sabato 23 settembre 2023

Omaggio a Giorgio Napolitano, gigante della politica, formidabile europeista


La morte di Giorgio Napolitano a 98 anni - nato a Napoli il 29 giugno 1925 - lascia un vuoto enorme in un Italia inebetita dai politicanti di oggi, che ogni giorno ci sorprendono con delle proposte dove mancano completamente i contenuti.

"Il mio comunista preferito", lo ha definito Henry Kissinger. "Molto più rosa che rosso", dissero al Congresso americano quando gli diedero finalmente il visto nel 1980, quando scoprirono la forza delle idee del politico italiano.

Iscritto al PCI fin dal 1944 - dopo aver conosciuto Giorgio Amendola, "energia allo stato puro"-  non fu mai segretario del partito. Troppo moderno in un partito con lo sguardo rivolto all'indietro. Michele Serra scrisse su Tango, l'inserto satirico dell'Unità: "E' gradito agli intellettuali moderati, alla Nato, a Veca, al Psi, agli imprenditori liberal, a Scalfari: se piacesse anche ai comunisti sarebbe segretario da un pezzo". 


Giuliano Amato, in occasione del suo ultimo compleanno, ha scritto: "Napolitano era stato fra i non pochi giovani italiani entrati durante la guerra nel partito comunista, non perchè attratto da Lenin o dall'Unione Sovietica, ma perchè il partito gli parve l'organizzazione più adeguata per combattere il fascismo. Non a caso molti anni più tardi avrebbe preso sempre più consistenza in lui, e grazie a lui, la prospettiva di un innesto dello stesso partito comunista nel grande filone del socialismo europeo. Fu una prospettiva per affermare la quale il "migliorista" Napolitano subì diverse sconfitte, e tuttavia fu lui a renderla concreta promuovendo l'ingresso di Altiero Spinelli (colui che con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrisse nel 1943-4 - esilio fascista a Ventotene il "Manifesto per un'Europa libera e unita") nel primo Parlamento europeo eletto dai cittadini, come indipendente nella lista del PCI. Il patrimonio culturale del riformismo veniva così legato all'ideale europeo".

E' stato un onore per me conoscere Giorgio Napolitano, il quale, dopo aver letto il mio primo volume su Paolo Baffi - Parola di Governatore (Aragno, 2013) - volle conoscermi, raccontandomi il suo rapporto con il governatore. con il quale - da responsabile economico del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta - ha avuto modo di confrontarsi. A fronte della mia passione, mi diede in visione il suo carteggio col governatore, con queste parole: "Ho gelosamente conservato le lettere e i tanti biglietti inviatimi negli anni da Baffi e mi fa piacere che questo materiale possa essere proficuamente utilizzato per meglio far conoscere la sua figura e il ruolo da lui svolto in un momento difficile della nostra vita pubblica.


Napolitano volle sapere come giunsi all'"ossessione per Baffi", a questi studi "matti e disperatissimi. Una volta, il 26 ottobre 1996, mi scrisse: "Grazie per la felice pervicacia con cui lei continua a reagire nei fatti alla incredibile - proprio incredibile - non conoscenza o sottovalutazione di scelte e contributi di Baffi "nell'interesse pubblico".

Quando lo conobbi, capii immediatamente la profonda cultura che lo pervadeva. Non è un caso che i discorsi parlamentari - ai quali dedicava giorni e giorni di studio nella sua biblioteca - sono un esempio di chiarezza e di saggezza. 

Fui anche colpito dal suo amore per Thomas Mann (che contraddistinse anche mio padre, infatti mi chiamo Beniamino perchè al tempo mio padre era preso dalla lettura di "Giuseppe e i suoi fratelli"). Nell'introduzione al volume di Thomas Mann "Moniti all'Europa" (Mondadori, 2017), Napolitano ricorda alcuni passaggi chiave degli scritti di Mann negli anni del nazismo: "Non si è tedeschi se si è nazionalisti. Ma l'odio tedesco non si rivolge, dal punto di vista spirituale, contro gli ebrei stessi, o non a loro soltanto: si rivolge contro l'Europa e contro le fondamenta classiche e cristiane della civiltà occidentale". E ancora; "La profonda convinzione...che nulla di buono può derivare, nè per la Germania nè per il mondo, dall'attuale regime tedesco, questa convinzione mi ha spinto a evitare il Paese nella cui tradizione spirituale sono ...profondamente radicato".

L'impatto è fortissimo - scrive Napolitano - la reazione del regime è drastica. Al più grande scrittore di lingua tedesca viene strappata la cittadinanza tedesca, e addirittura cancellata la laurea ad honorem conferitagli dall'Università di Bonn....Arriva il sequestro, che lo turba profondamente, nell'abitazione di Monaco, dei materiali preparatori del romanzo su Giuseppe e perfino dei suoi "diari segreti"....La lezione di Mann resta incancellabile. Un'Europa che non è diventata tedesca, che si è unita, progredendo straordinariamente, nella libertà e nella democrazia, e che mostra di tendere a una sempre più stretta integrazione sovranazionale (quella che propugna Mario Draghi nel suo ultimo intervento sull'Economist,ndr): un'Europa così fatta può contare su un'autentica Germania europea. Ed è una Germania che dell'Europa è divenuta un pilastro essenziale, attraverso una vera e propria mutazione generazionale e culturale di massa rispetto alle aberrazioni del passato". 


Napolitano chiude così: "Ebbene, non è forse questo il compiersi della profezia annunciata da Mann, il realizzarsi della soluzione e prospettiva - una Germania europea - che ha rappresentato la bandiera, da lui per primo impugnata, in anni di tragico buio per l'umanità?".

Questo era Giorgio Napolitano, un formidabile combinato disposto di politica e cultura. Un gigante. "Ci vogliono decenni per farne un altro così", mi ha scritto la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, il cui racconto del giorno della nomina fatta all'Associazione per il Progresso Economico mi ha commosso.

In occasione della presentazione di un altro mio volume - "Paolo Baffi, servitore dell'interesse pubblico", non solo ha letto attentamente il volume, ma nel suo intervento chiarì il perchè della stima verso Baffi: «Credo si possa dire che il punto di vista di Baffi fosse rappresentativo di una consistente area di opinione, sempre più acutamente consapevole della necessità di un effettivo superamento di quella condizione di democrazia bloccata che ha prodotto guasti così profondi, che ha condotto sull’orlo di un allarmante immiserimento e di una grave degenerazione del sistema politico e della gestione dello Stato, che ha “quasi ghettizzato tante energie intellettuali e morali”.


Luigi Spaventa
In un suo intervento del 2013 presso l’Università Bocconi, in occasione del ricordo di Luigi Spaventa, Napolitano disse riprendendo Franco Debenedetti: “Spaventa contribuì come nessun altro a liberare la sinistra italiana", suggerendole strumenti concettuali più avanzati per l'analisi e il governo delle economie di mercato”.

Napolitano, politico di razza, è andato a ritrovare un intervento del 1993 di Paul Volcker, governatore della Federal Reserve dal 1979 al 1987, in cui - nel centenario della nascita della Banca d'Italia - rimarcò quanto fosse importante avere una banca centrale indipendente dal potere politico e al contempo disposta a rendicontare il proprio operato all'opinione pubblica. E' lo stesso pensiero di Baffi, propugnatore della "battaglia della persuasione" con tutti gli stakeholder coinvolti.
In un momento storico dove le banche centrali sono messe all'indice dai politici a causa dell'inversione della politica monetaria - da accomodante a restrittiva - il modello di indipendenza delle banche centrali deve essere quanto mai mantenuto; altrimenti il rischio è tornare ai tempi dell'inflazione a doppia cifra.

Napolitano si concentrò sulla storia del PCI, che spesso, preda dell’ideologia, perse di vista la logica economica. Nel mio volume si legge: “Con continui e indifferenziati «no» alle proposte di modernizzazione il PCI faceva toccare con mano la propria inadeguatezza a padroneggiare i problemi concreti con soluzioni idonee a un paese industriale. Baffi auspicava l’uscita dal ghetto dell’intellighenzia di sinistra, danneggiata dalla democrazia bloccata, frutto del «bipartitismo imperfetto», spiegato analiticamente da Giorgio Galli.

B. A. Piccone e Giorgio Napolitano

Al termine del suo intervento, il presidente Napolitano si commosse nel considerare Baffi una delle persone per il quale ha avuto il maggior rispetto nella sua vita. Come all'università Bocconi nel settembre 2013 quando Napolitano ricordò Luigi Spaventa, economista di rango con il quale lo stesso Baffi intrattenne un carteggio che magari un giorno meriterebbe la pubblicazione integrale: "Quanto più tu abbia la ventura di inoltrarti, in età avanzata, nel tuo percorso di vita, tanto più avverti il vuoto di quelle che sono state presenze assai care, venute meno via via nel corso degli anni : e finisci per avere quasi il senso del dissolversi del tuo mondo come sfera di affetti radicati e di comunanze essenziali. E quel che allora può soccorrerti è il ricordo che ridiventa vita come qui oggi, è il sentire vicine figure, storie, pensieri che ancora possono accompagnarti. Per me la figura, come poche altre, di Luigi Spaventa".

I giornali internazionali questa mattina hanno voluto ricordare il capolavoro politico compiuto da Presidente della Repubblica nel 2011 quando l'Italia governata da Silvio Berlusconi rischiò di fallire con lo spread BTP-Bund andato alle stelle. La nomina nell'estate dell'economista Mario Monti e il successivo incarico a novembre - successivo alle dimissioni di Berlusconi - rappresentano uno dei tanti successi di Giorgio Napolitano. Sono in molti a pensare che allora Napolitano salvò l'Italia dal default.


E' giusto ricordare che Napolitano, nel trentennale dell'uccisione di Aldo Moro, volle istituire la Giornata delle vittime del terrorismo. Si era esagerato nel parlare dei terroristi, era ora di dare spazio alle voci delle vittime. L'abbraccio tra Gemma Capra - vedova del commissario Calabresi - e Lucia Rognini - vedova di  Pinelli, l'anarchico morto in Questura dopo la bomba di Piazza Fontana - fu commovente e significativo di un Paese che deve riappacificarsi dopo i tremendi anni di piombo e dell'eversione nera.


Chiudo con le parole di Antonio Funiciello, già capo di Gabinetto dei governi guidati da Paolo Gentiloni e Mario Draghi: "Difficile spiegare cosa sia stato per tanti di noi Giorgio Napolitano. Difficile spiegarlo oggi che quel noi non esiste più. Un dolore la sua morte".

Un forte abbraccio a Clio Napolitano, donna volitiva - da avvocato difese i braccianti sfruttati dai proprietari terrieri del Sud - arguta e molto simpatica (peraltro cercava sempre cercare di sgominare la scorta quando usciva per Roma, emanando un forte desiderio di libertà).

La terra ti sia lieve, caro Napolitano. 


martedì 2 agosto 2022

Angela Fresu, tre anni ancora da compiere, la più giovane vittima della Strage di Bologna del 2 agosto 1980


Il 2 agosto 1980, alle 10.25, un attentato di matrice eversiva nera ha sconvolto la città di Bologna e tutta Italia. Ancora oggi l’orologio che si affaccia sul piazzale della Stazione, luogo della strage, segna simbolicamente quell’ora. Eugenio Scalfari, il giorno dopo la strage di Bologna, scrisse: «Sin dall’inizio, un elemento era apparso chiaro: la strage portava il timbro tipico dell’attentato nero, del massacro indiscriminato che non ha altro obiettivo fuorché quello di destabilizzare la struttura civile del paese, esasperare gli animi, gettare nella confusione gli apparati dello Stato, diffondere disperazione e frustrazione» (Un demonio manovra questa follia, in «La Repubblica», 3 agosto 1980). 

Leo Valiani, grande italiano, in una lettera al già Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, scrisse - dopo aver rievocato la Resistenza a fianco di Parri: «Tutti gli italiani onesti, desiderosi di poter lavorare tranquillamente, Le devono profonda riconoscenza. Che non la esprimano, è un altro discorso. La vita pubblica italiana conosce solo di rado la gratitudine. Ci sono poi i faziosi. Ma Dio non paga il sabato. Avrà visto che fine ha fatto il figlio d’uno di quei giudici. Se non l’avessero favorito, potrebbe essere ancora in vita e così le sue vittime. Pace ora all’anima sua» (Archivio Storico Banca d’Italia, Carte Baffi).
L’espressione di Valiani «se non l’avessero favorito» è legata alla gestione della Procura di Roma, dove Alessandro Alibrandi (nome di battaglia «Alì Babà») godeva di alte protezioni, da considerarsi di una gravità inaudita visto che i NAR assassinarono varie personalità dello Stato, magistrati e funzionari e agenti di polizia; per di più, secondo la sentenza definitiva della Corte di Cassazione del 23 novembre 1995, membri apicali dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari, terroristi di destra) come Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini furono gli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980 che causò la morte di 85 persone e più di 200 feriti, tra cui la piccola Angela Fresu, tre anni ancora da compiere. 
Il cadavere della madre di Angela, Maria Fresu, ventiquattro anni, non venne trovato. Solo alcuni mesi dopo fu rinvenuto un brandello del suo corpo sotto un treno. Probabilmente la donna si trovava in sala d’aspetto sopra la bomba che la disintegrò. Cfr. Emilio Marrese, «Io sopravvissuta alla bomba, quel boato mi tormenta ancora», in «La Repubblica», 2 agosto 2015. 

Bene ha fatto il Comune di Bologna a ricordare tutte le vittime con dei sanpietrini, anche sui social. Ad esempio, sulla pagina Instagram del Comune ci sono le targhe con tutti i nomi e l’età delle 81 vittime, colpevoli solo di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chiudo con una poesia di Roberto Roversi, Notizia: 

 Bologna 2 agosto ore 10.25 
 Senza un fiato di vento 
il cielo ha buttato 
 Un grido tremendo 
 Un sole nero corre per le strade 
 Io voglio provare i miei sentimenti come su una lastra di fuoco

mercoledì 1 giugno 2022

La credibilità del Paese è l’ancora di salvataggio per lo spread, così Visco nelle sue Considerazioni finali


Il governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali ha ancora una volta ribadito alcuni punti fermi per una politica economica adeguata. Non poteva mancare un passaggio sullo spread Btp-Bund, metro di misurazione della credibilità del Paese, ultimamente in decisa crescita. Ignazio Visco argomenta così: “Nelle ultime settimane abbiamo però (nonostante il rapporto debito/pil sia in discesa per il 2022/2023, ndr) osservato un aumento del differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, che ha ripetutamente superato, per i decennali i 200 punti base (alias 2%, ndr). Questo brusco incremento non riflette improvvisi cambiamenti nelle condizioni di fondo dell’economia: la posizione netta sull’estero è robusta, i produttori italiani competono con successo sui mercati di sbocco, è contenuto nel confronto internazionale l’indebitamento delle famiglie e delle imprese”. E allora perché lo spread è salito? “L’incremento – chiosa Visco – richiama l’attenzione sulla fragilità strutturale rappresentata dall’alto livello del debito pubblico; conferma la necessità di proseguire senza incertezze sul sentiero di graduale rafforzamento dei conti pubblici”.

Il dato saliente è relativo al differenziale crescente verso Spagna e Portogallo, Paesi con i quali ci siamo sempre confrontati e con i quali abbiamo per lungo tempo mantenuto uno spread positivo. La politica conta, evidentemente. Il quadro politico italiano è più fragile. Gli investitori si chiedono chi succederà a Mario Draghi dopo le elezioni dell’anno prossimo. Il timore è legato ai bipopulismi, di destra (duo Salvini-Meloni), e di sinistra (Movimento 5 Stelle), entrambi portatori di provvedimenti gravosi per le casse pubbliche. Come scrive Visco, “In Italia l’alto debito pubblico riduce i margini a disposizione. Gli interventi di bilancio devono essere ben mirati e ben calibrati per massimizzarne l’efficacia e contenerne il costo”. Qui, non troppo velatamente, il governatore fa riferimento a quei provvedimenti – ecobonus, bonus di vario tipo, cashback – che sono stati disegnati in modo da favorire le classi agiate e incapaci di ridurre la povertà relativa e assoluta (vedasi dati recenti dell’Istat). E’ quindi necessario “non abbassare la guardia, mirando, nel medio termine, a un avanzo della spesa per interessi e puntando a uno stabile incremento della capacità di crescita dell’economia”.

Ignazio Visco

Da Via Nazionale, nei decenni, sono piovuti moniti per evitare che la spesa corrente e il debito pubblico esondassero. Ma la politica è rimasta sorda. E’ opportuno citare Carlo Azeglio Ciampi, governatore dal 1979 al 1993 (quando venne chiamato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a guidare il governo), che ricordò più volte quanto conta la credibilità delle manovre del governo. Nel 1996, dopo il summit Spagna-Italia, che produsse la necessità di accelerare nella riduzione del deficit, Ciampi (da Ministro del Tesoro) agì con risolutezza: “Il piccolo miracolo consistette nel prendere alcune misure credibili di politica economica, che produssero un rapido ridursi del differenziale di tasso di interesse tra l’Italia e la Germania e quindi una riduzione dell’onere complessivo per interessi (Da Livorno al Quirinale, il Mulino, 2010, p. 162).

Interventi calibrati, più investimenti e meno spesa corrente improduttiva. Solo così potremo avere un percorso di sviluppo sano, una crescita più forte, l’unica vera arma per ridurre durevolmente il rapporto debito/pil.

giovedì 14 aprile 2022

Ciao mamma, ti ricorderò sempre con un sorriso

Mia mamma Giancarla se n'è andata, a 86 anni. Un tumore al cervello, scoperto per caso dieci giorni fa, ha purtroppo battuto in brevissimo tempo la sua resistenza ferrea. Nata il 16 giugno 1935, ha vissuto tra due secoli con vivacità e intelligenza. Insegnante di lettere alle scuole medie, ha allevato generazioni di studenti che l'hanno amata per la sua passione, l'anticonformismo, la dedizione per i meno fortunati, il supporto dei più deboli. 

L'ingiustizia per lei era insopportabile e ha lottato sempre per aiutare chi non aveva i mezzi. Ricordo ancora un suo scolaro, Pasquale, il cui padre rinunciò ad acquistare la macchina per consentire al figlio, "capace e meritevole" (come dice il dettato costituzionale), di frequentare il liceo e l'università. Erano millanta gli studenti con cui rimaneva in contatto ben oltre l'iter scolastico. 

Mi ricordo ancora di quando insegnava al Quartiere degli Olmi (nella periferia milanese) e un suo allievo arrivava sempre stanchissimo a scuola. Dormiva sul banco perchè era costretto ad aiutare il padre, fioraio, che tagliava i gambi delle rose alle 5 del mattino. Giancarla diceva: "Non si possono valutare nello stesso modo persone che hanno situazioni familiari completamente differenti". Giancarla era capace anche di stimolare i ragazzi eccellenti, che faceva partecipare a concorsi del Comune, che spesso vincevano. Negli anni Ottanta casa nostra era spesso piena di studenti che lavoravano in gruppo. Una atmosfera briosa e fonte di felicità per tutti. Il suo impegno era fortissimo. Le piaceva molto stare coi giovani. 

Come madre, Giancarla, chiamata Ginca in famiglia, ha sempre spinto per l'indipendenza e l'autonomia. Credo mi abbia dato le chiavi di casa a 7 anni. Con mio fratello Alessandro e altri amici più grandi eravamo autorizzati fin da ragazzi ad andare fino a Corsico in bicicletta.
Insegnava e, al contempo, aiutava mio padre a raccogliere la pubblicità per la sua rivista "Autoservice", incentrata sul mondo della meccanica automobilistica. Un giorno, nell'ottobre 1979, dietro mia insistenza, riuscì pure a trovare due biglietti per il derby. Pioveva che Dio la mandava, io e lei prendemmo veramente tanta acqua, nei "distinti" scoperti. Ma la doppietta di Evaristo Beccalossi mi rese tanto felice. La stagione 1979-80 fu poi l'anno dello scudetto dell'Inter di Eugenio Bersellini.
Giancarla in braccio a sua mamma 
Questa la cronaca della partita di Gianni Brera (tratta da "Derby!, Baldini e Castoldi, 1994): "Due gol fortunati consentono allegri pensieri....Dopo anni di ciste anche mortificanti, l'Inter ha rivinto il derby con lo stesso punteggio che le ha portato l'ultimo scudetto. Il 184° derby ha riempito lo stadio oltre il lecito (79.000 più i portoghesi di sempre): solo un arbitro dotato di senso fino alla follia avrebbe rinunciato a dirigerlo per impraticabilità del campo: Menicucci non è stato folle e ha indotto le nostre benamate a nuotare in proibitive pozzanghere...".
A fronte di mamme che non lasciano spazio ai figli, Giancarla ha sempre puntato sulla responsabilità, sul rendere conto (accountability spinta, quindi) come modo di vivere. Non avere mai paura del futuro, crederci sempre, questo era il suo mantra. Io e Ale ne abbiamo certamente beneficiato.

Giancarla è sempre stata una gran disordinata, la casa era sempre stracolma di carte, giornali, compiti in classe, documenti, registri di classe (anche di anni precedenti). Mio padre un giorno appese alla parete della cucina un articolo di Francesco Alberoni dal titolo "Chi ama il disordine è un despota". Il messaggio era diretto e incisivo. Ma non riuscì neanche lui a cambiare le cose. Il disordine regnava sovrano e ha sempre avuto timore di invitare gente a casa: avrebbero visto con i loro occhi il marasma imperante. Un anno la lavatrice si ruppe e si allagò il ripostiglio dove giacevano dei compiti in classe da correggere. Io chiesi: "Mamma, ora come fai?", Lei serafica disse che gli studenti si sarebbero dimenticati del compito fatto e che lo avrebbe sostituito con un altro tema in classe. Flessibilità, prima di tutto.
Quando mi capitò di partecipare ad una caccia al tesoro e serviva un quotidiano di 20 anni prima, ero certo che Giancarla (il mio amico Pier Francesco la chiamava sorridendo "Giancalma" perchè era sempre agitata) fu in grado di trovarlo. 
Il suo amore per libri e giornali me lo ha tramesso in toto. Quando finii di scrivere il volume "L'Italia: molti capitali, pochi capitalisti" (Il Sole 24 Ore editore), stimolato da Guido Roberto Vitale (persona straordinaria), non esitai a scrivere questa dedica: "Ai miei genitori, Piero e Giancarla, per avermi fatto amare libri e giornali". 
Quando alla fine della stesura delle bozze, il mio discussant nonchè prefatore Francesco Giavazzi, mi invitò a consultare un volume introvabile, mandai Giancarla alla Biblioteca Sormani, dove era di casa. Era felice di aiutarmi.
Da insegnante anche di storia, per lei era importante conoscere anche la storia contemporanea e le vicende più anguste, dove persone incolpevoli subivano la peggio, o dove persone serie risultavano vittime dei poteri occulti.
Fin da giovane Giancarla mi ha portato a conoscere il mondo criminale (alle presentazioni di libri o al Circolo Società Civile, guidato da Nando Dalla Chiesa), a cui bisognava opporsi con tutte le forze. Mi ricordo benissimo quando partecipammo ad un incontro dove i giudici Guido Viola, Giuliano Turone e Gherardo Colombo raccontavano le vicende di Michele Sindona e dell'assassinio di Giorgio Ambrosoli.E' anche per questo motivo che mi sono appassionato alla vita di Paolo Baffi, a cui ho dedicato anni di ricerca e studio, nonchè ben quattro volumi con l'editore Nino Aragno (a cui voglio molto bene). L'ingiustizia che ha colpito il "Governatore della Vigilanza" grida vendetta al cielo. Il dispositivo della sentenza di pochi giorni fa che ha condannato Paolo Bellini come esecutore della strage di Bologna del 2 agosto 1980 evidenzia gli stessi nomi e cognomi protagonisti dell'attacco politico giudiziario alla Banca d'Italia del 1979 (Licio Gelli, capo della Loggia P2, Mario Tedeschi, direttore del "Borghese"). 
Quando il 3 settembre 1982 la mafia assassinò Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo, trovai (il giorno dopo) mia madre in cucina in lacrime con "Repubblica" tra le mani. Leggere Giorgio Bocca per Giancarla era uno modo di essere, la preghiera laica del mattino cara a Hegel. 

Senza "La Repubblica" e "L'Espresso" lei non riusciva a vivere. Il confronto in casa era sempre vivo, non c'erano tabù, si poteva discutere di tutto. Gli eventi tragici della storia italiana (quanti!) erano spesso al centro delle discussioni. Non so quante volte discutemmo della bomba eversiva di Piazza Fontana, che vide anche un suo cugino, Riccardo Carini, presente nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, e miracolosamente ferito solo leggermente. Giancarla divenne amica anche di Patrizia Pizzamiglio, la giornalaia di Piazza Bolivar (dalle mie ricerche, e anche secondo Ginca, ho appurato che l'edicola le venne assegnata grazie all'intervento di Giulia Maria Crespi, allora azionista di maggioranza del Corriere della Sera), che col fratello venne colpita in pieno dall'esplosione mentre erano allo sportello a versare una cambiale per conto della madre.
Per non parlare delle ruberie e degli scandali. Era il 1987, ben prima di Tangentopoli, quando Bocca scrisse: "Era possibile nel West sopravvivere senza violare la legge? E oggi è possibile non rubare in Italia? Dite seriamente, è possibile?".
Qualche tempo fa chiesi a Giancarla se avesse qualche rimpianto. Mi rispose immediatamente di no: "Volevo due figli, magari dei nipoti e ne ho avuto ben 4, volevo insegnare e ci sono riuscita, volevo una vita piena e mi sento fortunata. Ho amato tuo padre per un bel periodo". Quando mio padre si ammalò nel 1989, lo curò con una dedizione mostruosa fino all'ultimo istante (e mia zia Milli, amorevolmente veniva ogni sabato a preparare pranzi superlativi).
Io le feci notare che l'economista Mario Deaglio (marito di Elsa Fornero, a lei va tutta la mia stima) dimostrò come i nati nel 1935 fossero una generazione assai fortunata: hanno evitato la Prima Guerra Mondiale, sfiorato da piccoli la Seconda, studiato e da laureati hanno potuto vivere nel più florido periodo - il cosiddetto "Miracolo economico" - della storia italiana. Per poi andare in pensione col (favorevole) metodo retributivo. 
A proposito di calcolo della pensione, quando venne il momento di abbandonare l'insegnamento Giancarla fu letteralmente costretta a rinunciare poichè lei sarebbe andata avanti ancora per decenni. Non si rassegnò e andò a insegnare nelle scuole che intendessero avvalersi di lei. Sempre senza ricevere alcun compenso. E sempre con un occhio verso i ragazzi meno fortunati o con situazioni disagiate. 

Il grande dispiacere per me è stata la velocità della sua presenza/assenza. Fino a pochi giorni fa era con noi a ridere e scherzare e ora non c'è più. Proprio poche settimane fa aveva partecipato a un aperitivo a casa mia con Stefano e Franco, amici bocconiani della #Leva89. Aveva detto loro: "Ma non vi ricordate il motto bocconiano trovato su un muro intorno alla nuova sede della Bocconi dopo il trasferimento da Largo Treves? Ci siamo tutti guardati e non sapevamo nulla. Allora Giancarla ha ripetuto il motto (attribuito a Gabriele D'Annunzio): "Avrà ragione chi non fu mai stanco e non sarà mai stanco" (fregio trovato all'incrocio delle vie Toniolo e Bocconi). Ma quante ne sapeva!
Giancarla aveva energie da vendere, valeva per lei il motto. In ospedale le ho chiesto: "Sei stanca?". E lei: "No, non sono stanca". Il volto parlava come se volesse dirmi: "Sono stufa di stare così in un letto d'ospedale":

Una delle tante cose singolari è che Giancarla, al momento del pensionamento, venne convocata in Provveditorato poichè i funzionari non credevano che esistesse un docente senza un giorno di malattia in tutta la carriera scolastica. Sì, perchè lei non è mai stata a casa. Mai. Un vero e proprio record. Un senso del dovere notevole, preso anche da suo padre, Carlo Tagliabue, per lungo tempo direttore generale della Pia casa di Abbiategrasso degli Incurabili e degli Schifosi, dove si comportò in modo esemplare. Proprio qualche anno fa, Carlo venne inserito nel Giardino dei Giusti al Montestella per aver salvato dalla persecuzione nazifascista una trentina di donne ebree (facendole entrare nell'Istituto come suore). Il 9 maggio ad Abbiategrasso all'Istituto di Istruzione Superiore Vittorio Bachelet verrà ricordato Carlo Tagliabue; in sua memoria verrà piantato un ciliegio selvatico.

 
Giancarla con figli e nipoti

Avida lettrice, prima di andare a letto, leggeva a me e mio fratello libri di ogni tipo. Io mi ricordo l'Odissea e credo che ci sia un motivo. Per Giancarla il sapere era la fonte della felicità vera. L'approfondimento sui libri era fonte di piacere. La superficialità non era la sua cifra. L'astuto Ulisse era sì attirato dalle sirene ma anche capace di resistere alla seduzione di una immediata felicità per proseguire verso la conoscenza.
La televisione la guardava, ma con minor interesse. L'ultima cosa che mi ha detto sul letto del Fatebenefratelli, dove l'hanno curata con dedizione e gentilezza, è stata "No, la televisione non mi manca". Una risposta proprio da Giancarla, secca e decisa. Come dire, se devo sorbirmi Orsini, Travaglio e gli altri amici di Putin, meglio lasciar perdere. Mi ha ricordato "L'homo videns" di Giovanni Sartori.
Un altro libro che mi ricordo ci lesse era  di Reinhold Messner, che per primo andò - con Peter Habeler nel 1978 - sull'Everest senza bombole di ossigeno.
Il metodo migliore per far leggere i figli. L'ho fatto anche io con i miei, e diciamo che sono dei buoni lettori. Mio figlio Francesco, ormai diciassettenne si ricorda ancora di quando gli leggevo "Perchè mi chiamo Giovanni" (di Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport e bravo scrittore), la storia di Giovanni Falcone. Giancarla per anni è andata a prendere i suoi nipoti all'asilo e a scuola portando sempre delle merende sane: Lei andava a rifornirsi a "NaturaSì" fin dagli anni Ottanta. Per rifocillare i nipoti portava fragole, prugne, ciliegie (anche fuori stagione). Mai e poi mai focacce "unte e bisunte". L'ambiente prima di tutto. Non si contano le volte in cui Giancarla intimava alle persone in attesa con le vetture ferme in seconda fila di "spegnere il motore che inquina". 

Per lei il libro non andava solo letto, ma si doveva cercare di conoscere direttamente gli autori. Per cui lei era una patita delle presentazioni dei libri. La Feltrinelli era casa sua. Un giorno vidi sul cassettone del corridoio un biglietto da visita dell'allora amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. Le dissi in modo deciso: "Ma mamma, tu conosci Profumo e non mi dici niente? Lo sai che lavoro nel mondo della finanza. Potevi dirmelo!". Lei rispose che lo aveva importunato al termine di un incontro alla Casa della Cultura (luogo di dibattiti interessanti - a lei piaceva ascoltare il padre della psicanalisi italiana Cesare MusattiSilvia Vegetti Finzi - inaugurata nientepopodimeno che da Ferruccio Parri il 16 marzo 1946), quando fece notare al famoso CEO che nei cartelloni pubblicitari fuori dagli sportelli bancari il lessico e in generale il linguaggio usato erano nettamente migliorabili. Credo che mai nessuno abbia fatto un rilievo così a un banchiere, per cui Profumo le disse: "Mi venga pure a trovare che ne parliamo". Ecco, Giancarla era questo, andava dal suo interlocutore e lo colpiva con un rilievo impensato, una frase memorabile. Come mi hanno detto in molti nel corso della sua vita, "Giancarla è un personaggio".

Giancarla non ha mai sciato, ma ha sempre amato la montagna, contraddistinta dall'"aria buona". Se adoro sciare (a Champoluc, dove ci portava fin da piccoli) lo devo a lei (mia figlia Allegra ama lo sci sopra ogni altra cosa, per cui la tradizione familiare va avanti) che - grazie alla sua scolara prediletta Laura Ferrari e suo padre Dino - ci iscrisse al Gruppo Amici della Montagna (GAM), che ogni domenica, partendo da piazza Napoli con miriadi di ragazzi (tra cui il mio caro amico Vitt Vitt), ci portava nel freddo polare di La Thuile. Che giornate epiche di freddo e risate abbiamo vissuto io e mio fratello Alessandro

Faccio mie le parole di Gigi, il marito di sua cugina Angela a cui era molto affezionata, che mi ha scritto un bel messaggio: "Il suo ineluttabile venire meno è testimonianza per tutti noi del tempo che passa e dell'avvicendarsi di generazioni e vita che non per questo vengono scordate ma restano nella memoria individuale e come parte stessa di noi".

Cara mamma, faccio fatica a trattenere le lacrime, ma intendo ricordarti con un sorriso, lo stesso che avevi a seguito di una tua battuta irriverente. 

Ti sia lieve la terra.

venerdì 10 dicembre 2021

La Bocconi negli anni Novanta, un amore pervasivo, segreteria telefoniche in azione, che tempi!

Il tempo passa per tutti, anche per noi bocconiani, orgogliosi di aver frequentato l'unica università italiana che non necessita di specifiche. La Bocconi è la Bocconi. Punto. Laura Spotorno, maritata Suàrez, si è cimentata nel 1995 in un romanzo su cui poi ha deciso di rimettere mano nel 2020 e pubblicare nel 2021, stimolata dal magico mondo di "Leva 89", l'Associazione dei bocconiani (quorum ego) che si pone l'obiettivo di restituire qualcosa di serio a chi giustamente vuole ancora avere fiducia nel nostro Paese. Ambientato negli anni Novanta, dove non squillano i cellulari, bensì le voci raccolte nelle segreterie telefoniche, "Uomini in grigio" racconta una storia d'amore tra Rebecca - la protagonista - e Alexander (Ale), un giovane investment banker spagnolo, intrigante e pieno di sorprese. Per chi ha frequentato la Bocconi negli anni Novanta, questo volume è un viaggio proustiano. Spotorno scrive: "...di pomeriggio cercavo articoli introvabili in biblioteca". Altro che google! Contava la ricerca certosina del volume all'interno del quale si cercava vanamente il modo di scoprire i segreti del mondo. Quanti giorni passati in biblioteca per redigere la tesi di laurea! O studiare concentrati per un esame.
Nel meraviglioso "Memorie di Adriano", Marguerite Yourcenar scrive: "Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti".
Un altro ricordo sulle biblioteche viene da Ottorino Beltrami che ha lavorato per anni a fianco di Adriano Olivetti a Ivrea: "Ho assistito a una riunione nella biblioteca...quella sera c'era Gaetano Salvemini e il tema era la ricostruzione del Paese e della democrazia. Dopo un breve intervento dell'ospite, iniziava la discussione che durava fino a tardi. Parlava Adriano Olivetti e parlavano gli operai, mi sorprese l'estrema libertà e democrazia con cui tutti interloquivano. Molti avevano fatto solo le elementari, però erano persone intelligenti e lo si capiva dalle cose interessanti che dicevano. Adriano parlava come fosse uno dei tanti: lo interrompevano anche. Non ho visto un simile esempio di democrazia neppure in America, erano tutti eguali, una cosa emozionante, da far venire i brividi".
In occasione dell'inaugurazione della sala di lettura e dell'intitolazione a Paolo Baffi della biblioteca della Banca d'Italia, il governatore di allora Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento citò Ortega Y Gasset (La missione del bibliotecario, Sugarco, 1984): "L'occuparsi di raccogliere, ordinare e catalogare i libri non è un comportamento meramente individuale, ma è un posto, un topos o luogo sociale indipendente dagli individui, sostenuto, richiesto o deciso dalla società come tale non soltanto dalla vocazione occasionale di questo o di quell'uomo". Ma come è questo "uomo in grigio", Alexander Moreno, (con le scarpe nere, le Church, di rigore londinese) di cui si innamora Rebecca? "Lo sguardo era assorto, quello sguardo penetrante, intenso, che hanno gli uomini molto intelligenti quando sono pensierosi". Amanda, la più cara amica di Rebecca, cerca di dissuaderla, ma quando si è innamorati, il ragionamento cosa vale?: "E' fondamentale che tu non perda la testa per un tipo così, perchè sarebbe capace di manovrarti come vuole, di fare il bello e il cattivo tempo, prenderti e lasciarti dall'oggi al domani...Guarda che io ne conosco un po' di quei finanzieri, sono arrivisti...ma venderebbero anche le loro madri in cambio della chiusura di un deal". Rebecca è seria, studiosa, impegnata in modo maniacale nella stesura della tesi. Al contempo aspira a una relazione basata su "equilibri superiori", quella situazione in cui prevale la condizione di armonia con un'altra persona. Quando esistono vere e proprie affinità elettive". Era più difficile incontrarsi senza cellulari? Forse si rispettavano di più gli appuntamenti fissati. Divertente ricordarsi di appuntamenti mancati. O di una cosa così: "Posando il ricevitore mi caddde l'occhio sulla segreteria telefonica: la spia rossa lampeggiava". Che tempi! Un passaggio storico mi ha fatto ricordare il terribile primo trimestre del 1995 sui mercati della lira e dei tassi di interesse. L'autrice spiega come la Banca d'Italia nel 1995, guidata allora da Antonio Fazio - definito dall'imprenditore Diego Della Valle lo "stregone di Alvito" - fu costretta ad alzare i tassi di interesse per fermare la caduta della lira (uscita sine die nel settembre 1992 dal Sistema Monetario Europeo), che si schiantò contro marco a quota 1.200. Repubblica il 17 febbraio 1995 titola: "Lira nel dramma, cede anche la borsa. Elena Polidori scrive: "La lira vive il giorno più drammatico della sua storia. Stretta tra le incertezze sulle sorti della manovra (governo guidato da Lamberto Dini, dopo la caduta del governo Berlusconi I)e la debolezza del dollaro, tocca sul marco il minimo di tutti i tempi, infrange ogni regola psicologica. La Banca d'Italia deve intervenire in suo sostegno".
Sarà poi l'allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi nel novembre 1996 a negoziare il rientro della lira nello SME, decisione fondamentale (vedasi parametri di Maastricht) per l'ingresso dell'Italia nel primo gruppo di Paesi aderenti all'euro. Rebecca, che ama la musica e canta, abbassa la corazza e si lascia andare ai tempi sincopati e ristretti degli incontri furtivi con Ale, sempre impegnato in un lavoro massacrante. "Era la prima volta che mi capitava di sentirmi così mentalmente dipendente a un uomo". Rebecca vive anche la crisi matrimoniale dei suoi genitori che vivono ad Amsterdam, dove si reca in estate per stare con suo padre. L'Europa è la nostra casa. Un giardino fiorito. Un mondo che dove ci troviamo bene. Ma come finisce la storia di Rebecca e Ale? Donate almeno 15 euro (più le spese di spezione) per avere il libro di Laura Spotorno. Se scrivete ad associazioneleva89@gmail.com otterrete tutto. Il finale è degno di un noir e quindi, per correttezza, non ve lo diciamo. P.S.: il ricavato delle tiratura va all'Opera San Francesco (OSF): ogni copia mette a disposizione 4 pasti.

venerdì 29 ottobre 2021

La crescita economica è una sfida educativa. Conversazione con Beniamino Piccone

Il nostro paese vive, da lungo tempo ormai, molteplici crisi ed emergenze: da quella economica del debito e della produttività, a quella sociale e di visione del futuro. Ce n’è però una che forse determinerà gli anni a venire in modo più decisivo, vale a dire la crisi demografica. Un popolo che non fa figli, illuso di potersi adagiare sul passato, con la nostalgia e il rimpianto come sentimenti sociali prevalenti, che futuro può immaginare? E quanto la ‘cura Draghi’ potrà invertire la rotta e rilanciare il paese in questo nuovo dopoguerra post pandemia? Lo chiediamo a Beniamino Piccone, wealth manager, docente universitario, animatore di questo blog su temi economici e studioso della figura di Paolo Baffi, Governatore di Bankitalia dal 1975 al 1979.
Per una volta credo che noi italiani possiamo permetterci un po’ di ottimismo. I tassi di interessi rimarranno bassi per un lungo periodo di tempo, la politica fiscale è fortemente espansiva (ci tocca certamente gestire bene il PNRR) ma le prospettive sono certamente buone. Il Pil nel 2021 e anche nel 2022 tornerà sopra il 4%, cosa che non vedevamo da lustri. La credibilità dell’Italia non è mai stata così buona. Henry Kissinger – segretario di Stato americano con Nixon e Ford nonché politologo di fama – ha lamentato per anni che l’Unione Europea non avesse un numero di telefono da chiamare. Bene, ora questo numero c’è ed è quello di Mario Draghi (che gli americani conoscono bene anche per i suoi anni trascorsi in Goldman Sachs). Per riflettere in modo maturo sull’Italia occorre dire la verità: siamo andati avanti per anni a ingrossare la spesa pubblica corrente a discapito degli investimenti. E per di più gli investimenti sono stati spesso dirottati su opere senza particolare senso. Tutto è stato sommerso da logica di corto respiro e troppo spesso di mero assistenzialismo, al sud in primis. Questo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà per la penisola una occasione straordinaria ma come tutte le occasioni potrà esser sfruttata o sprecata. Per spendere bene i fondi del PNRR sono necessarie le competenze presenti negli uffici regionali e comunali. E qui casca l’asino e si notano le arretratezze strutturali del Belpaese. Abbiamo infatti letto come in Sicilia siano stati bocciati tutti i progetti presentati per il PNRR. Perché? Perché alla Regione Sicilia regna lo status quo nullafacente, mancano coloro in grado di stendere progetti seri. Forse sarebbe il caso di abolire lo “statuto speciale” della Regione Sicilia. Ma chi potrà mai avere la forza politica di portare avanti un progetto simile? Nel mettere ordine nel mio archivio ho trovato un esilarante pezzo di Gian Antonio Stella del 20.10.10 – Leccornie giornalistiche dalle lande agrigentine – dove si narra la storia dell’Adi, Area di Sviluppo industriale di Agrigento. Un terzo del consiglio, invece di imprenditori, economisti, esperti, era composto di agenti di custodia. Peraltro la legge regionale 19/1997 era ben chiara quanto ai requisiti per la nomina: 1) titolo di studio adeguato all’attività dell’organismo interessato; 2) esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale o di presidente o amministratore delegato. Riportiamo letteralmente G.A. Stella: “Bene, a sviluppare l’imprenditoria dell’Asi di Agrigento i comuni interessati hanno nominato: Massimo Parisi (rappresentante di commercio), Annamaria Coletti (insegnante), Valentina Giammusso (insegnante), Giuseppe Cacciatore (segretario di scuola), Vincenzo Randisi (agente di custodia), Filippo Panarisi (pensionato), Vincenzo Gagliardo (agente di custodia), Michele Maria (carrozziere), Luigi Fiore (impiegato Enel), Adriana Di Maida (insegnante), Stefano Marsiglia (paramedico), Carmelo Zambito (impiegato), Aldo Piscopo (medico), e via così....Resta una curiosità: ma è con loro che sarà rilanciata l’industria e l’occupazione nelle lande agrigentine?” Veniamo da due anni incredibili, di pandemia e di sacrificio. Spesso le persone si fanno idee sbagliate, perché sono state educate poco e male, sono prive di strumenti per capire la realtà ed in balia di percezioni distorte, su cui molto sistema mediatico vive e prospera. La scuola è il fondamento di tutto ed il nostro sistema scolastico è stato disegnato per un mondo che non esiste più. Avverso alla competizione, alla valutazione ed alla consapevolezza del rischio. Anche il nostro sistema di welfare è stato disegnato per un mondo che non c’è, dove una persona resta tendenzialmente sempre a fare la stessa cosa. Nulla di più lontano dalla realtà. Le persone, come l’economia, agiscono sulla base di incentivi e disincentivi. La sfida educativa parte da qui? Dici bene, la scuola è l’architrave del futuro italiano. Anche qui purtroppo le speranze di riforma si incagliano pensando a tutti i soggetti coinvolti, che sono milioni, tra famiglie, ragazzi e insegnanti. Le riforme dall’alto sappiamo che durano lo spazio di un mattino. La scuola dovrebbe rimanere aperta tutto il giorno, fino alle 18, organizzare attività culturali e sportive. Chiaramente gli insegnanti dovrebbero guadagnare di più, ma nel futuro dovranno essere anche di meno, vista la denatalità incipiente. Sul welfare vediamo che anche l’ottimo governo Draghi debba concedere qualcosa ai sindacati, desiderosi di concedere molto ai pensionandi. Siccome oltre il 50% degli iscritti al sindacato sono pensionati, la pressione politica viene esercitata per favorire le classi anziane della società, mentre i sindacati ai giovani non pensano affatto. Che si arrangino, e paghino i contributi necessari a tenere in piedi un sistema pensionistico a ripartizione (i contributi di oggi vanno a finanziare le pensioni di oggi). Il Capo del Dipartimento di Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti nell’audizione in Parlamento del 5 ottobre scorso ha sottolineato la necessità di sostenere sì con una manovra espansiva i redditi e la domanda, ma anche di aumentare la crescita potenziale dell’economia assicurando gli “adeguati incentivi all’offerta di lavoro e favorire il necessario processo di riallocazione delle risorse”. Per consentire all’economia di funzionare bene e di favorire la “riallocazione”, è opportuno che il lavoratore sia tutelato nel passaggio da un’impresa inefficiente (o che sta per chiudere) a un’impresa in un settore più promettente o con una produttività dei fattori migliore. Altrimenti la persona cercherà il più possibile di rimanere legato all’impresa in crisi, che è la sola che gli garantisce tutele adeguate. Infatti le tutele non seguono il lavoratore, ahinoi, ma l’agognato “posto di lavoro” (anche se non esiste più perché l’impresa è fallita). Dobbiamo domandarci perché alcuni lavoratori si incatenano ai cancelli delle imprese che chiudono invece di cercarsi un altro lavoro. Perché spesso il lavoro c’è, ma esiste un mismatch delle competenze combinato con la bassa disponibilità del lavoratore italiano alla mobilità. Il raffinato pensatore, nonché giudice della Corte Costituzionale, già ministro, Giuliano Amato – soprannominato il dottor Sottile – una volta con una battuta efficace ha detto che l’articolo 1 della Costituzione parla di Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma non indica “sotto casa mia”. In un tuo libro – L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti (prefazione di Francesco Giavazzi, Il Sole 24 ore editore, 2019) – provi a spiegare come il nostro paese, partendo da condizioni di miseria al momento dell'unificazione, sia riuscito a risalire la china e a diventare una delle nazioni più ricche del mondo. La capacità di risparmio, frutto della paura di tornare poveri, ha giocato in questo «fenomeno» un ruolo rilevante. Oggi siamo in un nuovo dopoguerra. Gli italiani credono che il periodo più florido degli ultimi 100 anni – gli anni del Dopoguerra fino agli anni Sessanta – sia piovuto dal cielo, come fosse un fenomeno esoterico. Non a caso è stato definito “miracolo economico”. Ma non c’è stato nessun intervento divino. Sono stati gli italiani a farsi un mazzo tanto, a costruire dove c’erano macerie, a edificare un futuro glorioso. Dobbiamo tornare a quegli anni e capire che la crescita formidabile di quel periodo è stata il frutto di scelte ben precise di persone capaci e serie (che potevano lavorare con il sostegno della popolazione, in gran parte ignorante). Oggi, con il web, chiunque può improvvisarsi oncologo o esperto di politica economica. E abbiamo visto i danni che ha fatto il bipopulismo di destra e di sinistra. Dobbiamo ricordare a tutti che la politica economica del Dopoguerra era in mano a gente del calibro di Luigi Einaudi, Paolo Baffi, Donato Menichella, Ezio Vanoni. E il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, uomo tanto sobrio quanto lungimirante (“I politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni”). Nelle sue ultime Considerazioni finali del 1979 l’integerrimo governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi (a cui ho dedicato ben quattro volumi, tutti e editi da Aragno) scrisse che l’Italia aveva estremo bisogno di un’analisi seria, per poi intraprendere le scelte corrette. Einaudi avrebbe detto “conoscere per deliberare”. Mario Draghi ha detto: “Per oltre mezzo secolo la vita della Banca d’Italia è stata segnata dall’opera e dal pensiero di Paolo Baffi. Da quando entrò giovanissimo in Banca d’Italia sino agli ultimi anni come Governatore onorario, con il suo esempio contribuì a plasmare questa istituzione con la serietà e il rigore”. Carlo Azeglio Ciampi: “La sua sola (di Baffi, ndr) presenza scoraggiava ogni superficialità; innalzava la soglia della valutazione morale e professionale degli uomini; contribuiva a dare un senso sicuro al mandato e alle azioni di chi è chiamato a responsabilità pubbliche…La sua opera fu decisiva, sin dal Suo ingresso nel nostro Istituto, nell’affermare un metodo di lavoro: quello che nel rigore dell’analisi e nell’indipendenza del giudizio vede innanzitutto un dovere, uno dei modi attraverso i quali si estrinseca la funzione della Banca, al servizio della collettività”. L’avvento di Mario Draghi ha fatto capire agli italiani che la competenza è un valore. È di questo che abbiamo bisogno: persone serie ed esempi da seguire. Intervista a Beniamino Piccone, svolta da Antonluca Cuoco e pubblicata su Strade online il 29 ottobre 2021

martedì 17 agosto 2021

In Afghanistan ci vorrebbe un Thomas Mann

Vedere dopo 20 anni dall'11 Settembre "falling men" giù dagli aerei in fuga dall'Afghanistan fa capire il dramma di una popolazione preda di disillusioni e veri e propri incubi al pensiero del ritorno dei tagliagole del Califfato al potere. Al di là delle responsabilita degli Stati Uniti che stanno gestendo la dipartita dal Paese nel modo peggiore possibile, vi è da chiedersi come non ci sia una èlite disposta a far sentire la propria voce. Dove sono gli imam moderati? Non esiste un Thomas Mann in Medio Oriente? Thomas Mann dal 1940 al 1945 non smise mai di denunciare il nazismo e invitò la popolazione tedesca al ribellarsi. Costretto all'esilio, fece sentire la propria voce anche da Radio Londra. Fino a che non sarà la popolazione a ribellarsi al MedioEvo talebano, nessuno potrà salvare gli afghani. Europei e americani hanno le loro colpe, esportare la democrazia non ha funzionato, ma la società civile afghana perchè non ha il coraggio di opporsi a questi uomini barbuti che considerano la donna un orpello da silenziare a cui mettere il burqa?

martedì 20 luglio 2021

Chi non si vaccina è un egoista che danneggia gli altri

Eravamo a un passo dall’uscire dalla pandemia, poi improvvisamente, con la diffusione delle varianti del Covid-19, stiamo tornando in situazioni di panico, con la crescita dei contagi, le persone bloccate in aeroporto perché non in possesso del codice a barre del “Passenger Locator Form”, modulo di localizzazione digitale che consente alle autorità sanitarie di raccogliere informazioni sui viaggiatori e poterli contattare velocemente in caso di contagio. Come procedere? Urge una strategia di azione ben definita, che potremmo sintetizzare così: 1.       Convincere gli indecisi e agire in tempi rapidi, come sostiene Stefano Brusaferro, che presiede l’Istituto Superiore di Sanità”; va ripetuto con dati chiari e comunicazione efficace che per coloro che si sono vaccinati con ciclo completo, le probabilità di infettarsi e sviluppare la malattia grave si riducono fortemente; per i non vaccinati, le conseguenze possono essere severe; 2.       Prevedere l’obbligo vaccinale per alcune categorie di persone come gli insegnanti e gli operatori sanitari. Premesso che dobbiamo immunizzare la fascia più ampia possibile di cittadini, rifiutare la vaccinazione significa creare “esternalità negative” sul resto della società, come sottolineato da due eccellenti economisti, Tito Boeri e Roberto Perotti, i quali invitano il governo a sospendere dal luogo di lavoro medici e insegnanti no-vax. Cosa sono le “esternalità negative”? Sono gli enormi costi scaricati sulla società per curare i no-vax che si ammalano e l’impedimento ad un ritorno a una vita sociale normale per tutta la popolazione; peraltro mentre chi fuma è immediatamente individuabile, chi non è vaccinato non è riconoscibile; 3.       Anche per gli studenti deve essere previsto l’obbligo di vaccinazione; non è pensabile tornare a settembre con la didattica a distanza, per ovvie ragioni di socializzazione e di mancato trasferimento di sapere: i dati INVALSI appena pubblicati dimostrano gli enormi peggioramenti di competenze dovuti alla Dad, che ha demotivato studenti e docenti: per alcune materie è come se si fosse cancellato un intero anno scolastico; 4.       Il Green Pass deve essere introdotto subito nei luoghi più affollati e più a rischio, come metro o ristoranti al chiuso; il certificato vaccinale serve a consentire a un soggetto che ha adempiuto all’obbligo vaccinale non debba sottoporsi a limitazioni; 5.       Sedicenti liberali invocano la libertà di non vaccinarsi; ma tutto ha un limite: se non ti vaccini stai a casa perché al ristorante c’è chi non vuole correre il rischio di contagiarsi. Come ha scritto illo tempore il filosofo Karl Popper il mio diritto di muovere la mano (pugno) si scontra con la vicinanza del naso del mio vicino. Non è serio invocare liberali del calibro di John Stuart Mill, quando l’economista britannico solennemente spiegava che ogni diritto ha un limite: “la mia libertà finisce dove iniziano i diritti degli altri”. In conclusione, non possiamo imporre alle persone di vaccinarsi, ma possiamo e dobbiamo limitare le conseguenze negative di coloro che non intendono vaccinarsi, che vanno sospesi dal lavoro. Senza stipendio, bien sur. Il lavoro prevede una remunerazione a fronte di una prestazione. Se quest’ultima non può effettuarsi, è corretto sospendere lo stipendio. Siamo purtroppo in pieno “dirittismo”, tutti invocano diritti ma si dimenticano bellamente dei precetti di Giuseppe Mazzini, che invocava i “doveri dell’uomo”. Non possono esistere diritti senza doveri.  

martedì 23 marzo 2021

Quella macchinazione contro Bankitalia

A 42 anni dagli eventi possiamo ancora sostenere che il 24 marzo 1979 sia un giorno nero per la storia italiana. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli, vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e grottesco vengono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale Sardo, istituto di credito che aveva largamente finanziato il gruppo chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della magistratura. Il dolore per la macchinazione affaristico-politico giudiziaria che lo vede coinvolto insieme con Sarcinelli, e che culminerà nella sua incriminazione e nel mandato di cattura per Sarcinelli medesimo il 24 marzo 1979, Baffi se lo porterà appresso per il resto della sua vita. Quella ferita non sarà più rimarginata. In una lettera a Mario Monti del 13 novembre 1979 Baffi descrive il suo stato d’animo come «una voragine di mortificazione e di amarezza […], che pregiudica la riconquista della serenità» (Archivio Storico della Banca d’Italia, Carte Baffi, Governatore Onorario). I magistrati della Procura di Roma – allora considerato un “porto delle nebbie”, a distanza di tanto tempo possiamo dire che c’era del metodo in quella follia – approfittano della presenza di Paolo Baffi nel consiglio di amministrazione dell’IMI (finanziatore delle numerose società di Rovelli) per costruire un castello di accuse pretestuose. Nelle parole di Mario Draghi, nella veste allora di Governatore della Banca d’Italia, si trattò di un «attacco intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia». In una lettera a Marcello de Cecco, Paolo Baffi nell’ottobre 1981 scrive che «il naufragio di Rovelli ha offerto a talune cerchie il destro per far rimuovere dall’ufficio un governatore sgradito» (ASBI, Carte Baffi, Governatore Onorario). Nel ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: «Ricordo bene quel sabato, un sabato drammatico. Era il 24 marzo 1979. Quella mattina ricordo ancora che ero in macchina a via Nazionale, e in senso opposto transitò un’autoambulanza a sirene spiegate: non sapevo ancora che dentro c’era Ugo la Malfa, ormai morente. Andai in Banca, lavorai tranquillamente. A un certo punto entrò nella mia stanza Sarcinelli che mi disse: “Carlo, sono venuti ad arrestarmi” (per dovere di cronaca i carabinieri guidati dal Colonnello Campo, ndr). Mi precipitai da Baffi e lo trovai distrutto. Aveva in mano il documento che gli avevano consegnato, con l’incriminazione per lo stesso reato contestato a Sarcinelli; il documento era stato scritto con la carta carbone. Non si concludeva con l’arresto solo per l’età. Mi precipitai a informare il Quirinale» (Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, 2010, p. 125). È opportuno chiarire che le pressioni alla Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli iniziano ben prima del 1979, e precisamente nel febbraio 1978 quando il Ministro del Tesoro Gaetano Stammati (iscritto alla P2, si seppe poi) ed Franco Evangelisti – stretto collaboratore di Giulio Andreotti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – convocano due volte Baffi e Sarcinelli sollecitando la sistemazione dei debiti Caltagirone nei confronti dell’Italcasse, feudo democristiano. Tra i tanti commenti di allora, ne riportiamo uno di Massimo Riva che sul Corriere della Sera nel 1979 scrive: «Michele Sindona ha regalato al Paese una bancarotta per qualche centinaio di miliardi e se ne sta indisturbato in un grande albergo di New York. Ma Mario Sarcinelli, che si è impegnato per smascherare i trucchi dei banchieri d’assalto, è finito dentro un carcere». Il 31 maggio 1979, a margine delle Considerazioni finali, nella Relazione per il 1978 Baffi scrive: “Ai detrattori della Banca, auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno. Un destino beffardo ha voluto che da questa campagna io fossi investito dopo 42 anni di servizio”. Un vero civil servant che, a dir poco amareggiato a fronte della sua incriminazione, descrive ad Enrico Berlinguer il parallelo col suo collega della Bank of England insignito della nomina di Pari d’Inghilterra. Il 3 marzo 1983, al momento di consegnare i suoi diari a Massimo Riva – con l’impegno di pubblicarli solo dopo la sua morte – Baffi scrive: “Purtroppo, come la classe politica (e i potentati a essa collegati nello scambio di favori) ha dovuto accorgersi di me, così io ho dovuto accorgermi della potenza del complesso politico affaristico giudiziario, che mi ha battuto”. Un galantuomo distrutto. Proprio per questo è giusto ricordare Baffi e Sarcinelli a 42 anni da quel tragico 24 marzo 1979. Quando i tempi sono tristi, bisogna guardare in alto alla ricerca di esempi positivi. Nel cielo degli onesti e dei competenti è presente di diritto Paolo Baffi, nato a Broni (PV) il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. P.S.: questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 23 marzo 2021

sabato 6 marzo 2021

Omaggio a Carlo Tognoli, sindaco riformista

La mia maestra delle elementari Costanza Balsamo, bravissima nel contemperare dolcezza e severità, ogni volta che la classe rumoreggiava, usava esclamare: "Fate silenzio, che vi sente pure Carlo Tognoli a Palazzo Marino". Così, venivamo a sapere chi fosse il sindaco e quali funzioni svolgesse. Proprio ieri è morto Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986. Socialista, quando il centro sinistra guidava Milano. Affabile, spesso in giro per le strade di Milano a conversare con tutti, preparato, sapeva come affrontare i tanti temi aperti in una grande città. In sintesi, direi un grande riformista. In Italia siamo pieni zeppi di rivoluzionari, che sulla carta vogliono cambiare tutto, ma di fatto non cambiano nulla. Anzi, sono i più grandi conservatori. Fausto Bertinotti, sedicente rivoluzionario, vive in una bella casa borghese, ha un emolumento altissimo pur non avendo mai lavorato (se non da sindacalista e presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008). Io scherzando, ma fino a un certo punto, dico che ha la tessera nr. 1 di Forza Italia: il berlusconismo, che tanti danni ha fatto a questo Paese, si fonda sull'esistenza di soggetti ancora amanti del comunismo. Basta brandire il vessillo rosso, che l'italiano si sposta a destra. Chiunque ci sia. Per Carlo Tognoli valgono le considerazioni dell'economista Federico Caffè, sulla "Solitudine del riformista" (Bollati Boringhieri, cit.). Tutti i riformisti sono soli, hanno contro i conservatori che preferiscono lo status quo. E hanno contro i finti rivoluzionari, che nel Paese del "Tengo famiglia", non vogliono cambiare niente. Urlano e basta. Vedasi l'ultima esperienza tragica del grillismo.
Caffè si prodigava per un riformismo rigoroso (amava alla stesso tempo Einaudi e Andreatta), che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”. Tognoli era un vero riformista. Non era mai superficiale, ascoltava, spiegava il suo punto di vista, gli piaceva discutere. Oggi il dialogo è diventato un monologo, nessuno è capace di mettersi in discussione e cambiare idea. Recentemente il filosofo Umberto Galimberti, intervistato da Paolo Iacci (Sotto il senso dell'ignoranza, Egea, 2021) ha scritto: "La parola dialogo, come tutte le parole greche che cominciano per "dia", indica la massima distanza tra due punti. Nella circonferenza abbiamo il diametro, nel dia-logo si possono confrontare due posizioni di pensiero anche diametralmente opposte tra loro Si fronteggiano per capirsi, non per elidersi. Per questo ci vuole "tolleranza" che non significa tollerare la posizione dell'altro restando convinti che la nostra è quella giusta, ma ipotizzare che la posizione dell'altro possa possedere un grado di verità superiore al nostro, e quindi disporsi, nel confronto con l'altro a lasciarsi modificare dall'altro". Eletto sindaco a soli 38 anni, dopo la gestione Aniasi (grande capo partigiano, 1921-2005), affrontò con prudenza e senza mai scomporsi gli anni terribili del terrorismo. Come ha detto a Repubblica Paolo Pillitteri (che gli successe come sindaco), Carlo non si lasciava mai travolgere dalla commozione, se la teneva per sé. Inoltre girava in biciletta per Milano quando le Brigate rosse ammazzavano i magistrati Galli e Alessandrini. un segnale di fiducia verso i cittadini che avevano paura ad uscire di casa. Tognoli fu il primo sindaco a chiudere al traffico il centro storico, un preveggente. Quando decise la chiusura di Corso Vittorio Emanuele, i commercianti, che oggi plaudono, si incazzarono assai. Al contempo si costruivano le linee del metrò. Gli slogan erano: "La linea due avanza, poi "La linea tre avanza". Tognoli, alla fine, condusse Milano alla transizione verso il terziario avanzato. Dal terrorismo alla "Milano da bere", è tanta roba. Socialista convinto quando il PSI era guidato da Craxi. Il legame ideale col socialismo non si è mai dissolto. Non è un caso che abbia chiamato i figli Filippo e Anna, in memoria di Turati e Kuliscioff. L'ottimo Giangiacomo Schiavi oggi sul Corriere della Sera lo ricorda così: "Era la memoria di una Milano da amare, il sindaco dei milanesi. Stimato, rimpianto. Mai dimenticato. Se entrava in un bar gli sorridevano: "Buongiorno sindaco". Tognoli fu anche Ministro delle Aree Urbane e parlamentare europeo ai tempi (eroici) di Altiero Spinelli.
Poco tempo fa Repubblica ha pubblicato un volume (Bocca, 35 anni con noi) con i migliori articoli di Giorgio Bocca, tra i quali ne spicca uno del 23 febbraio 1983. Il titolo parla da sé: "Milano ricca e coraggiosa salpa per nuove avventure". E subito dopo Bocca lo definisce sindaco elettronico, perchè capace di rispondere in tempo reale alle sue domande consultando i terminali di Palazzo Marino. In quel pezzo Bocca citava un altro grande milanese, Piero Bassetti, stringheriano, presente nelle prime file al concerto alla Scala di Toscanini l'11 maggio 1946: "Viviamo in una città dal metabolismo intenso, divorante". Proprio così la pensava anche Tognoli, che nel bel mezzo del Covid, il 14 luglio 2020, intervenne al Teatro Franco Parenti per dire a gran voce che il destino di Milano è quello di rialzarsi sempre, dalle distruzioneo alle bombe". Ti sia lieve la terra, caro Carlo Tognoli.

sabato 23 gennaio 2021

Amici imprenditori, non mollate, tirare fuori l'orgoglio, sarete ripagati


"E voi dite: Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi (Sant'Agostino, cit.).

Viviamo tempi difficilissimi. E' tempo di reagire. Un mentore eccezionale, Guido Roberto Vitale nell'ultima telefonata mi disse "Lasciamo lavorare le intelligenze".

Ho pensato a lui quando un amico di una vita (Andrea Rosella, consulente aziendale, se volete mettere ordine nella vostra impresa, contattatelo andrea@roseland-consulting.it) mi ha girato un testo (credo di Gianluca Bellofatto, vedo su Facebook) che elogia la resilienza, la forza indomita dell'imprenditore, vero eroe di questo Paese, che fa di tutto per non meritarsi lo spirito d'impresa di numerosi soggetti - definiti addirittura "prenditori" dal ministro (sic!) Luigi Di Maio, paracadutato in un ruolo troppo complesso per le sue capacità.

Leggete quindi con calma il testo sotto. Poi vi invito a commentarlo.

"Invito tutti ad aprire un'azienda o un'attività, rischiando capitale proprio (è facile essere capo con i soldi altrui) per far crescere il paese e sperimentare per un po’ di tempo cos'è la responsabilità di coordinare un progetto, la regolarizzazione delle tasse (tantissime), la selezione del personale, l'affitto di locali o uffici o infrastrutture per il luogo di lavoro. L’acquisto di attrezzature tanto costose quanto indispensabili all’attività.

Invito tutti a fare questo esperimento.
Imparare a calcolare il valore di un'ora di lavoro. Rimanere notti intere senza dormire preoccupati per i conti che non quadrano.
Invito anche a sperimentare cosa significa formare le persone, ispirando il meglio in ognuno. Motivare con parole, con rispetto, onestà e con i tuoi soldi, e accettare che dopo questo sforzo ti deludano, perché succede ...



Prova anche a promuovere il buon umore quando arriveranno i nemici, le critiche, le lamentele... quando dubiterai di te stesso e quando gli altri dubiteranno di te, perché succede ... lo raccomando davvero.
Raccomando di prendere soldi dai tuoi risparmi di una vita o di prendere soldi in prestito da amici o familiari, per non ritardare i pagamenti e sentirti dire  "non è niente di che", "non preoccuparti"..."andrà tutto bene".
Prova anche a guardare negli occhi un dipendente o collaboratore e licenziarlo, anche se per motivi più che giustificati.
Prova ad avere giudizi di lavoro, contenziosi, udienze, moratorie, nuove tasse, aumenti, crisi, furti, problemi edilizi, rescissioni di contratti, mancati pagamenti, rifinanziare debiti, cercare garanti.
Tornare a casa frustrato da un progetto fallito, da un’idea o strategia che non funziona.
Ma comunque rimanere fermo e vivace sempre!
Fai questo test. Ti vedrai sveglio alle tre del mattino senza motivo apparente, ma con il pensiero su un prodotto, su un problema con un cliente, su una conversazione d'ufficio o su un piano per evitare il fallimento.
Prova ad essere capo per alcuni anni creando posti di lavoro e opportunità per poi essere visto come sfruttatore ed evasore!
Fai questo test! Ma fallo credendo davvero che lo scopo della tua attività vada ben oltre il guadagnare soldi.
E quando parleranno di te o raggiungerai il successo, ricordati tutto quello che hai fatto.
Tienilo nell'anima!.
Fai questo esperimento un giorno: apri un'azienda e tienila nel tempo".


Chiunque abbia fondato e sviluppato un'impresa, non può che ritrovarsi in questa invettiva. 
Con il governo più statalista che la storia italiana ricordi, è importante mantenere la barra e dritta e andare avanti per la propria strada. Le soddisfazioni, alla fine del viaggio avventuroso nel mondo dell'impresa, saranno notevoli.

Chiudo con Shelley, poeta inglese (1792-1822, a Lerici!), che nel "Prometeo liberato" scrive una sorta di manifesto libertario, "uno squillo di tromba" (secondo il professor Guidorizzi):

Perdonare torti più cupi della morte
sfidare il Potere, che sembra onnipotente,
amare e sopportare
non cambiare, né vacillare, né pentirsi
questo, come la tua gloria, o Titano,
è essere buoni, grandi e lieti,
liberi e belli
questo solo è Vita, Gioia; Impero e Vittoria