mercoledì 13 marzo 2024

Omaggio a Franco Basaglia - vero rivoluzionario - a 100 anni dalla nascita

L'11 marzo 1924 nacque a Venezia nacque Franco Basaglia, persona straordinaria, vero rivoluzionario. Perchè lo ricordiamo ancora oggi? Perchè ha chiuso i manicomi, centri di tortura, di schiavitù, di degrado senza fine, dove i malati erano trattati da bestie. Sono in molti a ricordarsi le copertine dell'Espresso, i cui fotografi riuscirono a documentare una realtà orrenda, dove i "matti" erano legati ai letti o ai termosifoni, nella sporcizia più avvilente. Vi ricordate "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana quando Giorgia Esposti, alias Jasmine Trinca, si dimena nel letto nell'impossibilità di slegarsi?

La Treccani: "Nel 1961, assumendo la direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, iniziò quello che doveva costituire il principale movimento per l'abolizione dell'istituto manicomiale in Italia. Proseguì a Parma l'azione di liberalizzazione, che trovò il suo punto culminante a Trieste, del cui ospedale psichiatrico egli divenne direttore nel 1971. Nel 1977, in seguito ai suoi costanti sforzi, l'ospedale poté considerare conchiusa la propria attività. Determinante il suo apporto nella riforma legislativa del 1978 (Legge 180), che ha deciso in linea di principio la soppressione degli ospedali psichiatrici". Perchè Basaglia può essere considerato un rivoluzionario? Perchè negli anni Cinquanta e Sessanta la cura andava sperimentando le prime applicazioni dei primi neurolettici e antidepressivi, ma restava ancora in massima parte legata alle terapie di shock (con insulina ed elettricità).
Conseguita nel 1957 a Padova la libera docenza in psichiatria, nel 1959 si trasferì alla direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Questa destinazione, rispetto alla prospettiva di una carriera universitaria, poteva assumere il sapore di un abbandono, condizionato dai limiti che aveva incontrato. Segnò invece una tappa importantissima nell'itinerario di evoluzione del suo pensiero.

"I matti siamo noi! Da vicino nessuno è normale". E ancora: "La società, per dirsi civile, disse Basaglia nelle sue Conferenze brasiliane, dovrebbe accettare tanto la ragione, tanta la follia". 

La società può essere civile solo quando si fa ospitale verso la follia. Dobbiamo far posto a quella parte di sragione che è in ciascuno di noi (Pier Aldo Rovatti, cit.)

 Basaglia, divenuto direttore del nosocomio senza aver precedentemente maturato un'esperienza diretta di lavoro negli ospedali psichiatrici, non tardò ad esprimere la sua reazione di rifiuto di quella realtà. Identificò certi ordinamenti, regole e consuetudini manicomiali come strumenti della violenza istituzionale, coercitiva e autoritaria, nella quale riconosceva un meccanismo segregante e un significato classista. Individuò in quel sistema e nei suoi metodi di cura la causa prima dell'istituzionalizzazione del malato e l'ostacolo ad un intervento che fosse invece adeguato ai bisogni che la malattia mentale esprime" (Treccani.it).

L'ospedale psichiatrico di Gorizia era un'istituzione in cui sopravvivevano meccanismi di contenzione e abitudini desolanti che evidenziavano le contraddizioni di certa psichiatria basilare. L'ospedale, dopo le vicende della guerra, si era trovato collocato sul confine con la Jugoslavia ed era una delle strutture sulle quali si concentravano i disagi di quel territorio, anche in ordine a conflitti e problemi socio-ambientali. La provincia di Gorizia contava circa centotrentamila abitanti e l'ospedale aveva una popolazione di circa cinquecentocinquanta ricoverati, con un tasso di ospedalizzazione molto alto. Dei ricoverati, circa centocinquanta erano di nazionalità iugoslava e restavano in Italia in applicazione del trattato di pace quale spesa di riparazione bellica a carico del ministero degli Esteri. Erano quindi persone inamovibili. Dei quattrocento che restavano, trecento erano malati cronici lungodegenti. 

In occasione della morte della brigatista - mai pentita - Barbara Balzerani, che il 16 marzo 1978 fece parte del commando di coloro che rapirono Aldo Moro e uccisero tutti gli uomini della scorta, la professoressa di filosofia teoretica della Sapienza di Roma Donatella Di Cesare, ha scritto un tweet orrendo - poi subito cancellato per vergogna - dove si leggeva: "La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malincuore un addio alla compagna Luna". La compagna Luna è il nome di battaglia della Balzerani. Ma siamo fuori di testa? I veri rivoluzionari sono persone come Franco Basaglia, non i terroristi rossi che hanno ucciso le migliori menti e servitori dello Stato.
   
Come scrisse Federico Caffè nella "Solitudine del riformista" sono i riformisti - Ezio Tarantelli, Marco Biagi, due nomi tra i tanti - i veri rivoluzionari perchè passo dopo passo, cambiano la realtà, mai demordendo nello sforzo persuasivo: 
"Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».
   
Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose".

L'11 marzo 2024 su Repubblica Francesco Merlo ha scritto un pezzo - Barbara Balzerani e l'eterno ritorno del "Mal di Moro" - che vale la pena essere citato: "E' ancora abbondante la letteratura di tenera simpatia che racconta i terroristi come fragili coscienze travolte dalla storia, criminali sì, ma solo perchè vittime di una guerra civile che ho l'età per testimoniare che non c'è stata. La famosa ribellione della stragrande maggioranza dei ragazzi del '68 non fu materia preparatoria per il terrorismo e per questa porcheria omicida...E gli assassinati, i giustiziati non erano i borghesi corrotti del capitalismo imperialista, ma i rappresentanti di un'Italia aperta e civile, che oggi avrebbe potuto essere diversa e somogliare di più ad Aldo Moro e all'avvocato Croce, all'operaio Guido Rossa, ai giornalisti Carlo Casalegno e Walter Tobagi, ai professori Tarantelli e Bachelet". 

Gian Antonio Stella - in un Paese senza memoria - ha buon gioco nel dire che l'attuale ministro della Salute Orazio Schillace in tutte le 1824 notizie di agenzia, mai ha avuto modo di citare o ricordare Franco Basaglia. Il perchè è spiegato dal fatto che l'Italia è terzultima in Europa per quota di spesa sanitaria dedicata alla salute mentale: 3%. Staccata dalla media europea (5,4%), e staccatissima dalla Svezia (10%), Germania (13%) e Francia (14%). Ma non si contano le lagne sugli "squilibrati in libertà". Fare memoria non significa contemplare la fiamma, bensì alimentare la fiamma. 

Ti sia lieve la terra, caro Franco Basaglia.

giovedì 29 febbraio 2024

Omaggio a Irene Camber, campionessa olimpica e mondiale di fioretto

 

Qualche giorno fa, ci ha lasciato Irene Camber, formidabile atleta, medaglia d'oro di fioretto alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, campionessa mondiale, persona dalle grandi qualità umane.

Nata a Trieste nel 1926 - come mio papà! - Irene non si è mai accontentata nella vita. Amava immensamente vivere.  Irene primeggia nello sport ma non esita a studiare. Il padre Giulio dal fronte le scrive incoraggiandola all'impegno e alla costanza. Oggi si direbbe "consistency". Diplomata in pianoforte al Conservatorio, si laureò - prima donna a farlo - in chimica industriale all'Università di Padova, in una facoltà quasi completamente maschile. 

Nelle foto da giovane si vedono dei bellissimi occhi azzurri. La nipote Matilde Corno in una didascalia a un servizio fotografico ha scritto: "Irene ha gli occhi di ghiaccio. Se li guardi da vicino, vedi il mare di Trieste".

Gianni Brera in prima pagina sulla Gazzetta dello Sport dove era già giovane direttore dal 1949, in un pezzo dal titolo "Daghe Muleta!" ("Forza ragazza", in dialetto triestino), così si espresse al termine di una giornata appassionante - 27 luglio 1952, giorno in cui Emil Zapotek vinse i 5 e i 10mila metri - nei sobborghi della capitale finlandese, a Espoo, dove Camber vinse il primo oro olimpico femminile nella scherma italiana, già allora fortissima nella scherma maschile con i fratelli (Edoardo e Dario) Mangiarotti“Irene Camber ha il volto onesto e buono di tutte le vostre compagne di liceo che hanno scelto Chimica”. 

Gianni Brera
Brera prosegue: "Quando la campionessa ungherese (Ilona Elek, ndr) scese in pedana con l’azzurra, ella vantava quattro vittorie e una sconfitta, contro le tre vittorie e due sconfitte dell’avversaria. Le sarebbe bastato aggiudicarsi l’assalto per rinnovare il titolo olimpico. Quando Ilona, come una belva urlante, si lanciò su di lei, quella che considerava una facile preda dovette sembrarle a sua volta in agguato: due implacabili stoccate ne umiliarono la superbia”.
La finale effettivamente fu densa di pathos e vide vittoriosa Irene, vero e proprio underdog. Il giornalista Giuseppe Pastore la descrive così: "Irene ha un fisico non comune per gli standard dell’epoca, non solo femminili. È alta un metro e settanta, il che fa di lei una delle atlete di maggior statura in gara; ma allo stesso tempo è elegante, svelta, leggera, anche se paga molto in esperienza e cattiveria agonistica rispetto alla fortissima Elek", la favorita.

Le gare di scherma negli anni Cinquanta non seguivano un tabellone tennistico come oggi, ma si snodavano in infiniti gironi eliminatori finché gli atleti rimangono in 8, e a quel punto si sfidavano in un ulteriore girone all’italiana. Si vinceva a quattro stoccate. Camber ricorda: “Io seguivo gli assalti, prendevo appunti sulla scherma delle mie avversarie. In mattinata ho superato senza difficoltà i primi turni, mentre le mie compagne venivano eliminate. A mezzogiorno ho chiesto alla mensa una bistecca: non me l’hanno data, mi hanno risposto che erano contate e che spettavano non ricordo a chi. Allora ho mangiato un uovo e una mela”. 

“Ero calmissima”, ricorderà Irene, “mentre lei era più nervosa, conosceva la mia forza. Non solo l’avevo appena battuta nel girone, ma l’avevo anche cappottata a Budapest, a casa sua, qualche mese prima”. “Cappottare” voleva dire vincere 4-0. Elek si porta subito sul 2-0, poi Camber pareggia 2-2, subisce il 3-2, poi 3-3 ed è decisiva l’ultima stoccata. “Ricordo il silenzio intorno, le luci che mi davano fastidio. Accennai un attacco e la Elek parò. Ripetei lo stesso attacco e lei parò con lo stesso gesto. Io stavo traccheggiando ma mi resi conto che lei rispondeva in modo meccanico, senza grande attenzione. E allora entrai decisa: feci un coupé e le entrai nella pancia”.

Nel leggere le cronache di allora, mi ha colpito una considerazione di Irene, tratta dall'insegnamento di suo padre Giulio, avvocato e uomo di lettere, combattente nella prima e nella seconda Guerra Mondiale (dove morì nel 1941 in Albania per una caduta da cavallo): “Sei tu che devi risolvere il tuo problema”. E' così che funziona nella vita di ciascuno di noi, nei momenti difficili. Nelle parole di Donato Menichella, storico governatore della Banca d'Italia dal 1948 al 1960, quando l'Italia cresceva come non mai: "Sta in noi". 

Inoltre, Irene ricordava sempre ai giovani: "Per vincere bisogna combattere, se non si combatte non si può vincere". Ma aggiungeva un'altra esortazione del padre: "Mi diceva che nella vita, come nella scherma, devi essere sempre leale, corretto, senza mai imbrogliare". In un'altra occasione disse: “L’insegnamento di mio padre, che io trasmetto, è che l’importante non è vincere ma vincere con onestà, senza che nessuno ti regali nulla. E ai giovanissimi schermidori dico di essere pazienti e determinati, perché il nostro sport è una lunga sfida prima con se stessi”.

Irene ha ricordato con emozione il suo ritorno in terra triestina, dopo l'oro di Helsinki: ”Arrivai a Trieste con la corriera da Venezia alle 16,45. Fui portata per Corso Italia su una macchina scoperta, ci seguivano le macchine e trecento lambrette. Fu la vittoria di una città”. Trieste non era ancora completamente italiana. Sarebbe tornata all’Italia due anni dopo, e per sempre.

Trieste, città bellissima, con una piazza meravigliosa - Piazza Unità d'Italia - che si affaccia sul mare. Città piena di storia e caratterizzata dalle vicende dell'irredentismo. Qualche anno fa, nel dicembre 2018, per il centenario della sede della Banca d'Italia, il vicedirettore generale Federico L. Signorini scrisse un intervento tutto da leggere: "Trieste fra Europa e nazione: 1918-2018".

Voglio soffermarmi su un passaggio. In tempi  di sovranismi, è quanto mai opportuno ricordare il pensiero di Luigi Einaudi, che definì il dogma della sovranità assoluta come "massimamente malefico": 

Luigi Einaudi

La degenerazione imperialistica del nazionalismo è colta appieno da Luigi Einaudi (futuro 
Governatore della Banca d’Italia, lasciatemelo ricordare), il quale nel 1918, quando le armi si erano appena posate, quando la Società delle Nazioni era ancora in gestazione (per non parlare dell’Unione europea, che era di là da venire), scrisse un lucido articolo dal titolo Il dogma della sovranità e l’idea della società delle nazioni. “Se fu necessario – disse Einaudi – sconfiggere il nemico […] sovra ogni altra cosa è necessario distruggere le idee da cui la guerra è stata originata. Tra le quali idee feconde di male, se condotte alle loro estreme conseguenze, quella del dogma della sovranità assoluta e perfetta in se stessa è massimamente malefica”. Varrebbe la pena riportare tutta la pagina di Einaudi, ma il succo è questo: se si accetta l’idea di una sovranità assoluta e perfetta delle nazioni, essa concerne naturalmente il diritto di far guerra, e quindi di avere le frontiere che permettano una agevole difesa, e quindi di conquistare i territori limitrofi che abbiano tali frontiere. Ma non solo: l’idea che una nazione per affermarsi debba essere autosufficiente implica la necessità di possedere tutte le materie prime, le infrastrutture, e quindi conquistare – sempre a fin di bene e di autodifesa – i territori che abbiano carbone, grano, porti marittimi, e così via. Ogni elemento in più che si conquista reclama un altro elemento da conquistare; non vi è fine a questa catena. Le nazioni dunque, per “essere pienamente se stesse”, cozzano contro altre nazioni.".

Certo che per Irene Camber passare dalla Mitteleuropa così ben descritta nelle pagine sublimi di Claudio Magris alla Brianza non deve essere stato facile. Un giorno che le chiesero quale fosse la cosa più impegnativa, rispose sorridendo: "Crescere tre figli maschi".


Il palmares di Irene Camber è quanto mai lungo: oltre all'oro olimpico, 
il bronzo a squadre a Roma 1960, mentre nei campionati mondiali si annovera un oro individuale (Bruxelles 1953) ed uno a squadre (Parigi 1957), un argento (a squadre Lussemburgo 1954) e 5 bronzi (fioretto a squadre a Copenaghen 1952, Bruxelles 1953, Roma 1955 e Buenos Aires 1962; fioretto individuale a Parigi 1957). Non partecipò alle Olimpiadi di Melbourne in Australia nel 1956 poiché impegnata nel matrimonio con Gian Giacomo Corno, diventato negli anni rispettatissimo commercialista e aziendalista a Lissone.
Dopo il ritiro da atleta nel 1964, fu Commissario tecnico della Nazionale fino alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Nel 2015 ha ricevuto il Collare d’oro al merito sportivo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti del Coni.
Irene Camber con Mattarella
Per comprendere a pieno la leggendaria carriera di Irene Camber, facciamo notare che sono solo tredici le donne italiane che possono fregiarsi di essere state campionesse olimpiche e campionesse mondiali della stessa specialità: Federica Pellegrini, Valentina Vezzali, Elisa Di Francisca, Giovanna Trillini, Josefa Idem, Jessica Rossi, Diana Bacosi, Paola Pezzo, Alessandra Sensini, Deborah Compagnoni, Stefania Belmondo, Gerda Weissensteiner.


Al funerale di Irene Camber, con la chiesa gremita, il figlio
Fabio Corno, già mio professore di economia aziendale in Bocconi, dopo aver ricordato quante persone provano gratitudine verso Irene, donna che si è spesa per gli altri, ha letto una poesia di Giulio Camber Barni (1891-1941), dal titolo "Il passato" (nel 1950 Mondadori pubblicò “La Buffa”, una sua raccolta di poesie con una lunga prefazione del più importante dei poeti triestini, Umberto Saba):.

La sera, quando suonan le campane,

la voce del Passato mi torna

con una profonda tristezza.

Ed io mi volgo allora

per dirgli qualche cosa,

e per guardarlo a lungo

nei suoi occhi d’arcobaleno.

Giulio Camber Barni

E lui, con la sua voce,

non parla, eppur lo sento

come mi dice con gli occhi:

“ti perderò nella notte;”

Io sento come mi chiede:

“perché tu m’abbandoni”?

Io lo vorrei trattenere

perchè gli voglio bene:

siamo vissuti insieme;

e intanto avanza lo stuolo dell’ombre:

bisogna partire.

Ed io non vorrei lasciare

la sua mano melanconiosa,

ma la notte l’afferra

ed io brancolando lo cerco,

e non lo trovo più.

E allora mi par di sentire,

nel vento una voce che piange,

come di mio padre,

e non capisco se sia

la sua oppure la mia.

 

La mela non cade mai lontana dall'albero, le generazioni si susseguono e ognuno porta avanti la propria storia. Il passato non deve essere visto con retrotopia e spirito nostalgico, bensì come uno stimolo, ascoltando le voci - sagge - di chi ci ha preceduto.

Camber con le fiorettiste d'oro a Milano (2023)

La vita di Irene Camber deve fungere da esempio non solo per figli e nipoti (8 nipoti e 3 bisnipoti, tanta roba), ma per tutti noi, consapevoli che nella vita bisogna impegnarsi in modo serio, competere - ma con grande correttezza -, aiutare gli altri ogni qualvolta ci è possibile.

Un forte abbraccio a Fabio e ai suoi fratelli.

Cara Irene, le sia lieve la terra.

sabato 23 settembre 2023

Omaggio a Giorgio Napolitano, gigante della politica, formidabile europeista


La morte di Giorgio Napolitano a 98 anni - nato a Napoli il 29 giugno 1925 - lascia un vuoto enorme in un Italia inebetita dai politicanti di oggi, che ogni giorno ci sorprendono con delle proposte dove mancano completamente i contenuti.

"Il mio comunista preferito", lo ha definito Henry Kissinger. "Molto più rosa che rosso", dissero al Congresso americano quando gli diedero finalmente il visto nel 1980, quando scoprirono la forza delle idee del politico italiano.

Iscritto al PCI fin dal 1944 - dopo aver conosciuto Giorgio Amendola, "energia allo stato puro"-  non fu mai segretario del partito. Troppo moderno in un partito con lo sguardo rivolto all'indietro. Michele Serra scrisse su Tango, l'inserto satirico dell'Unità: "E' gradito agli intellettuali moderati, alla Nato, a Veca, al Psi, agli imprenditori liberal, a Scalfari: se piacesse anche ai comunisti sarebbe segretario da un pezzo". 


Giuliano Amato, in occasione del suo ultimo compleanno, ha scritto: "Napolitano era stato fra i non pochi giovani italiani entrati durante la guerra nel partito comunista, non perchè attratto da Lenin o dall'Unione Sovietica, ma perchè il partito gli parve l'organizzazione più adeguata per combattere il fascismo. Non a caso molti anni più tardi avrebbe preso sempre più consistenza in lui, e grazie a lui, la prospettiva di un innesto dello stesso partito comunista nel grande filone del socialismo europeo. Fu una prospettiva per affermare la quale il "migliorista" Napolitano subì diverse sconfitte, e tuttavia fu lui a renderla concreta promuovendo l'ingresso di Altiero Spinelli (colui che con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrisse nel 1943-4 - esilio fascista a Ventotene il "Manifesto per un'Europa libera e unita") nel primo Parlamento europeo eletto dai cittadini, come indipendente nella lista del PCI. Il patrimonio culturale del riformismo veniva così legato all'ideale europeo".

E' stato un onore per me conoscere Giorgio Napolitano, il quale, dopo aver letto il mio primo volume su Paolo Baffi - Parola di Governatore (Aragno, 2013) - volle conoscermi, raccontandomi il suo rapporto con il governatore. con il quale - da responsabile economico del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta - ha avuto modo di confrontarsi. A fronte della mia passione, mi diede in visione il suo carteggio col governatore, con queste parole: "Ho gelosamente conservato le lettere e i tanti biglietti inviatimi negli anni da Baffi e mi fa piacere che questo materiale possa essere proficuamente utilizzato per meglio far conoscere la sua figura e il ruolo da lui svolto in un momento difficile della nostra vita pubblica.


Napolitano volle sapere come giunsi all'"ossessione per Baffi", a questi studi "matti e disperatissimi. Una volta, il 26 ottobre 1996, mi scrisse: "Grazie per la felice pervicacia con cui lei continua a reagire nei fatti alla incredibile - proprio incredibile - non conoscenza o sottovalutazione di scelte e contributi di Baffi "nell'interesse pubblico".

Quando lo conobbi, capii immediatamente la profonda cultura che lo pervadeva. Non è un caso che i discorsi parlamentari - ai quali dedicava giorni e giorni di studio nella sua biblioteca - sono un esempio di chiarezza e di saggezza. 

Fui anche colpito dal suo amore per Thomas Mann (che contraddistinse anche mio padre, infatti mi chiamo Beniamino perchè al tempo mio padre era preso dalla lettura di "Giuseppe e i suoi fratelli"). Nell'introduzione al volume di Thomas Mann "Moniti all'Europa" (Mondadori, 2017), Napolitano ricorda alcuni passaggi chiave degli scritti di Mann negli anni del nazismo: "Non si è tedeschi se si è nazionalisti. Ma l'odio tedesco non si rivolge, dal punto di vista spirituale, contro gli ebrei stessi, o non a loro soltanto: si rivolge contro l'Europa e contro le fondamenta classiche e cristiane della civiltà occidentale". E ancora; "La profonda convinzione...che nulla di buono può derivare, nè per la Germania nè per il mondo, dall'attuale regime tedesco, questa convinzione mi ha spinto a evitare il Paese nella cui tradizione spirituale sono ...profondamente radicato".

L'impatto è fortissimo - scrive Napolitano - la reazione del regime è drastica. Al più grande scrittore di lingua tedesca viene strappata la cittadinanza tedesca, e addirittura cancellata la laurea ad honorem conferitagli dall'Università di Bonn....Arriva il sequestro, che lo turba profondamente, nell'abitazione di Monaco, dei materiali preparatori del romanzo su Giuseppe e perfino dei suoi "diari segreti"....La lezione di Mann resta incancellabile. Un'Europa che non è diventata tedesca, che si è unita, progredendo straordinariamente, nella libertà e nella democrazia, e che mostra di tendere a una sempre più stretta integrazione sovranazionale (quella che propugna Mario Draghi nel suo ultimo intervento sull'Economist,ndr): un'Europa così fatta può contare su un'autentica Germania europea. Ed è una Germania che dell'Europa è divenuta un pilastro essenziale, attraverso una vera e propria mutazione generazionale e culturale di massa rispetto alle aberrazioni del passato". 


Napolitano chiude così: "Ebbene, non è forse questo il compiersi della profezia annunciata da Mann, il realizzarsi della soluzione e prospettiva - una Germania europea - che ha rappresentato la bandiera, da lui per primo impugnata, in anni di tragico buio per l'umanità?".

Questo era Giorgio Napolitano, un formidabile combinato disposto di politica e cultura. Un gigante. "Ci vogliono decenni per farne un altro così", mi ha scritto la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, il cui racconto del giorno della nomina fatta all'Associazione per il Progresso Economico mi ha commosso.

In occasione della presentazione di un altro mio volume - "Paolo Baffi, servitore dell'interesse pubblico", non solo ha letto attentamente il volume, ma nel suo intervento chiarì il perchè della stima verso Baffi: «Credo si possa dire che il punto di vista di Baffi fosse rappresentativo di una consistente area di opinione, sempre più acutamente consapevole della necessità di un effettivo superamento di quella condizione di democrazia bloccata che ha prodotto guasti così profondi, che ha condotto sull’orlo di un allarmante immiserimento e di una grave degenerazione del sistema politico e della gestione dello Stato, che ha “quasi ghettizzato tante energie intellettuali e morali”.


Luigi Spaventa
In un suo intervento del 2013 presso l’Università Bocconi, in occasione del ricordo di Luigi Spaventa, Napolitano disse riprendendo Franco Debenedetti: “Spaventa contribuì come nessun altro a liberare la sinistra italiana", suggerendole strumenti concettuali più avanzati per l'analisi e il governo delle economie di mercato”.

Napolitano, politico di razza, è andato a ritrovare un intervento del 1993 di Paul Volcker, governatore della Federal Reserve dal 1979 al 1987, in cui - nel centenario della nascita della Banca d'Italia - rimarcò quanto fosse importante avere una banca centrale indipendente dal potere politico e al contempo disposta a rendicontare il proprio operato all'opinione pubblica. E' lo stesso pensiero di Baffi, propugnatore della "battaglia della persuasione" con tutti gli stakeholder coinvolti.
In un momento storico dove le banche centrali sono messe all'indice dai politici a causa dell'inversione della politica monetaria - da accomodante a restrittiva - il modello di indipendenza delle banche centrali deve essere quanto mai mantenuto; altrimenti il rischio è tornare ai tempi dell'inflazione a doppia cifra.

Napolitano si concentrò sulla storia del PCI, che spesso, preda dell’ideologia, perse di vista la logica economica. Nel mio volume si legge: “Con continui e indifferenziati «no» alle proposte di modernizzazione il PCI faceva toccare con mano la propria inadeguatezza a padroneggiare i problemi concreti con soluzioni idonee a un paese industriale. Baffi auspicava l’uscita dal ghetto dell’intellighenzia di sinistra, danneggiata dalla democrazia bloccata, frutto del «bipartitismo imperfetto», spiegato analiticamente da Giorgio Galli.

B. A. Piccone e Giorgio Napolitano

Al termine del suo intervento, il presidente Napolitano si commosse nel considerare Baffi una delle persone per il quale ha avuto il maggior rispetto nella sua vita. Come all'università Bocconi nel settembre 2013 quando Napolitano ricordò Luigi Spaventa, economista di rango con il quale lo stesso Baffi intrattenne un carteggio che magari un giorno meriterebbe la pubblicazione integrale: "Quanto più tu abbia la ventura di inoltrarti, in età avanzata, nel tuo percorso di vita, tanto più avverti il vuoto di quelle che sono state presenze assai care, venute meno via via nel corso degli anni : e finisci per avere quasi il senso del dissolversi del tuo mondo come sfera di affetti radicati e di comunanze essenziali. E quel che allora può soccorrerti è il ricordo che ridiventa vita come qui oggi, è il sentire vicine figure, storie, pensieri che ancora possono accompagnarti. Per me la figura, come poche altre, di Luigi Spaventa".

I giornali internazionali questa mattina hanno voluto ricordare il capolavoro politico compiuto da Presidente della Repubblica nel 2011 quando l'Italia governata da Silvio Berlusconi rischiò di fallire con lo spread BTP-Bund andato alle stelle. La nomina nell'estate dell'economista Mario Monti e il successivo incarico a novembre - successivo alle dimissioni di Berlusconi - rappresentano uno dei tanti successi di Giorgio Napolitano. Sono in molti a pensare che allora Napolitano salvò l'Italia dal default.


E' giusto ricordare che Napolitano, nel trentennale dell'uccisione di Aldo Moro, volle istituire la Giornata delle vittime del terrorismo. Si era esagerato nel parlare dei terroristi, era ora di dare spazio alle voci delle vittime. L'abbraccio tra Gemma Capra - vedova del commissario Calabresi - e Lucia Rognini - vedova di  Pinelli, l'anarchico morto in Questura dopo la bomba di Piazza Fontana - fu commovente e significativo di un Paese che deve riappacificarsi dopo i tremendi anni di piombo e dell'eversione nera.


Chiudo con le parole di Antonio Funiciello, già capo di Gabinetto dei governi guidati da Paolo Gentiloni e Mario Draghi: "Difficile spiegare cosa sia stato per tanti di noi Giorgio Napolitano. Difficile spiegarlo oggi che quel noi non esiste più. Un dolore la sua morte".

Un forte abbraccio a Clio Napolitano, donna volitiva - da avvocato difese i braccianti sfruttati dai proprietari terrieri del Sud - arguta e molto simpatica (peraltro cercava sempre cercare di sgominare la scorta quando usciva per Roma, emanando un forte desiderio di libertà).

La terra ti sia lieve, caro Napolitano. 


martedì 2 agosto 2022

Angela Fresu, tre anni ancora da compiere, la più giovane vittima della Strage di Bologna del 2 agosto 1980


Il 2 agosto 1980, alle 10.25, un attentato di matrice eversiva nera ha sconvolto la città di Bologna e tutta Italia. Ancora oggi l’orologio che si affaccia sul piazzale della Stazione, luogo della strage, segna simbolicamente quell’ora. Eugenio Scalfari, il giorno dopo la strage di Bologna, scrisse: «Sin dall’inizio, un elemento era apparso chiaro: la strage portava il timbro tipico dell’attentato nero, del massacro indiscriminato che non ha altro obiettivo fuorché quello di destabilizzare la struttura civile del paese, esasperare gli animi, gettare nella confusione gli apparati dello Stato, diffondere disperazione e frustrazione» (Un demonio manovra questa follia, in «La Repubblica», 3 agosto 1980). 

Leo Valiani, grande italiano, in una lettera al già Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, scrisse - dopo aver rievocato la Resistenza a fianco di Parri: «Tutti gli italiani onesti, desiderosi di poter lavorare tranquillamente, Le devono profonda riconoscenza. Che non la esprimano, è un altro discorso. La vita pubblica italiana conosce solo di rado la gratitudine. Ci sono poi i faziosi. Ma Dio non paga il sabato. Avrà visto che fine ha fatto il figlio d’uno di quei giudici. Se non l’avessero favorito, potrebbe essere ancora in vita e così le sue vittime. Pace ora all’anima sua» (Archivio Storico Banca d’Italia, Carte Baffi).
L’espressione di Valiani «se non l’avessero favorito» è legata alla gestione della Procura di Roma, dove Alessandro Alibrandi (nome di battaglia «Alì Babà») godeva di alte protezioni, da considerarsi di una gravità inaudita visto che i NAR assassinarono varie personalità dello Stato, magistrati e funzionari e agenti di polizia; per di più, secondo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione del 23 novembre 1995, membri apicali dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari, terroristi di destra) come Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini furono gli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980 che causò la morte di 85 persone e più di 200 feriti, tra cui la piccola Angela Fresu, tre anni ancora da compiere. 
Il cadavere della madre di Angela, Maria Fresu, ventiquattro anni, non venne trovato. Solo alcuni mesi dopo fu rinvenuto un brandello del suo corpo sotto un treno. Probabilmente la donna si trovava in sala d’aspetto sopra la bomba che la disintegrò. Cfr. Emilio Marrese, «Io sopravvissuta alla bomba, quel boato mi tormenta ancora», in «La Repubblica», 2 agosto 2015. 

Bene ha fatto il Comune di Bologna a ricordare tutte le vittime con dei sanpietrini, anche sui social. Ad esempio, sulla pagina Instagram del Comune ci sono le targhe con tutti i nomi e l’età delle 81 vittime, colpevoli solo di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chiudo con una poesia di Roberto Roversi, Notizia: 

 Bologna 2 agosto ore 10.25 
 Senza un fiato di vento 
il cielo ha buttato 
 Un grido tremendo 
 Un sole nero corre per le strade 
 Io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco

mercoledì 1 giugno 2022

La credibilità del Paese è l’ancora di salvataggio per lo spread, così Visco nelle sue Considerazioni finali


Il governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali ha ancora una volta ribadito alcuni punti fermi per una politica economica adeguata. Non poteva mancare un passaggio sullo spread Btp-Bund, metro di misurazione della credibilità del Paese, ultimamente in decisa crescita. Ignazio Visco argomenta così: “Nelle ultime settimane abbiamo però (nonostante il rapporto debito/pil sia in discesa per il 2022/2023, ndr) osservato un aumento del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, che ha ripetutamente superato, per i decennali i 200 punti base (alias 2%, ndr). Questo brusco incremento non riflette improvvisi cambiamenti nelle condizioni di fondo dell’economia: la posizione netta sull’estero è robusta, i produttori italiani competono con successo sui mercati di sbocco, è contenuto nel confronto internazionale l’indebitamento delle famiglie e delle imprese”. E allora perché lo spread è salito? “L’incremento – chiosa Visco – richiama l’attenzione sulla fragilità strutturale rappresentata dall’alto livello del debito pubblico; conferma la necessità di proseguire senza incertezze sul sentiero di graduale rafforzamento dei conti pubblici”.

Il dato saliente è relativo al differenziale crescente verso Spagna e Portogallo, Paesi con i quali ci siamo sempre confrontati e con i quali abbiamo per lungo tempo mantenuto uno spread positivo. La politica conta, evidentemente. Il quadro politico italiano è più fragile. Gli investitori si chiedono chi succederà a Mario Draghi dopo le elezioni dell’anno prossimo. Il timore è legato ai bipopulismi, di destra (duo Salvini-Meloni), e di sinistra (Movimento 5 Stelle), entrambi portatori di provvedimenti gravosi per le casse pubbliche. Come scrive Visco, “In Italia l’alto debito pubblico riduce i margini a disposizione. Gli interventi di bilancio devono essere ben mirati e ben calibrati per massimizzarne l’efficacia e contenerne il costo”. Qui, non troppo velatamente, il governatore fa riferimento a quei provvedimenti – ecobonus, bonus di vario tipo, cashback – che sono stati disegnati in modo da favorire le classi agiate e incapaci di ridurre la povertà relativa e assoluta (vedasi dati recenti dell’Istat). E’ quindi necessario “non abbassare la guardia, mirando, nel medio termine, a un avanzo della spesa per interessi e puntando a uno stabile incremento della capacità di crescita dell’economia”.

Ignazio Visco

Da Via Nazionale, nei decenni, sono piovuti moniti per evitare che la spesa corrente e il debito pubblico esondassero. Ma la politica è rimasta sorda. E’ opportuno citare Carlo Azeglio Ciampi, governatore dal 1979 al 1993 (quando venne chiamato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a guidare il governo), che ricordò più volte quanto conta la credibilità delle manovre del governo. Nel 1996, dopo il summit Spagna-Italia, che produsse la necessità di accelerare nella riduzione del deficit, Ciampi (da Ministro del Tesoro) agì con risolutezza: “Il piccolo miracolo consistette nel prendere alcune misure credibili di politica economica, che produssero un rapido ridursi del differenziale di tasso di interesse tra l’Italia e la Germania e quindi una riduzione dell’onere complessivo per interessi (Da Livorno al Quirinale, il Mulino, 2010, p. 162).

Interventi calibrati, più investimenti e meno spesa corrente improduttiva. Solo così potremo avere un percorso di sviluppo sano, una crescita più forte, l’unica vera arma per ridurre durevolmente il rapporto debito/pil.

giovedì 14 aprile 2022

Ciao mamma, ti ricorderò sempre con un sorriso

Mia mamma Giancarla se n'è andata, a 86 anni. Un tumore al cervello, scoperto per caso dieci giorni fa, ha purtroppo battuto in brevissimo tempo la sua resistenza ferrea. Nata il 16 giugno 1935, ha vissuto tra due secoli con vivacità e intelligenza. Insegnante di lettere alle scuole medie, ha allevato generazioni di studenti che l'hanno amata per la sua passione, l'anticonformismo, la dedizione per i meno fortunati, il supporto dei più deboli. 

L'ingiustizia per lei era insopportabile e ha lottato sempre per aiutare chi non aveva i mezzi. Ricordo ancora un suo scolaro, Pasquale, il cui padre rinunciò ad acquistare la macchina per consentire al figlio, "capace e meritevole" (come dice il dettato costituzionale), di frequentare il liceo e l'università. Erano millanta gli studenti con cui rimaneva in contatto ben oltre l'iter scolastico. 

Mi ricordo ancora di quando insegnava al Quartiere degli Olmi (nella periferia milanese) e un suo allievo arrivava sempre stanchissimo a scuola. Dormiva sul banco perchè era costretto ad aiutare il padre, fioraio, che tagliava i gambi delle rose alle 5 del mattino. Giancarla diceva: "Non si possono valutare nello stesso modo persone che hanno situazioni familiari completamente differenti". Giancarla era capace anche di stimolare i ragazzi eccellenti, che faceva partecipare a concorsi del Comune, che spesso vincevano. Negli anni Ottanta casa nostra era spesso piena di studenti che lavoravano in gruppo. Una atmosfera briosa e fonte di felicità per tutti. Il suo impegno era fortissimo. Le piaceva molto stare coi giovani. 

Come madre, Giancarla, chiamata Ginca in famiglia, ha sempre spinto per l'indipendenza e l'autonomia. Credo mi abbia dato le chiavi di casa a 7 anni. Con mio fratello Alessandro e altri amici più grandi eravamo autorizzati fin da ragazzi ad andare fino a Corsico in bicicletta.
Insegnava e, al contempo, aiutava mio padre a raccogliere la pubblicità per la sua rivista "Autoservice", incentrata sul mondo della meccanica automobilistica. Un giorno, nell'ottobre 1979, dietro mia insistenza, riuscì pure a trovare due biglietti per il derby. Pioveva che Dio la mandava, io e lei prendemmo veramente tanta acqua, nei "distinti" scoperti. Ma la doppietta di Evaristo Beccalossi mi rese tanto felice. La stagione 1979-80 fu poi l'anno dello scudetto dell'Inter di Eugenio Bersellini.
Giancarla in braccio a sua mamma 
Questa la cronaca della partita di Gianni Brera (tratta da "Derby!, Baldini e Castoldi, 1994): "Due gol fortunati consentono allegri pensieri....Dopo anni di ciste anche mortificanti, l'Inter ha rivinto il derby con lo stesso punteggio che le ha portato l'ultimo scudetto. Il 184° derby ha riempito lo stadio oltre il lecito (79.000 più i portoghesi di sempre): solo un arbitro dotato di senso fino alla follia avrebbe rinunciato a dirigerlo per impraticabilità del campo: Menicucci non è stato folle e ha indotto le nostre benamate a nuotare in proibitive pozzanghere...".
A fronte di mamme che non lasciano spazio ai figli, Giancarla ha sempre puntato sulla responsabilità, sul rendere conto (accountability spinta, quindi) come modo di vivere. Non avere mai paura del futuro, crederci sempre, questo era il suo mantra. Io e Ale ne abbiamo certamente beneficiato.

Giancarla è sempre stata una gran disordinata, la casa era sempre stracolma di carte, giornali, compiti in classe, documenti, registri di classe (anche di anni precedenti). Mio padre un giorno appese alla parete della cucina un articolo di Francesco Alberoni dal titolo "Chi ama il disordine è un despota". Il messaggio era diretto e incisivo. Ma non riuscì neanche lui a cambiare le cose. Il disordine regnava sovrano e ha sempre avuto timore di invitare gente a casa: avrebbero visto con i loro occhi il marasma imperante. Un anno la lavatrice si ruppe e si allagò il ripostiglio dove giacevano dei compiti in classe da correggere. Io chiesi: "Mamma, ora come fai?", Lei serafica disse che gli studenti si sarebbero dimenticati del compito fatto e che lo avrebbe sostituito con un altro tema in classe. Flessibilità, prima di tutto.
Quando mi capitò di partecipare ad una caccia al tesoro e serviva un quotidiano di 20 anni prima, ero certo che Giancarla (il mio amico Pier Francesco la chiamava sorridendo "Giancalma" perchè era sempre agitata) fu in grado di trovarlo. 
Il suo amore per libri e giornali me lo ha tramesso in toto. Quando finii di scrivere il volume "L'Italia: molti capitali, pochi capitalisti" (Il Sole 24 Ore editore), stimolato da Guido Roberto Vitale (persona straordinaria), non esitai a scrivere questa dedica: "Ai miei genitori, Piero e Giancarla, per avermi fatto amare libri e giornali". 
Quando alla fine della stesura delle bozze, il mio discussant nonchè prefatore Francesco Giavazzi, mi invitò a consultare un volume introvabile, mandai Giancarla alla Biblioteca Sormani, dove era di casa. Era felice di aiutarmi.
Da insegnante anche di storia, per lei era importante conoscere anche la storia contemporanea e le vicende più anguste, dove persone incolpevoli subivano la peggio, o dove persone serie risultavano vittime dei poteri occulti.
Fin da giovane Giancarla mi ha portato a conoscere il mondo criminale (alle presentazioni di libri o al Circolo Società Civile, guidato da Nando Dalla Chiesa), a cui bisognava opporsi con tutte le forze. Mi ricordo benissimo quando partecipammo ad un incontro dove i giudici Guido Viola, Giuliano Turone e Gherardo Colombo raccontavano le vicende di Michele Sindona e dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli.E' anche per questo motivo che mi sono appassionato alla vita di Paolo Baffi, a cui ho dedicato anni di ricerca e studio, nonchè ben quattro volumi con l'editore Nino Aragno (a cui voglio molto bene). L'ingiustizia che ha colpito il "Governatore della Vigilanza" grida vendetta al cielo. Il dispositivo della sentenza di pochi giorni fa che ha condannato Paolo Bellini come esecutore della strage di Bologna del 2 agosto 1980 evidenzia gli stessi nomi e cognomi protagonisti dell'attacco politico giudiziario alla Banca d'Italia del 1979 (Licio Gelli, capo della Loggia P2, Mario Tedeschi, direttore del "Borghese"). 
Quando il 3 settembre 1982 la mafia assassinò Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo, trovai (il giorno dopo) mia madre in cucina in lacrime con "Repubblica" tra le mani. Leggere Giorgio Bocca per Giancarla era uno modo di essere, la preghiera laica del mattino cara a Hegel. 

Senza "La Repubblica" e "L'Espresso" lei non riusciva a vivere. Il confronto in casa era sempre vivo, non c'erano tabù, si poteva discutere di tutto. Gli eventi tragici della storia italiana (quanti!) erano spesso al centro delle discussioni. Non so quante volte discutemmo della bomba eversiva di Piazza Fontana, che vide anche un suo cugino, Riccardo Carini, presente nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, e miracolosamente ferito solo leggermente. Giancarla divenne amica anche di Patrizia Pizzamiglio, la giornalaia di Piazza Bolivar (dalle mie ricerche, e anche secondo Ginca, ho appurato che l'edicola le venne assegnata grazie all'intervento di Giulia Maria Crespi, allora azionista di maggioranza del Corriere della Sera), che col fratello venne colpita in pieno dall'esplosione mentre erano allo sportello a versare una cambiale per conto della madre.
Per non parlare delle ruberie e degli scandali. Era il 1987, ben prima di Tangentopoli, quando Bocca scrisse: "Era possibile nel West sopravvivere senza violare la legge? E oggi è possibile non rubare in Italia? Dite seriamente, è possibile?".
Qualche tempo fa chiesi a Giancarla se avesse qualche rimpianto. Mi rispose immediatamente di no: "Volevo due figli, magari dei nipoti e ne ho avuto ben 4, volevo insegnare e ci sono riuscita, volevo una vita piena e mi sento fortunata. Ho amato tuo padre per un bel periodo". Quando mio padre si ammalò nel 1989, lo curò con una dedizione mostruosa fino all'ultimo istante (e mia zia Milli, amorevolmente veniva ogni sabato a preparare pranzi superlativi).
Io le feci notare che l'economista Mario Deaglio (marito di Elsa Fornero, a lei va tutta la mia stima) dimostrò come i nati nel 1935 fossero una generazione assai fortunata: hanno evitato la Prima Guerra Mondiale, sfiorato da piccoli la Seconda, studiato e da laureati hanno potuto vivere nel più florido periodo - il cosiddetto "Miracolo economico" - della storia italiana. Per poi andare in pensione col (favorevole) metodo retributivo. 
A proposito di calcolo della pensione, quando venne il momento di abbandonare l'insegnamento Giancarla fu letteralmente costretta a rinunciare poichè lei sarebbe andata avanti ancora per decenni. Non si rassegnò e andò a insegnare nelle scuole che intendessero avvalersi di lei. Sempre senza ricevere alcun compenso. E sempre con un occhio verso i ragazzi meno fortunati o con situazioni disagiate. 

Il grande dispiacere per me è stata la velocità della sua presenza/assenza. Fino a pochi giorni fa era con noi a ridere e scherzare e ora non c'è più. Proprio poche settimane fa aveva partecipato a un aperitivo a casa mia con Stefano e Franco, amici bocconiani della #Leva89. Aveva detto loro: "Ma non vi ricordate il motto bocconiano trovato su un muro intorno alla nuova sede della Bocconi dopo il trasferimento da Largo Treves? Ci siamo tutti guardati e non sapevamo nulla. Allora Giancarla ha ripetuto il motto (attribuito a Gabriele D'Annunzio): "Avrà ragione chi non fu mai stanco e non sarà mai stanco" (fregio trovato all'incrocio delle vie Toniolo e Bocconi). Ma quante ne sapeva!
Giancarla aveva energie da vendere, valeva per lei il motto. In ospedale le ho chiesto: "Sei stanca?". E lei: "No, non sono stanca". Il volto parlava come se volesse dirmi: "Sono stufa di stare così in un letto d'ospedale":

Una delle tante cose singolari è che Giancarla, al momento del pensionamento, venne convocata in Provveditorato poichè i funzionari non credevano che esistesse un docente senza un giorno di malattia in tutta la carriera scolastica. Sì, perchè lei non è mai stata a casa. Mai. Un vero e proprio record. Un senso del dovere notevole, preso anche da suo padre, Carlo Tagliabue, per lungo tempo direttore generale della Pia casa di Abbiategrasso degli Incurabili e degli Schifosi, dove si comportò in modo esemplare. Proprio qualche anno fa, Carlo venne inserito nel Giardino dei Giusti al Montestella per aver salvato dalla persecuzione nazifascista una trentina di donne ebree (facendole entrare nell'Istituto come suore). Il 9 maggio ad Abbiategrasso all'Istituto di Istruzione Superiore Vittorio Bachelet verrà ricordato Carlo Tagliabue; in sua memoria verrà piantato un ciliegio selvatico.

 
Giancarla con figli e nipoti

Avida lettrice, prima di andare a letto, leggeva a me e mio fratello libri di ogni tipo. Io mi ricordo l'Odissea e credo che ci sia un motivo. Per Giancarla il sapere era la fonte della felicità vera. L'approfondimento sui libri era fonte di piacere. La superficialità non era la sua cifra. L'astuto Ulisse era sì attirato dalle sirene ma anche capace di resistere alla seduzione di una immediata felicità per proseguire verso la conoscenza.
La televisione la guardava, ma con minor interesse. L'ultima cosa che mi ha detto sul letto del Fatebenefratelli, dove l'hanno curata con dedizione e gentilezza, è stata "No, la televisione non mi manca". Una risposta proprio da Giancarla, secca e decisa. Come dire, se devo sorbirmi Orsini, Travaglio e gli altri amici di Putin, meglio lasciar perdere. Mi ha ricordato "L'homo videns" di Giovanni Sartori.
Un altro libro che mi ricordo ci lesse era  di Reinhold Messner, che per primo andò - con Peter Habeler nel 1978 - sull'Everest senza bombole di ossigeno.
Il metodo migliore per far leggere i figli. L'ho fatto anche io con i miei, e diciamo che sono dei buoni lettori. Mio figlio Francesco, ormai diciassettenne si ricorda ancora di quando gli leggevo "Perchè mi chiamo Giovanni" (di Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport e bravo scrittore), la storia di Giovanni Falcone. Giancarla per anni è andata a prendere i suoi nipoti all'asilo e a scuola portando sempre delle merende sane: Lei andava a rifornirsi a "NaturaSì" fin dagli anni Ottanta. Per rifocillare i nipoti portava fragole, prugne, ciliegie (anche fuori stagione). Mai e poi mai focacce "unte e bisunte". L'ambiente prima di tutto. Non si contano le volte in cui Giancarla intimava alle persone in attesa con le vetture ferme in seconda fila di "spegnere il motore che inquina". 

Per lei il libro non andava solo letto, ma si doveva cercare di conoscere direttamente gli autori. Per cui lei era una patita delle presentazioni dei libri. La Feltrinelli era casa sua. Un giorno vidi sul cassettone del corridoio un biglietto da visita dell'allora amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. Le dissi in modo deciso: "Ma mamma, tu conosci Profumo e non mi dici niente? Lo sai che lavoro nel mondo della finanza. Potevi dirmelo!". Lei rispose che lo aveva importunato al termine di un incontro alla Casa della Cultura (luogo di dibattiti interessanti - a lei piaceva ascoltare il padre della psicanalisi italiana Cesare MusattiSilvia Vegetti Finzi - inaugurata nientepopodimeno che da Ferruccio Parri il 16 marzo 1946), quando fece notare al famoso CEO che nei cartelloni pubblicitari fuori dagli sportelli bancari il lessico e in generale il linguaggio usato erano nettamente migliorabili. Credo che mai nessuno abbia fatto un rilievo così a un banchiere, per cui Profumo le disse: "Mi venga pure a trovare che ne parliamo". Ecco, Giancarla era questo, andava dal suo interlocutore e lo colpiva con un rilievo impensato, una frase memorabile. Come mi hanno detto in molti nel corso della sua vita, "Giancarla è un personaggio".

Giancarla non ha mai sciato, ma ha sempre amato la montagna, contraddistinta dall'"aria buona". Se adoro sciare (a Champoluc, dove ci portava fin da piccoli) lo devo a lei (mia figlia Allegra ama lo sci sopra ogni altra cosa, per cui la tradizione familiare va avanti) che - grazie alla sua scolara prediletta Laura Ferrari e suo padre Dino - ci iscrisse al Gruppo Amici della Montagna (GAM), che ogni domenica, partendo da piazza Napoli con miriadi di ragazzi (tra cui il mio caro amico Vitt Vitt), ci portava nel freddo polare di La Thuile. Che giornate epiche di freddo e risate abbiamo vissuto io e mio fratello Alessandro

Faccio mie le parole di Gigi, il marito di sua cugina Angela a cui era molto affezionata, che mi ha scritto un bel messaggio: "Il suo ineluttabile venire meno è testimonianza per tutti noi del tempo che passa e dell'avvicendarsi di generazioni e vita che non per questo vengono scordate ma restano nella memoria individuale e come parte stessa di noi".

Cara mamma, faccio fatica a trattenere le lacrime, ma intendo ricordarti con un sorriso, lo stesso che avevi a seguito di una tua battuta irriverente. 

Ti sia lieve la terra.

venerdì 10 dicembre 2021

La Bocconi negli anni Novanta, un amore pervasivo, segreteria telefoniche in azione, che tempi!

Il tempo passa per tutti, anche per noi bocconiani, orgogliosi di aver frequentato l'unica università italiana che non necessita di specifiche. La Bocconi è la Bocconi. Punto. Laura Spotorno, maritata Suàrez, si è cimentata nel 1995 in un romanzo su cui poi ha deciso di rimettere mano nel 2020 e pubblicare nel 2021, stimolata dal magico mondo di "Leva 89", l'Associazione dei bocconiani (quorum ego) che si pone l'obiettivo di restituire qualcosa di serio a chi giustamente vuole ancora avere fiducia nel nostro Paese. Ambientato negli anni Novanta, dove non squillano i cellulari, bensì le voci raccolte nelle segreterie telefoniche, "Uomini in grigio" racconta una storia d'amore tra Rebecca - la protagonista - e Alexander (Ale), un giovane investment banker spagnolo, intrigante e pieno di sorprese. Per chi ha frequentato la Bocconi negli anni Novanta, questo volume è un viaggio proustiano. Spotorno scrive: "...di pomeriggio cercavo articoli introvabili in biblioteca". Altro che google! Contava la ricerca certosina del volume all'interno del quale si cercava vanamente il modo di scoprire i segreti del mondo. Quanti giorni passati in biblioteca per redigere la tesi di laurea! O studiare concentrati per un esame.
Nel meraviglioso "Memorie di Adriano", Marguerite Yourcenar scrive: "Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti".
Un altro ricordo sulle biblioteche viene da Ottorino Beltrami che ha lavorato per anni a fianco di Adriano Olivetti a Ivrea: "Ho assistito a una riunione nella biblioteca...quella sera c'era Gaetano Salvemini e il tema era la ricostruzione del Paese e della democrazia. Dopo un breve intervento dell'ospite, iniziava la discussione che durava fino a tardi. Parlava Adriano Olivetti e parlavano gli operai, mi sorprese l'estrema libertà e democrazia con cui tutti interloquivano. Molti avevano fatto solo le elementari, però erano persone intelligenti e lo si capiva dalle cose interessanti che dicevano. Adriano parlava come fosse uno dei tanti: lo interrompevano anche. Non ho visto un simile esempio di democrazia neppure in America, erano tutti eguali, una cosa emozionante, da far venire i brividi".
In occasione dell'inaugurazione della sala di lettura e dell'intitolazione a Paolo Baffi della biblioteca della Banca d'Italia, il governatore di allora Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento citò Ortega Y Gasset (La missione del bibliotecario, Sugarco, 1984): "L'occuparsi di raccogliere, ordinare e catalogare i libri non è un comportamento meramente individuale, ma è un posto, un topos o luogo sociale indipendente dagli individui, sostenuto, richiesto o deciso dalla società come tale non soltanto dalla vocazione occasionale di questo o di quell'uomo". Ma come è questo "uomo in grigio", Alexander Moreno, (con le scarpe nere, le Church, di rigore londinese) di cui si innamora Rebecca? "Lo sguardo era assorto, quello sguardo penetrante, intenso, che hanno gli uomini molto intelligenti quando sono pensierosi". Amanda, la più cara amica di Rebecca, cerca di dissuaderla, ma quando si è innamorati, il ragionamento cosa vale?: "E' fondamentale che tu non perda la testa per un tipo così, perchè sarebbe capace di manovrarti come vuole, di fare il bello e il cattivo tempo, prenderti e lasciarti dall'oggi al domani...Guarda che io ne conosco un po' di quei finanzieri, sono arrivisti...ma venderebbero anche le loro madri in cambio della chiusura di un deal". Rebecca è seria, studiosa, impegnata in modo maniacale nella stesura della tesi. Al contempo aspira a una relazione basata su "equilibri superiori", quella situazione in cui prevale la condizione di armonia con un'altra persona. Quando esistono vere e proprie affinità elettive". Era più difficile incontrarsi senza cellulari? Forse si rispettavano di più gli appuntamenti fissati. Divertente ricordarsi di appuntamenti mancati. O di una cosa così: "Posando il ricevitore mi caddde l'occhio sulla segreteria telefonica: la spia rossa lampeggiava". Che tempi! Un passaggio storico mi ha fatto ricordare il terribile primo trimestre del 1995 sui mercati della lira e dei tassi di interesse. L'autrice spiega come la Banca d'Italia nel 1995, guidata allora da Antonio Fazio - definito dall'imprenditore Diego Della Valle lo "stregone di Alvito" - fu costretta ad alzare i tassi di interesse per fermare la caduta della lira (uscita sine die nel settembre 1992 dal Sistema Monetario Europeo), che si schiantò contro marco a quota 1.200. Repubblica il 17 febbraio 1995 titola: "Lira nel dramma, cede anche la borsa. Elena Polidori scrive: "La lira vive il giorno più drammatico della sua storia. Stretta tra le incertezze sulle sorti della manovra (governo guidato da Lamberto Dini, dopo la caduta del governo Berlusconi I)e la debolezza del dollaro, tocca sul marco il minimo di tutti i tempi, infrange ogni regola psicologica. La Banca d'Italia deve intervenire in suo sostegno".
Sarà poi l'allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nel novembre 1996 a negoziare il rientro della lira nello SME, decisione fondamentale (vedasi parametri di Maastricht) per l'ingresso dell'Italia nel primo gruppo di Paesi aderenti all'euro. Rebecca, che ama la musica e canta, abbassa la corazza e si lascia andare ai tempi sincopati e ristretti degli incontri furtivi con Ale, sempre impegnato in un lavoro massacrante. "Era la prima volta che mi capitava di sentirmi così mentalmente dipendente a un uomo". Rebecca vive anche la crisi matrimoniale dei suoi genitori che vivono ad Amsterdam, dove si reca in estate per stare con suo padre. L'Europa è la nostra casa. Un giardino fiorito. Un mondo che dove ci troviamo bene. Ma come finisce la storia di Rebecca e Ale? Donate almeno 15 euro (più le spese di spezione) per avere il libro di Laura Spotorno. Se scrivete ad associazioneleva89@gmail.com otterrete tutto. Il finale è degno di un noir e quindi, per correttezza, non ve lo diciamo. P.S.: il ricavato delle tiratura va all'Opera San Francesco (OSF): ogni copia mette a disposizione 4 pasti.