lunedì 14 febbraio 2011

Mia zia Milli, Gesù e la regola del value first

Sono molto affezionato a mia zia Milli. Milli è una persona meravigliosa, generosa, che mi ha riempito di amore. E continua a circondarmi di affetto.

Milli è una grandissima cuoca. La sua casa è sempre piena di ospiti e amici. Spesso internazionali perchè Milli è cittadina del mondo e ha contatti everywhere. E' conosciuta per le sue abilità culinarie. Molti commensali, prima di andare via, prendono nota dei segreti della sua cucina.

Quando mio padre si ammalò, Milli venne tutti i sabati a cucinare il pesce a casa nostra, come dimostrazione di vicinanza e affetto profondo.
Da frequentatrice degli Stati Uniti, Milli segue il mantra “Garbage in, garbage out”, per cui la materia prima deve essere di prima qualità, altrimenti neanche il cuoco migliore del mondo può dare il suo contributo.

Abbiategrasso
Milli – che risiede ad Abbiategrasso – viene a Milano apposta per comprare le migliori materie prime, ognuna in un luogo diverso. Per il pesce, l’indirizzo obbligatorio è la Pescheria Spadari, dove da 70 anni c’è il pesce più fresco di Milano.

Milli – un giorno – mi ha spiegato il suo approccio: “Ogni volta che vado in Via Spadari, il giorno prima preparo una piccola torta per la persona – sempre la stessa – che mi serve al banco. Così sono sicura che mi darà il meglio del giorno. Infatti non ho mai preso fregature”.

Solo dopo molto tempo ho capito la profondità del pensiero di Milli. Se non sei disposto prima a dare e solo poi a ricevere, non andrai da nessuna parte. Un grandissimo uomo di marketing, Jeffrey Gitomer – si definisce a creative, on-the-edge, writer and speaker with expertise on sales, customer loyalty, and personal development – nel suo meraviglioso Little Black Book of Connections spiega con chiarezza la regola del Value First. Non inventa nulla, ma spiega con chiarezza: “By giving value first, I have created a base of connections, and a a basis for wealth. And so can you, if you’re willing to give away before you get it”.

Il grande psicologo statunitense Robert Cialdini nel suo imprescindibile Le armi della persuasione (Giunti, 1995) scrive: “Una delle più potenti armi della persuasione è la regola del contraccambio. La regola dice che dobbiamo contraccambiare quello che un altro ci ha dato. Do ut des...In virtù della regola della reciprocità, quindi, siamo obbligati a ripagare favori, regali, inviti. E’ così tipico il fatto che ricevendo cose del genere ci si senta in debito, che “obbligato” è diventato sinonimo di “grazie” in moltissime lingue”.

Milli è una raffinata esegeta dei testi biblici. Le farà sicuramente piacere la citazione di Gesù in occasione del discorso della montagna. Dal Vangelo di Luca (6,38); “Ma io dico a voi che mi ascoltate: Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono; pregate per i vostri calunniatori. A chi ti percuote su una guancia, porgi anche l'altra. A chi ti porta via il mantello, non impedirgli di prendere anche la veste. Date e vi sarà dato; anzi a chi ti toglie il tuo, non lo richiedere. E come volete che gli uomini facciano a voi, così fate voi a loro”.

Fondamentale è anticipare. Prima bisogna dare, Value First, poi si può chiedere.

Milli, sei un mito, avevi già capito tutto!

venerdì 11 febbraio 2011

Ottavio Missoni, buon compleanno!

L’11 febbraio di 90 anni fa nasce a Ragusa in Dalmazia (oggi Croazia) – Dubrovnik – Ottavio Missoni, stilista e atleta di eccellenza.

Vorrei incentrare il post di oggi non sul Missoni creatore di moda dai colori sgargianti, ma sul Missoni atleta, storia – notevole - poco nota ai più.

Per “memento ai più giovani” Ottavio nel 1935 veste la maglia azzurra, nella specialità dei 400 metri piani e nei 400 hs. A soli 16 anni nel 1937 all’Arena di Milano – oggi intitolata a Gianni Brera – battè gli americani in un memorabile quattrocento piani, con il tempo di 48,8’’; non si può parlare di primato, ma si può dire che ancora oggi è la migliore prestazione italiana per un sedicenne.

Nel 1939 – diciottenne - diviene campione mondiale studentesco (medaglia d’oro alle Universiadi) a Vienna.

Lapide per la prima battaglia di El Alamein
A causa della guerra le Olimpiadi del 1940 e del 1944 non si tengono. Missoni racconta: “Poi c'è stata la guerra che io ho combattuto - combattuto si fa per dire - sul fronte di El Alamein (seconda battaglia, 27 ottobre 1942, ndr) e gli inglesi mi hanno fatto prigioniero: 4 anni in Egitto. E io amo dire che sono stato ospite di Sua Maestà Britannica”.

In un’intervista al Corriere della Sera - Missoni racconta di quando nell'ottobre del '42 si trova in Nord Africa a riparare linee telefoniche con in tasca la fotografia di una sedicenne: “Una notte mi ritrovai al centro della battaglia di El Alamein, nel deserto ero da solo sotto le bombe dell'Armata di Montgomery, rotolai in un cratere e sotto il cielo livido di lampi mi addormentai. Quando uscii, sentii un come on! quasi festoso. Era un soldato neozelandese». Seguirono quattro anni di prigionia. Paura? «Solo per un attimo. Ci mancavano tante cose, ma per me non era un problema perché il mio passatempo preferito è sempre stato dormire”.

Nel 1946 torna in Italia. Così racconta Missoni: “Il nostro campo era il 305 ed era il campo dei co-belligeranti e fu l'ultimo ad essere smobilitato. La guerra era già finita da tempo, ma all'epoca non c'erano le crociere Costa, man mano gli inglesi ci imbarcavano dall'Australia, dal Sudafrica, dall'India. A noi per ultimi”.

Alle Olimpiadi del '48 a Londra, dopo cinque anni di inattività sportiva, riesce a superare brillantemente le eliminatorie nei 400 ostacoli, e arriva in finale, dove inciampa e finisce ultimo.

Gianni Brera in un pezzo memorabile così lo descrisse: “Io lo guardavo correre ogni volta più incredulo a tanta bellezza. La sua falcata era esemplare, armoniosa, elegante e perfino possente...E mi insegnava a giudicarne un passo (pendolare, circolare, tacco e pianta finlandese, a linee incrociate ecc.), a valutarne la coordinazione, il sincronismo con le braccia. Lo ammiravo abbastanza per non invidiarlo e sparlarne come quasi tutti...Quando voglio confonderlo, lo ricordo come ectoplasma del grande, grandissimo atleta che sarebbe stato se a vent’anni non l’avesse fermato la guerra, restituendolo vecchio e logoro a noi” (Gianni Brera, La bocca del leone, L’arcimatto II 1967-1973, Baldini & Castoldi, 1995)

Missoni è stato azzurro 22 volte, la prima nel '37, l'ultima nel '53. Non tutti sanno che il conte Ottavio – come lo chiamava Brera - è tuttora campione mandiale di diverse discipline over 80. “Sono stato campione italiano dei 50 dorso: over 80, si capisce”, oltre che campione europeo over 85 nel lancio del giavellotto. Il conte Ottavio – alla domanda del giornalista della Gazzetta dello sport (27.3.2009) - Dal sesto posto nella finale dei 400 ostacoli alle Olimpiadi di Londra, nel 1948, a questa allegria attempata, che filo c'è? “Mah. Venivo da quattro anni di prigionia in Egitto, senza una gara da 21 a 26 anni, e feci la finale: un miracolo. Allora però le corsie erano solo sei, mio padre mi chiamò e mi disse: sei arrivato ultimo. Allora le Olimpiadi erano una festa. Io correvo, mi divertivo. Mica la gigantesca rottura di coglioni di oggi, con troppe discipline: l'hockey su prato, il tiro con l'arco, la carabina, ma dài. E il sollevamento pesi per le donne, che orrore”.
Non possiamo che chiudere con Gianni Brera: “Ciascuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole e confortato da uno o più paladini degni di entrare nel suo epos. Ora nel mio epos figura Ottavio Missoni. Ottavio ha perso due Olimpiadi a causa della guerra. Quando è potuto rientrare dalla prigionia, ha portato il proprio ectoplasma alla finale dei 400 ostacoli nell’Olimpiade londinese (1948)...(Gianni Brera, Il club del giovedì, Aragno Editore, 2006).

Ottavio e Rosita Missoni

Grande Ottavio Missoni, aspettiamo la medaglia d’oro alle prossime Olimpiadi over 90!

mercoledì 9 febbraio 2011

I sultani della Regione Sicilia, Tocqueville e la gatta che lecca lo spiedo

Palazzo dei Normanni, sede dell'Assemblea Regionale
E’ dell’altro giorno l’ennesimo scandalo dell’Assemblea Regionale Siciliana, dove i 90 deputati hanno votato no alla riduzione del loro numero a 70 (per la cronaca la proposta era del Pd, voto contrario di Pdl e Mpa). “Siamo tutti indispensabili”, hanno detto in coro gli onorevoli siciliani. Vediamo insieme quale scandaloso trattamento si permettono alle nostre spalle:

- stipendio fisso lordo 19.400 euro al mese;
- rimborso telefonico mensile 345 euro al mese;
- diaria trasporto 1.017 euro al mese;
- spese vitto e alloggio 4.003 euro al mese;

Per 57 deputati su 90, vista l’esiguità del trattamento, spetta una ulteriore indennità di carica che va da 3.316 a 5.199 euro al mese. Il caffè, bontà loro, alla buvette costa 36 centesimi, un pasto completo 9 euro.

Ogni eletto costa alla collettività 496.400 euro l’anno. Ma dove andremo a finire?

La Valle dei Templi di Agrigento
Nel mettere ordine nel mio archivio ho trovato un esilerante pezzo di Gian Antonio Stella del 20.10.10 – Leccornie giornalistiche dalle lande agrigentine – dove si narra la storia dell’Adi, Area di Sviluppo industriale di Agrigento. Un terzo del consiglio, invece di imprenditori, economisti, esperti, era composto di agenti di custodia. Peraltro la legge regionale 19/1997 era ben chiara quanto ai requisiti per la nomina: 1) titolo di sutdio adeguato all’attività dell’organismo interessato; 2) esperienza almento quinquellnale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale o di presidente o amministratore delegato.

Riportiamo letteralmente GA Stella: “Bene, a sviluppare l’imprenditoria dell’Asi di Agrigento i comuni interessati hanno nominato: Massimo Parisi (rappresentante di commercio), Annamaria Coletti (insegnante), Valentina Giammusso (insegnante), Giuseppe Cacciatore (segretario di scuola), Vincenzo Randisi (agente di custodia), Filippo Panarisi (pensionato), Vincenzo Gaglianrdo (agente di custodia), Michele Maria (carrozziere), Luigi Fiore (impiegato Enel), Adriana Di Maida (insegnante), Stefano Marsiglia (paramedico), Carmelo Zambito (impiegato), Aldo Piscopo (medico), e via così....Resta una curiosità: ma è con loro che sarà rilanciata l’industria e l’occupazione nelle lande agrigentine?

Per la cronaca, il Comune di Palermo ha 20.000 dipendenti comunali, per pagare i quali, a gennaio, il sindaco ha dovuto attingere ai fondi inviati da Roma per togliere la spazzatura dalle strade. Ma non sono un po’ troppi ventimila?

Il pm Francesco Greco
Siamo d’accordo con l’autorevole pubblico ministero della procura di Milano Francesco Greco (nato a Napoli, ndr), che qualche tempo fa disse: “E un Sud che non riesce a decollare economicamente, non ha alcuna capacità di fare impresa e, a differenza di una volta, non esprime più neppure grandi movimenti culturali. In passato Napoli e Palermo hanno espresso grandi avanguardie e grandi personaggi: Benedetto Croce, la scuola di matematica a Palermo, la scuola di biologia a Napoli. Oggi al Sud non c’è più niente: a parte la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta, gli abusi edilizi. Salvo sporadiche eccezioni, i giovani vanno alla deriva. E le finestre aperte dopo le stragi di Falcone e Borsellino si sono di nuovo richiuse” (Mani Sporche, Barbacetto, Gomez, Travaglio, Chiarelettere, 2007).


Alexis de Tocqueville

 Ma è sempre stato così? Tocqueville – nel 1827 durante un viaggio in Sicilia scrisse: “Giunti a Catania...si direbbe che non vi sia un solo angolo di terra sprecato: dovunque coltivazioni arboree, inframmezzate da capanne e da graziosi villaggi; dovunque un’aria di prosperità e di abbondanza”.

Chiudiamo per tirarci su con un proverbio siciliano raccolto da Marco Vitale in I proverbi di Calatafimi - Antichi e modernissimi punti di vista inusuali sui grandi temi dell´Impresa (Edizioni Studio Domenicano, 2009): “A la gatta chi licca lu spitu non cci fidari la carni arristuta”.
Diffidare degli ingordi. Maggior ragione se non ne vogliono sapere di ridurre i loro appetiti.

lunedì 7 febbraio 2011

India, Davos, choc planetari (Egitto) e cigni neri

In un’interessante corrispondenza dall’India, Lionel Barber del Financial Times (20.11.2010 Seven days in South Asia) – autore del meraviglioso ritratto di Carlo Azeglio Ciampi il 26 novembre 1996, clicca qui per vedere il post Il Capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi - informa i suoi lettori che:

- entro il 2020 l’età media in India sarà di 28 anni, compared with 37 in China e 38 in US;
- entro il 2025, i bambini sotto i 15 anni rappresenteranno in India il 24% (rispetto al 31% di oggi);
- la percentuale di persone sopra i 65 anni rimarrà invariata, sotto il 10%.

I numeri demografici indiani sono più rosei di quelli cinesi, dove il limite alla crescita demografica – la politica del figlio unico – porterà gli over 60 a essere oltre il 60% della popolazione entro il 2040.

Barber conclude: “But India must educate all these young people entering the workforce – or else miss the historic opening. And that, coupled with the enormous challenge of modernising food production and distribution in the countryside and raising overall living standards, is the next big hurdle to India’s rise to great power status”.

Nel corso degli incontri al World Economic Forum di Davos in Svizzera, il dibattito si è incentrato sul prossimo Cigno nero – definizione tratta dal libro Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita di Nassim N. Taleb (Il Saggiatore, 2008, una lettura interessante) – un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità.

Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton e consigliere economico di Obama fino al mese scorso, indica la demografia come possibile cigno nero: “Metà della popolazione del pianeta oggi ha meno di 25 anni. E sono i più interconnessi attraverso le tecnologie digitali, i siti sociali, Face-book e Twitter. Sono anche la fascia della popolazione che, dalla Spagna al Medio Oriente, soffre tassi di disoccupazione fino al 40%, il doppio degli adulti. Quante altre Tunisie vedremo esplodere?” (singolare il fatto che questa dichiarazione è stata resa poco prima che in Egitto scoppiasse la rivolta contro Hosni Mubarak, al potere da oltre 30 anni).

Non bisogna sempre pensare in negativo, ci sono anche i cigni neri positivi. Il capo di McKinsey Dominic Barton ha detto a Davos: “Dell’invecchiamento si parla quasi sempre come un disastro per i conti della previdenza. Invece sarà uno choc positivo. Il progressivo pensionamento delle generazioni del baby-boom (nate fra il 1945 e il 1965) sta per creare un’enorme domanda aggiuntiva di nuovi servizi, servizi alla persona, per il benessere fisico e psichico, per il tempo libero, la cultura. Ne deriveranno miriadi di nuove opportunità di lavoro”.


Be positive - come la bellissima Natalie Portman. Basta piangere! Sta in noi cogliere le opportunità.

venerdì 4 febbraio 2011

Lo spread BTP-BUND (terza parte)

I post più popolari e quindi più letti del blog Faust e il Governatore sono:
- lo spread BTP-BUND (prima parte), ben più di 1.500 lettori!;
- lo spread BTP-BUND (seconda parte).
Allora proseguo questa saga, assecondando le preferenze del mio pubblico.

Traggo spunto dalle dichiarazioni a Davos al World Economic Forum del Presidente francese Nicolas Sarkozy: “The euro is Europe. We will never let the euro be destroyed”. E per paura di non essere stato compreso, ha ripetuto: “Never, listen to me carefully. Never we turn our backs on the euro, never will we drop the euro. It is not simply a monetary or an economic issue. It has to do with our identity as Europeans”.

Non si può non rifarsi all’appassionato ricordo del nostro amato Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quando rievoca l’euro come punto di non ritorno: “Nel ’93 ebbi un incontro con Kohl. Un vertice diretto, senza impedimenti protocollari, tra due uomini che avevano conosciuto la tragedia delle guerre. Mi chiese cosa pensassi dell’Europa e della moneta unica. Non risposi da ex banchiere centrale. Gli dissi semplicemente che l’euro avrebbe creato il punto di non ritorno, avrebbe avviato la stagione dell’Europa veramente unita, senza più conflitti, senza più lutti. Se non lo facciamo noi, aggiunsi, rischiamo un ritorno indietro, un contraccolpo della storia che sarebbe terribile, un nuovo alibi per il rinascere dei nazionalismi, di quegli spettri degli anni ’30 che né io né lei vogliamo riportare in vita. Dopo questo colloquio uscì di scena definitivamente l’idea di rinviare l’adesione ai parametri di Maastricht. Nessun rinvio; l’euro non poteva aspettare (Non è il paese che sognavo, Il Saggiatore, 2010, p.112).

E’ chiaro che la credibilità delle affermazioni di Sarkozy si scontra con i mercati finanziari che giustamente sono il termometro della sostenibilità del debito dei Paesi periferici dell’Europa. Ha un bel dire il primo ministro greco George Papandreu che si lamenta delle persistenti domande dei giornalisti: negli ultimi due anni non gli chiedono che delucidazioni sul default greco (non ancora avvenuto ma scontato dai mercati che quotano il decennale greco a circa 84 contro un prezzo di emissione di 100, coupon 4,60%). I mercati – attraverso i prezzi - dicono: probabilisticamente avverrà un default parziale. Altrimenti lo spread tra rendimento a 10 anni del BUND e l’equivalente greco non sarebbe nell’intorno di 7,7 punti percentuali (773 basis point, in questo momento).

In relazione alla Grecia, tornano in mente le parole dell’inossidabile Carlo Azeglio Ciampi, a cui dobbiamo l’ingresso dell’Italia nell’Euro: “Purtroppo paghiamo l’errore di aver ampliato il numero dei paesi dell’eurozona senza prima aver approfondito i legami istituzionali, senza essere riuscitri a creare almeno quel coordinamento delle politiche economiche che era obiettivo prioritario fin dalla nascita dell’euro. Non bastava il rispetto dei famosi parametri di Maastricht, serviva una politica economica comune, dal fisco allo sviluppo, alla difesa. Va detto che nella prima fase di scrematura dei paesi degni dell’euro la selezione fu molto severa, e l’Italia per prima ne rimase colpita. Poi con l’allargamento fu subito chiaro che la morsa del rigore si era allentata. Forse ci fu indulgenza verso l’Est perchè alla Germania interessava consolidare il primo dei suoi mercati di sbocco. Che tristezza vedere adesso che la Grecia aveva truccato i conti e che questo costume potrebbe essere imitato anche da altri Paesi!” (Non è il paese che sognavo, Il Saggiatore, 2010, p.115)

Io credo che abbiamo bisogno di più Europa, di più politica europea. E l’Italia deve giocare un ruolo, positivo e propulsivo. Come in passato ha sostenuto Tommaso Padoa-Schioppa - già nel 1992 egli vedeva che "lo spazio per l'ambiguità e per l'incertezza sull'unità europea era divenuto più stretto” - commemorato in Bocconi dalla Milano migliore e dai maggiori rappresentanti del mondo finanziario.

Giorgio Napolitano
Il Presidente Giorgio Napolitano – commosso - ha usato queste parole: “Ma è anche vero che sono riapparse nelle sfere politiche e nelle più vaste opinioni pubbliche di diversi Stati membri, tendenze frenanti rispetto ai passi ulteriori, per quanto graduali, che ormai si impongono sulla via di una più coerente integrazione e di una più robusta volontà politica comune. A questo proposito, di spazio per esitare o ancor peggio per ripiegare ne è rimasto davvero poco”.

Non possiamo che chiudere con Ciampi, che ha coniato il termine zoppìa, vedi post : “Il rafforzamento, il “deepening” come si dice in gergo europeo, cioè la governabilità delle istituzioni europee, non può essere ulteriormente rinviato. Non c’è niente da fare: alla moneta deve seguire il ccordinamento delle politiche economiche”.

Con il rafforzamento evocato da Ciampi, gli spread dei Paesi periferici (Grecia 773 basis point, Irlanda 564bp, Spagna 193bp, Portogallo 368bp, Italia 137bp) potranno scendere – a gennaio lo hanno già fatto - in modo significativo.

P.S.: sono venuti all’Università Bocconi i migliori (del mondo!). Io non ho mai visto un tributo così sentito e partecipato da parte di protagonisti internazionali di cotanta fama:

- Paul Volcker, il "falco" della Federal Reserve - che spiazzò tutti negli anni Ottanta alzando i tassi per sradicare l’inflazione; tenace chairman of the Independent Committee of Eminent Persons (Volcker Commission) to look into the dormant accounts of Jewish victims of the Holocaust lying in Swiss banks);
- uno dei maggiori protagonisti dell’Unione Europea Jacques Delors;
- il Presidente della banca centrale europea Jean-Claude Trichet;
- l’ex Presidente del Consiglio e della Commissione Europea, Romano Prodi (il suo intervento è stato il più applaudito);
- Helmut Schmidt, Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca dal 1974 al 1982, il cui messaggio è stato letto dal Presidente Napolitano;
- Carlo Azeglio Ciampi in un commosso intervento video.

Tommaso Padoa-Schioppa
E’ stato un omaggio all’Italia, non solo a Padoa-Schioppa. Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano.
A un certo punto, ricordandomi del sorriso di Tommaso Padoa-Schioppa quando gli chiesi aiuto per la mia tesi , non sono riuscito a trattenere le lacrime.

P.S.: per leggere lo spread BTP-BUND (quarta parte, cliccare qui)

mercoledì 2 febbraio 2011

Taxisti romani, "'Ndo vai?", concorrenza e mal di rendita

Alberto Sordi nel "Tassinaro"
Un ricordo personale. Anni fa – al momento dell’uscita del libro Lobby d’Italia (Rizzoli BUR, 2005) – l’economista del MIT e della Bocconi Francesco Giavazzi mi firmò una dedica che recitava: “Sperando di vincere, se non sui tassisti, almeno sui farmacisti”.

A 6 anni di distanza, possiamo dire che non ce la stiamo facendo con nessuno. Le parafarmacie lottano ogni giorno contro la lobby fortissima dei farmacisti, i quali hanno dei margini altissimi e concorrenza zero.

E i taxisti? Abbiamo letto disgustati dello scandalo dell’ATAC – Agenzia del trasporto autoferrotranviario del Comune di Roma - dove negli ultimi anni sono stati assunti per chiamata diretta persone che nulla hanno a che fare con un’impresa di trasporti. Nani e ballerine con ruoli dirigenziali. Ottimo!

Allora cosa fa il sindaco di Roma Alemanno? Promette regole severe sulle assunzioni nelle municipalizzate. Poi – citiamo Massimo Giannini di Repubblica - “Si scopre che, tra picchiatori fascisti, veline e famigli dei famigli, ha fatto entrare all'Atac anche «Zara33», al secolo Giuliano Falcioni, ex tassista che guidò la rivolta violenta contro la liberalizzazione delle licenze. Scena disgustosa. È la destra italiana, bellezza: «moderata e liberale»".

L’altro giorno sul Corriere della Sera, uno spassosissimo Aldo Cazzullo – Salviamo i taxisti dal mal di rendita – raccontava: “Il mostruoso (+54% per i primi cinque chilometri) aumento delle tariffe dei taxi di Roma è una notizia che va oltre la questione specifica. È specchio di tre tendenze molto diffuse nel Paese, tutte preoccupanti. I trasporti, a Roma ma non soltanto, non sono considerati un servizio, bensì una rendita. E il passeggero, turista o residente che sia, non è un cliente o un utente; è un pollo da spennare, o una seccatura da evitare. Accade, arrivando a Fiumicino o a Ciampino, di sentirsi chiedere da un tizio: «’Ndo va?». Non vuol sapere dove andate. Vuol sapere se siete italiani o stranieri. Se la risposta è «what?», il taxi sarà subito pronto, magari per avventurarsi lungo il Grande raccordo anulare. Se rispondete «vado in centro» o «sono affari miei» , trovare un’auto disposta a caricarvi e a portarvi a destinazione sarà un’impresa”.

Caro Giavazzi, it’s a long way to Tipperary!

lunedì 31 gennaio 2011

A Davos il mondo è a tre velocità

Al World Economic Forum di Davos – dove si riunisce la classe dirigente mondiale – la crescita economica del 2011 viene definita a tre velocità, three-speed recovery. I business leader non sono mai stati così ottimisti dal Davos di gennaio 2007, pre crisi subprime. Anche i più pessimisti, come Mr Doom Nouriel Roubini, sono d’accordo nel dire che “il bicchiere è mezzo pieno”.

All’apertura del Davos Forum, è stato Zhu Min, special advisor del Fondo Monetario Internazionale, a coniare il termine three-speed recovery per evidenziare le forti differenze di crescita tra diverse aree del mondo. Abbiamo quindi:

- le economie emergenti (o meglio emerse, come mio post Ma quali Paesi emergenti, sono già belli che emersi ) che cresceranno sopra il 6% di Pil; per fare dei numeri L'Etiopia crescerà dell'8,5%, il Mozambico del 7,5%, la Tanzania del 7,1%, il Vietnam del 7%, l'Uzbekistan del 7%, l'Uganda del 6,3%;
- gli Stati Uniti nell’intorno del 3%;
- l’area dell’euro, che crescerà meno del 2%, con forti differenze al suo interno. L’Italia, secondo le stime della Banca d’Italia e Confindustria, crescerà nell’intorno dell’1%.

Come sottolinea Martin Wolf sull’FT, “The divergence between the performance of the high-income countries and that of most emerging economies is remarkable”.

Nei Paesi Emersi la maggiore preoccupazione non è la crescita, ma l’inflazione. Il forte rialzo recente delle materie prime (in particolare i cereali, lo zucchero, le cipolle) induce le banche centrali ad alzare i tassi e impostare in modo restrittivo la politica monetaria, vedi India e Cina.

Un punto chiave sarà la capacità delle economie asiatiche di spingere sulla domanda interna e non esclusivamente sulla crescita export-led. Nelle parole di Mr Zhu: “The key test for emerging markets was whether they can keep going towards domestic orientation of their economies”.

Ken Rogoff, Harvard University – autore con Carmen Reinhart dello splendido This Time Is Different: Eight Centuries of Financial Folly (Princeton University Press, 2010) – sostiene che “Advanced economies would inevitably have a period of slower growth because they must deal with huge private and public debts. We are entering a five-year stretch where the overhang of debt in the advanced countries will hold back their growth”.

Negli Anni Ottanta e Novanta ci si preoccupava della bassa crescita dei Paesi economicamente arretrati, definiti (fa ridere tutto ciò) in Via di Sviluppo. Oggi non abbiamo che compiacerci del fatto che sempre più assisteremo a una convergenza dei redditi. Il mondo va verso una maggiore omogeneità dei redditi pro-capite. E’ una gran bella notizia.
Nell'ultimo quinquennio mezzo miliardo di persone sono uscite dalla miseria estrema. Il Brookings Institute in una corposa ricerca scrive che "Mai prima d'ora nella storia umana un numero così vasto di persone sono uscite dalla povertà in un arco di tempo così breve".

Chiudiamo allora con una massima di Thomas L. Friedman – tratta dal mitico The world is flat (2006): “Ragazze, quando ero piccolo, i miei genitori mi dicevano: “Tom, finisci quello che hai nel piatto; in Cina e India la gente muore di fame”. A voi io dico: “Ragazze, finite i vostri compiti, perchè in Cina e India la gente è affamata dei vostri posti di lavoro”.

Nouriel Roubini
P.S.: vale sempre il concetto che chi urla di più vince. Nouriel Roubini, dopo aver previsto la crisi finanziaria, non ne ha azzeccata una, ma ha urlato sempre più forte. Adesso la sua presenza a una conference costa un botto. E lui? Felice e contento, pronto a vaticinare la prossima crisi. Se un economista prevede una crescita moderata del 2% all'anno non lo ascolta nessuno. Se il solito catastrofista prevede il crash - che prima o poi arriva, come un orologio rotto ha ragione due volte al giorno - tutti a inginocchiarsi pronti a considerarlo un guru. Roubini - come volevasi dimostrare - si è appena comprato un attico a New York di 5,5 milioni di dollari. Chi è tranquillo e silente - e saggiamente non fa previsioni - non finisce sui giornali e vivrà sempre nel suo bilocale.

venerdì 28 gennaio 2011

Obama, Padoa-Schioppa e il declino di una (la nostra) classe dirigente

La dipartita di Tommaso Padoa-Schioppa (TPS per noi aficionados) mi ha indotto a rileggere alcuni suoi libri. Tra i tanti spunti, mi ha indotto alla riflessione un passo di La veduta corta (Il Mulino, 2009): “Negli anni ho constatato che la leadership consiste nel dare più che nel ricevere” (p.142). “Penso che il compito di chi governa sia di avere lo sguardo lungo là dove i comportamenti spontanei, degli individui e della società, possono averlo corto...Chi governa deve essere scelto da chi è governato, ma nello stesso tempo deve governare chi lo ha scelto, il che significa dare una direzione, un indirizzo, anche vincendo le resistenze che incontra. Perciò è indispensabile che chi governa sappia svolgere anche una funzione educativa, pedagogica e sappia indicare la strada a chi lo ha eletto” (p. 161).

Questa visione elitista di TPS si scontra spesso con governi che assecondano i peggiori istinti dei cittadini, incapaci di “guardare al di là della siepe”, incapaci di alzare lo sguardo.

Non possiamo non condividere le osservazioni di Ezio Mauro – Repubblica (14.1.11): “Attorno alla politica nazionale, il sistema non ha più prodotto uomini riconosciuti come quadri internazionali della comunità europea e mondiale, come ai temi di Ruggiero, Prodi, Monti, Padoa-Schioppa, Bonino. ...L’establishment ha confermato di non esistere, accontentandosi di non esistere, di essere un network di autoprotezione da rotocalco, incapace di svolgere la funzione nazionale di un richiamo alle regole e ai canoni europei, ma preferendo adattarsi al modus vivendi di un Paese rimpicciolito e rattrappito, pur di staccare qualche dividendo di piccolo potere, all’ombra del potere dominante. Così, inevitabilmente, l’immagine complessiva del Paese è declinata fino a raggiungere i più ingiusti stereotipi che ci hanno sempre accompagnati”.

Giacomo Leopardi
L’altra sera, nello sconforto, ho preso in mano un libro - ingiallito dal tempo - di poesie: Giacomo Leopardi nel Canto (1831) All’Italia:

Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.

Concordiamo con Giampaolo Dossena, Mangiare banane (Il Mulino, 2007): “Altri commentatori intendono che la storia d’Italia è fatta ad alti e bassi: quando le cose vanno bene l’Italia è il meglio che si sia mai visto, una cornucopia di felicità, fiori, frutti, bellezze, capolavori; quando le cose vanno male l’Italia è nell’abisso di sventure inuaidte, il peggio che si sia mai visto, notte d’inferno. Alti e bassi, altissimi e bassissimi”.

Ruby Rubacuori
Più bassi di così!: “Noemi (Letizia, la prima minorenne frequentata dal Presidente del Consiglio, ndr) era la sua pupilla, io sono il suo culo”, Karima el Mahroug, alias Ruby Rubacuori, frequentatrice assidua di Arcore, in una conversazione telefonica.

Ci verrebbe da esclamare come Leopardi: “E fango è il mondo” (A se stesso), ma con la fresca lettura del discorso di Obama, ci siamo rinfrancati. Oltreoceano si continua a parlare di progetti, di scelte strategiche, di investimenti sulla crescita, di riforme e di coraggio.

Robert Kennedy
Mentre proviamo vergogna per la miseria del dibattito nazionale, non possiamo che elogiare Barack Obama (clicca qui per il discorso integrale, veramente bello ) quando - in occasione di State of the Union - afferma: “As Robert Kennedy told us, The future is not a gift. It is an achievement. Saranno le scelte che facciamo oggi a condizionare il nostro destino”. Come scrive Mario Calabresi “La forza del discorso di Obama, che è la forza dell’America e che è esattamente quello che ci manca in Italia, è riuscire a far riemergere una narrativa comune del Paese che alla fine supera sempre le divisioni e punta al risultato comune piuttosto che all’eliminazione dell’avversario o alla difesa sterile di rendite di posizione”.

mercoledì 26 gennaio 2011

27 gennaio 1994: autobomba allo Stadio Olimpico di Roma

Quando parlo con i miei amici della bomba non esplosa allo Stadio Olimpico, mi guardano con occhi sbigottiti. Peraltro i miei interlocutori sono persone informate, lettori “forti” - come si dice in gergo di coloro che leggono più di 30 libri l’anno – e disincantati al punto giusto. Però sull’attentato fallito allo Stadio Olimpico di Roma il 27 gennaio 1994 l’informazione pubblica è molto scarsa. Parliamone.

Così il magistrato romano Giancarlo De Cataldo (autore dello splendido Romanzo Criminale, Einaudi, 2002) nel suo romanzo Nelle mani giuste (Einaudi, 2007) racconta: “Pino Marino parcheggiò l’autobomba fra una vecchia Uno e il furgone di un panettiere. Dal vicino stadio Olimpico esplodevano, a tratti, gli scoppi d’ira o di entusiasmo dei tifosi. Angelino, dal sedile di guida della sua Saab, vide che il picciotto armeggiava nel vano motore. Starà controllando il contatto, si disse. Erano nei pressi del cancello G-8. La partita era appena iniziata. Fra un’ora e mezzo o poco più, i tifosi avrrebbero preso a defluire. Invadendo le strade circostanti.

L’autobomba era piazzata proprio lungo una di queste strade. Appostati in una piazzola a cento metri, Pino e Angelino avrebbero dato il via alle danze al passaggio della colonna di automezzi dei Carabinieri che smontavano dal servizio di ordine pubblico. Doveva essere una carneficina. Duecento, cinquecento, forse mille tra militi e tifosi”.

E' opportuno fare una digressione storica. Nel 1993 con il Governo Ciampi avvengono in Italia diversi attentati. Il più grave a Firenze in Via dei Georgofili.
La strage di via dei Georgofili è un attentato di stampo mafioso attribuito all'organizzazione Cosa Nostra.


Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, viene fatta esplodere una Fiat Fiorino imbottita di esplosivo nei pressi della storica Torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili.
Nell'immane esplosione perdono la vita 5 persone.

La strage viene inquadrata nell'ambito della feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis che prevede il carcere duro e l'isolamento per i mafiosi. Due mesi dopo, il 27 luglio, altri attentati mafiosi vengono compiuti a Roma (alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e a Milano, in via Palestro, dove un'autobomba provoca cinque morti: tre vigili del fuoco e un vigile urbano intervenuti sul posto, e un cittadino straniero che dormiva su una panchina.

Successivamente il pentito Gaspare Spatuzza ha espresso "malessere" nei confronti di questo attentato e chiesto "perdono" alla città di Firenze.


Le risultanze del processo poi tenutosi a Firenze - per via del collegamento con le bombe in via dei Georgofili, accanto agli Uffizi nel maggio 1993 - portano a ritenere che l’attentato sia fallito per cause indipendenti dalla volontà degli ideatori. Per essere più precisi, un congegno elettronico non funzionò. Sentiamo Pier Luigi Vigna, Procuratore di Firenze nella sua testimonianza: “Era tutto pronto, la macchina con l’ esplosivo era lì. Grazie a Dio, non è partito l' impulso elettrico”. E’ giusto parlare non solo delle stragi avvenute, ma anche di quelle progettate. Perchè a differenza di altri Paesi dove pure esistono mafie forti, qui Cosa Nostra arriva a costituirsi come temibile contropotere dello Stato?”-


Il Presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel suo Da Livorno al Quirinale (Il Mulino, 2010) scrive: “Una caratteristica del mio governo (Ciampi giura davanti al Presidente della Repubblica il 29 aprile 1993, ndr) è stata quella di essere contrassegnato dalle bombe. Non faccio in tempo a formare il Governo che la prima bomba scoppia in via Fauro. Subito dopo, il 27 maggio, le bombe di Firenze in via dei Georgofili. Poi, nella notte tra il 27 e il 28 luglio, le due bombe di Roma a San Giorgio al Velabro e a San Giovanni, e contemporaneamente a Milano (in via Palestro, davanti al PAC, ndr), dove ci furono dei morti. Poi c’è stato l’attentato all’Olimpico, fallito solo perchè non scattò l’innesco dell’esplosivo. Si scoprì poi il progetto di fare un attentato alla torre di Pisa, per il quale avevano già procurato l’esplosivo”.

L’Italia è piena di misteri. Stragi senza colpevoli. Famiglie distrutte senza un perchè. “La democrazia non è soltanto governo “del popolo”, ma anche governo “in pubblico”, sostiene il giurista Stefano Rodotà. “Per questo la democrazia deve essere il regime della verità, nel senso della piena conoscenza dei fatti da parte di tutti. In democrazia, la verità è figlia della trasparenza”.

Louis Brandeis
Allora non possiamo non citare il mitico giudice della Corte Suprema americana degli Anni ’30 Louis D. Brandeis, autore di Other people's money and how the bankers use it  (must read): “La luce del sole è il miglior poliziotto. La luce elettrica il miglior disinfettante”.

P.S.: per approfondimenti si consiglia Nelle mani giuste, Giancarlo De Cataldo, Einaudi, 2007.

lunedì 24 gennaio 2011

In morte di Roberto Franceschi, studente bocconiano, ucciso dalla polizia il 23 gennaio 1973


Roberto Franceschi
 Appena ho iniziato a frequentare l'Università Bocconi, ho notato che l'aula al secondo piano era dedicata alla memoria di Roberto Franceschi. Non c'era google al tempo, allora ho chiesto a mia madre, un vero e proprio google vivente. E mi ha raccontato. Oggi allora faccio lo stesso.

38 anni fa, lo studente bocconiano Roberto Franceschi si accasciava al suolo colpito a morte da un colpo di arma da fuoco sparato da un proiettile di pistola Beretta calibro 7,65 in dotazione alla Polizia che presidiava l’Università.

La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un'assemblea del Movimento Studentesco presso l'Università Bocconi. Assemblee di questo tipo erano state fino ad allora autorizzate normalmente e non avevano mai dato adito a nessun incidente e, nel caso specifico, si trattava dell'aggiornamento di una assemblea già iniziata alcuni giorni prima; ma l'allora Rettore dell'Università quella sera ordinò che potessero accedere solo studenti della Bocconi con il libretto universitario di riconoscimento, escludendo lavoratori o studenti di altre scuole o università. Ciò significava vietare l'assemblea e il Rettore informò la polizia, che intervenne, con un reparto della celere, intenzionata a far rispettare il divieto con la forza.
Ne nacque un breve scontro con gli studenti e i lavoratori e, mentre questi si allontanavano, poliziotti e funzionari spararono vari colpi d'arma da fuoco ad altezza d'uomo. Lo studente Roberto Franceschi fu raggiunto al capo, l'operaio Roberto Piacentini alla schiena. Entrambi caddero colpiti alle spalle” (dal sito web http://www.fondfranceschi.it/ ) .

Come spesso accade, il processo è stato un calvario scandaloso – oltre venticinque anni di processi penali e civili, l’ultima sentenza è del 20 luglio 1999, più di 26 anni dopo la morte di Francesco - dove la volontà di occultare la verità da parte della Polizia è stata dominante. Dalla sentenza che ha chiuso la fase istruttoria del processo (dicembre 1976) leggiamo: “La verità è che sin dall’inizio si preferì occultare rigorosamente la corcostanza che a sparare erano stati in diversi, e questa decisione comportò poi la necessità che l’intera fase delle indiagini preliminari fosse gestita sotto il controllo o quanto meno con l’accondiscenza dei vertici della polizia, all’insegna della costante preoccupazione di neutralizzare ogni risultanza che con tale versione potesse apparire in contrasto”.

Qualcosa si è ottenuto dai processi. Come scrive Biacchessi “L’accertamento della responsabilità della polizia e la condanna del Ministero dell’Interno al risarcimento del danno, ma non l’individuazione e la condanna dell’autore materiale e di eventuali corresponsabili”.

Ma torniamo alla figura di Roberto Franceschi, studente brillante e affettuoso.

Scrisse di lui un compagno di studi: "Roberto, la sua ferrea volontà, la sua onestà intellettuale, la sua incrollabile fede nella scienza, la sua costante ricerca della verità, il suo amore per la cultura, la sua illimitata fiducia nelle possibilità dell'uomo, dopo la sua morte, hanno aiutato me e molti altri compagni a superare le difficoltà, a correggere gli errori e ad andar avanti".

La sua insegnante di filosofia del Liceo Vittorio Veneto – Meris Antomelli - ha scritto: “Roberto era politicamente molto impegnato, e in particolare riteneva l’apertura della scuola alla società, e la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione non come esigenze tra le altre, ma fondamentali: le considerava capaci di dare concretezza ai suoi ideali di democrazia e giustizia, e coerenza alla sua vita. Non accettava perciò quelle forme di contestazione della scuola che si traducevano nel rifiuto dello studio a vantaggio di una militanza politica che nella scuola vedeva soltanto uno dei suoi luoghi d’azione”.

Don Lorenzo Milani
Dopo aver riletto le testimonianze sulla figura di Roberto Franceschi, mi è tornato in mente Don Lorenzo Milani, che insisteva in continuazione sull’importanza dello studio affinchè le classi disagiate potessero giocarsela alla pari con i più fortunati. In un bellissimo passo de La ricreazione (Edizioni e/o, 1995) leggiamo: “Quando ripresi la scuola nel 1952-53 avevo ormai superato ogni ulteriore esitazione: la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era la rovina della classe operaia. Mi perfezionai allora nell’arte di far scoprire ai giovani le gioie intrinseche della cultura e del pensiero e smisi di far la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi l’occasione di umiliarli o offenderli...Prova ne sia che, dopo le ricreazioni, la domanda di rito è: “Vi siete divertiti?” A S. Donato oggi una domanda del genere viene considerata poco meno che pornografica”.

Corrado Stajano
Chiudo con una riflessione attualissima (è del 1979) di Corrado Stajano – scrittore e giornalista di grandissima levatura, ricordiamo solo gli imprescindibili Un eroe borghese Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, (Einaudi, 1991), Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini (Einaudi, 1975): “La storia del ragazzo Franceschi non conta solo per ieri, vale per oggi e per domani. E non riguarda solo la tarlata giustizia, ma il buongoverno nel suo complesso perchè sono proprio inutili le generiche affermazioni da cui siamo continuamente travolti, se poi, in concreto, si usa solo indifferenza e non ci si scandalizza più di fatti scandalosi”.

 Stasera invito tutti i miei lettori all’Università Bocconi dove la Fondazione Franceschi – nel cui Statuto si legge “La Fondazione si propone di sostenere l'attività di giovani studiosi delle generazioni successive a quella di Roberto, per dare testimonianza dell'intelligenza riflessiva e fortemente morale che ha distinto i suoi studi brillanti già negli anni del Liceo, indicando il percorso ideale, di forte impegno intellettuale e sociale, che egli avrebbe voluto seguire nella sua vita” - portata avanti dalla caparbia Signora Lydia - ricorderà Roberto Franceschi insieme a numerose testimonianze del mondo milanese. L’incontro ha per titolo Serata Franceschi all’insegna della Costituzione

P.S.: si consiglia la lettura di Roberto Franceschi, processo di polizia, a cura di Daniele Biacchessi (Baldini Castoldi, Dalai editore, 2004); http://www.fondfranceschi.it/

venerdì 21 gennaio 2011

Concorrenza, Poste Italiane e assenza di vigilantes

Mario Monti

Dal primo gennaio 2011 è finita l’era del monopolio per Poste Italiane. Grazie alle disposizioni europee – noi da soli facciamo ben poco, ancora una volta ringraziamo il “vincolo esterno” – si apre la completa liberalizzazione del mercato postale italiano.

Ci sarà così concorrenza nei diversi servizi, dalle raccomandate della pubblica amministrazione (251 milioni di euro), alla corrispondenza di contenuto pubblicitario (272 milioni euro), alla posta massiva (845 milioni di euro).

C’è un "ma però", direbbe mia figlia Allegra. A chi spetterà il compito di regolare la concorrenza nel settore? Finora questo delicato compito di regolazione era svolto direttamente dal ministero delle Comunicazioni, oggi dello Sviluppo Economico. Ora quest’anomalia deve finire poichè la UE impone agli stati membri di affidare la regolazione ad autorità indipendenti.

Nel decreto legislativo del 22 dicembre scorso, però, c’è una bella sorpresina. Invece di affidare la ragolazione ad un’Authority indipendente – l’Agcom per esempio – il Governo ha scelto una via diversa e più opaca. Si propone l’istituzione di una nuova Agenzia ad hoc affidando il compito agli uffici del Ministero che finora ha seguito la materia. E che verrebbero trasformati in Agenzia.

Il rischio è che questa Agenzia venga catturata dall’incumbent (Poste Italiane), con cui gli uffici ministeriali hanno maggiore dimestichezza e relazioni di lungo corso.

Pochi giorni fa l’Antitrust – bene! – ha prodotto un articolato parere trasmesso ai Presidenti di Camera e Senato, al capo del governo, al consiglio dei ministri, nel quale viene contestato il modello di Agenzia. L’Authority sostiene che l’apertura del mercato è a rischio: “Senza un Regolatore relamente indipendente e imparziale la completa liberalizzazione rischia di partire con il freno tirato....Il compito di vigilare sul percorso della liberalizzazione del servizio postale viene affidao dal decreto a un organismo, che opera al servizio delle amministrazioni pubbliche ed è sottoposto ai poteri di indirizzo e vigilanza di un ministro, il quale ne definisce anche le funzioni, la struttura organizzativa e le modalità di funzionamento”. Poi la stoccata finale: “Il nodo dell’indipendenza e dell’imparzialità è invece cruciale...desta perplessità la mancata previsione si misure fondamentali per consentire una concorrenza effettiva del settore postale”.

Giorgio Napolitano
Con il tempo, molto lentamente - in un Paese dai processi lenti - la concorrenza diventa un tema di discussione pubblica. Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso di fine anno ha parlato di rendite di posizione: “Reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l'Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate. E richiede coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell'ultimo decennio”. E quali sono queste rendite? Licenze dei taxi, farmacie, servizi regolati, municipalizzate, servizi postali...

Secondo l’Istituto Bruno Leoni – il contenuto minimo di una seria proposta di riforma del settore del recapito non può prescindere – a parte la già citata presenza di un’Authority - da alcuni punti fondamentali:

1) l’armonizzazione del regime tributario del settore attraverso l’applicazione uniforme della medesima aliquota Iva, indipendentemente dall’identità dell’operatore;
2) la drastica riduzione dei trasferimenti monetari dello stato a Poste Italiane e dei ricavi da settore pubblico, a qualsiasi titolo siano ottenuti;
3) l’eliminazione di tutti gli automatismi nell’assegnamento di servizi da parte delle amministrazioni a Poste Italiane, possibilmente con l’introduzione della gara in tutte le situazioni rilevanti;
4) la separazione tra Bancoposta e le altre divisioni di Poste Italiane, con la limitazione rigorosa dei conflitti d’interesse e dei sussidi incrociati tra servizi finanziari e recapito;
5) la predisposizione di un percorso credibile per l’alienazione progressiva di quote dell’azienda – con l’obiettivo di una sua completa privatizzazione – attraverso il collocamento di azioni; o, in alternativa, la vendita diretta della società con il meccanismo dell’asta pubblica.

In queste situazioni, dove l’Unione Europea apre una finestra d’opportunità di maggiore concorrenza, bisognerebbe spingere. E' illuminante una recente uscita di Mario Monti – definito dalla stampa anglosassone SuperMario quando era Commissario alla Concorrenza presso la Commissione Europea: “....In molti casi il potere delle corporazioni ha impedito che le riforme andassero in porto o addirittura venissero intraprese. E lì non si tratta di tenaci fiammelle rivendicative fuori tempo, bensì di corposi interessi privilegiati che, pur di non lasciar toccare le loro rendite, manovrano un polo contro l’altro: veri beneficiari del bipolarismo italiano” (Meno illusioni per dare speranza, 2.1.11, Corsera).

Franco Bruni
Concordiamo con l'economista Franco Bruni (La Stampa, 5.1.11, L’inflazione ritorna a preoccupare): “Va ripresa con vigore l’attenzione per le politiche di difesa della concorrenza e del consumatore, che la crisi pare aver messo fra parentesi. Il contenimento dei poteri di mercato, da quelli delle attività locali, piccole ma sovente cruciali per il costo della vita, a quelli dei grandi oligopoli multinazionali è la via maestra per frenare i prezzi e aumentare le produzioni. Un insieme di operazioni-trasparenza, riorganizzazioni strutturali e interventi anti-trust deve far sì che l’Italia, in particolare, smetta di essere uno dei Paesi dove sono più care le banche, le assicurazioni, i telefoni, la luce, il gas, la benzina, i servizi professionali alle imprese. In Europa è urgentissimo rilanciare l’agenda di avanzamento del mercato unico, abbattendo le molte barriere implicite ed esplicite che ancora lo segmentano. Il mercato unico delle merci, dei servizi, del capitale e del lavoro, oltre a essere la migliore opportunità per la crescita dell’Ue, è la più sicura difesa contro gli aumenti ingiustificati dei costi e dei margini che si formano sui mercati locali”.

P.S.: per approfondimenti, si rimanda al paper di Massimiliano Trovato dell’Istituto Bruno Leoni