venerdì 9 maggio 2025

Omaggio a Paolo Vitelli, formidabile imprenditore



L’ultimo giorno del 2024 una banale caduta a Mascognaz, una frazione di Champoluc in Valle d’Aosta, costa la vita a Paolo Vitelli, fondatore del gruppo Azimut-Benetti, leader mondiale nel settore nautico, primo produttore di superyacht. 

Nato a Torino nel 1947, fin da giovane ama intraprendere, coltiva la passione del creare dal nulla una impresa via l’altra, fino a diventare uno dei maggiori imprenditori italiani: «Occuparsi di nautica in Italia, e nel sistema torinese molto conservatore, era da matti». Se pensiamo che a Torino non c’è il mare e che qui è nato il leader globale degli yacht, ci rendiamo conto di quanto Paolo Vitelli sia stato un visionario.

Un giorno a Champoluc, suo luogo del cuore, gli regalai il volume 1947 della storica svedese Elisabeth Asbrink dove si spiega l’importanza del 1947, anno cruciale del Novecento. Scoppia la Guerra fredda, nasce la Cia, viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Onu riconosce lo Stato di Israele, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, George Orwell scrive il profetico 1984, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi compie il suo primo viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Paolo sorrise sornione e mi disse: «Ovvio che il ’47 sia un anno importante, sono nato io!». Ma Paolo, come tutti i fuoriclasse, era umile e curiosissimo.

Una volta affermatosi con la produzione di barche, Vitelli rilevò dal fallimento Benetti: «Da una parte c’è Azimut, che è una barca per famiglie, elegante, efficiente, conosciuta in tutto il mondo, e dall’altra c’è Benetti, icona dello yachting di lusso. Due marchi dalla propria identità, che non si fanno concorrenza tra loro», con cantieri ad Avigliana, Viareggio, Livorno. Vitelli, peraltro, si è sempre speso per mantenere la produzione in Italia: «Siamo italiani e i nostri clienti cinesi, americani, arabi, vogliono barche prodotte in Italia».

Giovanni Tamburi - uno dei maggiori esponenti del private equity italiano, con un sano approccio di lungo termine – convinse nel 2015 Vitelli a cedergli il 12% (tramite l’acquisto del 6% da Mittel e un aumento di capitale per 30 milioni di euro) di Azimut-Benetti, con la prospettiva di far crescere ulteriormente la società e condurla alla quotazione in Borsa.

La ripresa dopo il Covid

L’irrompere del Covid nel 2020 – con il blocco completo dei viaggi e del turismo – fu una tragedia per il settore degli yacht, ma Vitelli non si perse d’animo e non rimpianse neppure un’offerta di cessione dell’anno prima che valorizzava il suo gruppo più di un miliardo di euro.

 La qualità delle persone la si vede nei momenti complicati e Vitelli riuscì a risalire la china fino a superare il miliardo di fatturato e stringere nel 2023 un accordo con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund), che ha rilevato una quota del 33%.

Paolo Vitelli, sempre convinto che «una famiglia non può restare sola», ha con lungimiranza favorito il passaggio generazionale alla figlia Giovanna - attuale presidente della società – che «la spinge, la alimenta in tutte le direzioni, con lo stesso spirito che avevo io quando eravamo un’azienda piccolina».

Vitelli, da vero imprenditore, non ha mai avuto l’obiettivo di arricchirsi, bensì di fornire ai clienti un prodotto servizio eccellente, tale da consentirgli di diventare leader globale: «Diventare ricco non è mai stato il criterio di molla della mia vita. Diventare primo sì, diventare bravo sì, farmi riconoscere come innovatore sì, come un torinese che gira il mondo con la valigetta e va ad aprire nuovi mercati sì, questi sono stati i miei veri stimoli». Qui sta il suo lascito morale.

L’esperienza politica

Quando nel 2012 Mario Monti, dopo la sua esperienza da premier, decise di creare il movimento Scelta Civica, invitò Vitelli a candidarsi in Parlamento al fine di avere al suo fianco un imprenditore illuminato.

L’adesione fu immediata, nella consapevolezza che la classe dirigente dovesse impegnarsi direttamente – come fece Adriano Olivetti - per il cambiamento: «Volevo che i tanti giovani che emigrano all’estero per mancanza di prospettive, tornassero ad avere quell’entusiasmo, quella passione di creare che avevano spinto me a diventare un imprenditore, portando il Made in Italy in tutto il mondo».

Paolo, nonostante il suo fervido impegno (interrogazioni, proposte di legge, emendamenti) rimase frustrato per l’inconcludenza del Parlamento: «Mi sono battuto per avere meno burocrazia, leggi di migliore qualità, meno costi per la politica…ma il dibattito, invece di focalizzarsi sui contenuti, troppo spesso si concentra su come occupare poltrone o posti di potere». Si dimise nel 2015 convinto di essere più utile al Paese come imprenditore.

Come scrisse nell’Arte della mercatura il mercante raguseo del 1400 Benedetto Cotrugli, il mercante non deve accumulare e basta, deve impiegare positivamente quello che guadagna. Il motto di Vitelli era «Azienda ricca, famiglia povera». E infatti non si fermava mai, una volta abbandonati gli incarichi societari, spese intelligenza e volontà - qualità care a Carlo Cattaneo - a Chamonix (dove si è affermato con il Gran Hotel Des Alpes) e nel progetto di hotellerie pluristellata a Mascognaz (dove ha trasformato un villaggio Walser) dove purtroppo il destino beffardo lo ha colpito lasciando tutti attoniti.

 Caro Paolo, ti sia lieve la terra.

(pubblicato su Milano Finanza il 2.1.2025)

mercoledì 13 marzo 2024

Omaggio a Franco Basaglia - vero rivoluzionario - a 100 anni dalla nascita

L'11 marzo 1924 nacque a Venezia nacque Franco Basaglia, persona straordinaria, vero rivoluzionario. Perchè lo ricordiamo ancora oggi? Perchè ha chiuso i manicomi, centri di tortura, di schiavitù, di degrado senza fine, dove i malati erano trattati da bestie. Sono in molti a ricordarsi le copertine dell'Espresso, i cui fotografi riuscirono a documentare una realtà orrenda, dove i "matti" erano legati ai letti o ai termosifoni, nella sporcizia più avvilente. Vi ricordate "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana quando Giorgia Esposti, alias Jasmine Trinca, si dimena nel letto nell'impossibilità di slegarsi?

La Treccani: "Nel 1961, assumendo la direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, iniziò quello che doveva costituire il principale movimento per l'abolizione dell'istituto manicomiale in Italia. Proseguì a Parma l'azione di liberalizzazione, che trovò il suo punto culminante a Trieste, del cui ospedale psichiatrico egli divenne direttore nel 1971. Nel 1977, in seguito ai suoi costanti sforzi, l'ospedale poté considerare conchiusa la propria attività. Determinante il suo apporto nella riforma legislativa del 1978 (Legge 180), che ha deciso in linea di principio la soppressione degli ospedali psichiatrici". Perchè Basaglia può essere considerato un rivoluzionario? Perchè negli anni Cinquanta e Sessanta la cura andava sperimentando le prime applicazioni dei primi neurolettici e antidepressivi, ma restava ancora in massima parte legata alle terapie di shock (con insulina ed elettricità).
Conseguita nel 1957 a Padova la libera docenza in psichiatria, nel 1959 si trasferì alla direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Questa destinazione, rispetto alla prospettiva di una carriera universitaria, poteva assumere il sapore di un abbandono, condizionato dai limiti che aveva incontrato. Segnò invece una tappa importantissima nell'itinerario di evoluzione del suo pensiero.

"I matti siamo noi! Da vicino nessuno è normale". E ancora: "La società, per dirsi civile, disse Basaglia nelle sue Conferenze brasiliane, dovrebbe accettare tanto la ragione, tanta la follia". 

La società può essere civile solo quando si fa ospitale verso la follia. Dobbiamo far posto a quella parte di sragione che è in ciascuno di noi (Pier Aldo Rovatti, cit.)

 Basaglia, divenuto direttore del nosocomio senza aver precedentemente maturato un'esperienza diretta di lavoro negli ospedali psichiatrici, non tardò ad esprimere la sua reazione di rifiuto di quella realtà. Identificò certi ordinamenti, regole e consuetudini manicomiali come strumenti della violenza istituzionale, coercitiva e autoritaria, nella quale riconosceva un meccanismo segregante e un significato classista. Individuò in quel sistema e nei suoi metodi di cura la causa prima dell'istituzionalizzazione del malato e l'ostacolo ad un intervento che fosse invece adeguato ai bisogni che la malattia mentale esprime" (Treccani.it).

L'ospedale psichiatrico di Gorizia era un'istituzione in cui sopravvivevano meccanismi di contenzione e abitudini desolanti che evidenziavano le contraddizioni di certa psichiatria basilare. L'ospedale, dopo le vicende della guerra, si era trovato collocato sul confine con la Jugoslavia ed era una delle strutture sulle quali si concentravano i disagi di quel territorio, anche in ordine a conflitti e problemi socio-ambientali. La provincia di Gorizia contava circa centotrentamila abitanti e l'ospedale aveva una popolazione di circa cinquecentocinquanta ricoverati, con un tasso di ospedalizzazione molto alto. Dei ricoverati, circa centocinquanta erano di nazionalità iugoslava e restavano in Italia in applicazione del trattato di pace quale spesa di riparazione bellica a carico del ministero degli Esteri. Erano quindi persone inamovibili. Dei quattrocento che restavano, trecento erano malati cronici lungodegenti. 

In occasione della morte della brigatista - mai pentita - Barbara Balzerani, che il 16 marzo 1978 fece parte del commando di coloro che rapirono Aldo Moro e uccisero tutti gli uomini della scorta, la professoressa di filosofia teoretica della Sapienza di Roma Donatella Di Cesare, ha scritto un tweet orrendo - poi subito cancellato per vergogna - dove si leggeva: "La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malincuore un addio alla compagna Luna". La compagna Luna è il nome di battaglia della Balzerani. Ma siamo fuori di testa? I veri rivoluzionari sono persone come Franco Basaglia, non i terroristi rossi che hanno ucciso le migliori menti e servitori dello Stato.
   
Come scrisse Federico Caffè nella "Solitudine del riformista" sono i riformisti - Ezio Tarantelli, Marco Biagi, due nomi tra i tanti - i veri rivoluzionari perchè passo dopo passo, cambiano la realtà, mai demordendo nello sforzo persuasivo: 
"Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».
   
Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose".

L'11 marzo 2024 su Repubblica Francesco Merlo ha scritto un pezzo - Barbara Balzerani e l'eterno ritorno del "Mal di Moro" - che vale la pena essere citato: "E' ancora abbondante la letteratura di tenera simpatia che racconta i terroristi come fragili coscienze travolte dalla storia, criminali sì, ma solo perchè vittime di una guerra civile che ho l'età per testimoniare che non c'è stata. La famosa ribellione della stragrande maggioranza dei ragazzi del '68 non fu materia preparatoria per il terrorismo e per questa porcheria omicida...E gli assassinati, i giustiziati non erano i borghesi corrotti del capitalismo imperialista, ma i rappresentanti di un'Italia aperta e civile, che oggi avrebbe potuto essere diversa e somogliare di più ad Aldo Moro e all'avvocato Croce, all'operaio Guido Rossa, ai giornalisti Carlo Casalegno e Walter Tobagi, ai professori Tarantelli e Bachelet". 

Gian Antonio Stella - in un Paese senza memoria - ha buon gioco nel dire che l'attuale ministro della Salute Orazio Schillace in tutte le 1824 notizie di agenzia, mai ha avuto modo di citare o ricordare Franco Basaglia. Il perchè è spiegato dal fatto che l'Italia è terzultima in Europa per quota di spesa sanitaria dedicata alla salute mentale: 3%. Staccata dalla media europea (5,4%), e staccatissima dalla Svezia (10%), Germania (13%) e Francia (14%). Ma non si contano le lagne sugli "squilibrati in libertà". Fare memoria non significa contemplare la fiamma, bensì alimentare la fiamma. 

Ti sia lieve la terra, caro Franco Basaglia.