domenica 10 febbraio 2019

Omaggio a Guido Roberto Vitale, formidabile banchiere d'affari

Guido Roberto Vitale
Ho avuto il privilegio negli ultimi due anni di frequentare assiduamente il banchiere d'affari Guido Roberto Vitale, scomparso il 5 febbraio, colpito da un infarto. E' stato un dono della vita conoscerlo. Una persona straordinaria, dal punto di vista umano e professionale.
La mia conoscenza di Vitale risale a parecchi anni fa, quando Giancarlo Arduino, collega in Nextam Partners SGR, me lo presentò, memore dei suoi trascorsi in Euromobiliare. E da allora ci siamo visti a ritmo costante. Ogni volta che pubblicavo un volume sul mio amato Paolo Baffi, gli facevo visita e discutevamo a lungo dei problemi del nostro Paese. Era un suo chiodo fisso. Gli uomini si misurano con i successi professionali, siano fama o guadagni, difficile che considerino l'impegno civico una misura del loro valore umano. Per Vitale non era sufficiente. Spesso, quando incontrava qualcuno, gli chiedeva: "Scusi, lei cosa sta facendo per l'Italia. Quello che fa nella vita professionale non basta".
Questo comune sentire per l'interesse collettivo ci ha unito negli anni. Quando mi sono candidato alle elezioni regionali nella lista civica di centro sinistra "Per Ambrosoli presidente", mi ha sostenuto moralmente e incoraggiato a darmi da fare in modo serio, approfondendo i vari dossier, in primis la sanità lombarda, che cuba oltre 18 miliardi di euro l'anno. E' quello che ho fatto. Grazie a questi miei interventi sul web, Repubblica Milano nella persona del caporedattore Roberto Rho mi invitò a collaborare.

Nel novembre 2017 Vitale mi chiamò per invitarmi a colazione, sotto il suo ufficio. Per me era un piacere incontrarlo. Discutere con lui era uno stimolo continuo. Mai banale, sempre con un pensiero laterale che non immaginavi. Ti spronava sempre a dare il meglio di te.
Appena seduti, dopo i primi convenevoli, Guido Roberto mi disse: "Ho una proposta da farle: scrivere il prossimo volume per la Vitale e Co., che regaliamo ai nostri clienti e amici come strenna natalizia". Io, abituato a cimentarmi con le carte d'archivio, chiesi su quale argomento dovessi lavorare e Vitale mi rispose: "Il capitalismo italiano". Io, colpito a sorpresa e basito, esclamai: "Vaste programme, direbbe il generale De Gaulle". Vitale prese quindi a spiegarmi il suo progetto, convintissimo che fossi in grado di fare un bel lavoro (era più convinto lui di me, nelle fasi iniziali).
Tra le tanti doti di Vitale c'era sicuramente quella di scegliere le persone. Aveva un fiuto particolare e lo sguardo lungo. Intravedeva la capacità degli individui, e, una volta individuati, delegava monitorando e consigliando da vicino. Credeva nei giovani, profondamente.
Gli piacevano anche le sfide. Spesso sosteneva che "Volere è potere". Amando le cose difficili, doveva crederci. Una volta gli risposi citando Carlo Azeglio Ciampi, nel cui lessico spiccava l'espressione "atto volitivo", espressione di una ferrea determinazione. La citazione gli piacque.

Un giorno mi raccontò di quando non prese la lode in sede di laurea perché il solito barone torinese si offese dal non essere citato. Vitale da quel giorno comprese dal vivo il potere delle corporazioni. La sua tesi sulle operazioni di mercato aperto della Federal Reserve era qualcosa di esoterico per i "professoroni".
Dal quel novembre 2017 non so più quante volte ci siamo sentiti e visti. Mi chiamava più volte al giorno. Alla mattina presto, specialmente. "Come va?", erano le sue prime gentili parole al telefono. E subito mi chiedeva se avessi letto Francesco Giavazzi sul Corriere o Claudio Cerasa sul Foglio.
Luigi Einaudi
Ogni volta che scrivevo un capitolo, mi invitava a colazione. Arrivava preparatissimo, aveva sempre letto e sottolineato i passaggi più interessanti o che non lo convincevano. Un giorno, dopo che lesse la citazione dell'articolo di Luigi Einaudi sul "Silenzio degli industriali" dopo il delitto Matteotti del 1924, mi chiamò alle 7.40 e mi disse: "Dott. Piccone, questa citazione vale il volume. Si attivi per procurarmi il testo integrale. Adesso chiamo Cerasa così che lo pubblichi sul Foglio. Anche oggi gli industriali devono farsi sentire e reagire alle politiche nefaste del governo giallo verde".
Quanto mi manca il suo "Come va?". E non sono il solo.

Una volta completato il volume, restava da scegliere il titolo. Mentre mi arrovellavo e proponevo titoli su titoli, un giorno Vitale se ne uscì col titolo perfetto: "L'Italia: molti capitali, pochi capitalisti". La titolazione ricorda, ribaltandolo, il "Capitalismo senza capitale" di Napoleone Colajanni. Ma Vitale era convinto giustamente che il problema dell'Italia non fossero i capitali, che ci sono, ma il loro corretto utilizzo da parte di una classe di imprenditori che non è stata in grado di farsi classe dirigente. Come ha scritto Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, "Un Paese senza borghesia è come una macchina da corsa senza driver, rischia di sbandare e finire fuori strada".
Che emozione presentare il volume al Circolo del Giardino davanti a 400 persone! Difficile dimenticare quel parterre de rois composto da Elsa Fornero, Vittorio Colao, Francesco Giavazzi, Fabio Tamburini, Manuela Romeo Pasetti, Alessandro Spada. Con Guido Roberto Vitale a fare gli onori di casa.

Vi voglio raccontare un episodio che rappresenta bene l'acume e capacità di Vitale di andare dentro le cose, e il testo. Nell'ultima parte del volume ho analizzato i fattori di arretratezza storica del Belpaese, tra i quali c'è l'assenza di una classe dirigente adeguata. Ho ritenuto utile e necessario citare Tommaso Padoa-Schioppa, che nel gennaio 2007 sul Corriere della Sera scrisse: "Si ritornerà alla crescita solo se all'ansia della rincorsa, che ci ha sospinto per anni, subentrerà, quale spirito animatore, una ambizione nazionale. Desiderio di eccellere come Paese, fiducia nelle sue forze, sguardo lungo" (Via le rendite, o l'Italia torna povera, 7 gennaio 2007).
Guido Roberto Vitale in uno dei tanti pranzi insieme (quanto mi mancheranno!), mi disse: "Caro Piccone, non ci siamo, il termine "desiderio" non va bene. E' troppo vago, aleatorio. Se gli americani avessero avuto il desiderio, e basta, di andare sulla luna, non ci sarebbero andati. Hanno invece lavorato per realizzare l'obiettivo prefissato. Hanno avuto il commitment, la responsabilità di portare avanti il progetto. Il desiderio non è sufficiente. Bisogna impegnarsi a fondo, trovare le risorse, le persone, preparare budget, andare avanti con determinazione. Altrimenti i desideri rimangono solo desideri. E nulla più". Non potevo che essere d'accordo, e quindi, cambiai la citazione e il virgolettato, così da inserire il tema del commitment . Una lezione di 20 minuti, che non dimenticherò mai.
Più volte Vitale mi ha invitato a cercare la verità e dire con franchezza le cose come stavano. Quando trovavo qualcosa di interessante da un punto di vista storico negli archivi, ed ero titubante se pubblicarlo o meno, Vitale mi sferzava e non aveva esitazioni. Poche settimane fa è stato lui a convincermi a pubblicare il post su queste colonne sul giurista Sabino Cassese, dotato di un formidabile Zeitgeist (spirito del tempo), che lo portò a stare dalla parte di Giulio Andreotti nel terribile biennio 1978-9 ed attaccare la Banca d'Italia guidata allora da due integerrimi servitori dello Stato quali Paolo Baffi e Mario Sarcinelli. La pagina di Cassese sull'Espresso, a detta di un economista da me contattato, è da considerarsi "terrificante". Fino a che Baffi si vedeva attaccato da Michele Sindona, Roberto Calvi, o i fratelli Caltagirone finanziati dall'Italcasse era nelle cose, ma il fuoco amico di Cassese non era prevedibile.
Ricordo ancora Guido Roberto al telefono: "Dott. Piccone, non abbia esitazioni, pubblichi. La memoria di questo Paese è labile, bisogna rafforzarla". Una volta pubblicato, la sua reazione su Whatsapp (che conservo con commozione) fu la seguente: "Si farà qualche nemico in più, ma è il prezzo che si paga per essere liberi e intellettualmente onesti. Complimenti vivissimi, grv".
Come ha scritto Roger Abravanel sul Corriere della Sera, "Un uomo giusto che se credeva in una idea, la portava avanti con coraggio anche a costo di rischi personali".

Siccome Vitale amava profondamente il proprio Paese, si è sempre impegnato in modo olistico, a favore della cultura e del sapere (e della bellezza). Non poteva quindi che impegnarsi - "sempre propositivo e dinamico" - come consigliere e vicepresidente del FAI, Fondo Ambiente Italiano. Proprio nelle scorse settimane, Vitale mi ha fatto incontrare il presidente Andrea Carandini, il vicepresidente esecutivo Marco Magnifico e il direttore generale Angelo Maramai. Persone capaci che si spendono per la cura dei tanti "luoghi del cuore" che abbiamo in Italia.

Come spesso avviene quando i nostri punti di riferimento se ne vanno, ci guardiamo intorno alla ricerca dei sostituti. Oggi facciamo fatica a vederne. E il vuoto che ci lascia Vitale è ancora più grande.
Mi ha fatto molto piacere ricevere telefonate e attestazioni di stima da parte di amici e colleghi di Vitale, il quale negli ultimi mesi continuava a parlare bene di me e del volume appena pubblicato. "Lo hai reso felice. Era gioioso come un bambino, te ne sarò eternamente grata", mi ha detto la figlia Roberta. Ho pianto le mie lacrime, come è naturale, e mi impegnerò fin d'ora nel parlare in giro per l'Italia di lui e dei temi che gli stavano a cuore.
Colgo quindi l'occasione per dirvi che all'inizio di marzo il volume "L'Italia: molti capitali, pochi capitalisti" uscirà in una nuova edizione del Sole24Ore (Vitale, da signore quale è, mi ha ceduto gratuitamente i diritti d'autore affinché si potesse generare un dibattito pubblico dopo la pubblicazione del libro), sempre con la prefazione di Francesco Giavazzi, formidabile discussant. Si potrà comprare anche in edicola dal 5 marzo in abbinamento al quotidiano. Proprio nell'ultima telefonata, lunedì sera 4 febbraio alle 21.40, mi invitava a mandargli la bozza della nuova copertina del volume, perché voleva dire la sua. Mi disse: "Ne parliamo domani, quando torno a casa. E discutiamo di nuovi progetti". Non ce n'è stato il tempo, ahinoi.

Ci siamo sempre dati del lei. Il "tu" non gli piaceva.
Allora, caro Guido Roberto Vitale, mi mancherà moltissimo, la terra le sia lieve.

giovedì 31 gennaio 2019

La Banca d'Italia è passata all'opposizione? Lo sostiene il vice premier Di Maio, che ha letto con attenzione Sabino Cassese, vero precursore: nel 1978 accusò Paolo Baffi e la Banca d'Italia di burocratismo, di fare troppe ispezioni, di fare opposizione al governo

 

L'operato del governo giallo verde lascia molto a desiderare. I provvedimenti assistenziali incentrati su "quota 100" e sul reddito di cittadinanza hanno accentuato l'inversione delle aspettative sulla crescita. I consumi languono, la domanda privata è in ritirata in previsione di tempi cupi.
La Banca d'Italia, con il suo modello econometrico, non ha potuto che prendere atto di quello che vanno dicendo tutti gli istituti di ricerca: l'Italia nel 2019 crescerà ben poco. Fino a qualche tempo fa il governo, più che ottimista, preso da esuberanza irrazionale, stimava una crescita del Pil dell'1,5%. Dopo intense negoziazioni con la Commissione Europea, le stime sono state abbassate all'1%. Ma è ancora fantascienza. Via Nazionale settimana scorsa ha quindi reso noto che il suo modello prevede un rallentamento della nostra economia, che nel 2019 crescerà solo dello 0,6%. E i rischi sono verso il basso, come ha detto qualche giorno fa Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea. Lo certifica anche l'Istat stamane: la variazione del pil nel quarto trimestre è stata negativa: -0,2%. Una flessione. Se il governo volesse dare la colpa del calo alle tensioni internazionali, casca male; infatti l'Istat scrive: "Dal lato della domanda, contributo negative della componente nazionale e apporto positivo della componente estera netta".
Il vice premier
Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle non ha esitato a criticare Palazzo Koch, sostenendo che la Banca d'Italia è inaffidabile - "sono diversi anni che non ci prende" - accusandola di complicità politica con gli avversari del governo: "Solo che è strano: quando c'erano quelli di prima le stime erano al rialzo, adesso fanno addirittura stime al ribasso".
Pochi giorni fa
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul "Corriere della Sera" - La politica che nega la realtà" - hanno criticato aspramente Di Maio: "Questa è un'accusa gravissima che nega decenni di storia di indipendenza di via Nazionale, un'istituzione anch'essa imperfetta ma una delle migliori di cui l'Italia si può vantare...Minare la credibilità delle istituzioni è una strada pericolosissima".
Come non essere d'accordo con il duo Alesina-Giavazzi, consapevoli dell'importanza capitale dell'indipendenza delle banche centrali, conquistata con fatica dopo decenni.
Ma Luigi Di Maio ha un precursore autorevole, prestigioso, al quale si è, a sua insaputa, ispirato. Niente popò di meno che Sabino Cassese, autorevolissimo giurista, già professore di diritto pubblico e amministrativo, già ministro della Funzione Pubblica nel governo Ciampi, già consigliere della Corte Costituzionale.
 Nel lontano 1978 Cassese criticò duramente - dalle colonne dell'Espresso -  la Banca d'Italia guidata allora dal governatore Paolo Baffi. Il 20 agosto 1978 - A via Nazionale il burocrate grida: ho vinto! - Cassese accusà la Banca d'Italia di burocratismo e di effettuare troppe ispezioni di Vigilanza (allora diretta da quel galantuomo dalla competenza superiore che risponde al nome di Mario Sarcinelli).
Avete letto bene. La Banca d'Italia eseguiva troppi controlli secondo Cassese, che rimpiange il governatorato Guido Carli, quando le ispezioni (ben poche) venivano annunciate con largo preavviso, così da "sistemare" con calma i pateracchi nella gestione del credito.

Cassese accusò la Banca d’Italia di non collaborare col sistema politico-amministrativo e di formalismo, poichè, a suo dire, la Banca d’Italia eccedeva – a seguito delle ispezioni nelle banche vigilate - nelle denunce alla magistratura. Così Cassese: “Nel 1975, queste [denunce, ndr] furono 67; nel 1976, 117; nel 1977, 59. Per gli anni che precedono [con Carli governatore, ndr], ...si ha ragione di ritenere che il fenomeno fosse sconosciuto negli anni 1960 e fosse inferiore a poche decine dal 1970 al 1975...Ci si chiede se la Banca d’Italia non possa prevenire i reati [chissà cosa possono pensare i membri del direttorio oggi, ndr]: essa deve indirizzare e governare il credito, non agire come una Procura della Repubblica o la Corte dei Conti del sistema creditizio”. Cassese non comprese l’importanza vitale delle ispezioni in loco, decisive per scoprire il malaffare. Sono state proprio le ispezioni all’Italcasse di Arcaini dell’agosto 1977 e al Banco Ambrosiano di Calvi nel 1978 – oltre alla contrarietà al salvataggio-papocchio della Banca Privata Italiana di Michele Sindona - a segnare – purtroppo - la fine del “duo inafferrabile” Baffi- Sarcinelli.

Non è un caso che Donato Masciandaro, direttore del Centro Baffi Carefin Baffi della Bocconi abbia definito Baffi il “Governatore della Vigilanza”. Fu proprio il cambio di rotta nelle politiche di Vigilanza che indusse la politica a reagire servendosi della peggiore magistratura romana (altro che “porto delle nebbie”, meglio definirlo “porto delle follie”). Lo storico Alfredo Gigliobianco scrive: “Baffi, insieme con Sarcinelli, contrastò i fenomeni degenerativi che si manifestavano in quegli anni, usando anche con efficacia e senza timori reverenziali lo strumento delle ispezioni”.

Sabino Cassese

Cassese chiude così il suo j'accuse: "Un corpo si burocratizza quando perde di vista i suoi fini, le sue procedure vengono formalizzate e diminuiscono le sue capacità di reazione ai mutamenti esterni. I sintomi segnalati potrebbero indicare che la Banca d'Italia si sta burocratizzando, si isola, non coopera col sistema politico-amministrativo. O vogliono dire che è passata all'opposizione".
Possiamo solo immaginare la rabbia di Baffi nel leggere queste opinioni sgangherate di uno dei maggiori giuristi italiani. Baffi pensò: fino a che mi attaccano Giuseppe Arcaini, presidente dell'Italcasse (finanziatori dei fratelli Caltagirone), Michele Sindona della Banca Privata Italiana o Roberto Calvi del Banco Ambrosiano, è tutto molto prevedibile. Ma l'attacco di Cassese è fuoco amico, viene da chi mi dovrebbe difendere. 
Anni dopo, l'8 ottobre 1983, in una lettera a Giampaolo Pansa, Baffi scrisse che le streghe del Macbeth fossero più di tre: "E a librarsi nel basso cielo d’Italia di streghe e diavoli ve n’erano assai più di tre: Sindona, Calvi, i Caltagirone; i giornalisti come quelli del Fiorino, dell’Aipe, del Borghese; finanzieri vaticani e dirigenti di qualche istituto centrale di credito; uomini politici e loro caudatari; alti funzionari dello Stato; «magistrati», e qui virgoletto perché applicati ad alcuni il nome stride. Ora questa coalizione di «instruments of darkness» è meno potente; perciò non invano alcuni, dall’altra parte, sono caduti sul campo" (Archivio Storico della Banca d'Italia, Carte Baffi, Governatore Onorario, cart. 33, fasc, 11).Chi sono i "caduti sul campo" citati da Baffi? Lui stesso, Mario Sarcinelli, esautorato dalla Vigilanza e poi, per sua fortuna nel gennaio 1982, richiamato come direttore generale del Tesoro dal ministro Beniamino Andreatta, e Giorgio Ambrosoli, assassinato da un killer al soldo di Sindona.
La reazione di Baffi a Cassese non si fece attendere. Il 27 agosto - A via Nazionale le cose stanno così - sull'Espresso il governatore cercò di trattenersi ma dalla replica - lunga, precisa e dettagliata - si capisce perfettamente lo sdegno per l'attacco non previsto e così ingiusto. Baffi: "Si fa offesa alla sforzo di pensiero e alla passione civile posti in questa attività di analisi e di collaborazione, che impegna le aree associative del cervello di un buon numero di persone, si misconosce il progresso insito nel passaggio dall'episodico al sistematico, tacciando di burocratismo le nuove metodologie di lavoro e di comunicazione". E sulla Vigilanza: "La Banca d'Italia, nell'esercizio dei compiti di vigilanza bancaria, espleta funzioni tipicamente amministrative di indirizzo e controllo degli enti creditizi da essi svolta. Esulano, quindi, dalle funzioni istituzionali della Banca la repressione e la prevenzione dei reati; ciò non toglie che nel compimento dei propri doveri l'Organo di Vigilanza possa talvolta imbattersi in fatti suscettibili di valutazione penale, che, secondo l'interpretazione corrente, vanno portati a conoscenza dell'Autorità giudiziaria a termini dell'art. 2 c.p.p.".

Paolo Baffi
Baffi chiude così: "Mi lusingo di aver fornito al lettore elementi sufficienti per giudicare dell'osservazione finale contenuta nell'articolo secondo cui la Banca "non coopera col sistema politico amministrativo" e dell'ancor più strano interrogativo che la segue suo suo "passaggio all'opposizione". 

Intanto Baffi, ferito da Cassese, era già sotto indagine fin dal 7 aprile 1978, inizio, secondo i magistrati Alibrandi e Infelisi, del fantomatico “disegno criminoso”.
Cassese, in passato, ha replicato così alle mie osservazioni: "Da quanto lei stesso scrive si evince che mi riferivo alla prassi di attivare le procure, non alla vigilanza in quanto tale". E se l'ispezione evidenzia irregolarità, non si devono denunciare le malefatte alla magistratura? E prevenire i reati, cosa significa? Che la "business judgement rule" nella concessione del credito non vale più? Che c'è la presunzione di colpevolezza? Mah.

Luigi Di Maio

Di Maio è stato negli archivi della Banca d'Italia (ASBI) il via Nazionale 191? Non credo, io non l'ho mai visto!

Il vice premier ha tratto ispirazione, nella sua inconsapevolezza, da uno dei massimi giuristi italiani.
Ci chiediamo se può essere la volta buona per il professor Cassese per prendere carta e penna e, dopo 41 anni, chiedere scusa, e ammettere di aver preso un granchio colossale attaccando (dando in tal modo una mano a Giulio Andreotti, regista dell'operazione di disarcionamento) Paolo Baffi e Mario Sarcinelli? E' così difficile ammettere i propri errori? Dall'alto del proprio scranno non si può ammettere di aver sbagliato?

mercoledì 19 dicembre 2018

Omaggio a Maria Alessandra Baffi, donna affettuosa, dall'energia travolgente. Si è sempre prodigata per i meno fortunati


B. Piccone e M. Alessandra Baffi
Cara Maria Alessandra,

È con estremo dispiacere che mi accingo a darti l'ultimo saluto. Una lunga sessione di laurea in università mi impedisce di essere lì oggi.

Quanti incontri, quante telefonate, quanti vis-a-vis. A Fregene, a Roma, a Milano, perfino in ospedale a Villa Margherita. Quanta resilienza, quanta energia hai trasmesso a chi ti ha conosciuto. Quanto affetto mi hai regalato da quando ho preso in mano le carte di tuo marito Paolo in Banca d’Italia.
Quando trovavo una lettera interessante in archivio, ti chiamavo e subito mi raccontavi un sacco di cose con la tua voce squillante. E non smettevi più, parlavi senza fermarti. Con passione. Mi aiutavi con mille aneddoti a definire “lo spirito del tempo”, lo Zeitgeist della carriera in Banca d’Italia di Paolo Baffi, straordinario servitore dello Stato.

Sei nata ad Oderzo in provincia di Treviso il 5 maggio 1928. Una lunga vita, piena, densa di soddisfazioni. Due figli, un marito che ha servito il Paese ad altissimo livello per oltre quarantanni. E tu sei sempre stata al suo fianco, nei tanti momenti belli e anche nelle tragiche vicende del 1979, quanto ingiustamente Baffi fu incriminato con il vice direttore generale Mario Sarcinelli. Una campagna di intimidazione da far tremare i polsi. Quando il presidente emerito Giorgio Napolitano è venuto a Fregene alla presentazione del mio volume “Paolo Baffi, Servitore dell’interesse pubblico”, hai insistito per ospitarmi a casa tua insieme a moglie e figli, che hai coccolato con amore e che ricordano con affetto la tua generosità.

Piccone, Napolitano e S. Rossi a Fregene
Quel giorno alla Biblioteca di Fregene hai voluto intervenire. Quanta commozione nel ricordare la telefonata di Baffi del 24 marzo 1979 che ti invitava ad andare dalla moglie di Sarcinelli per aiutarla a preparare la valigia con gli effetti personali da portare in carcere al marito a Regina Coeli. Che tempi orribili!

Quanto ti sei spesa per le persone meno fortunate! Mi hai raccontato quanto hai lottato a favore dell’ematologo prof. Franco Mandelli affinchè potesse avere una sede per i “suoi“ bambini malati di leucemia. E alla fine ci sei riuscita! Mi facevi spesso vedere la foto con Carlo Azeglio Ciampi che consegnava a te e Mandelli un assegno miliardario (in lire).

E quanto ti sei spesa a Fregene per trasformare la tenuta Maccarese dei Benetton (veneti come te) nell’oasi di 400 ettari di Macchiagrande, ora gestita dal WWF! Il 14 agosto 1982 Baffi scriveva al senatore Cesare Zappulli: “Coltivo alberi che daranno frutti nei tempi lunghi”.

Enrico e Giuseppina, a cui va il mio abbraccio forte e sincero, riuscivano a fatica a limitare, ormai ottantenne, le tue iniziative. Non ti sei mai fermata. Ogni volta che organizzavo una presentazione in Banca d’Italia, un intervento alla scuola Leonardo da Vinci di Fregene con la preside Antonella Maucioni, mi dicevi: “Vengo!”, anche se eri debilitata.

Paolo Baffi
Sei venuta anche al Salone del libro a Torino a sentire Paolo Mieli e Nerio Nesi, che hanno ricordato Paolo Baffi con bellissime parole. Quando il Comune di Fiumicino ha dedicato una Piazza a Baffi, al telefono mi hai detto: “Piccone, con tutte queste iniziative, mi allunghi la vita”. E io commosso, allora, cercavo di organizzare altri incontri.

Ora che non ci sei più, piango le mie lacrime.

Ti sia lieve la terra, Maria Alessandra, mi mancherai moltissimo.

giovedì 13 dicembre 2018

La vicenda Xylella: spesso in Italia la magia vince sul metodo scientifico

La Xylella - il terribile batterio che secca le piante, in special modo gli ulivi - pare essere arrivata anche all'Argentario in Toscana. E cosa abbiamo fatto in questi anni? Come hanno reagito le istituzioni? Qual è stato il dibattito pubblico scientifico rispetto a questo problema? Sinteticamente: una delusione totale.
Sembra di vivere nel Medio Evo, quando la magia aveva la meglio su tutto.

Facciamo un passo indietro. La "Xylella fastidiosa" è comparsa in Puglia, nel Salento, nell'ottobre 2012, colpendo da allora circa 770 mila piante, per un totale di 8 mila ettari. Come ha scritto Luciano Capone sul Foglio, a causa dell'inazione delle istituzioni, bloccate anche a causa di indagini della magistratura, attivisti-complottisti, pseudo ambientalisti, sedicenti scienziati, la malattia si è espansa a macchia d'olio (è veramente il caso di dire).
Per contrastare l'epidemia, sarebbero necessarie alcune misure di contenimento come l'uso di agrofarmaci e l'eradicazione di parte degli ulivi malati come a formare una linea Maginot. La comunità scientifica è concorde. La Corte di giustizia europea, la Commissione europea, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), l'Accademia dei Lincei, scienziati internazionali e ricercatori italiani la pensano allo stesso modo. Peccato che siano considerati "untori" dalla magistratura di Lecce che li ha indagati (l'inchiesta aperta tre anni fa non è ancora stata chiusa).

Il rimpallo di responsabilità a cui abbiamo assistito è stato imbarazzante. Il Ministero dell'Agricoltura non si è mai occupato della questione. Il finanziere Guido Roberto Vitale, intervistato qualche giorno fa sulla Gazzetta del Mezzogiorno, ha detto: "Sono costernato da quello che sta succedendo in Puglia e mi domando se le autorità centrali e regionali si rendono conto di quello che vuol dire per questa regione la scomparsa o la mutilazione violenta degli ulivi centenari o millenari. Si tratta di ulivi che costituiscono un'attrazione e una testimonianza di civiltà per i turisti che giungono da tutto il mondo. Vederli scomparire solo perchè nessuna autorità si è occupata di debellare questo flagello è terribile".

I danni all'olivicoltura pugliese sono ingenti. Dal brindisino, ormai, in assenza di contromisure, il batterio ha raggiunto Bari. Per il 2018-9 si stima che la produzione di olio d'oliva scenda di oltre il 50%, dalle 205mila tonnellate del 2017 alle 86mila attese. Se pensiamo che una bottiglia da tre quarti di litro si potrebbe vendere a prezzi superiori ai 13 euro, ci rendiamo conto del danno economico.

Questa vicenda ricorda l'epidemia di influenza "spagnola", che in Italia prese a mietere vittime nell'agosto 1918, e che nei successivi sette mesi avrebbe provocato un numero maggiore di morti dei caduti nella Grande Guerra. La spagnola si accanì in particolare contro le donne e nelle regioni dove l'igiene era più precaria e l'alimentazione più carente. Tutto ciò avvenne in particolare in Puglia e nella provincia di Foggia. Lo storico Sergio Luzzatto, nel formidabile volume Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento (Einaudi, 2007), scrive: "Nel solo comune di San Giovanni Rotondo, che non superava i diecimila abitanti, fra settembre e ottobre del 1918 l'epidemia influenzale provocò 200 vittime". E proprio in quei mesi Padre Pio, alias Francesco Forgione, ricevette le stigmata. Allora le richieste di intercessione, di preghiere di protezione, le domande di grazia di infittirono. Luzzatto commenta: "Da buoni cristiani, potevano sperare che un qualche individuo d'eccezione - un santo - riuscisse a liberarli da tutto il male che li circondava: dalla malattia, dalla miseria, dal lutto...Le stigmate e i miracoli di Padre Pio interessano meno per quanto rivelano di lui che per quanto rivelano del mondo intorno a lui: il varipinto mondo di frati e di preti, di chierici e di laici, di credenti e di atei, di buoni e di cattivi, di astute o di ingenui, di colti e di ignoranti che nel carattere soprannaturale di quelle stigmate e di quei miracoli hanno creduto, o hanno rifiutato di credere".
E' passato un secolo ma ci sono soggetti che credono ancora alla magia. Pietro Perrino, per esempio, sostenitore del movimento Free Vax, (antivaccinista) sostiene che gli ulivi muoiono a causa dell'"inquinamento" e che le misure anti Xylella fanno parte di un complotto. Naturalmente guidato dalle multinazionali del farmaco.
Se la magia ha la meglio sulla scienza e sul metodo scientifico, siamo fritti.


mercoledì 7 novembre 2018

Milano è un laboratorio di talenti. Marco Manzoni ne è un esempio lampante

Marco Manzoni
Lunedì 29 ottobre al Teatro Franco Parenti si è svolta la presentazione del volume di Marco Manzoni "Il tempo senza tempo della passione etica" (ed. Il Campano, 2018). Il libro raccoglie alcuni dei progetti culturali che hanno animato la vita di Milano negli ultimi 30 anni.
Manzoni, dopo aver diretto le relazioni esterne del Parenti dal 1975 al 1987, ha fondato Studio Oikos - progetti culturali e scientifici, il cui fil rouge è stato tenere insieme progettualità culturale e ricerca di senso.
C'era moltissima gente al Parenti l'altra sera, nonostante la pioggia battente. I relatori non hanno deluso.

Marco Vitale, nomen omen, ha ringraziato Manzoni per non essersi mai scoraggiato (di questi tempi, chi ha coraggio è un cittadino benemerito), per la profondità dei temi trattati, per essere stato capace di interessare tante persone di qualità.
L'economista d'impresa bresciano di nascita, ma milanese di adozione, sente di dover ringraziare anche Milano: "In quale altra città sarebbe stato possibile dar vita ad un cenacolo ideale di questo livello, ad attrarre tante persone di grande valore e moralità a testimoniare o solo a collaborare a questa operazione culturale lunga, tenace, disinteressata, coerente?" Arturo Colombo, professore di storia, scrittore e giornalista, parlava di famiglia dei "doverosi", di coloro che considerano fare il loro dovere più importante che esercitare dei diritti o soddisfare delle convenienze. Di questi tempi, incentrati sui diritti acquisiti, parlare di doveri è quanto mai opportuno. Avercene di "doverosi"!

Il caporedattore della pagine di Milano del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi ha ricordato Ermanno Olmi, il quale invitava a suonare le campane, a svegliare la gente dal torpore. Con Vitale, Schiavi si fece promotore anni fa, con il plauso dell'allora vescovo di Milano Mons. Dionigi Tettamanzi, dell'appello "Allarme Milano, allarme Italia". Milano si è poi risollevata. L'Italia è rimasta al palo. Vogliamo parlare di Roma e della sua imbarazzante sindaca?
Schiavi, con il sorriso bonario addolcito dalla barba bianca, dice in sintesi: "Dobbiamo tornare ad essere buoni cittadini". L'invito ricorda quanto sosteneva il vescovo patrono di Milano, Sant'Ambrogio: ""Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".

Dei tanti progetti portati avanti da Marco Manzoni, a me piace ricordarne tre:

1."Il futuro della memoria" (2006).
Abbiamo bisogno di memoria perchè senza memoria non c'è futuro. Come ha scritto Salvatore Veca, la memoria si basa sulla storia e sulla conoscenza ,ma diventa memoria quando diventa conoscenza condivisa. Manzoni pone degli interrogativi sempiterni: "Perchè ricordiamo e che cosa ricordiamo? Chi decide cosa ricordare? Quale parte della nostra mente si prende la responsabilità di far restare in vita alcuni momenti del nostro passato, per far svolgere loro il compito di ordito attorno a cui tessere la nostra storia?".
2. Il convegno "Cesare Musatti. Il pensiero e l'umanità" del 1994, a cinque anni dalla scomparsa del padre della psicanalisi italiana. Nel volume di Manzoni si ricorda un passaggio particolarmente interessante dei "Girasoli" di Musatti: "Per ogni male dunque c'è un rimedio. Spero di aver potuto essere io un rimedio per lei (una ragazza sua paziente, ndr). Se lo sono stato è soltanto per averla fatta partecipare a questo allargamento della propria vita, con quella altrui: a questo accogliere gli altri in sé. Ora, giunto alla fine, mi assale, lo confesso, qualche dubbio.o qualcosa di acquisito, questa capacità di dare respiro e di ampiezza propria esistenza, partecipando a quella altrui?".
3. "Tempo e libro. Il futuro della lettura" (1991).
Manzoni scrive: "Il tempo rimane ancor oggi uno degli ultimi luoghi di una solitudine difficile da ritrovare in mezzo alla grande quantità di messaggi e strumenti di comunicazione presenti nella vita contemporanea". Nella velocità e vorticosità della vita di oggi, chi riesce a ritagliarsi del tempo per leggere è un privilegiato. Ma dipende solo da noi. Nel lontano 1991 intervennero Silvia Vegetti Finzi, Luca Formenton, Carlo Sini, Giuseppe Pontiggia, Roberto Calasso, Tiziano Barbieri, Giulio Bollati, Inge Feltrinelli, Vanni Scheiwiller, Mario Spagnol, Franco Ferrarotti, Furio Colombo, Giuseppe De Rita. Che parterre!
In occasione dell'inaugurazione del Salone del Libro di Torino del 2015, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella scrisse un messaggio pregnante: "Leggere non è solo una ricchezza privata, destinata al singolo individuo. Leggere è una ricchezza per la società per il bene comune. E' un antidoto all'appiattimento, è ossigeno per le coscienze. La lettura non può essere ridotta a consolazione o semplice svago. E' semmai una porta sul mondo, che ci apre alla conoscenza di esperienze lontane, che ci mostra cose vicine che non avevamo notato, o capito, che ci fa comprendere le grandi potenzialità dell'umanità che ci circonda. Leggere ha a che fare con la libertà. E con la speranza".

Come ha scritto Lella Ravasi Bellocchio nella postfazione, "Trent'anni, un anniversario carico di senso. (...) Attraverso le tue pagine c'è il palpitare del tempo, un'invenzione di memoria tra passato e futuro. Ne valeva la pena". A braccio, la psicologa, ha invitato a riprendere il coraggio della speranza: "Nella mia stanza di ascolto dei pazienti, sono sconvolta dal negativo - personale e collettivo - che avanza".
Se è vero che non c'è più il futuro di una volta, Marco Manzoni, con la sua forza progettuale, con la sua mite determinazione, ci ha insegnato a guardare avanti, a studiare, ad approfondire e collegare temi che sembrano apparentemente lontani. Gliene siamo grati.

mercoledì 10 ottobre 2018

Il silenzio degli industriali

Luigi Einaudi
Siamo nell'era dell'incompetenza. Il populismo vince. Chi sa, chi ha studiato è clamorosamente sconfitto. Nessuno ha il coraggio di reagire a questo andazzo. Dove sono finite le élite? Eclissate.
Esattamente come negli anni '20 quando gli industriali si accodarono al fascismo.
Dopo il delitto di Giacomo Matteotti - giugno 1924 - solo alcune voci flebili si fecero sentire. Allora Luigi Einaudi dalle colonne del Corriere della Sera, diretto da Luigi Albertini (che fu cacciato poco dopo, nel 1925, da Benito Mussolini).
Il titolo fu quanto mai eloquente: "Il silenzio degli industriali". Vale la pena di rileggerlo in toto e chiedersi come mai gli industriali di oggi siano silenti di fronte a questo sfascio giallo-verde.

Il silenzio degli industriali, di Luigi Einaudi, 6 agosto 1924, Corriere della Sera

Le rappresentanze degli industriali, dei commercianti e degli uomini d'affari si sono finora mantenute in un silenzio così prolungato intorno agli avvenimenti politici più recenti da far dubitare forte se esso non sia il frutto di una meditata deliberazione. Contro lo stato di illegalismo, contro le minacce di seconda ondata, contro la soppressione della libertà di stampa hanno protestato i giornali, i collegi professionali degli avvocati, i partiti politici pure aderenti al governo attuale, come i liberali, ed alta si è sentita ieri la voce dei combattenti. Soltanto i capitani dell'Italia economica tacciono.
Se si discorre con taluno di essi, con coloro che si può supporre rappresentino gli interessi più larghi dell'economia nazionale, l'impressione che se ne ricava non è già quella di approvazione delle esorbitanze verbali degli estremisti del fascismo, e dei frenetici di dittature e di plotoni d'esecuzione. Gli industriali non approvano le minacce; ma, affettando di considerare gli agitati gridatori come degli innocui maniaci, insistono sulla necessità preminente di un governo forte; e ritengono che la tranquillità sociale, l'assenza degli scioperi, la ripresa intensa del lavoro, il pareggio del bilancio siano beni tangibili, effettivi, di gran lunga superiori al danno della mancanza di libertà politica, la quale, dopotutto, interessa una minoranza infima degli italiani, alle cui sorti essi scarsamente si interessano. Prima bisogna lavorare, produrre, creare le condizioni materiali di una vita larga; il pensare, il battagliare politicamente sono beni puramente ideali, dei quali si può anche fare a meno. I più cinici, i più aderenti ad una inconsapevole concezione materialistica della vita aggiungono che val la pena di pagare un tenue tributo di danaro e di libertà, pur di salvarsi dal pericolo del bolscevismo, dell'anarchia, della distruzione della ricchezza. O il regime attuale, con tutte le sue restrizioni alla libertà politica o il bolscevismo. Tra i due, la scelta non è dubbia. Inutili le promesse di una via di mezzo. Fatalmente, la restaurazione dei metodi ordinari di governo parlamentare, della libertà statutaria di stampa, vorrebbe dire ritorno ai metodi giolittiani e nittiani di adulazione e di debolezza verso i partiti rossi. A Kerenski seguirebbe fatalmente Lenin. Vogliamo cadere, chiedono gli uomini della finanza, negli orrori del bolscevismo?
Giacomo Matteotti
Questa maniera di ragionare diffusissima nelle classi industriali italiane, prova soltanto come ai grandiosi progressi tecnici verificatisi recentemente in Italia non abbia corrisposto un uguale progresso nella educazione politica dei dirigenti l'industria. La nuova generazione sorta durante la guerra sente ancora troppo la modestia delle sue origini e non sa elevarsi al livello a cui le generazioni precedenti, dopo lungo tirocinio, erano riuscite a salire. Nessuno che volga lo sguardo all'avvenire, che non si contenti della tranquillità presente, ma desideri una duratura pace sociale, può ritenere che l'acquiescenza alla dittatura, la rassegnazione alle seconde ondate, la idolatria verso i puri beni materiali siano un terreno fecondo per una vera pace sociale. Non lo credono, qualunque siano le parole che pronunciano a fior di labbra, neppure gli espositori della teoria della rassegnazione. I fatti economici sono complessi; ed è probabile che una reazione di borsa si sarebbe manifestata, dopo le pazzie dei primi mesi del 1924, anche senza il delitto Matteotti; ma la pesantezza delle quotazioni, la diminuzione straordinaria degli affari, lo stento con cui si collocano le emissioni in corso sono senza dubbio l'indice di uno stato di apprensione. I risparmiatori, quando pensano all'investimento dei loro capitali, sono assai più accorti politici di quelli che si arrogano la rappresentanza dei grandi interessi economici. Hanno avuto paura del bolscevismo ed hanno in quel tempo lasciato cadere le quotazioni a limiti vilissimi. Oggi non temono più l'avvento del bolscevismo; sentono che il clima storico non è più in Italia, come in nessun altro paese del mondo, favorevole a pazzi sperimenti comunisti; sanno che anche i più deboli uomini di governo prenderebbero coraggio contro gli imitatori in ritardo di Mosca, sentendosi forti del consenso della grande maggioranza di coloro che hanno fatto la guerra, delle classi medie ed anche delle schiere migliori dei lavoratori. Temono invece le rivoluzioni a ripetizione, le minacce continue, i colpi di testa farinacciani. Temono la reazione dell'odio accumulato contro le lunghe prepotenze di chi si erige al disopra della legge. Al tempo della licenza, le classi medie risparmiatrici le quali sono le vere fornitrici di capitali ai grandi industriali, si dilettavano a parlar male del parlamento e dei giornali; ma ora sommessamente confessano che, dopotutto, la tribuna parlamentare e quella giornalistica sono preziose valvole di sicurezza contro il malcontento. Tolte queste valvole, che cosa rimane fuorché il contrapporsi di violenza a violenza? Tra i diversi modi di reagire alla febbre bolscevica, le borse, pur composte in maggioranza di adoratori del pugno forte, agiscono - ed è questo soltanto che monta - come se fossero persuase invece che il metodo inglese o francese della discussione, della libera manifestazione del pensiero per mezzo della stampa sia alla lunga più rassicurante del metodo della forza.
Non a torto corre nel mondo dei finanzieri un vago senso di malessere che induce gli speculatori ad alleggerire le posizioni, a stare ad aspettare. Lo speculatore valuta zero il passato. Quel che conta è solo l'avvenire. Si vorrebbe vedere nell'avvenire sicurezza, tranquillità, non imposte con le minacce, ma conquistate con la persuasione. Non pochi temono che l'ondata, rovesciandosi, colpisca in pieno l'industria, considerata responsabile degli eccessi peggiori del regime di coercizione. L'opinione pubblica, è inutile tacerlo, considera in blocco con sospetto gli industriali. Quando si è veduto che i finanziatori del giornale di Filippelli erano grandi industriali, quando si parla correntemente di acquisti fatti a colpi di milioni di quotidiani atti a influenzare o fabbricare la pubblica opinione; quando si vede che i soli giornali i quali abbiano plaudito al decreto sulla stampa sono quelli di cui non sono chiare le origini finanziarie ed i quali hanno d'uopo per vivere, di generosi sacrifici pecuniari dell'alta finanza; quando si ricordano le circolari della confederazione dell'industria e del commercio incitanti a versare fondi di propaganda durante le elezioni a favore del partito dominante, è facile l'illazione: dunque l'industria non può vivere se non provvede a crearsi un ambiente favorevole; dunque il capitalismo trae le sue ragioni di esistenza dalla corruzione, dagli affari conchiusi con lo stato od attraverso i governi; dunque si sopprime la libertà di stampa allo scopo di consentire ai ricchi di sfruttare il popolo con contratti leonini e con protezioni jugulatorie.
L'accusa ed il sospetto non toccano la grandissima maggioranza degli industriali, degli agricoltori e dei banchieri italiani, i quali vivono di un lavoro sano e fecondo. Ma il terribile si è che questa grandissima maggioranza non veda il pericolo a cui va incontro col non separare nettamente le proprie sorti da quelle dei pochi profittatori ed interessati all'oscurità ed al silenzio. No. L'industria italiana non vive di lavori pubblici, non vive di favori governativi; di fatto non è per lo più neppure vantaggiata dalla protezione governativa. L'industria italiana non ha perciò paura del bolscevismo: chi ha le mani nette, chi vive del proprio lavoro, chi è necessario in una organizzazione economica sana, non può essere soppresso. Faccia a faccia con gli operai, in aperto dibattito, l'industriale creatore di vigorose imprese industriali non dovrebbe temere di vedere negata la sua ragion d'essere.
Ciononostante egli può commettere suicidio. Per debolezza, per lasciar correre, per non aver fastidi, gli industriali italiani hanno commesso la propria rappresentanza ad alcuni pochi, i quali reputano atto supremo di saggezza comprar la pace giorno per giorno, propiziarsi con tributo adeguato i potenti della terra, ottenere per largizione ciò che avrebbero diritto di pretendere per giustizia. Stiano attenti i mal consigliati! Se c'è qualcosa che oggi in Italia possa rendere l'animo delle moltitudini favorevole nuovamente a barbare teorie orientali, sconfessate oramai da tutti i capi responsabili del movimento operaio del mondo occidentale, questo qualcosa non è l'attrattiva del vangelo di Mosca; è la repulsione verso le prediche di violenza e di compressione. Gli industriali, i finanzieri, i quali si rallegrano della scomparsa assoluta degli scioperi dopo la marcia su Roma e solo per questo affermano la loro solidarietà ad ogni costo anche cogli estremisti del fascismo, paiono ciechi. Ben fragili sono le fondamenta di mercati finanziari che riposano su un terreno così sdrucciolevole. Non senza ragione i valori di borsa rifiutano di salire più in su. Risaliranno, nel giorno in cui, - essendo pienamente liberi gli operai di abbandonare il lavoro sotto la guida di quei qualunque condottieri, bianchi, rossi o tricolorati, che liberamente essi si saranno scelti - gli scioperi non avranno luogo od avranno luogo in scarso numero perché industriali lungimiranti avranno saputo evitare a tempo la sciagura, con trattative accorte, con sforzi vittoriosi per concedere il massimo possibile alle maestranze, pur facendo vigoreggiare l'intrapresa. Se si ficca lo sguardo in fondo, la preferenza di tanti industriali per la pace sociale imposta dal governo e consigliata dall'amore del quieto vivere. Vogliono lavorare, essi dicono, e non essere seccati da memoriali, da leghe, da discussioni, che fanno perder tempo. Eppure, bisogna rassegnarsi. Per governare un'industria oggi non basta essere valentissimi tecnici e commercianti accorti. Importa altrettanto e forse più, essere condottieri di uomini. Non si lavora per produrre tessuti o rotaie o frumento, sibbene per creare condizioni di vita sempre più alte per tutti coloro, dai capi ai gregari, che partecipano alla produzione. E tra queste condizioni di vita, insieme col pane, forse più del pane medesimo, va annoverata la dignità di uomo libero. Gli industriali italiani non sono oppressori. L'accusa, che fu ad essi rivolta, è ingiusta. Ma essi devono evitare pur l'apparenza di esserlo. La politica del silenzio, in momenti così drammatici, delle rappresentanze industriali, prende, agli occhi del pubblico, aspetto servile. Non è pericolosissimo far pensare agli operai che il proprio avvilimento sia il prezzo della compiacenza padronale? 

mercoledì 29 agosto 2018

Omaggio a Marina Camatini, scienziata tenace

Bisogna avere un grande rispetto per gli scienziati, per coloro che studiano tutta la vita alla ricerca del vero (che è sempre parziale, come ci insegna l'epistemologia, fino a che un nuovo studio dimostra la falsità delle affermazioni precedenti). Lo studio è incessante, fino alla fine della propria vita. La passione è così forte che tutto passa in secondo piano.
Credo che il degrado italiano sia iniziato quando Beppe Grillo, comico, già condannato in via definitiva per omicidio colposo, abbia potuto dare della "puttana" a Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, nonché senatrice a vita.
E' per questa stima che nutro verso i ricercatori che dedico questo post alla prof.ssa Marina Camatini, scomparsa qualche giorno fa, scienziata tenace, donna esigente e volitiva, severa (anche con se stessa), con grandi risorse cognitive, già docente ordinario di biologa cellulare, tra le fondatrici dell'Università degli Studi Milano Bicocca, già primo direttore del Dipartimento di Scienze dell'Ambiente e della Terra.
Tra i necrologi sul "Corriere della Sera", uno mi ha colpito in particolare, di Paolo Galli: "Oggi in Bicocca è come se mancasse un edificio, ci mancheranno i suoi giudizi taglienti". Il suo Dipartimento ha scritto: "La prof.ssa Camatini è stata un personaggio di grande rilievo nell'ambito della didattica e della ricerca...Oltre al suo grande valore scientifico, era anche una donna di rigore, di pragmatismo e di forti opinioni".
Marina è stata pioniera nella ricerca sugli effetti dell'inquinamento dell'aria, ha fondato il centro di ricerca Polaris, Polveri in Ambiente e Rischio per la Salute ed il suo contributo è stato fondamentale allo sviluppo dell'iniziativa BASE (Bicocca Ambiente Società Economia). Il Centro di Ricerca POLARIS studia impatti di diversa origine su ambiente e salute, propone criteri di gestione sostenibile di tematiche ambientali e fornisce strumenti utili ad orientare le politiche di governo del territorio. Collabora con aziende ed enti di ricerca per agevolare il trasferimento tecnologico tra Università e Impresa.
Il consiglio scientifico di Polaris nell'esprimere profondo cordoglio per la scomparsa della prof.ssa Camatini, ha scritto che "il suo entusiasmo e la capacità di innovare rimarranno di esempio". Ecco di cosa abbiamo bisogno. Di esempi. Positivi.
In Lombardia la battaglia contro l'inquinamento dell'aria è sempre stata vista come ancillare. La sensibilità è mancata, anche da parte della popolazione. La politica ha sempre visto i ricercatori come dei nemici, in combutta con i funzionari dell'Unione Europea, intenti a multare le regioni inadempienti ai progetti diretti a migliorare la qualità dell'aria.
Quando nel 2012 mi candidai come consigliere regionale nella Lista Civica "Per Ambrosoli Presidente" in Lombardia, ebbi modo di confrontarmi con la prof.ssa Camatini, la quale mi illustrò come la politica cercasse di mitigare la misurazione corretta dei livelli di inquinamento. Se si istalla un rilevatore in viale Abruzzi ad "altezza passeggino", è ben diverso da metterlo alla montagnetta di San Siro.
Con il presidente di Regione Lombardia Roberto Formigoni, il "Celeste", colui che ha fatto il bello e il cattivo tempo per vent'anni, i rapporti non devono essere stati facili, anche perché Marina, era una scienziata "ricca di personalità e di obiettivi" (Rettore di Milano Bicocca, cit.)
I suoi giudizi - al telefono con me - erano sferzanti, ma sempre venati da un tratto di ironia.
Io che l'ho conosciuta grazie al figlio Alessandro - amico di una vita - posso dire che fosse una donna speciale, che ha dedicato la sua vita alla famiglia e alla ricerca. Come ha detto Alessandro stamane in chiesa, trattenendo a fatica l'emozione, "è stata sia un'esploratrice che una docente appassionata, sempre caratterizzata da una spasmodica curiosità".
Fuori dalla chiesa si formano i capannelli, dove ognuno porta il suo ricordo. Marco esprime il suo plauso per la capacità di Marina di esprimere sempre la sua opinione con franchezza, senza giri di parole, ma senza giudicare. Allora mi permetto di citare un aforisma di Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano, il promotore del "New Deal" dopo la crisi seguita al "Great Crash" del 1929: "Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone". Marina, by far, si concentrava sulle idee, e con la dovuta energia, promuoveva iniziative dense di senso. Pensiero e azione mazziniani.
Al termine della sua carriera quarantennale in Banca d'Italia, Paolo Baffi scrisse a un suo corrispondente quanto gli mancarono, da direttore generale e da governatore, "le verdi pasture della ricerca". Chi ama lo studio, è ossessionato ("Only the paranoids survive", scriveva il fondatore di Intel Andy Grove). Non si accontenta mai. E' il bello del life long learning.
 
Rita Levi Montalcini
In un frangente triste della storia italiana, in cui "uno vale uno", chi ha un Phd deve subire gli attacchi di un non-laureato neanche troppo intelligente, l'Italia ha bisogno come il pane di scienziati, di persone che ragionino in modo logico, che sappiano quanto lo studio sia fonte di grandi soddisfazioni e di grande progresso economico e civile. Chi non rispetta gli studiosi, è destinato (forse, purtroppo, in là nel tempo) a soccombere.

Ai figli Alessandro e Stefano e al marito Paolo (avversario in tante partite al Fantacalcio), che per tanti anni ha vissuto con gioia al fianco di Marina, "donna eccezionale", il mio forte e sincero abbraccio.

Cara Marina, ti sia lieve la terra.

giovedì 2 agosto 2018

Un libro per l'estate: "Marchionne lo straniero" di Paolo Bricco


La morte improvvisa di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles (FCA) il 25 luglio scorso ha colpito moltissimo gli italiani, che hanno visto la scomparsa del manager-imprenditore (Dopo la «distruzione creativa» schumpeteriana compiuta in Fiat, ha senso definirlo imprenditore) come un'ingiustizia nei confronti di una persona che non ha avuto tempo di "godersi la vita".
Niente di più sbagliato. Marchionne amava il suo lavoro, non lo mollava mai, solo un week-end negli ultimi 3 anni, era la sua vita, il suo riscatto.
Un profilo notevole, frutto di un lavoro di tre anni (altro che instant book!), ce lo porge il giornalista e storico Paolo Bricco nel volume "Marchionne lo straniero" (Rizzoli, 2018), già autore di un volume pregevole: "L'Olivetti dell'Ingegnere" (il Mulino, 2014). Sono passati al microscopio i quattordici anni di Marchionne in Fiat, i nove in Chrysler: "Anni di confronto costante e duro, vitale e feroce con la morte e con la vita. Essere o non essere".
Si parte dalla negoziazione con General Motors nel 2004 per arrivare alla trattativa diretta con Barack Obama per salvare Chrysler per arrivare alla quotazioni di Ferrari. Oggi FCA capitalizza 10 volte tanto dall'arrivo di Marchionne, nato a Chieti, figlio di un carabiniere (Concezio) e di un'esule istriana (Maria Zuccon).
Io che ho sempre tifato per Marchionne, non ho potuto che apprezzare. Credo anche che gli italiani non abbiamo capito quanto sia stato rivoluzionario Marchionne (vedi Fabiano Schiavardi su lavoce.info, che lo definisce "l'incompreso"). E' corretto definirlo "marziano" (Sandro Trento, cit.) o "straniero".
Ho trovato decisive le parole scritte su Marchionne dal direttore di Repubblica Mario Calabresi: «Marchionne aveva fame, quella voglia di rivalsa e di affermazione che nasce dalla fatica e dall’emigrazione», per anni - una volta trasferitosi in Canada - non aveva il coraggio di parlare in inglese con le ragazze. Questo fatto ha creato le condizioni per la successiva rivincita. E che rivalsa!

Così chiude Bricco il suo pregevole volume:

Enzo Ferrari
"La caduta e l'ascesa. La vita e la morte. Chissà che cosa avrebbe pensato di tutto questo - non fra la via Emilia e il West, ma fra l'Italia e il Midwest - un altro grande giocatore assimilabile in qualche odo a Marchionne. Quell'Enzo Ferrari che così Enzo Biagi descriveva nella sua biografia pubblicata da Rizzoli nel 1980:"Mi sembra uno di quei personaggi del West, avventurosi, forti prepotenti, drammatici, che allevavano bestiame, costruivano ferrovie, scoprivano il petrolio, e portavano in sé, fino all'epilogo, visioni di conquiste e struggenti passioni". E' in fondo il ritratto di Sergio Marchionne, l'uomo che ha cambiato l'industria internazionale dell'auto e che, da poco più di niente, ha fondato e costruito Fca.
Fino all'epilogo della morte. Triste, solitario y final". Più volte Marchionne ha dichiarato di sentirsi solo nelle scelte decisive: "La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo“.

Così chiude Bricco, con una citazione del bellissimo romanzo di Osvaldo Soriano

Cari lettori, trovate il tempo di comprare (si trova anche in edicola con il Corriere della Sera) il volume su Marchionne, una storia affascinante che merita di essere conosciuta.
Buona estate e arrivederci a settembre.

martedì 26 giugno 2018

Da Cavour a Donald Trump: dazi doganali e nazionalismo non portano da nessuna parte

Viviamo tempi di chiusura, di diffidenza verso gli altri Paesi, verso lo straniero. La crisi partita nel 2008 ha colpito il ceto medio nei Paesi sviluppati, che non riesce a festeggiare (ne avrebbe motivo) l'uscita di miliardi di persone - grazie alla globalizzazione - dalla miseria.
In queste condizioni ha buon gioco chi propone dazi doganali, chiusura delle frontiere, nazionalismi che credevamo morti e sepolti. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato, dopo la sua elezione, una battaglia per ridurre il deficit commerciale americano, pari nel 2017 a 566 miliardi di dollari.  In surplus con gli States ovviamente la Cina, e a seguire Giappone, UE e Messico. Se il motto di Trump è "America first", e al contempo l'America ha deciso di servirsi della Cina a livello manifatturiero, riesce difficile pensare che le cose possano cambiare.
L'ultima iniziativa statunitense prevede dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%) provenienti dalla UE. Oggi Trump ha accusato Harley Davidson di delocalizzare in Europa e danneggiare gli Stati Uniti. "The Donald" cerca di plagiare il suo elettorato, i blue collar: insiste nel vole disegnare la geografia produttiva. Vorrebbe che le auto tedesche vendute sul suolo americano siano prodotte negli States.
Il rischio di escalation non è banale. Non dimentichiamo che la crisi degli anni '30 nacque per i protezionismi reciproci. Oggi il mondo rischia un calo nell'interscambio commerciale, che si rifletterebbe necessariamente sul Pil. Il clima di incertezza aumenta proprio quando la congiuntura europea sembrava aver preso forza.

Per un Paese esportatore come l'Italia che nel 2017 ha conseguito un avanzo commerciale (esportazioni-importazioni) pari a 47,5 miliardi di euro, proporre uno stop ai trattati di libero scambio - come ha recentemente paventato il ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio in relazione al Ceta, accordo tra Canada e Unione Europea - è una follia.

Ha fatto bene Alessandro De Nicola su Repubblica a ricordare al ministro le parole di Carlo Cattaneo contro il nazionalismo economico pubblicate oltre 150 anni fa sulla rivista "Il Politecnico": "Non si fabbrica un'auna di Merletti a Malines, che Bergamo non tessa nello stesso tempo un'auna di cotone, Aleppo una di mussolina. Una verga di ferro esce dalla miniere di Upland, e nello stesso istante Brescia estrae un fucile dalla fornace, Birmingham un'ancora marina, Bristol una pioggia di fili metallici. Così ogni uomo risponde all'altro uomo: ogni colpo di martello ha la sua riscossa lontana".

Camillo Benso Conte di Cavour la pensava come Cattaneo e infatti, uomo di cultura europea, ribadì la sua linea di apertura dei mercati come stimolo all'innovazione industriale. Sono i settori aperti alla concorrenza che ottengono i maggiori incrementi nella produttività. Cavour aprì a una politica commerciale che respingeva il protezionismo dei passati ducati e regni italiani: doveva vincere il libero scambio attraverso una graduale riduzione delle tariffe, che conduce a una maggiore specializzazione delle imprese, che aumentano la loro competitività in mercati non più solo domestici.
Cavour scrive: "Quale era la cagione che metteva nel 1850 i nostri industriali in una condizione di inferiorità rispetto ai fabbricanti esteri, e specialmente ai fabbricanti inglesi? Non era il difetto di intelligenza...non era il difetto di forza motrice...ma era la ristrettezza del mercato"(cfr. Patrizio Bianchi, Il cammino e le orme. Industria e politica alle origini dell'Italia contemporanea, il Mulino, Bologna 2017, p. 17).

Francois Mitterand
Come disse in un memorabile intervento al Parlamento europeo di Strasburgo Francois Mitterand nel 1995, "il nazionalismo è guerra": Bisogna vincere i propri pregiudizi, quello che vi domando è quasi impossibile, poiché bisogna superare la nostra storia. Se non riusciremo a superarla bisogna sapere che una regola si imporrà, signore e signori: il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solamente il nostro passato, può anche essere il nostro futuro. E siamo noi, siete voi deputati che siete ormai i guardiani della nostra pace, della nostra sicurezza, del nostro futuro".