mercoledì 27 agosto 2025

Il generale Eisenhower e la necessità di documentare la Shoah. Abbiamo capito perchè Israele continua a uccidere i giornalisti a Gaza

 Giornalisti uccisi a Gaza dall'esercito israeliano


Dal vile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 - che costò la vita ad almeno 1.194 persone tra civili israeliani e militari - la risposta prevedibile di Israele è stata quanto mai cruenta, con un numero di morti al momento superiore alle 40mila persone (di cui 13.000 bambini).
Tra le cose sconvolgenti della situazione nella striscia di Gaza vi è il sistematico assassinio da parte dell'esercito israeliano (Idf) di oltre 192 giornalisti e fotografi, il cui obiettivo è solo quello di documentare la realtà. Senza testimoni il giudizio non è possibile. Eliminando i giornalisti e fotografi testimoni, Israele intende far credere che nulla sia accaduto.
L'ultimo attacco dell'altro giorno - dopo diverse versioni dell'Idf contradditorie tra di loro, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di "tragico errore" (ha anche detto che "rispetta il lavoro della stampa", ma qui siamo nel ridicolo), quando si è trattato di un "double tap", ossia di un doppio colpo da parte di un carro armato, il primo per colpire i giornalisti nell'ospedale Nasser a Khan Younis e il secondo per essere sicuri di aver ammazzato il target (il double tap è quanto di peggio possa esserci perchè prevede di ammazzare in modo subdolo i soccorritori) ma ormai all'Idf le regole sono saltate del tutto): 22 persone, di cui 5 giornalisti (che lavoravano per Associated Press e Reuters), 2 medici, e 8 operatori della Difesa civile palestinese.

Ciò che rimane di Gaza

Mariam Abu Dagga, reporter vittima dell'attacco israeliano, ha lasciato al figlio (scappato da Gaza, fortunatamente) una lettera testamento tutta da leggere: " Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio".
La giornalista di Euronews Ruwaida Kamal Asser, intervistata da Repubblica, dice i giornalisti a Gaza sono disposti a rischiare la vita poichè "non c'è alcun altro modo di raccontare e il mondo deve sapere Questa non è una guerra come le altre che duravano una settimana, due, un mese. No, sono 750 giorni, un tempo lunghissimo. Non dormiamo, non abbiamo casa, siamo nel mirino, perdiamo la gente che amiamo. Siamo umani, non ce la facciamo più: ma se ci fermiamo noi, chi racconterà questa guerra immorale? La stampa internazionale non può entrare, ci siamo solo noi palestinesi. E' nostra responsabilità raccontare".

Il fotografo di fama internazionale Paolo Pellegrin sfoga così la sua indignazione: "Sono stati ammazzati a Gaza più giornalisti che in tutte le guerre degli ultimi ottant'anni. Non è un aumento della ferocia, è una strategia che da alcuni anni imperversa su tutti i fronti: i giornalisti sono obiettivi da eliminare...Non vogliono che il mondo sappia...Stiamo assistendo allo smantellamento di regole di tutela dell'informazione e di protezione dei giornalisti che bene o male aveva retti dalla Seconda guerra mondiale". 
Ecco, siamo al punto decisivo. Gli israeliani da perseguitati sono diventati persecutori. Quando vennero liberati i campi di concentramento nel 1945 l'Occidente lavorò per realizzare tutte le immagini possibili, di modo che potesse essere tutto documentato, per i posteri. Cosa che oggi, incredibilmente, gli israeliani impediscono. Siamo nel paradosso dei paradossi.

Torniamo al 1945.

A livello storico va ricordato che furono i russi a liberare per primi i prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz. Non furono tanto i mucchi giganteschi di cadaveri – come accadrà nei campi occidentali liberati dagli anglo-americani – a rendere immediatamente comprensibile questa scala industriale anche perché Auschwitz-Birkenau funzionò principalmente come luogo di assassinio di massa degli ebrei europei, distruggendo completamente i corpi delle vittime e ogni loro traccia. La Shoah, in effetti, comprendeva secondo le intenzioni dei carnefici nazisti la distruzione totale dell’ebraismo, senza lasciare alcuna prova del crimine, né della presenza in quei luoghi delle vittime. A rendere conto dell’enormità del crimine furono quindi gli oggetti abbandonati dalle vittime prima di essere assassinate e i loro resti umani: pezzi di ossa, denti, occhiali, scarpe, oggetti, capelli, valigie.

Eisenhower visita il campo di Ohrdruf nell'aprile 1945
Fu la visita dei sopravvissuti denutriti e moribondi di Ohrdrurf, ma anche i numerosi resti di cadaveri bruciati in grande quantità e lasciati in putrefazione a cielo aperto, così come gli strumenti di tortura usati dalle guardie sui prigionieri, i resti delle vittime, a traumatizzare i soldati americani e i reporter al seguito dell’esercito, suscitando un’ondata di raccapriccio sia negli Stati Uniti che in Europa. Il generale Dwight Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate in Europa, fu chiamato dai soldati a visitare il campo (12 aprile 1945) e ne rimase così colpito da telefonare a Churchill per comunicargli l’orrore a cui aveva assistito, inviandogli personalmente anche delle fotografie che poi Churchill farà circolare in Inghilterra.

Eisenhower ordinò ai propri uomini di scattare il maggior numero di fotografie possibili alle fosse comuni, alle baracche, ai forni crematori, alle torri di controllo, alle armi, agli strumenti di tortura: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.


In numerosi campi sia a Est che a Ovest, gli Alleati costrinsero le popolazioni locali, in particolare i civili tedeschi e austriaci, a visitare i resti dei lager. Gli abitanti dei villaggi nei pressi di Buchenwald e Dachau, per esempio, furono costretti a sfilare davanti alle pile di cadaveri per guardare ciò che durante la guerra “non avevano voluto vedere”, in alcuni casi anche a munirsi di vanga e a seppellirli. Diversi storici, come ad esempio Habbo Knoch (in Die Tal als Bild. Fotografien des Holocaust in der deutschen Erinnungskultur, Hambourg, Hamburger Edition, 2001) hanno appurato che la disposizione dei cadaveri nei lager fu appositamente organizzata in modo tale da acuire lo sconvolgimento emotivo e il senso di colpa nel visitatore tedesco. 

Nei primi mesi del 1945, a Londra, il produttore Sidney Bernstein, allora Ministro delle Comunicazioni britannico, scoprì le immagini girate dalle truppe britanniche nel campo di Bergen Belsen al momento della liberazione. Se le informazioni sulle atrocità commesse dai nazisti erano già molto diffuse, quelle immagini orribili erano la prova schiacciante dei crimini perpetrati nei lager. Nel frattempo Bernstein ricevette da russi e americani decine di ore di girato raccolte in altri 11 campi, tra cui Auschwitz, Buchenwald e Dachau. A quel punto Bernstein propose al suo governo di farne un documentario di propaganda da proiettare in Germania come mezzo di rieducazione politica, nell’ambito del processo di denazificazione. Il produttore chiamò attorno a sé per aiutarlo a realizzare il progetto numerosi specialisti del film, tra cui il suo amico Alfred Hitchcock, a cui affidò il compito di supervisionare i materiali e di scrivere un testo di accompagnamento alle immagini. Hitchcock, come ricorderà anni dopo in alcune  interviste, rimaste profondamente sconvolto da quelle immagini così atroci da sembrare inverosimili. 

Uomini nei campi di concentramento

Proprio nello sforzo di rendere credibili un orrore inconcepibile, il regista inserì le scene girate nei campi insieme ad altre girate nei villaggi circostanti, per mostrare come l’inferno convivesse con la normalità della vita della popolazione tedesca. Suggerì a Bernstein di inserire anche le immagini che mostravano le autorità civili e gli abitanti delle cittadine vicine ai lager condotti tra i cumuli di cadaveri, mentre osservavano con i loro occhi inorriditi quello scempio e venivano costretti a seppellire in fosse comuni i corpi scheletriti, o mentre passavano tra i sopravvissuti, fantasmi vestiti di stracci, e tra montagne di scarpe, occhiali, giocattoli.

Ma il progetto non era destinato a vedere la sua realizzazione e venne presto abbandonato perché già nell’agosto 1945 i rapporti politici tra Regno Unito e Germania erano cambiati e il Ministero degli Esteri (non più quello dell'Informazione) decise di attenuare l’impatto che le immagini dei campi di concentramento avrebbero avuto sulla popolazione tedesca, preferendo percorrere la strada della riappacificazione e della collaborazione economico-politica.

Bambini nei campi

Alla volontà degli Alleati di informare sulle atrocità commesse dai nazisti si univa quella di costringere la popolazione civile tedesca a prendere coscienza della barbarie perpetrata dal regime di Hitler, rieducandola attraverso la visione obbligatoria dell’orrore. Diversi fotoreporter professionisti e famosi negli anni della guerra seguirono l’avanzamento delle forze alleate in Europa e scattarono immagini della liberazione dei campi di concentramento. Tra questi vi erano due donne: Lee Miller, musa e collega di Man Ray, reporter di guerra per Vogue che scattò scene terribili a Buchenwald e Dachau e Margaret Bourke-White, prima fotografa di guerra americana e unica fotografa straniera ad ottenere il permesso di fotografare Stalin. Per Life Magazine scattò alcune fotografie diventate poi celebri nel complesso di campi di Buchenwald.

Cari israeliani, come ha scritto David Grossman, nulla giustifica ciò a cui stiamo assistendo, neanche il 7 ottobre: "A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo".

 

venerdì 9 maggio 2025

Omaggio a Paolo Vitelli, formidabile imprenditore



L’ultimo giorno del 2024 una banale caduta a Mascognaz, una frazione di Champoluc in Valle d’Aosta, costa la vita a Paolo Vitelli, fondatore del gruppo Azimut-Benetti, leader mondiale nel settore nautico, primo produttore di superyacht. 

Nato a Torino nel 1947, fin da giovane ama intraprendere, coltiva la passione del creare dal nulla una impresa via l’altra, fino a diventare uno dei maggiori imprenditori italiani: «Occuparsi di nautica in Italia, e nel sistema torinese molto conservatore, era da matti». Se pensiamo che a Torino non c’è il mare e che qui è nato il leader globale degli yacht, ci rendiamo conto di quanto Paolo Vitelli sia stato un visionario.

Un giorno a Champoluc, suo luogo del cuore, gli regalai il volume 1947 della storica svedese Elisabeth Asbrink dove si spiega l’importanza del 1947, anno cruciale del Novecento. Scoppia la Guerra fredda, nasce la Cia, viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Onu riconosce lo Stato di Israele, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, George Orwell scrive il profetico 1984, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi compie il suo primo viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Paolo sorrise sornione e mi disse: «Ovvio che il ’47 sia un anno importante, sono nato io!». Ma Paolo, come tutti i fuoriclasse, era umile e curiosissimo.

Una volta affermatosi con la produzione di barche, Vitelli rilevò dal fallimento Benetti: «Da una parte c’è Azimut, che è una barca per famiglie, elegante, efficiente, conosciuta in tutto il mondo, e dall’altra c’è Benetti, icona dello yachting di lusso. Due marchi dalla propria identità, che non si fanno concorrenza tra loro», con cantieri ad Avigliana, Viareggio, Livorno. Vitelli, peraltro, si è sempre speso per mantenere la produzione in Italia: «Siamo italiani e i nostri clienti cinesi, americani, arabi, vogliono barche prodotte in Italia».

Giovanni Tamburi - uno dei maggiori esponenti del private equity italiano, con un sano approccio di lungo termine – convinse nel 2015 Vitelli a cedergli il 12% (tramite l’acquisto del 6% da Mittel e un aumento di capitale per 30 milioni di euro) di Azimut-Benetti, con la prospettiva di far crescere ulteriormente la società e condurla alla quotazione in Borsa.

La ripresa dopo il Covid

L’irrompere del Covid nel 2020 – con il blocco completo dei viaggi e del turismo – fu una tragedia per il settore degli yacht, ma Vitelli non si perse d’animo e non rimpianse neppure un’offerta di cessione dell’anno prima che valorizzava il suo gruppo più di un miliardo di euro.

 La qualità delle persone la si vede nei momenti complicati e Vitelli riuscì a risalire la china fino a superare il miliardo di fatturato e stringere nel 2023 un accordo con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund), che ha rilevato una quota del 33%.

Paolo Vitelli, sempre convinto che «una famiglia non può restare sola», ha con lungimiranza favorito il passaggio generazionale alla figlia Giovanna - attuale presidente della società – che «la spinge, la alimenta in tutte le direzioni, con lo stesso spirito che avevo io quando eravamo un’azienda piccolina».

Vitelli, da vero imprenditore, non ha mai avuto l’obiettivo di arricchirsi, bensì di fornire ai clienti un prodotto servizio eccellente, tale da consentirgli di diventare leader globale: «Diventare ricco non è mai stato il criterio di molla della mia vita. Diventare primo sì, diventare bravo sì, farmi riconoscere come innovatore sì, come un torinese che gira il mondo con la valigetta e va ad aprire nuovi mercati sì, questi sono stati i miei veri stimoli». Qui sta il suo lascito morale.

L’esperienza politica

Quando nel 2012 Mario Monti, dopo la sua esperienza da premier, decise di creare il movimento Scelta Civica, invitò Vitelli a candidarsi in Parlamento al fine di avere al suo fianco un imprenditore illuminato.

L’adesione fu immediata, nella consapevolezza che la classe dirigente dovesse impegnarsi direttamente – come fece Adriano Olivetti - per il cambiamento: «Volevo che i tanti giovani che emigrano all’estero per mancanza di prospettive, tornassero ad avere quell’entusiasmo, quella passione di creare che avevano spinto me a diventare un imprenditore, portando il Made in Italy in tutto il mondo».

Paolo, nonostante il suo fervido impegno (interrogazioni, proposte di legge, emendamenti) rimase frustrato per l’inconcludenza del Parlamento: «Mi sono battuto per avere meno burocrazia, leggi di migliore qualità, meno costi per la politica…ma il dibattito, invece di focalizzarsi sui contenuti, troppo spesso si concentra su come occupare poltrone o posti di potere». Si dimise nel 2015 convinto di essere più utile al Paese come imprenditore.

Come scrisse nell’Arte della mercatura il mercante raguseo del 1400 Benedetto Cotrugli, il mercante non deve accumulare e basta, deve impiegare positivamente quello che guadagna. Il motto di Vitelli era «Azienda ricca, famiglia povera». E infatti non si fermava mai, una volta abbandonati gli incarichi societari, spese intelligenza e volontà - qualità care a Carlo Cattaneo - a Chamonix (dove si è affermato con il Gran Hotel Des Alpes) e nel progetto di hotellerie pluristellata a Mascognaz (dove ha trasformato un villaggio Walser) dove purtroppo il destino beffardo lo ha colpito lasciando tutti attoniti.

 Caro Paolo, ti sia lieve la terra.

(pubblicato su Milano Finanza il 2.1.2025)