole sopravvivere, il sistema deve sostenere i costi degli impatti sociali della distruzione creativa, del "boom and bust",  della naturale tendenza del capitalismo ad essere instabile (qui bisognerebbe rifarsi al bel volume di Pierluigi Ciocca, La banca che ci manca, Donzelli, 2015).

I "welfare state programs" non sono alternativi al capitalismo e non potranno mai eliminare l'esclusione sociale e la povertà, bensì ridurle. E come le imprese falliscono, le imprese chiudono, anche il welfare può non essere perfetto, visto che la società cambia. In US e UK negli anni Settanta i sistemi di welfare state sono stati messi sotto accusa, di interferire con l'economia di mercato.
Si è dimenticato che il successo del mercato era dovuto anche al welfare state. Si è passati al welfare con benefit condizionati (vedi il bel film di Ken Loach, Io ,Daniel Blake).


Nonostante siano in tanti ad aver messo in discussione il welfare, in tutto il mondo, vedasi il "combined generosity index", le somme date in benefit nelle aree di forte disoccupazione convergono negli ultimi decenni.

William Beveridge e il New Deal prevedevano più persone negli schemi di disoccupazione che fuori. Oggi è diverso. Sono da aiutare di più coloro che sono fuori dal sistema (gli outsider), che sono disoccupati da molto tempo, e per lo più senza competenze distintive, ossia "unskilled". Per non parlare dei "working poors.", ossia di coloro che lavorano ma non guadagnano a sufficienza per una vita dignitosa.  

Insicurezza del part time o del lavoro precario, single parent family, minori, immigrants sono i nuovi obiettivi del welfare.
Così come è da valutare la solvibilità del sistema pensionistico. In Italia con l'introduzione negli anni Sessanta (che disgraziati!) del sistema retributivo (sussidi anche ai ricchi!!!), quando era in vigore il più corretto sistema contributivo, è stato l'inizio della fine.

Il keynote speaker Tito Boeri, presidente dell'Inps (prima c'era l'orripilante Mastrapasqua, l'uomo dei 100 incarichi, compresa la direzione di un ospedale (sic!) ve lo ricordate?), che sta dando tutto se stesso per riformare un carrozzone pubblico come l'INPS, con la ferma opposizione - bien sur - di sindacalisti e nullafacenti. Il mio appoggio a Tito Boeri è incondizionato. Vada avanti spedito.

Tito Boeri
Boeri ha preparato delle slides e le scorre velocemente. Eccone una sintesi.
Eichengreen e O'Rourke, dimostrano che per l'Italia la Grande Recessione (2008-2014) è stata la crisi più forte e dura della Grande Depressione. Per la Germania non è stato così. Interessante la slide con la foto di uomini eleganti in fila a Battery Park che nei primi anni '30 chiedono un piatto di minestra. Oggi i sistemi di protezione sociale hanno ridotto questi bisogni. 

Funzioni stato sociale:

- ridurre la povertà (più che le disuguaglianze);
- Proteggere contro rischio di mercato non assicurabile;
- Promuovere la partecipazione al mercato del lavoro.

 In questi anni la distribuzione del reddito non è mutata, è aumentata la povertà,  ma non le disuguaglianze. Le famiglie  in povertà assoluta sono salite nelle diverse fasce di età, tranne il capofamiglia ha più di 65 anni. In Italia sistema protezione aiuta chi ha più di 65 anni. Problema serio.  Poveri assoluti 2015 sono 4,6 milioni (7,6%), in grave deprivazione materiale 2015, 7 milioni 11,5%.
 
E' stato eseguito uno stress test (come per le banche) dei sistemi di protezione sociale. Nel sud Europa è sufficiente un calo del PIL dello 0,5% (succede spesso) per aumentare gli indici di povertà. Non così nel nord Europa. 

Cosa rileva? 1. Ruolo di istituzioni mercato del lavoro, dualismo contrattuale; 2. supporto a chi perde il lavoro. Accesso ai sussidi e formazione. Bisogna lavorare sull'employability.

Dove c'è più dualismo contrattuale c'è maggiore elasticità della disoccupazione al calo del PIL (tipicamente i giovani). Il profilo di vulnerabilità alle recessione è simile nei paesi del nord e del sud.

Nel sud Europa sempre più disoccupati non coperti da tutele. Italia come è noto spende poco per le tutele disoccupazione.  

Conclusioni:

1. Non è solo il dualismo del mercato del lavoro che crea aumento povertà 

2. Manca rete di protezione sociale

3. Molta selettività (categoriale) spesso arbitraria, poco universali smontare

4. L'universalismo selettivo può essere basato su parametri oggettivi (Isee, e non santi in paradiso). No reddito di cittadinanza,  ossia a tutti. Non è fattibile. Aiutare chi ha davvero bisogno, come I minori in stato di povertà.

5. Migliorerebbe anche rapporto tra cittadini e PA.

Una domanda rimane insoluta: come riformare il sistema pensionistico in un Paese con la piramide demografica rovesciata? La decisione del 1966 di cambiare il sistema pensionistico da contributivo a retributivo proprio quando le nascite iniziavano a declinare è stata una delle decisioni peggiori prese dalla classe politica italiana.

venerdì 11 novembre 2016

In un Paese immobile come l'Italia, votare SI' al referendum per velocizzare il processo legislativo ha veramente senso

Nel suo intervento del 9 novembre all'Università Bocconi, il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha definito l'Italia un Paese immobile. Noi in passato l'abbiamo considerato una palude (come quella di Michele Strogoff). L'ex capo economista del fondo Monetario internazionale Olivier Blanchard ci ha definito "in stato vegetativo".
Tra le cause di questo lento declino italiano - che parte alla fine degli anni Ottanta - un ruolo significativo ha giocato l'incapacità del sistema politico di adeguarsi alla 1) globalizzazione; 2) demografia; 3) innovazione tecnologica.

Sono numerosissime le analisi italiane (Sabino Cassese, per esempio) e internazionali (Acemoglu/Robinson, Why Nation fail, uno su tutte) che certificano come il basso rendimento (eufemismo) delle istituzioni italiani è una delle cause (e non l’ultima) del declino ormai venticinquennale dell’Italia. Consiglio la lettura di Storia Economica d’Italia di Emanuele Felice (Il Mulino, 2015) che spiega come la storia dei cicli di crescita/decrescita italiana sia strettamente legata al modello inclusivo e/o estrattivo. Siccome l’Italia ha nel suo Dna dei forti geni corporativi – invece di averne a favore della concorrenza e della competition  - eccoci qua con una crisi strutturale (per ulteriori approfondimenti consiglio di leggere Hernando de Soto, Il mistero del capitale. Perché il capitalismo ha trionfato in Occidente e ha fallito nel resto del mondo (Milano, Garzanti, 2001)).

Ebbene, siamo chiamati come cittadini il prossimo 4 dicembre a votare per confermare la modifica costituzionale portata avanti dal Parlamento negli ultimi 3 anni. Qual è il principale quesito del referendum? La fine del bicameralismo paritario, ossia il fatto che ogni proposta di legge deve essere votata sia dalla Camera che dal Senato, nella stessa identica formulazione. Spessissimo questi ripetuti passaggi sono oggetto di ricatti, lungaggini, rinvii a babbo morto (sono migliaia i progetti di legge fermi da anni in Parlamento, tra cui anche la legge sulla concorrenza, che giace bloccata da ben 600 giorni).

I governi si basano sulla fiducia di Camera e Senato. Con la modifica costituzionale il Senato non scompare ma cambiano le sue funzioni, per cui la fiducia sarà votata solo dalla Camera. L'esistenza di un processo legislativo farraginoso ha reso breve la storia dei numerosi governi (troppi, ben 73 governi in 60 anni) che si sono succeduti nella storia della Repubblica. Vi ricordate quando cadde il governo Prodi (un gigante) quando non ottenne la fiducia all Senato? Alla Camera Prodi la fiducia ce l'aveva (sia nel 1998 che nel 2008). Tranne che la composizione politica di Camera e Senato è stato sempre diversa (sia per la diversa legge elettorale sia per la differenza nella composizione dell'elettorato attivo).

 

Alcuni, a fronte del dato di fatto che due Camere che fanno la stessa cosa non hanno senso, sostengono che non sia vero che il processo per approvare una legge sia lungo. I dati, invece, sono testardi, e dimostrano che, a meno che sia il governo a farsi promotore di un decreto legge, la norma per essere approvata, con la spola di Camera e Senato, ci mette una vita.  Ci vogliono 247 giorni per l’approvazione di una legge: una media tra tempi molto lunghi per le proposte di iniziativa parlamentare (504 giorni) e tempi ben più rapidi per quelle di iniziativa governativa (180 giorni). Ormai si va avanti solo a decreti legge, il parlamento non riesce a funzionare. Mentre in Turchia e Cina realizzano i ponti (magari con la progettazione italiana), noi siamo ancora qua a parlare del Ponte sullo Stretto di Messina.
 
Non stiamo parlando di una legge perfetta. Non sarà scritta bene, non sarà il migliore dei mondi possibili, ma ci fa fare passi avanti. Il meglio è nemico del bene. Come ha sostenuto il presidente Giorgio Napolitano, se non dovesse passare il referendum, torneremmo indietro di 30 anni. Addirittura patetico è Silvio Berlusconi - siamo ancora qui ap arlare di lui, dopo i disastri che ha combinato, ahinoi - che invita a votare NO perchè lui sa bene come riformare la Carta costituzionale. Ci provò con D'Alema, che ovviamente è per il NO, insieme con Salvini, Grillo e Gasparri. Un'allegra combriccola.
 
In Italia il tempo non ha valore. Bene ha scritto anni fa Salvatore Rossi - oggi direttore generale della Banca d'Italia in relazione alla giustizia, ma le considerazioni possiamo parafrasarle per il processo legislativo, che è intrinsecamente a-economico, una funzione senza costo e senza tempo, in cui ogni singolo passaggio ha un valore assoluto".
Nella proposta di revisione della Costituzione è prevista una novità importante. Il nuovo articolo 72 prevede il voto a data certa: "Il governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l'attuazione del programma di governo, sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione". Una norma, non utile, utilissima.
 
Maria Elena Boschi
Mi sono incentrato sul bicameralismo paritario, non affronto il CNEL (un ufficio studi pieno di sindacalisti) e il tema del regionalismo, dove si prevede una razionalizzazione sensata del federalismo. Anche qui i vantaggi del SI sono numerosi.
 
Se siete indecisi, venite a sentire il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi venerdì 18 alle 19 all'Hotel Melià a Milano, via Masaccio 19. Portate un indeciso iscrivendovi qui su doodle.
 
Il mondo va avanti, non fermatevi. Andate al seggio il 4 dicembre e votate SI. 
 


lunedì 7 novembre 2016

La crisi della Banca Popolare di Vicenza è il frutto bacato di un sistema di potere

Due anni fa sono stato invitato dai miei amici di Guanxinet a Valdagno guidati da Maurizio Martini a fare da discussant al volume di Federico Fubini (oggi vicedirettore al Corriere della Sera) La via di Fuga. Il viaggio di Fubini è un viaggio nel tempo, dove le vicende della sua famiglia – con al centro il prozio Renzo Fubini – si intersecano con la crisi greca, e - con la tecnica del flash-back cara al mondo cinematografico – la crisi mondiale degli anni ’30.

In tale occasione conobbi Mario Balbo, una persona che ama ascoltare, distinguendosi rispetto a classico cicaleccio italico. Poche settimane fa Mario mi ha fatto avere un bel volume di Luigi Maistrello "Lo scontro" (prefazione di G.A. Stella, Reverdito editore, 2016), che narra la storia di (don) Bruno Scremin ("il prete ribelle", amico e maestro di Mario Balbo), che si è trovato a scontrarsi negli anni Sessanta/Settanta con il vescovo di Vicenza Mario Zinato ("il principe").

Bruno Scremin è nato povero e ha vissuto in povertà per tutta la fanciullezza. Entrato in seminario (1936-40) comprende fin da subito quale sia il valore principe: l'obbedienza: "E' uno degli aspetti di massima ipocrisia che avrei continuato a incontrare durante tutta la mia vicenda. Per loro l'obbedienza non significava solo negare ogni forma di libertà, a cominciare dalla propria libertà; era ben di più: era un atto di sfiducia verso le persone".

Maistrello, prete dal 1979, attualmente cappellano del carcere di Vicenza, raccoglie pazientemente la testimonianza di Don Bruno: "Si arrivava alla negazione di ogni forma di dialettica. La virtù assoluta era l'obbedienza! Un'obbedienza silenziosa, accettata, subita, voluta, senza dubbi, sempre e solo a senso unico...anche il tenere le mani in tasca...era visto come un gesto pericoloso" (vi ricordate il film "Il nastro bianco" di Michael Haneke?).
Lorenzo Milani
Don Bruno Scremin ricorda Don Lorenzo Milani, messo sotto processo dalle gerarchie vaticane, che non sopportavano la sua franchezza. Secondo Milani - vedasi "L'obbedienza non è più una virtù" - il motivo della discriminazione del povero nasceva dalla sua ignoranza, dal fatto di non conoscere il vocabolario a disposizione del ricco. Anche Don Bruno, quando si legò a Firenze alla Comunità dell'Isolotto, finì accusato: di istigazione a delinquere e turbativa di funzione religiosa del culto cattolico. Fu assolto. Il pubblico ministero era Pierluigi Vigna, che chiese l'assoluzione, dopo l'arringa difensiva di Lelio Basso, leader di PSIUP.

Bruno Scremin prende coscienza che l'obbedienza era usata per altri scopi, per difendere il potere, "un potere che asserviva, si ergeva sui privilegi". Negli anni Cinquanta Vicenza era considerata la "sacrestia d'Italia". In sacrestia veniva deciso tutto, dalle liste elettorali della Democrazia Cristiana alle nomina dei consigli di amministrazione delle banche, dei consorzi, delle azienda pubbliche, delle direzioni sanitarie. Mariano Rumor scalava i vertici della DC nazionale.
Il magnifico romanzo di Goffredo Parise Il prete bello è del 1954. La borghesia vicentina non apprezzò il suo capolavoro. Secondo Scremin i vicentini erano abituati ad avere il "prete di famiglia" devote e silenzioso. Spesso il regno dell'ipocrisia, della falsità, dei sepolcri imbiancati.

Mentre scorrevo le pagine dello "Scontro", mi sembrava di leggere la storia del banchiere Gianni Zonin, che ha costruito negli anni un sistema relazionale così forte (basato sull'obbedienza) da rimandare in lungo la crisi della Banca Popolare di Vicenza, da lui guidata fin dai primi anni Novanta
Me lo immagino Zonin a cena con il vescovo (qui un comunicato della Caritas di Vicenza che celebra un assegno di 50mila euro ricevuto dal vescovo Cesare Nosiglia direttamente dalle mani di Zonin) e qualche magistrato amico della Procura (pronto a evitare di procedere anche in presenza di relazioni ispettive della Banca d'Italia). Un sistema inafferrabile e protetto. Il frutto tardivo della potenza elettorale della Democrazia Cristiana, la "Balena bianca", che in Veneto ha sempre stradominato.


Il vescovo Carlo Zinato (dal 1943 al 1971) usava spostarsi nelle parrocchie della diocesi con una lussuosa Mercedes, dono degli industriali. Ricorda il giudice istruttore Luciano Infelisi, amico dei Caltagirone, che girava con una BMW e radiotelefono, regalatagli dal banchiere Roberto Calvi (secondo la testimonianza al processo della moglie Clara).

Gianni Zonin
Secondo Scremin, "il vescovo non accettava mai i consigli degli altri...era "ontologicamente sordo". Così come Gianni Zonin, che si rifiutava di ascoltare i consigli della Banca d'Italia, che voleva fosse modificato il metodo di calcolo del prezzo della singola azione della Banca (non quotata). Mentre i prezzi delle banche quotate si squagliavano come neve al sole, il prezzo della BPVI cresceva negli anni. E i risparmiatori venivano convinti - ci vuole l'ora di educazione finanziaria obbligatoria nelle scuole -  che una società non quotata è meno rischiosa di una quotata. Rob de matt!
Nel frattempo Zonin - con il fidato parente Samuele Sorato, nominato alla bisogna amministratore delegato - costruiva il sistema delle "operazioni baciate": si finanziava un cliente e in cambio quest'ultimo comprava azioni della Banca. Il tutto senza dedurre l'operazione - illecita - dal patrimonio a fini di Vigilanza della banca. Se si annacqua di proposito il patrimonio dell'istituto di credito, se non si accantona il giusto per i crediti incagliati, se non si svalutano i bad loans (come invitava sempre a fare Luigi Arcuti), se si finanziano operazioni immobiliari senza senso, se non si analizza con serietà il merito di credito, la banca chiude.

Don Bruno Scremin è morto nel 2010, dopo aver curato negli ultimi anni della sua vita i malati terminali di Aids. La sua storia illumina un periodo storico, una logica di potere della Chiesa al servizio di interessi nefasti, che, invece di supportare il territorio - parola abusata -, lo uccidono. Come ha scritto Marco Vitale nel ricordare Ezio Vanoni, "la dottrina sociale della Chiesa è una pratica che la maggior parte della Chiesa ignorerà totalmente, attratta dalle sirene e dalle mode socialistoidi e collettiviste". E dai banchieri incapaci, aggiungo io.

Banca del territorio? Una farsa smascherata.Vi ricordate l'espressione "debitori di riferimento" usata dal banchiere (serissimo) Sergio Siglienti? Ecco, la crisi della BPVI non può essere attribuita solo a Zonin, classico capro espiatorio. Bisogna leggere Goffredo Parise e Luigi Maistrello per capire la vera origine del disastro.

lunedì 31 ottobre 2016

Il caso Ilaria Capua: l'operato di alcuni magistrati lascia molto perplessi

Ilaria Capua
Lo scorso 28 settembre la deputata Ilaria Capua, scienziata di fama mondiale, si è dimessa dal Parlamento (era stata eletta nel 2013 con Scelta Civica). E' una grave perdita per la Camera dei Deputati, che infatti ha approvato le dimissioni senza problemi.
Ilaria Capua è stata vittima di un'inchiesta che per anni l'ha costretta a difendersi da accuse infamanti, "traffico internazionale di virus, associazione a delinquere, epidemia, tentata epidemia".  La cagionata epidemia è punita con l'ergastolo. La storia in dettaglio è raccontata qui.

Dopo anni di inchieste e indagini, la procura di Verona chiude il caso con il classico "Il fatto non sussiste".

Nel suo discorso alla Camera, da leggere per intero, Capua ha definito l'inchiesta “un incubo senza confini e una violenza che non solo mi ha segnata per sempre, ma che ha coinvolto e stravolto anche la mia famiglia”. Ha poi parlato con nettezza del fattore tempo e della dignità.

"Nell’affrontare ogni giorno in questa Camera la mia nuova condizione di «persona non credibile», e oltretutto accusata di crimini gravissimi, ho vissuto sulla mia pelle per oltre due anni, come la mancanza di credibilità non mi stesse permettendo di portare avanti quello per cui mi ero impegnata con i miei elettori. E qui torno alla parola rispetto – perché è proprio la combinazione del rispetto per i miei elettori ed il rispetto per me stessa che – come se fossero parte di un algoritmo – mi ha fatto comprendere che in quelle condizioni non stavo utilizzando al meglio il tempo che avevo a disposizione.
Sì, perché non ci piace pensarlo, ma ognuno di noi ha un tempo limitato che gli resta da vivere – e utilizzare al meglio quel tempo è una forma di rispetto verso se stessi e verso gli altri. Anzi un dovere. Ho sentito quindi, che fosse giunto il momento di tornare ad usare il mio tempo al meglio, di tornare nel mondo scientifico, purtroppo non in quello italiano, in un ambiente nel quale non avessi mai perso la credibilità e nel quale fossi riconosciuta ed apprezzata".

Paolo Mieli si illude se pensa che qualcuno chieda scusa.

Oggi Ilaria Capua lavora in Florida, direttrice del centro di eccellenza "One Health". Un'altro cervellone che se ne va dal Belpaese.

Adolfo Beria d'Argentine
Un magistrato di alto livello come Adolfo Beria d'Argentine - consigliere del Csm, giudice istruttore e poi Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Milano - cercò di far sentire la sua voce al fine di rendere più selettivo il concorso per entrare in magistratura. In una lettera a Paolo Baffi del 26 giugno 1983, Beria scrive:

Signor Governatore, (...). Al convegno sul segreto bancario non ho fatto altro che ripetere...come esempio esemplare di cosa non deve fare il giudice la vicenda che Lei e Sarcinelli ha vissuto. Certo è che con il sistema di reclutamento dei giudici che, nonostante i nostri sforzi, la classe politica non vuole modificare si mette l'onore, la libertà, il patrimonio dei cittadini in mano a laureati in legge di cui si è accertato solo un minimo di conoscenza di nozioni di diritto e non altro! La stessa maturità mentale ed equilibrio viene attestata da un qualsiasi ufficiale sanitario comunale che non vuole certo mettersi contro il futuro "signor giudice"!  (ASBI, Carte Baffi, Governatore Onorario, cart. 6, fasc. 19).

Chiudo con una massima di Adolfo Beria d'Argentine che vale oggi quanto mai: "Il giudice è quella persona che deve mantenere la mente fredda in un ambiente caldo".

P.S.: se volete approfondire, leggete l'intervista di Ilaria Capua a Claudio Cerasa, direttore del Foglio

lunedì 24 ottobre 2016

L'Europa non comprende assolutamente il fenomeno Trump. The Donald può vincere perchè l'America è molto diversa da come la conosciamo

In Europa pensiamo che gli Stati Uniti siano la California, il New York Times e il Washington Post. Invece l'America è ben diversa. La Bible Belt non sappiamo quanto sia rozza, grezza, e popolata dai seguaci del Ku Klux Klan.

In un post del maggio scorso scrivevamo: "l'ignoranza dell'americano medio spesso è abissale. Noi siamo subito pronti a criticare le nostre scuole e i nostri insegnanti. Ma non abbiamo idea di quanta ignoranza ci sia nelle High School americane. Solo all'Università colmano i gap con la Vecchia Europa".

Il problema, serio, in tutto il mondo, è la divaricazione del tenore di vita tra classi agiate e non. La scomparsa della classe media è il fattore decisivo. Nella recente intervista di Barack Obama a Repubblica, il presidente degli Stati Uniti insiste sulle politiche economiche inclusive: "La nostra sfida, quindi, è quella di fare in modo che i benefici dell'integrazione siano condivisi più ampiamente e che eventuali problemi economici, politici o culturali, siano affrontati correttamente. Ciò richiede politiche economiche inclusive, che investano fortemente nei nostri cittadini dando loro istruzione, competenze e la formazione necessaria per aumentare gli stipendi e ridurre le disuguaglianze. Richiede un sistema di scambi commerciali che protegga i lavoratori e l'ambiente. Richiede di tenere alti i nostri valori e tradizioni in quanto società pluraliste e diverse; e di rifiutare una politica di "noi" contro "loro" che cerca di fare di immigrati e minoranze un capro espiatorio".
Obama centra il punto, e parla di "capitalismo senz'anima": "ho messo in guardia contro un capitalismo senz'anima che avvantaggia solo i pochi in alto e che contribuisce alla disuguaglianza e a un gran divario tra ricchi e poveri...Abbiamo bisogno di forti reti di sicurezza per proteggere le persone in tempi di difficoltà. E dobbiamo continuare a lavorare per frenare gli eccessi del capitalismo adottando standard più severi per il settore bancario e in materia fiscale, e una maggiore trasparenza, per aiutare a prevenire le ripetute crisi che minacciano la nostra prosperità condivisa".

Nella transizione delle economie occidentale da prevalentemente manifatturiere a concentrate sui servizi, sarà decisiva la conoscenza, l'abilità intellettuale, le competenze. E molti rimarranno fuori, se non hanno la formazione adeguata.

Michelle Obama
Questo spiega come mai Hillary Clinton non è in testa ai sondaggi con 50 punti di vantaggio. Federico Rampini ha scritto correttamente che "il margine ridotto non è quello che ci si aspetterebbe per una candidata qualificata, esperta, competente, che affronta un cialtrone, egomaniaco, narcisista, imbroglione e bugiardo, incompetente e inaffidabile".

Dopo il terzo dibattito Trump-Clinton - dove Trump ha dichiarato di accettare solo un risultato elettorale chiaro, riservandosi un legal challenge in caso di "questionable result" - bene ha fatto il Financial Times di venerdì scorso a titolare "in prima pagina "Trump stokes future over accepting US election result". Nella pagina dei commenti - dove il motto è "without fear and without favour", l'FT sostiene che il partito conservatore Americano dovrebbere prendere le distanze da "The Donald": "Bitter Trump must not poison US democracy".

Lo scrittore Scott Turow, autore di numerosi bestseller, ha detto: "Se domani Trump dicesse che il mondo è piatto e che c'è una cospirazione per farlo credere rotondo molti dei suoi gli crederebbero. Perchè pensare che mentono tutti salvo chi dice cose incredibili e senza riscontri semplifica la vita. Chi non guarda ai fatti non ha bisogno di prendersi responsabilità".

Il professore tedesco di sociologia Hartmut Rosa sulla Lettura/Corriere ha insistito sul tema del mancato ascolto, sulla risonanza che non c'è: "Credo che l'attuale crisi della democrazia dipenda dal fatto che le persone non si sentano più ascoltate, viste interpellate. La democrazia è una grande cassa di risonanza: dà a ciascuno una voce che può essere udita e consente perciò il rapporto reciproco. Ma la promessa è disattesa...La crisi può essere superata solo riconquistando la nostra capacità di risonanza e per questo è necessario un mutamento delle istituzioni politiche, economiche, sociali e statali".

Sono queste le classi, arrabbiate, che voteranno per Donald Trump. Più Trump è grezzo, insulso, più è considerate verace e non ipocrita. Ai pochi europei che tifano per Trump consiglio di leggere il discorso di Michelle Obama, che può essere riassunto dall'espressione "Enough is enough".

P.S.: inaspettatamente i maggiori lettori di questo blog risiedono negli Stati Uniti. Talenti scappati?  Sarei lieto se commentassero questo post su Trump e Clinton.

lunedì 17 ottobre 2016

Il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan? Fa felice il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco

A sorpresa giovedì scorso il comitato dell'Accademia svedese ha attribuito il premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, che è stato capace di "creare una nuova espressione poetica nella grande tradizione della canzone Americana".
E' stata un'astuzia della storia il fatto che lo stesso giorno ci abbia lasciato l'immenso Dario Fo, così tanto osteggiato in vita (perchè ha preso il giro il potere e dato dignità agli oppressi), quanto rimpianto da morto (tranne da Renato Brunetta).

Io sono d'accordo con lo scrittore statunitense Gary Shteyngart: "I totally get the Nobel committee. Reading books is hard". Sulla stessa linea Alessandro Baricco: "E' come dare il Grammy Awards a Javier Marìas perchè c'è una bella musicalità nella sua narrativa". Irvine Welsh, lo scrittore scozzese di Trainspotting ha scritto su Twitter: "Sono un fan di Bob Dylan ma questo è un premio a base di nostalgia mal concepita, attribuito da hippy rimbambiti che parlano a vanvera".

Chi sarà certamente felice per il premio a Dylan è il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco che nel 2014 scrisse un intervento  dal titolo "The times they are a-changin'", poi confluito nel volume "Perchè i tempi stanno cambiando" (il Mulino, 2015).


Evaristo Beccalossi
L'attacco di Visco lo possiamo considerare un passaggio di Evaristo Beccalossi ai membri della giuria svedese? Beh, non esageriamo. E' solo un po' di nostalgia del bel calcio, a San Siro se ne vede sempre meno.

Così Visco: "Perchè i tempi stanno cambiando (For the times they are a-changin'): così cantava Bob Dylan cinquant'anni fa. E in questo mezzo secolo i tempi sono veramente cambiati....Se i cambiamenti degli ultimi cinquant'anni non sono stati né lineari né indolori, il guadagno di benessere economico e sociale per la gran parte dell'umanità è stato straordinario. Il volano è il cambiamento tecnologico".

The times they are a-changin'
Come mothers and fathers/
Throughout the land
And don't criticize
What you don't understand

Visco spiega come il cambiamento sia diventato impetuoso con la fine della Guerra fredda: "Con l'introduzione di internet cambia il modo di comunicare e con la telefonia mobile la comunicazione diviene straordinariamente ampia e incommensurabilmente meno cara...Nei trasporti, l'abbattimento delle tariffe aeree ha fatto impennare il numero dei viaggiatori".

E' cambiata anche la geopolitica e il peso delle economie cosiddette emergenti è cresciuto non poco: "L'economia globale è oggi sei volte più grande rispetto a cinquant'anni fa e il prodotto procapite è più che raddoppiato sebbene la popolazione mondiale sia ormai più di due volte quella di allora".

Ignazio Visco
La globalizzazione, spesso osteggiata, ha consentito a milioni di persone di migliorare il proprio tenore di vita. Nel 2010, con cinque anni di anticipo rispetto all'obiettivo fissato, si sono dimezzate le persone che vivono in condizioni di povertà assoluta (ossia con un reddito inferior a 1,25$ al giorno). Il governatore sottolinea che "oltre un miliardo di persone vive ancora in queste condizioni. Va ricordato inoltre che al miliardo di persone che da tali condizioni sono uscite bsogna aggiungere l'aumento nell'ultimo quarto di secolo, di oltre due miliardi della popolazione mondiale, per la maggior parte proprio nei paesi emergenti e in via di sviluppo, che in queste condizioni non sono entrati. La distanza di questi paesi in termini di speranza di vita rispetto al mondo occidentale è altresi drasticamente diminuita".

Rimane certamente in piedi il tema della concentrazione della ricchezza. L'1% della popolazione, e ancora di più lo 0,1%, migliora ogni anno il proprio tenore di vita e si prende una fetta sempre maggiore della ricchezza. Visco puntualizza: "Mentre le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi tra paesi si sono ridotte, quelle all'interno di ciascun paese si sono ampliate, tra il 1990 e il 2010".

Comunque il governatore Visco, tra l'ipotesi del "ristagno secolare" - portata avanti da Larry Summers -, e quella della "seconda età delle machine" (definizione tratta dal volume di Brynjolfsson e McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell'era della tecnologia trionfante) parteggia per la seconda. Speriamo che abbia ragione Visco.

lunedì 10 ottobre 2016

Continuare a favorire i pensionati significa favorire chi sta già bene

Ieri in prima pagina il Corriere della Sera - esuberante - dava molto spazio al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, il quale inneggiava alla nuova manovra fiscale del governo a favore dei pensionati.

Sempre più spesso nei dibattiti televisivi - ormai inguardabili, meglio spegnere la tv e studiare -  si usa la locuzione "I poveri pensionati", come se fosse una verità rivelata, un mantra indiscutibile. Non è così. In Italia la classe agiata sono coloro che hanno superato i 55 anni. I dati della Banca d'Italia sulla distribuzione del reddito per classe di età sono inoppugnabili.

Durante la crisi le classi più danneggiate sono quelle con il capofamiglie sotto i 34 anni. A seguire la fascia 35-44. La fascia 55-64 anni ha mantenuto il tenore di vita solito, mentre addirittura la fascia "oltre i 64 anni" ha migliorato dal 2002 in avanti la propria situazione economica.

Poletti festeggia dicendo che "La quattordicesima dei pensionati sarà aumentata del 30%". "Chi paga", direbbe il compianto Ugo La Malfa? Noi aggiungiamo che ha senso aiutare le categorie più disagiate - ci mancherebbe - ma in molti casi si aiutano coloro che non ne hanno bisogno.
Anche in questo caso il governo malauguratamente non ha volute inserire il vincolo dell'ISEE - indice della situazione economica complessiva familiare". In questo modo un soggetto con la pensione bassa - che magari ha pagato esigui contributi - con un marito agiato, si vede aumentare la propria pensione.
Altro dato. Secondo la Banca d'Italia il 17% del bonus da 80 euro (10 miliardi all'anno) è affluito a chi ha un reddito familiare particolarmente elevato.
Ancora una volta si rompe l'importantissimo principio stabilito dall'ottima ministra Elsa Fornero, che ha stabilito per tutti il principio contributivo: la tua pensione dipenderà da quello che hai versato in tutta la tua vita lavorativa (con rivalutazione, se il pil sale!).

L'indagine annua della Banca d'Italia - il prossimo aggiornamento a dicembre - ci ha detto che in termini reali il reddito degli anziani oltre i 65 anni è al 160% del suo livello del 1994 e quello dei giovani fino a 30 è al 40%.

Siamo alle solite. Si pensa sempre ai pensionati. Ma ai giovani qualcuno pensa? La piramide demografica invertita pende a favore degli anziani. Sono loro che vanno a votare con percentuali di affluenza maggiore. Sarà per quello, ipotizza Federico Fubini, che il governo tende a favorirli?

martedì 27 settembre 2016

Se sei figlio di un prof fai carriera universitaria

Siamo alle solite. Il cambiamento è lontano. Stiamo parlando della "parentopoli universitaria", denunciata di recente da Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità Anticorruzione.
Secondo Cantone sono tanti i casi in cui viene "istituzionalizzato lo scambio". In un ateneo del Sud, "nella facoltà giuridica è stata istituita una cattedra di storia greca e nella facoltà letteraria una cattedra di istituzioni di diritto pubblico. Entrambi i titolari erano figli di due professori della stessa università".
Siccome esiste una legge che vieta di far entrare all'università parenti di chi è già in cattedra, la fantasia italica esprime il meglio, pur di favorire un congiunto. Siamo tornati ai tempi di Edward Banfield, autore negli anni Sessanta del noto volume "Le basi morali di una società arretrata", dove si denunciava l'aberrante familismo amorale. Perotti, molti anni fa - ben prima di provare a incidere sul lato spending review - scrisse un amaro volume: "L'università truccata",  dove in un capitolo analizzava il numero enorme di omonimie negli atenei italiani. Si assumono i peggiori (parenti, ovviamente) e si ostacolano coloro che meritano. Meritocrazia? Ma quando mai. Il silenzio dei rettori e della Conferenza dei Rettori - la temibile e potentissima Crui - è eloquente.

Nulla di nuovo sotto il sole, mi si fa notare. E allora noi torniamo a denunciare il malaffare, Non è inutile ritornare a raccontare ciò che successe al premio Nobel Franco Modigliani:"“Arrivato negli States mi fu subito evidente come il sistema universitario fosse più umano ed efficiente rispetto alla insopportabile impersonalità delle università italiane: pochi baroni che insegnavano a masse di studenti sconosciuti, attorniati da piccole folle di petulanti e servili assistenti. Il cameratismo e l’amicizia che spesso nascono tra professori e studenti è una delle caratteristiche dell’insegnamento superiore degli Stati Uniti e una delle ragioni del suo indubbio successo”.

“Nel 1955 tornai in Italia come lettore. La mia impressione negativa fu fortissima. Avevo scordato quanto profonde fossero le differenze fra il sistema di educazione universitario negli Stati Uniti e in Italia. Il sistema italiano era una struttura a tre caste, in cui i pochi, e per la maggior parte anziani professori, occupavano la casta superiore, immediatamente inferiore a Dio, mentre un gruppo consistente di speranzosi e servili assistenti rappresentava la seconda casta, lo strato intermedio, e gli studenti, dei quali nessuno si occupava, costituiscono la base della piramide”. Ci chiediamo se sia cambiato qualcosa dal 1955 ad oggi.

“Il Rettore dell’Università di Roma mi definì, mentre ero già full professor, un “giovine promettente”. Modigliani racconta anche un altro episodio emblematico. In occasione di un convegno di economisti a Washington, il professor Corrado Gini (famosissimo statistico, inventore dell’indice di Gini sulla concentrazione del reddito e della ricchezza, ndr) – tirò fuori l’orologio dal taschino e chiese a Modigliani: “Senta, ieri mi si è rotto l’orologio, me lo potrebbe far accomodare, per cortesia, e poi me lo fa recapitare in albergo?”. Modigliani rispose che la richiesta avrebbe dovuto farla al garzone della portineria dell’albergo. “Così si saggiava di che pasta eri fatto. Quanto eri in grado di subire pur di accattivarti la benevolenza del capo. Questa è una delle origini profonde della crisi italiana. Perchè una classe dirigente che è stata selezionata in base alla sua capacità di subire umiliazioni, di non avere amor proprio, è quella che non è in grado di guidare l’Italia”.

Roberta D'Alessandro, docente di Linguistica all'Università di Leida in Olanda, intervistata dal Corriere della Sera, fa sapere che in Italia le hanno detto che è difficile "superare 'la concezione proprietaria' dei concorsi". Il concorso è mio e lo gestisco io, facendo passare solo i fedelissimi (anche se scemi), piuttosto che un soggetto valido, ma libero di pensare in modo diverso dal "barone". Sempre la D'Alessandro: "Non sa quante volte sono stata bocciata con lode: venivano da me e mi dicevano "Lei è bravissima, peccato che non potesse vincere...In Olanda sono diventata professore ordinario a 33 anni".

Una storia simile è raccontata da Federico Formenti, docente di Scienze Motorie a Oxford, che è stato sconfitto da una candidata "protetta" all'Università di Venezia. Ma è tutto al Tar e al Consiglio di Stato, quindi si definirà tutto nel 2054.
Vi ricordate il rettore Luigi Frati della Sapienza di Roma che assumeva i parenti - "Se lo meritano" - e organizzò la festa di laurea della figlia nei locali dell'Università? Cos'e pazze. Qui un bell'articolo di Roberto Perotti dal titolo evocativo "La Sapienza del familismo".

"Lasciate ogni speranza voi ch'intrate", scrisse Dante Alighieri. Si riferiva all'Inferno dell'Università italiana, dove, peraltro, gli operai sussidiano i figli di papà.

venerdì 23 settembre 2016

Il capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi

Il 24 novembre 1996 – giusto 14 anni fa - la delegazione italiana guidata dal Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi – presenti Mario Draghi per il Tesoro ed Antonio Fazio e Pierluigi Ciocca per Banca d’Italia - vola a Bruxelles dove si terrà l’Ecofin, la riunione dei Ministri economici europei. Ordine del giorno: il rientro della lira nel Sistema Monetario Europeo.

Il giorno precedente la direzione generale del Tesoro emana questo comunicato: “Il Governo italiano ha chiesto l’avvio delle procedure per il rientro della lira negli accordi di cambio previsti dal Sistema Monetario Europeo (SME). La procedura avrà inizio domani con la riunione del Comitato Monetario convocato per le 15.00”.

L’Italia uscì dallo SME nell’autunno 1992, e per rispettare i parametri di Maastricht e far parte dei Paesi dell’Unione Economica e Monetaria partecipanti alla nascita dell’Euro, era necessario e vitale rientrare nell’Exchange Rate Mechanism.

Il punto chiave del rientro nello SME era il tasso di cambio ritenuto corretto dagli altri partner europei. Nella riunione di sabato mattina a Palazzo Chigi, il Presidente del Consiglio Prodi e Ciampi appresero dal Governatore della Banca d’Italia Fazio che la video-consultazione del venerdì aveva prospettato la posizione tedesco-olandese, che sostenevano che il cambio giusto per la lira sarebbe stato 925 per un marco. Prodi e Ciampi dissero che non se ne parlava neppure. Gli industriali italiani fantasticavano tassi di cambio ben superiori a quota 1.000, tipo 1.030/1.040. Il Governo sapeva che l’unica speranza era aggrapparsi alla cifra tonda: quota 1.000.

Per ottenere 1.000, si decise si dare a Draghi e Ciocca il mandato di chiedere 1.010, con la facoltà di scendere a 1.000. Il tasso di cambio sui mercati in quei giorni viaggiava intorno a 985 lire per marco.

Draghi e Ciocca non trovarono l’accordo ma riuscirono ad abbattere il muro delle 950 lire, trovando qualche difficoltà a trattare su quota 970.

La tensione era visibile. Il momento era importante. Si giocava il futuro dell’Italia. Cosi Paolo Peluffo in Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo e il Presidente (Rizzoli, 2007): “Ciampi volle partire per tempo, in mattinata. Si viaggiava ancora sul vecchio DC9 che aveva un grande salottino aperto e comodo per la conversazione. Ma di conversazione, quel giorno, ve ne fu davvero poca. Si guardava tabelle, dati sulla bilancia dei pagamenti, in silenzio, scambiandosi mezze frasi, sottovoce”.

Alle 15.00 in punto a Bruxelles inizia l’Ecofin. Dopo i primi convenevoli, Wim Duisemberg – poi primo presidente della BCE - per conto dell’Istituto Monetario Europeo dà la parola a Ciampi, che improvvisa l’arringa meglio riuscita della sua carriera istituzionale, parlando a braccio sulla base di una scaletta.

Questi alcuni stralci del discorso di Ciampi:

1. Sono qui davanti a Voi con emozione, ma anche con orgoglio, per proporre il reingresso dell’Italia nell’accordo di cambio. Personalmente ho vissuto tutta l’esperienza del Sistema Monetario Europeo, dalla sua creazione nel 1979 all’uscita dell’Italia...Le vicende dell’estate-autunno del 1992 furono estremamente gravi per lo SME. Ritengo che in quell’occasione pagammo tutti, ma credo che l’Italia pagò in particolar modo. Questi quattro anni in cui abbiamo continuato a partecipare allo SME, ma non al cuo aspetto centrale – ovvero l’accordo di cambio – sono stati per il mio Paese anni che io chiamo di “sofferto esilio”.

2. Il 1992: il dramma del 1992 ha costituito il turning point per il risanamento dell’economia. Da allora il mio Paese ha fatto importanti progressi verso la stabilità, attraverso il concorso della politica monetaria, dei redditi, del bilancio pubblico. La politica monetaria, che alla fine degli anni Ottanta agli inizi degli anni Novanta aveva fatto dell’accordo di cambio elemento di disciplina, che costringesse a comportamenti delgi operatori italiani verso la stabilità, ha continuato a essere non meno rigorosa, pur non avendo più il vincolo della disciplina del cambio, attraverso una gestione diretta e severa della moneta e del credito.

3. L’Italia che negli anni Settanta e per gran parte degli anni Ottanta aveva visto più volte avvitare la sua economia nella spirale perversa “aumento dei costi salariali/prezzi”, ha abolito ogni indicizzazione e ha adottato una severa politica dei reddito. Congiuntamente è stata iniziata una politica di riequilibrio del bilancio dello Stato.

4. Veniamo ora alla proposta dell’Italia di una parità centrale tra 1000 e circa 1.010 per marco. E’ sempre stata la prassi di impostare la discussione partendo dai valori di mercato. Come è stato ricordato e come è nella tabella di fronte a voi, il tasso di mercato della lira rispetto al marco, nella media degli ultimi sei mesi, è di poco superiore a 1.000. Questo è appunto il tasso al quale l’Italia fa riferimento.

5. Vi invito a considerare un altro aspetto: che per contribuire alla politica di disinflazione, la Banca d’Italia ha adottato una politica monetaria che ha mantenuto e mantiene elevati i tassi a breve. Se esaminate la curva dei tassi di interesse in Italia, essa disegna una “V”, con il tasso più basso del titolo a tre anni e agli estremi dei titoli a tre mesi e di quelli a dicei anni, che hanno di fatto lo stesso livello. Non sono in grado di calcolare quanto questa situazione dei tassi d’interesse sul mercato monetario abbia influenzato e influenzi il livello del tasso di cambio. Quel che sembra indubbio è che il tasso di cambio ha subito e subisce due influenze di segno opposto: 1) è sostenuto da un tasso di interesse elevato; 2) è frenato dagli acquisti di valuta estera fatti dalla Banca d’Italia.

6. E’ interesse dell’Italia di avere una parità che sia equa, sostenibile e duratura.Credo che una parità di 1000 lire per marco sia una cifra appropriata.

7. Con questo animo, con questi sentimenti, con il desiderio di ritornare pienamente a far parte di questa Comunità Europea, che vede nell’accordo di cambio uno dei punti essenziali della politica di convergenza che l’Europa ha seguito in questi anni, Vi prego caldamente di tener conto di queste mie considerazioni e di accogliere integralmente la proposta che l’Italia ha fatto, e cioè non solo di vedere di buon grado il rientro dell’Italia, ma di approvare anche il valore proposto per la parità della lira”.



Peluffo racconta: “Seguì un lungo silenzio. Nessuno osò parlare. Investiti da quel fiune di argomentazioni appassionate. Il sottosegretario irlandese chiese se qualcunno volesse prendere la parola. Tutti tacquero. La seduta fu sospesa”.

Dopo estenuanti trattative durate più di otto ore – compresa la minaccia di Ciampi di tornare a Roma senza accordo e lasciar fluttuare liberamente la lira - si trovò l’accordo in tarda serata (giusto in tempo per comunicare l’accordo prima dell’apertura dei mercati australiani: mezzanotte di Bruxelles equivale alle 9.00 a Sidney) a quota 990 contro marco.

Sempre Peluffo: “Il ritorno a tarda sera fu euforico. Ci si rendeva conto di aver ottenuto un successo strepitoso. Ciampi si attendeva un trionfo anche sulla stampa”. Ma grande fu la delusione perche i giornali presentarono il risultato come una vittoria a metà, perchè gli industriali speravano in qualcosa di meglio" (più alta la parità=maggiore export, ndr). Non si capì che grazie all’accordo, saremmo poi entrati nell’euro fin dalla sua introduzione. E vi pare poco?

Il Financial Times, però, il 26 novembre 1996 fece tornare il sorriso a Carlo Azeglio Ciampi. Lionel Barber – The quest for Emu: Italy home but not dry – descrisse Ciampi come un lottatore ("his craftiness is legendary") senza pari in Europa, l’unico in grado di vincere la resistenza del duro dei duri, Hans Tietmeyer, Presidente della Bundesbank. Barber – tra l’altro - cita un diplomatico italiano: “Ciampi gave the performance of his life. Se qualcuno avesse provato la stessa operazione lo avrebbero buttato giù dalla finestra”.

Peluffo ci racconta che quell’articolo fu una delle soddisfazioni più intense di quegli anni in prima linea. Io l’articolo di Barber – pescato nel mio archivio, qui allegato - lo porto sempre a lezione. Per ricordare agli studenti il capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi.