mercoledì 19 gennaio 2011

Marchionne tutta la vita

Sergio Marchionne
Dopo la vittoria nel referendum a Mirafiori, nell’intervista a Ezio Mauro di ieri, l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne dice: “...Ma ho capito che eravamo sopra una torre di Babele. Io parlavo una lingua, loro un'altra. Tutti facevamo riferimento alla realtà: ma io alla realtà di oggi, così com'è nel mondo globale, la Fiom alla realtà del passato, quella che si è trascinata fin qui impantanandoci fino al collo, come Italia".


Mi è tornato alla mente una riflessione di Tommaso Padoa-Schioppa tratta dalla prefazione di La veduta corta (Il Mulino, 2009): “Il passato è uno, il futuro è molteplice. Il futuro non giace in oziosa attesa sulle ginocchia di Giove, né sta scritto in alcun luogo; siamo noi a scriverlo con le nostre azioni e le nostre scelte, trasformando il molteplice in uno. La storia insegna che anche il passato lo era. Ecco perchè il presente è la linea della nostra libertà. Per plasmare il futuro dobbiamo pensare e volere un futuro possibile, uno tra quelli contenuti in germe nel passato e nel presente e suscettibili di essere sviluppati e fatti crescere. Ciò che dobbiamo sforzarci di leggere non è un futuro non ancora scritto; è la realtà, i vincoli che essa ci one, le srade che ci preclude, quelle che ci apre. L’uso che facciamo della nostra libertà influirà, infatti, sul corso della storia solo se si collocherà entro i vincoli del reale”.

Quale futuro vuole il sindacato? A quale realtà fa riferimento?

Come è possibile che in Italia si gridi contro Marchionne e negli Stati Uniti Obama lo ringrazi come salvatore di Chrysler? Se lo chiede anche Marchionne: “Ci sono due voti che mi preoccupano: quello di chi ha votato no su informazioni sbagliate e quello di chi ha votato sì per paura. Voglio convincerli, spiegare chi sono. E' impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela".

Una cosa è certa. Noi siamo con Marchionne. Un italiano - spesso in senso dispregiativo viene definito italo-canadese per sostenere che è uno straniero che non fa gli interessi degli italiani - che ha un solo obbiettivo: tenere in vita in modo profittevole e non assistenziale la prima azienda del Paese.
I sindacati confermano di vivere in un’altra realtà. Una realtà – per parafrasare Padoa-Schioppa - che Marchionne vuole costruire per il futuro, con grande difficoltà, come ammette lui stesso: “E invece ha preso spazio la tesi opposta, l'entitlement, e cioè il diritto semplicemente ad avere, senza condividere il rischio. Ma questo va bene per uno statale, non per un'azienda privata che deve lottare sul mercato".

Un'ultima riflessione. Nella Lex Column del Financial Times di ieri – Fiat’s big victory –  leggiamo: “Eurozone politicians and bondholders should be particularly relieved by the result. Investors are on the lookout for any sign that highly indebted Italy cannot deal with its economic challenges”. E' verissimo. Il successo di Marchionne è il segnale che anche in Italia il cambiamento è possibile. La vittoria è un'iniezione di fiducia, una spinta alla riduzione dello spread Btp-Bund.
Alla parte più reazionaria (Fiom) del sindacato – che tutela solo coloro che il lavoro ce l’hanno e non gli outsider, non i giovani, i cocopro e i consulenti a progetto – non rimane che tutelare i lavoratori anziani e garantire loro una pensione esagerata rispetto ai contributi versati, grazie al metodo retributivo. Tanto il metodo contributivo vale solo per i giovani. W gli anziani! Il Paese così va a meraviglia! Il futuro ci sorride.

Forza Marchionne, tutta la vita.

lunedì 17 gennaio 2011

Mio padre, la Resistenza, Calamandrei

Il 16 gennaio di 21 anni fa moriva mio padre Piero Piccone. Un cancro se lo è portato via. Non appena aveva deciso di dedicarsi ad altro, dopo una intensa vita professionale e imprenditoriale, si è ammalato e in breve tempo ci ha lasciato.

Ma le persone importanti per noi non muoiono, sono sempre presenti. Con i valori, le letture, i suggerimenti, le riflessioni, i ricordi, le emozioni vissute insieme.

Mio padre nasce nel 1926 a Grazzano Badoglio (Asti). A soli 17 anni sale in montagna come partigiano. Ma cosa spinge un ragazzo a scegliere da che parte stare a soli 17 anni? Cosa fa oggi un ragazzo a quell’età? Sta attaccato a Facebook tutto il giorno? Altri tempi.

Così racconta Giorgio Bocca (Fratelli Coltelli, Feltrinelli, 2010, p. 38): “Che cosa è stata per chi l’ha fatta la guerra partigiana? La scoperta della libertà? Una felice illusione? Venti mesi di libertà dai legami dell’esistenza, dal posto della tua vita già deciso dagli altri, dai tuoi genitori, dal loro censo, dai loro calcoli e desideri. E anche la libertà fisica di andare dove ti portano le gambe, di giorno e di notte in un mondo ritornato immenso, dove puoi scegliere anche la tua morte, dove puoi vivere senza una lira in tasca, come il santo Francesco, e riscoprire ciò che la vita in società ti ha nascosto, quel desiderio del valico da superare verso il nuovo e l’ignoto. E dentro questo vago ma inebriante senso di libertà, tutti i ferrei doveri che hai liberamente scelto: il coraggio in guerra, la solidarietà con i compagni di lotta, la scoperta degli altri, dei poveri, dei deboli, l’intransigenza verso gli oppressori......La guerra partigiana era per i giovani arrivati dal lungo viaggio dentro il fascismo la scoperta della ragione, della conoscenza, l’uso, finalmente, della ragione e della conoscenza che la dittatura non aveva cancellato, ma sospeso dietro gli opportunismi e gli inganni”.

Piero Calamandrei
Un giorno mio padre mi raccontò la sua fuga. Era stato catturato dai tedeschi, ma riuscì a scappare in circostanze avventurose. Si salvò.

Al termine del racconto, mi citò Pietro Calamandrei (che ho avuto modo di leggere e apprezzare più avanti): “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì col pensiero perchè lì è nata la nostra Costituzione” (Discorso sulla Costituzione, Milano, 26 gennaio 1955).


Luigi Einaudi
In un libro del Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Repubblica Luigi Einaudi – Lezioni di politica sociale (Giulio Einaudi Editore, 1949) – che mi ha lasciato, ho trovato significativa una nota di Einaudi (che scrisse il libro nel 1944 quando esiliò in Svizzera durante il fascismo): “Compito della scienza non è d’inculcare una fede, ma d’insegnare il metodo di osservare i fatti (economici od altri) e di ragionare correttamente intorno ad essi”. Questo è proprio l’insegnamento che mi ha lasciato mio padre.

Come sapete, mio padre mi ha insegnato fin da ragazzo a tenere un archivio cartaceo con i migliori articoli della stampa italiana. E’ dall’archivio che pesco spesso qualche chicca per voi lettori.

A mio padre piaceva molto il filosofo Umberto Galimberti, e mi invitava a leggerlo la domenica sul Sole 24 Ore. E io ho continuato a leggerlo (e ritagliarlo).

Umberto Galimberti
Quando ho iniziato a insegnare in Università, ho capito un messaggio più volte reiterato da Galimberti: “Attraverso la cultura si offre agli studenti la possibilità di evolvere dall’impulso, a cui corrisponde come reazione il gesto (come il bullismo insegna), all’emozione, e dall’emozione a quella forma ancor più evoluta che è il sentimento dove i giovani si orientano davvero poco...Occorrerebbero dei test di personalità per vedere se il futuro insegnante, oltre a sapere, sa anche comunicare e affascinare, perchè, come ci insegna Platone quando parla di Socrate, in età giovanile si apprende per fascinazione” (La distanza tra la cattedra e i banchi, 27 giugno 2009).

Io a lezione ci metto l'anima. Speriamo che i miei studenti se ne accorgano!

Papi, che la terra ti sia lieve.

giovedì 13 gennaio 2011

Soldi per far soldi per far soldi

Giorgio Bocca
Soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, scusate, non le ho viste” (Il Giorno, 1962). Questo il memorabile incipit del reportage di Giorgio Bocca sul distretto calzaturiero di Vigevano.

Nel suo ultimo libro – Fratelli coltelli (Feltrinelli, 2010) - il grande giornalista ormai novantenne ripesca un suo articolo del 1984 (Vini d’autore) dove leggiamo: “Se pensate che i grandi del vino langarolo lo facciano per i soldi non vi sbagliate di molto, ma c’è anche la sfida contro gli altri, contro i tappi, contro la terra”.

Ecco il tema di oggi. Se si vuole avere successo in un’impresa, l’ultima cosa a cui pensare sono i soldi. Chi lo fa, fallisce nel suo tentativo, che non a caso viene definito impresa per via delle difficoltà da superare.

Nel novembre 2010 ho avuto la fortuna di partecipare al convegno “Responsabilità nell’impresa” (in onore di Vittorio Coda) organizzato dalla fantastica imprenditrice Linda Gilli (Cavaliere del Lavoro, beninteso) di INAZ. I relatori del convegno erano numeri uno come Marco Vitale, Guido Corbetta e Umberto Ambrosoli. Al termine degli interventi, un inaspettato dono di Linda Gilli ha indotto il prof. Coda a intervenire.

Vittorio Coda
Coda – nonostante non si fosse preparato nulla – ha come di consueto parlato con grande chiarezza senza sprecare una parola. Io, che ho assistito in Bocconi alle sue lezioni, posso testimoniare che la sua esattezza di linguaggio e profondità dei temi trattati non hanno eguali.

In relazione alla perdita di senso e al solo obiettivo di fare soldi, riporto quindi il suo pensiero – tratto da Responsabilità nell’impresa (Piccola Biblioteca Inaz, 2010): “Sono convinto che noi, per vivere felici, abbiamo soprattutto bisogno di senso, di dare senso alla nostra vita...Ciò che conta è essere vivi, animati da una fiamma che ci portiamo dentro, ci appassiona e ci riscalda il cuore, la quale in definitiva è un valore o ideale per cui merita di spendere la propria esistenza. Giorgio Ambrosoli aveva questa fiamma, che ha sempre alimentato e l’ha portato a coltivare la sua professionalità e a impegnarsi con amore ricco di intelligenza.
Il bisogno di senso non riguarda solo la vita di una persona, ma è molto importante anche per la vita di un’impresa. Uno dei casi che avevamo considerato nel nostro corso di strategia alla Bocconi, ricordo, è quello della General Motors, dove a un certo punto, agli inizi degli anni Settanta, era stato nominato come capo azienda un uomo di finanza, il quale aveva teorizzato che General Motors non era nel business di fare automobili, ma in quello di “fare denaro”. Questa missione aberrante, che stravolge il senso del fare impresa – ignorando che la ragione d’essere di qualsiasi azienda consiste nella produzione di beni o servizi per soddisfare bisogni dei suoi clienti – ha progressivamente portato General Motors in una spirale di crisi che ben possiamo definire come “crisi da perdita di senso”.

Francisco de Quevedo
Quando leggiamo le dichiarazioni dell’amministratore delegato di turno, o meglio di CEO modello “faso tuto mi”, che si riempie la bocca di affermazioni del tipo “Vogliamo creare valore per gli azionisti”, “Vogliamo adottare un piano di stock options per motivare noi stessi”, “Vogliamo diventare più grandi con una bella fusione per crescere”, stiamo molto attenti. Siamo vicini a una disfatta. Basta solo aspettare.

Spesso trovo utile cercare dei riferimenti - sempre attuali, nonostante lo scorrere del tempo - alla letteratura. Rileggendo alcuni articoli (degli anni Ottanta!) del grandissimo critico televisivo Beniamino Placido, ho ritrovato una citazione che ritengo perfetta. Si tratta di Don Dinero, il cavaliere seicentesco e spendaccione della letteratura spagnola che soffre di eccesso di fiducia nel denaro: “Poderoso Caballero, es Don Dinero” (Francisco de Quevedo y Villegas, 1632).

Il testo completo è spassosissimo. Eccolo:

PODEROSO CABALLERO ES DON DINERO

Madre, yo al oro me humillo,
Él es mi amante y mi amado,
Pues de puro enamorado
Anda continuo amarillo.
Que pues doblón o sencillo
Hace todo cuanto quiero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

Nace en las Indias honrado,
Donde el mundo le acompaña;
Viene a morir en España,
Y es en Génova enterrado.
Y pues quien le trae al lado
Es hermoso, aunque sea fiero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

Son sus padres principales,
Y es de nobles descendiente,
Porque en las venas de Oriente
Todas las sangres son Reales.
Y pues es quien hace iguales
Al rico y al pordiosero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

¿A quién no le maravilla
Ver en su gloria, sin tasa,
Que es lo más ruin de su casa
Doña Blanca de Castilla?
Mas pues que su fuerza humilla
Al cobarde y al guerrero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

Es tanta su majestad,
Aunque son sus duelos hartos,
Que aun con estar hecho cuartos
No pierde su calidad.
Pero pues da autoridad
Al gañán y al jornalero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

Más valen en cualquier tierra
(Mirad si es harto sagaz)
Sus escudos en la paz
Que rodelas en la guerra.
Pues al natural destierra
Y hace propio al forastero,
Poderoso caballero
Es don Dinero.

martedì 11 gennaio 2011

Enzo Bearzot, un galantuomo che ci ha regalato emozioni

In dicembre se n’è andato Enzo Bearzot, IL commissario tecnico della Nazionale italiana, campione del mondo nel 1982. Lo abbiamo amato e apprezzato come uno dei tanti uomini migliori che hanno dato lustro all’Italia. Indro Montanelli nella prefazione a Il romanzo del vecio di Gigi Garanzini (Baldini e Castoldi, 1997) così lo ricorda: “...Che poi il mondo del calcio lo abbia accantonato non mi stupisce affatto. Non solo perchè anche in questo campo parlar chiaro e rifuggire dai compromessi non aiuta a far carriera: ma soprattutto perchè il pallone dei giorni nostri ha preso strade diverse dalla sua. Troppo smaccatamente commerciale, troppo mercenario questo genere di spettacolo per coinvolgermi ancora. Lo guardo di tanto in tanto in tv, ne leggo per tenermi aggiornato. Ma non c’è verso, non mi garba più come ai tempi di quel testone-galantuomo di Enzo Bearzot”.

In un Paese dove il singolo di solito pensa solo al proprio “particulare”, come ci ha insegnato Guicciardini, Bearzot ha in più riprese esaltato l’importanza della squadra e del gruppo. La squadra deve assomigliare a un’orchestra jazz. Così racconta lo stesso Bearzot a Garanzini (Il romanzo del vecio, p. 150): “Se la squadra è l’orchestra, ed è quella, non cambia, cambia invece di volta in volta il tema musicale. Che è l’avversario: dunque va affrontato, suonato, ogni volta in modo diverso. C’è una base armonica, che va rispettata e corrisponde al sistema di gioco. Ma in questo ambito ciascuno ha la possibilità di esaltare le sue qualità personali, che danno lustro alla prestazione collettiva. La batteria dà i tempi di fondo, un po’ come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso è il libero, capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador. Tu che dirigi, fai in maniera che i singoli interpreti si muovano entro il filo conduttore della musica e si adattino di volta e in volta al pezzo da suonare, così come alla partita da giocare. Ma sempre in funzione dell’assolo del solita, perchè è quello che ti mette i brividi ed è grazie a quello che si vincono le partite”. E chi si è dimenticato gli assoli di Paolo Rossi in Italia Brasile del Mundial ‘82?

Per i veri aficionados, riporto un fantastico passo di Francesco Piccolo – Momenti di trascurabile felicità (Einaudi, 2010): “Erano i mondiali del 1982. L’Italia li vinse, nella sostanza, nel momento in cui allo stadio Sarrià di Barcellona, l’arbitro fischiò la fine di Italia-Brasile...Quel giorno di Italia-Brasile, casa mia era invasa da una quantità di amici e compagni di scuola...Ho visto mio padre e gli altri perdere completamente il controllo su un gol che non esiste più e che però per noi esiste ancora.
Sono gli ultimi minuti della partita, il Brasile attacca perchè sta perdento 3 a 2, e l’Italia parte in contropiede con Antognoni che corre e lancia la palla sulla destra a Rossi e continua a correre. Rossi entra in area, vede Oriali accanto e gli appoggia la palla piano. Antognoni è arrivato, si è fermato, solo solo, sulla sinistra. Oriali ha il tempo di vederlo e gliela passa. Antognoni calcia da vicino e a colpo sicuro. Gol. Mio padre salta sul divano, in piedi, urlando con occhi roteanti “siamo i più forti, siamo i più forti”, così, per circa sessanta-settanta volte.
Un mio compagno di scuola, Alessandro Vessella, ha legato per sempre il suo nome a un gesto che gli invidierò tutta la vita. Gol di Antognoni, tutti a esultare e abbracciarci, mio padre che saltava sul divano. Vessella, senza dire una parola si alzò dalla sedia andò verso la porta d’ingresso, scese di corsa le scale, in silenzio, andò in strada, entrò nella Cinquecento e fece una sfilata intorno all’isolato di circa cinque minuti, ma era solo al mondo e urlava Italia, strombazzava e sventolava una bandiera. Credo che nel raggio di migliaia di chilometri quadrati non ci fosse nessuno, in quel momento...Quando è tornato, l’arbitro ha fischiato la fine e siamo scesi tutti, di nuovo, a fare la sfilata. Nessuno ha avuto il tempo di dirgli che il gol era stato annullato. Antognoni era in fuorigioco, anche se forse, a rivedere le immagini, non lo era. Ma oramai era fatta, e non ce ne importava più.
Sono sicuro che ancora oggi lui sia convinto che quella partita finì 4 a 2. Lo immagino che si meraviglia molto quando vede le storie dei mondiali e quel gol spesso nemmeno lo fanno rivedere. Penserà che sono scemi”.

Caro Piccolo, sei spassosissimo! Ho pianto di gioia a rivivere quei momenti di tensione pazzesca. Quando a pochi minuti dalla fine Zoff parò sulla riga un colpo di testa di Socrates, mi venne un colpo.

Chiudo con un ricordo di fine anno di Gianni Mura: “Bearzot Enzo (uomo di sport). Avrei potuto scrivere ex ct, ma Bearzot non è mai stato ex di nulla. Al 1982 si lega il ricordo dell’ultima, vera, grande , spontanea festa collettiva di un Paese, il nostro. Negli anni successivi ha badato solo a non contaminare i suoi valori di cittadino e di sportivo mescolandoli a quelli, sempre più velocemente cadenti, di un Paese, sempre il nostro. Gli amici sognavano per lui un funerale senza applausi. Non c’è stato, ma bisogna dire che l’applauso e durato proprio poco”.

Caro Enzo, ti sia lieve la terra.

lunedì 10 gennaio 2011

Le banche italiane sono messe veramente meglio delle altre?

Durante le vacanze natalizie, mentre ero in fila a Parigi – circondato dal vociare di tanti connazionali – al Musée d’Orsay (splendido), ho preso in mano il giornale e ho letto nella pagina dei titoli azionari una sequela di bagni di sangue per i titoli finanziari.

Siccome si continua a leggere che le nostre banche sono le più solide del mondo, ci si potrebbe chiedere il perchè di siffatte performance negative. Leggiamole insieme (dal 1° gennaio al 29 dicembre 2010):

- Unicredito -29%
- Monte dei Paschi (MPS) -30%
- Banco Popolare -32%
- UBI Banca -33%
- Intesa Sanpaolo S.p.A. -34%
- Unipol Banca -45%
- Banca Popolare di Milano -46%

Nello stress test effettuato a giugno dalla Banca centrale europea, MPS, UBI e Banco Popolare erano, rispettivamente, al 79°, 70° e 67° posto per dotazione di capitale nello scenario avverso. Intesa Sanpaolo, la più solida al test, non andava oltre il 49° posto.

L’economista Alessandro Penati scrive con saggezza: “Si dice che il sistema bancario italiano abbia superato la crisi finanziaria meglio degli altri, grazie al maggior radicamento territoriale, meno finanza e più attività tradizionale. Ma la Borsa non sembra apprezzare le apparenti virtù dei nostri banchieri: i nostri maggiori istituti sono tra i più penalizzati proprio dall’inizio della crisi greca: meno 19% in media rispetto all’indice di settore europeo”.

Cosa possiamo aspettarci da parte dei manager dei nostri istituti di credito? Ce lo dice la Banca d’Italia: “In questa fase congiunturale, la capacità di generare flussi di reddito appare compressa, poiché, in un modello di intermediazione incentrato sul credito a imprese e famiglie, essa è fortemente dipendente dal livello dei tassi d’interesse e dalle perdite sulle sofferenze. Nel primo semestre di quest’anno il ROE medio delle prime cinque banche è sceso al 4 per cento, un punto in meno rispetto allo stesso periodo del 2009. Diverse grandi banche europee hanno invece migliorato la redditività. La differenza è riconducibile principalmente a un margine di interesse in ripresa per le banche europee e ancora in flessione per quelle italiane, che hanno risentito della riduzione dei volumi intermediati e dei tassi d’interesse. Sugli utili delle banche italiane continuano inoltre a gravare significative perdite su crediti, ancorché in flessione rispetto all’anno precedente. Nel primo semestre di quest’anno esse hanno assorbito oltre metà del risultato di gestione. Come accennato in precedenza, il profilo temporale dei nuovi requisiti patrimoniali colloca la parte maggiore dello sforzo di adeguamento negli anni successivi al 2015, cioè in una fase congiunturale presumibilmente diversa da quella attuale. Peraltro, va notato, da un lato, che le strategie di molte banche internazionali puntano sulla realizzazione immediata di significativi aumenti di capitale, piuttosto che sul graduale adeguamento del patrimonio attraverso la ritenzione di utili; dall’altro, che difficilmente le banche italiane potranno sottrarsi a una nuova fase di riduzione dei costi, analogamente a quanto sta avvenendo all’estero”(Giovanni Carosio, Vicedirettore della Banca d’Italia, Audizione al Senato della Repubblica- Indagine conoscitiva sui rapporti tra banche e imprese L’effetto delle regole di Basilea 3 sulla patrimonializzazione delle banche e sull’economia, 23 novembre 2010).

Traduciamo il linguaggio forbito del membro del Direttorio: più sofferenze sugli impieghi, più accantonamenti, meno utili, più tagli (compresi quelli del personale). Marco Onado scrive a sostegno della tesi di BI: “Se andiamo a guardare i dati delle banche italiane, vediamo che il livello dei costi sul margine di intermediazione è rimasto invariato rispetto a 25 anni fa”.

Quando al TG1 ci raccontano – storytelling!, vedi post  – che le banche italiane non hanno asset tossici, cambiamo canale. Quando la crisi colpisce duro, gli asset tossici sono gli impieghi!

venerdì 7 gennaio 2011

Il ritorno di Dan Peterson, un esempio per tutti

Dan Peterson
Non ci credevamo fino a che non l’abbiamo visto in campo al Forum. Il grandissimo Dan Peterson, 75 anni - nato a Evanston (USA) il 9 gennaio 1936 - è tornato ad allenare dopo 23 anni. Era dal 1987 che allenava. E non poteva che tornare sul parquet dell’Olimpia Milano, oggi Armani Jeans Milano.

Soprannominato “Nano ghiacciato”, Dan Peterson è l’emblema degli anni Ottanta della Milano da bere. Quando i palazzetti urlavano “Du-du-McAdoo”. Quando Pillitteri – cognato del presidente del consiglio Bettino Craxi - era sindaco di Milano, quando il settimanale Time dedicava la copertina a Milano! (agosto 1987).

Contraddistinto da enormi capacità motivazionali, Dan Peterson è riuscito in Italia a vincere 5 scudetti, 1 Coppa Korac, una Eurolega, 3 Coppe Italia.

Iniziò a farsi conoscere con le telecronache del basket NBA. Il suo slang, le sue espressioni non le abbiamo dimenticate: “Mamma, butta la pasta” – per dire che la partita è finita e si può tornare a casa o “Sputare sangue” rimangono negli annali.

Due storici campioni dell'NBA: Bird e Johnson 
Appena tornato ha dichiarato: “Io sono come Elvis Presley, non passo mai di moda. E visto che ha perso l’entusiasmo di un tempo, si concede la battuta: “Il mio amico cinese Confucio diceva: l’amore e le ragazze giovani mi tengono in forma”.

Dan Peterson è uno psicologo applicato allo sport. Ne ha dato la dimostrazione in conferenza stampa l’altro giorno: “Il senso della vita sta nell’essere pronti a vincere, proprio perchè consapevoli di poter perdere. Quando senti il richiamo della foresta, non stai a fare calcoli. So di essere un bersaglio, ma vincere o perdere dipende anche dal non aver paura”.

Beatrice Bauer
Nel 1994, poco prima di laurearmi, venne in Bocconi una collaboratrice di Dan Peterson, Beatrice Bauer – psicologa e psicoterapeura - a spiegare a noi studenti che nella vita bisogna bilanciare le diverse attività per evitare di abbattersi alle difficoltà che chiunque incontra. E la dott.ssa Bauer ci raccontò di come Dan costruiva un muro (vero!) mattone su mattone per ogni partita vinta nello spogliatoio dell’Olimpia Milano per rendere importante, simbolico e concreto l’ottenimento del risultato finale: lo scudetto.

Mi ricordo ancora le slides della dott.ssa Bauer. Stupende e ancora attuali. Ne potete avere un’idea sul testo “Studiare all'università. Imparare a gestire il tempo, lo stress e le relazioni interpersonali", di Beatrice Bauer e Gabriella Bagnato (EGEA, 1994), che illustra l’importanza dell’equilibrio nella vita. Per dare senso alla vita bisogna applicare la nostra passione nelle diverse aree: famiglia, amici, studio, lavoro, vita di coppia. Se ci si concentra su una sola, il rischio di un fall down è elevato. Valgono le stesse regole della diversificazione di un portafoglio mobiliare: mai mettere le uova nello stesso paniere. Markovitz, Miller e Sharpe hanno vinto un Nobel per l’economia nel 1990 trattando questi argomenti!

L’ex general manager di Milano, Toni Cappellari, conferma le sue straordinarie capacità psicologiche e motivazionali: “Via le lavagnette. Nei time out lui non scrive, ma legge negli occhi dei giocatori, per capire se sono pronti”.
Così Dipollina su Repubblica di ieri: “Il primo time out è spettacolo puro, faceva cose alla Mourinho quando il medesimo Mou approdava al liceo, le urla in inglese, intimidiscono e galvanizzano da prammatica i giocatori”. E' corretto. Mourinho ha imparato dal vecchio Dan!

Grazie Dan di essere tornato. Dai il buon esempio a tutti. A 75 anni ti rimetti in gioco dando tutto quello che hai. E non potevi tornare che con una vittoria. Netta e convincente contro un avversario di peso, Caserta.

martedì 4 gennaio 2011

L'Italia non è un Paese per giovani

Giorgio Napolitano
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha focalizzato il suo discorso di fine anno sui giovani. A Napolitano va il nostro apprezzamento. I giovani sono - o dovrebbero - il tema di sempre, la priorità numero uno.

Bene ha fatto Napolitano a fare ampio riferimento alle Considerazioni del Governatore della Banca d’Italia del 31 maggio scorso. Così Mario Draghi: “La crisi ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro. Nella fascia di età tra 20 e 34 anni la disoccupazione ha raggiunto il 13 per cento nella media del 2009. La riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati fra i giovani è stata quasi sette volte quella osservata fra i più anziani. Hanno pesato sia la maggiore diffusione fra i giovani dei contratti di lavoro a termine sia la contrazione delle nuove assunzioni, del 20 per cento. Da tempo vanno ampliandosi in Italia le differenze di condizione lavorativa tra le nuove generazioni e quelle che le hanno precedute, a sfavore delle prime. I salari di ingresso in termini reali ristagnano da quindici anni”.

Mario Draghi
La disoccupazione nella fascia d’età 15-29 anni è pari al 24,7% a livello nazionale e al 35.2% nel sud. Quasi il 60% dei disoccupati totali ha meno di 34 anni. Il 90% dei licenziamenti degli ultimi 2 anni ha riguardato contratti a tempo determinato. I giovani pagano quindi due volte il costo della flessibilità: in entrata (solo contratti a tempo determinato) e in uscita (sono i primi a perdere il posto.

Così Luca Gattinoni (intervistato da Repubblica il 2.1.11), oncologo - fuggito all'estero - al Center for Cancer Research negli States: “L’Italia è un Paese per vecchi. Una delle prime cose che ti colpiscono quando arrivi negli Stati Uniti è quanto tu venga giudicato in base a quello che vali, non alla tua età...un giovane oncologo in Italia si sente spesso incastrato...”

Sappiamo tutti che l’Italia non è un Paese per giovani. A fronte di questa situazione incontrovertibile abbiamo di fronte due tipi di atteggiamento: disperarci, piangere, diventare dei tapini e chiamare la mamma. Oppure reagire, tirare fuori tutto quello che si ha dentro, mettere le palle sul ceppo.

Nel libro di Giorgio Faletti “Appunti di un venditore di donne” – segnalato in un precedente post  - ci ha colpito un passo che qui riportiamo: “...L’uomo è giovane ma ha già l’aria rassegnata. La sua espressione lo rende una bandiera bianca vivente. E’ incredibile come certa gente si arrenda subito. Non sono perdenti, sono quelli che non ci provano nemmeno. E questo li rende protagonisti di qualcosa che è molto peggio di qualunque sconfitta. Ne conosco tanti così”.

Il 26 dicembre il mio amico Claudio – noto avvocato a Shanghai – prima di abbracciarmi mi ha regalato un libro chicca Whatever you think, think the opposite, di Paul Arden (Penguin, 2006) . Approfitto per riportarvi alcune pagine meravigliose, che aiutano a reagire. Sono una sorta di memorandum per i giovani. Cari studenti, prendete nota!

1) Decisions, decisions, decisions
When you look back there will be thongs you will regret. You made the wrong decision. Wrong. You made the right decision. Life is about decisions.

1. Am I going to have the practical car or the fast car?
2. Shall I go to college or get a job?
3. Will I have wine, beer or water?
Whatever decision you make is the only one you could make. Otherwise you would make a different one. Everything we do we choose. So what is there to regret? You are the person you choose to be.

2) Take charge
Be your own worst critic.
When things go wrong it’s tempting to shift the blame. Don’t.
Accept responsibility. People will appreciate it, and you will find out what you’re capable of.


3) Churchill said that when you are at the top you only have to think about policies. When you are number two you have to think about what your boss is thinking, And what your boss is thinking, and what your opposite number is thinking, before you begin to think about policies.
Start your own company, then you can have control of your own destiny. It makes you number one from the start”.

Abbiate coraggio. Avete tutta la vita davanti!

lunedì 27 dicembre 2010

Giorgio Faletti, "Appunti di un venditore di donne", una lettura obbligatoria

Per queste lunghe vacanze natalizie, magari davanti al camino al calduccio, vi consiglio una lettura divertente e piena di brivido. Giorgio Faletti, il vulcanico artista astigiano – nato ad Asti il 25 novembre 1950 - è tornato sui suoi livelli iniziali di “Io uccido”, suo capolavoro di esordiente scrittore.

Ricordo ancora le risate di quando negli anni '80 al Drive In impersonava Vito Catozzo, poliziotto purosangue, ossessionato da sua moglie Derelitta, 1 metro di altezza per 100 chili di peso. Per non parlare di altri personaggi come Suor Daliso o il testimone di Bagnacavallo. Ah, che bella gioventù!

Così il fantastico attacco del suo ultimo “Appunti di un venditore di donne” (B.C. Dalai Editore, 2010): “Io mi chiamo bravo e non ho il cazzo”.

Buone vacanze a tutti i miei lettori. E buon 2011.

venerdì 24 dicembre 2010

Gesù e la Banca d'Italia (e la distribuzione della ricchezza)

Da una recente indagine di GFK Eurisko, su un campione di 13mila interviste in alcuni paesi, solamente 30 cattolici ogni 100 nel mondo leggono la Bibbia, contro oltre 70 protestanti su 100. Risulta che 86 italiani su 100 ignorano le Sacre scritture e appena 1 su 4 ha letto una pagina biblica in modo personale, al di fuori delle celebrazioni liturgiche.

Cerchiamo quindi di dare il nostro contributo, il giorno della vigilia di Natale.

Beati i poveri perchè vostro è il regno di Dio” (Vangelo di Tommaso, 54); “Beati voi, poveri, perchè vostro è il regno di Dio" (Lc, 6,20); “Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).

Ma di quali poveri sta parlando Gesù? In greco “povero” è penes, mentre la parola usata nei vangeli è ptochòs, che non significa persona di scarsa o umile condizione, bensì “derelitto”, colui che nulla possiede. Il povero di cui si parla è colui che deve impegnarsi allo spasimo per mettere insieme il pranzo con la cena. E’ il mendico, il vagabondo, il miserabile, colui che non ha casa, né cibo” (Corrado Augias-Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù, Mondadori, 2006).

Gesù voleva che le famiglie ospitassero i diseredati, quelli che in greco si chiamano ptochòi, e anche i malati gravi. Il suo sogno utopico era una società di eguali, in cui si praticassero la giustizia e l’amore reciproco. Il noto biblista e storico del cristianesimo Mauro Pesce ci racconta: “Quando Gesù invitava i capi famiglia a praticare l’ospitalità verso i poveri, non poneva in discussione il fattto che essi fossero legittimi proprietari, e gli ospiti poveri restassero in posizione subordinata. Gesù non ha mai progettato concretamente un sistema di vita associato. Nulla gli è più estraneo che immaginare una società organizzata in modo uniforme e costrittivo. Egli denuncia l’ingiustizia, non propone l’egualitarismo, ma neppure il suo contrario”.

Nella recentissima ricerca di Banca d’Italia – La Ricchezza degli Italiani 2009, Supplementi al Bollettino Statistico n. 67, 20 dicembre 2010 - si legge: “La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all’opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata. Le informazioni sulla distribuzione della ricchezza indicano che alla fine del 2008 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva quasi il 45 per cento della ricchezza complessiva. L’indice di Gini, che varia tra 0 (minima concentrazione) e 1 (massima concentrazione), risultava pari a 0,613”. Lo studio fa presente che “Nel confronto internazionale l’Italia registra un livello di disuguaglianza della ricchezza netta tra le famiglie piuttosto contenuto, anche se rispetto ai soli paesi più sviluppati”.

L’economista Raghuram Rajan ci ha illuminato - con il suo Fault lines (Princeton University Press, 2010), vedi post La crisi e le disuguaglianze. La distribuzione del reddito fattore decisivo
– sulle profonde e fatali conseguenze macroeconomiche di un mondo eccessivamente diseguale. Chi non benefica della crescita del reddito reale è costretto a indebitarsi. Se il sistema complessivamente si indebita in modo eccessivo, prima o poi arriva il botto. I dati sulla distribuzione del reddito e della ricchezza negli Stati Uniti fanno impressione. Uno studio condotto da Ariely e Norton di Harvard Business School dice che il 90% degli americani crede di vivere in un paese dove il 20% della popolazione controlla il 59% della ricchezza, quando invece i ricchi si spartiscono l’89%.

I Repubblicani hanno recentemente ottenuto che gli sgravi fiscali per i percettori di reddito sopra i 250mila $ venissero prorogati. Obama ha dovuto acconsentire per ottenere la proroga dei sussidi di disoccupazione. Il partito Repubblicano non ama gli ultimi, ma gli ultimi non lo sanno.

Buon Natale a tutti i miei lettori.

giovedì 23 dicembre 2010

Cina, democrazia e le memorie di George W. Bush

George W. Bush
Abbiamo visto in un post precedente – Il Nobel a una sedia vuota. Ma la Cina non è una dittatura - che esportare la democrazia è un’idea malsana.

La seconda guerra mondiale ha sconfitto le dittature in Germania e Italia, ma ne ha favorito la crescita in Unione Sovietica, con Stalin, e in Cina con Mao Zedong.

Cosa si può fare, invece? La scrittrice iraniana Shirin Ebadi – Nobel 2003 per la pace e autrice di La gabbia d’oro. Tre fratelli nell’incubo della rivoluzione iraniana (Rizzoli, 2009) – risponde così: “Ricordare cos’è il governo di Pechino, sempre. Un governo che ha sostenuto i generali in Birmania, che appoggia Ahmadinejad in Iran, Bashir in Sudan, e il cui principale alleato è la Corea del Sud. Non smettere mai di denunciare tutto questo”.

In relazione al rapporto tra democrazia e potere, casca a fagiolo il recente Decision Points (Virgin Books, 2010), libro di memorie di George W. Bush, presidente degli Stati Uniti per due mandati, dal 2000 al 2008.

Questo l’ironico commento del Financial Times (Known knowns, 13.11.10): “As peace activists argue, predictably, that this volume should be classified in the crime section. But Decision Points is no thriller. Mr Bush admits his early life was dominated by booze not books; this volume contains more references to films than to other texts….Decision Points has few political insights. Its personal details are also slight – Mr Bush wears running shorts to bed and gave vodka to his sister’s goldfish”.

Lionel Barber – il giornalista che nel novembre 1996 fece uno splendido ritratto di Carlo Azeglio Ciampi  – scrive il 13 novembre scorso sul Financial Times: “Bush uses this promotion of democracy, irrespective of culture, ethnicity and geography, to cast himself on the right side of history…Yet the very concept of the “War on Terror”, was flawed. A quotable slogan to mobilise public opinion turned into open-ended pledge to use force, including questionable interrogation methods (è di recente la notizia che il governo britannico indennizzerà alcuni ex detenuti di Guantanamo, torturati con la collaborazione dei servizi segreti britannici, ndr) bordering on torture against individuals deemed to be terrorists, and armed action against countries harbouring or sponsoring terrorist”.

Rove (consigliere di Bush, ndr) thought Bush as “war president” was the safest ticket to a second term. Yet what played well at home, even at the expense of polarisation, played terribly abroad”.

Siamo completamente d’accordo con il giudizio conclusivo di Barber: “The more likely judgement is that Bush’s two terms marked the moment when US power peaked and he overreached, with execrable consequences”. L’esportazione della democrazia è un fallimento da ogni punto di vista.

Cosa deve fare l’Occidente? La risposta ce la dà Franco Venturini sul Corriere della sera – 11 dicembre 2010: “Chi ha sposato la causa delle liberaldemocrazie ha una convenienza fondamentale: quella di mantenere la propria identità, di difendere e riaffermare i propri valori, non soltanto perchè così dovrebbe consigliarci la nostra coscienza ma anche perchè questa è l’unica via per non essere travolti. Farsi sentire a difesa dei diritti umani pur sapendo che l’obiettivo non sarà raggiunto nella maggioranza dei casi, serve a noi. E non è un esercizio futile o addirittura dannoso”.

mercoledì 22 dicembre 2010

Uova sul principe Carlo e Camilla. Ma per gli studenti di tutto il mondo There Is No Alternative (TINA)

Ha destato impressione nei giorni scorsi la foto di Carlo e Camilla che si tengono per mano mentre gli studenti danno l’assalto alla loro Rolls Royce. 43 dimostranti e 6 poliziotto ricoverati. 30 arresti, il centro di Londra bloccato si lecca le ferite. La protesta rischia di radicalizzarsi dopo che la Camera dei Comuni ha approvato l’aumento delle tasse universitarie dall’attuale livello di 2.900 sterline fino a un massimo di 9.000.

In un precedente post sull'università italiana, abbiamo spiegato come i figli di papà sono oggi finanziati dagli operai e dagli impiegati, che di fatto sussidiano l’università in prevalenza frequentata dalle classi agiate. Siamo quindi dell’avviso che le proteste inglesi siano senza senso.

Lo storico Enzo Bettiza ha spiegato con chiarezza la differenza tra i college di Oxford e Cambridge – dove si forma la classe dirigente britannica - e la London School of Economics. Le great public school hanno tutt’oggi un fascino mitico e quasi fiabesco. Bettiza scrive: “Nella sua mente essa si confonde con il campus verde biliardo, dominato dall’immane edificio gotico color ocra bruciata....Molti non contestano affatto la retta alta, la considerano giusta per poter ottenere, in tempo di crisi, un privilegiato insegnamento oxoniano. Nell’immaginario popolare di una società a millenaria connotazione classista, una laurea di Oxford (fondata nel 1163) poteva fare il miracolo di consegnare di colpo il laureato alla scalda dei grandi poteri; ai vertici dello Stato; agli splendori della diplomazia, ai comandi della flotta, alle ricchezze della banca, alle avventure di imprese colonizzatrici, evocanti la Compagnia delle Indie. La London School of Economics (da dove sono partite le proteste venerdì scorso, ndr) è invece un’altra faccenda, che non accende la fantasia né delle classi ricche, né delle classi povere; essa sforna umanisti, sociologi, politologi, economisti, giuristi destinati a un reddito medio e dediti alla diagnosi e alla riparazione clinica dei guasti sociali. Taluni la vedono come un dotto esercito della salvezza”.

In Italia dovremmo imparare dal mondo anglosassone, dove la massima imperante è: ”Students first”. Ci troviamo d’accordo con il sociologo Ilvo Diamanti che ha recentemente scritto: “Perchè le colpe del corpo docente, all’Università, sono molte. Una fra tutte: non aver esercitato un controllo sulla qualità nel reclutamento. E nella valutazione dell’attività scientifica e didattica. Anzitutto della propria categoria”.

Ma ridurre il problema dell’Università ai professori pigri sarebbe ingeneroso e fuorviante. Come sintetizza efficacemente Severgnini, “Agli studenti manca un sogno” (Corsera, 11.12.10)...ma non mancano soltanto i soldi. Mancano i sogni e gli incoraggiamenti”. “Quarant’anni fa erano i sogni a riempire le strade; oggi è la mancanza di sogni”. Il futuro non è più quello di una volta (Paul Valery).

L’editorialista inglese John Lloyd riassume efficamente: “Diventa sempre più chiaro col passare del tempo che una certa epoca si è definitivamente conclusa, e non soltanto per il Regno Unito, la per tutte le ricche economie dell’Occidente. Mi riferisco all’epoca nella quale guadagnare era facile, il lavoro non era troppo difficile da trovare per buona parte delle persone, le ferie erano relativamente lunghe, i servizi della pubblica istruzione e dell’assistenza sanitaria migliorati costantemente. Ormai quei tempi sono alle spalle. Noi che viviamo oggi in queste nostre economie dobbiamo lavorare di più e più duramente per conservare il livello di servizi che abbiamo. Non ci sono alternative. Gli studenti benché giovani si stanno aggrappando a un’epoca in via di dissolvimento. Quella nella quale diverranno adulti, vivranno e lavoreranno sarà più dura, in linea generale, di quella nella quale hanno vissuto molti dei loro genitori. Questa è l’unica lezione che impareranno tutti”.

Gli inglesi hanno un’espressione fantastica: There Is No Alternative, il cui acronimo è TINA. Speriamo che lo capiscano anche i nostri studenti. Come in tempi non sospetti scrisse Paul Krugman, viviamo in un’epoca di “Diminishing Expectations”. TINA.

martedì 21 dicembre 2010

L’Aids, Carla Bruni, la strategia da seguire e la morte di Tondelli

Il 1° dicembre è la giornata mondiale di lotta all’Aids. Anche se nei paesi occidentali il virus non spaventa più come negli anni passati, circa 2 milioni di persone muoiono ogni anno in tutto il mondo e 7.500 sono i contagiati ogni giorno.

Globalmente l’anno scorso sono spesi circa 868 milioni di dollari per la ricerca di un vaccino, il 10% inmeno del 2007. Gli sforzi, peraltro, non devono indirizzarsi solo alla ricerca, ma è necessario incrementare l’accesso universale a prevenzione e cure.

Carla Bruni Sarkozy – ambasciatrice del fondo mondiale anti-aids – ha raccontato di recente con trasporto : “Ho avuto modo di visitare un ospedale a un’ora di strada da Cotonou, la capitale del Benin, in Africa occidentale. Lì ho incontrato Francoise Ade, una madre sieropositiva che ha partorito un figlio perfettamente sano, Gabriel. Il bimbo è nato sieronegativo grazie a un corso di trattamento antivirale gratuito. Non riesco a immaginare gioia più grande per una madre se non quella di vedere il proprio figlio nascere sano. Incontrando Francoise, ho visto i suoi occhi illuminati di speranza...Il Fondo mondiale e i suoi partner stanno prendendo le misure necessarie per assicurare che entro il 2015 non nascano più bambini sieropositivi”.

Il ricercatore italiano Stefano Bertozzi – Director HIV e TB, Bill & Melinda Gates Foundation, della serie i migliori se ne vanno dall’Italia - è intervenuto sul Financial Times (“Long term strategy must focus on the local”, 1.12.10): “We need to replace the reactive, short-term response with proactive, long-term measures. Especially in a prolonged crisis, it is important to consider the long-term implications of short-term budget decisions”.

Nel report “Aids: Taking a Long term view”, pubblicato dal FT il 13.12.10, vengono date diverse raccomandazioni, che qui sintetizziamo:

1. Adapt the strategy. Prevention must be re-emphasised to reduce new infections. A strategy for the long term means moving from a predominantly global approach to national and local agendas;


2. Increase efficiency. We need to be more effective with available resources – from optimising treatment to ensuring more efficient programme management;


3. Lengthen budget cycles. We cannot continue to address a long-term problem and life-long treatment with annual funding cycles. Budget cycles should move to 10-14 years, while programme performance indicators should change to measure long-term impact, such as new infections and deaths, rather than just short-term process gains;


4. Continue to innovate. It is critical to invest in science and technology;

5. Renew leadership. We are concerned leadership on Aids is waning. In some countries policy leadership rather than money may be the biggest issue.

Bertozzi chiude così: “It is crucial to remind ourselves Aids remains one of the greatest health crises of our time, having killed nearly 30 million people since 1981. There is an urgent need to take a long-term view and make bold changes so millions more do not die needlessly”.

Pier Vittorio Tondelli
Io concludo con uno splendido dialogo di Pier Vittorio Tondelli, nato a Correggio (RE) il 14 settembre 1955 e morto di Aids il 16 dicembre 1991:

Alberto: “Qual era il suo club del cuore?
Didi: “Il Liverpool: maglie e calzoncini completamente rossi. Comunque era per via dei Beatles. Io avevo invece la maglia bianca e i calzoncini blu che sono i colori del Tottenham. Me li aveva regalati Tommy.
Alberto: Già, Tommy. Sono curioso di conoscerlo.
Didi : Ti piacerà.
Alberto: Ne sei così sicuro? I nostri gusti sono differenti.
Didi: Un artista come te non può sfuggire al suo fascino. Parlare con lui è come avere il mondo ai propri piedi.
Alberto: Mi piace il footing.
Didi: Ti faccio un esempio. Tu dici: “Sai, Tommy, sto leggendo Aisherwood”. “Isherwood, caro, Chistopher Isherwood”. “Incontro al fiume è bellissimo”. “Ah, l’ho letto, l’ho letto. Solo ora è stato tradotto? Avrei potuto prestarti la mia copia condedica, se ti interessava tanto. Ero nel Laddak quando lo lessi, bah. Il caro, vecchio Christopher; l’ho incontrato due anni fa, in California; lui e il suo amico sono l’esempio di una coppia perfetta, di un’intesa tra uomini assolutamente unica, forse perchè il suo amico è di quarant’anni più giovane. Quanto alla sua scrittura io la trovo, come diciamo noi, underwritten o, se preferisci, una buona second class, capisci?”.
(Dinner Party, 1984)

lunedì 20 dicembre 2010

Omaggio a Padoa-Schioppa, padre dell'euro

Tommaso Padoa-Schioppa
Sabato scorso, mentre salutava al ristorante i suoi amici economisti e i suoi ex colleghi di Bankitalia, Tommaso Padoa-Schioppa (per i giornalisti TPS) si è accasciato e non ha più ripreso conoscenza. A soli 70 anni TPS ci lascia.

Un ricordo personale prima di descriverne la figura di splendido civil servant.
Era il 1993, all’ultimo anno di Bocconi, al termine di un convegno in Via Romagnosi all’allora Centro Congressi Cariplo, avvicino sgomitando TPS mentre sta assaggiando il risotto del buffet e chiedo: “Io vorrei fare una tesi sulle nuove disposizioni del Comitato di Basilea, cosa può suggerirmi?”. TPS mi sorrise e disse: “Scriva a Basilea alla Banca dei Regolamenti Internazionali, facendo il mio nome”. E così feci, indeciso se scrivere in tedesco o in inglese. Dopo pochi giorni il portinaio mi citofonò - io allibito abituato al muro di gomma delle istituzioni italiane - per dirmi che era appena arrivato un pacco proritaire da Basilea. Erano i working paper per la revisione di Basilea I di cui si stava discutendo nei consessi internazionali. E così scrissi la mia tesi “Strumenti derivati e autorità di vigilanza: rischi e requisiti patrimoniali”.

Nato a Belluno nel 1940, TPS si laurea alla Bocconi ed entra in Banca d’Italia. Disse: “Appartengo a una generazione nella quale era molto diffuso il richiamo di un impegno pubblico”.

Fece carriera velocemente scalando i gradini della rigida piramide gerarchica di Via Nazionale, entrando nel Direttorio fino a diventare vice-direttore generale.
Dal 1979 al 1983 TPS è Direttore Generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione Europea a Bruxelles e inizia il lungo e fertilissimo ruolo svolto nella costruzione europea.
Carlo Azeglio Ciampi
Alla fine degli anni ’80, Ciampi affidò a TPS – suo amico personale - l’incarico di seguire i lavori preparatori del Trattato di Maastricht, in qualità di membro autorevole del Comitato guidato da Jacques Delors.

Lucido elaboratore di pensiero raffinato, fu colui che teorizzò il Quartetto Inconciliabile. All’interno di un’area economica (allora la Comunità Economica Europea), non possono coesistere quattro fenomeni, che erano anche gli obbiettivi della CEE:
1) Libertà di circolazione di merci e di servizi;
2) Libertà di movimento dei capitali;
3) Tassi di cambio fissi;
4) Politiche monetarie - dei singoli stati - autonome

A quell'epoca, i vari Paesi della Comunità Economica Europea (ora Unione Europea) mantenevano alcune limitazioni agli scambi e, soprattutto, alla circolazione dei capitali. Queste vennero via via eliminate tramite il programma del Mercato Unico e la liberalizzazione dei movimenti di capitali. Alla fine degli anni '80 i primi due obiettivi erano stati raggiunti; bisognava scegliere tra gli ultimi due. Nel 1982 Padoa-Schioppa propose di eliminare il terzo fine (politiche monetarie indipendenti) e di creare una moneta unica per tutti gli stati appartenenti all'Unione, gestita da un'unica Banca Centrale Europea. TPS: “Se vogliamo insistere nell’avere politiche monetarie autonome, prima o poi salteranno i cambi fissi o si comincerà a ridurre la libertà di movimento di capitali”. Il Rapporto Delors dell'aprile 1989 appoggiò questo punto di vista proponendo un'Unione Monetaria Europea con un'unica moneta. Padoa-Schioppa si occupò allora della creazione della nuova Banca Centrale Europea.

Quando Ciampi venne chiamato alla presidenza del consiglio nel 1993, TPS era il candidato naturale alla successione di Governatore di Banca d’Italia. Gli si contrappose Lamberto Dini e tra i due litiganti vinse l’orrido Antonio Fazio, le cui telefonate notturne con il banchiere Fiorani (in cui gli comunica l’appoggio pancia a terra per il blocco della scalata degli olandesi di ABN ad Antonveneta) – “Tonino, ti bacio sulla fronte”, disse al Governatore poco dopo la mezzanotte il cattolicissimo Legionario di Cristo Gianpi Fiorani - leggeremo disgustati in seguito.

Lorenzo Bini Smaghi
Verrà chiamato successivamente alla presidenza della Consob e nominato nel 1998 quale membro italiano nel Comitato Esecutivo della neonata Banca Centrale Europea. Rimase fino al 2005 per cedere il posto a Lorenzo Bini Smaghi, che così lo ricorda: “Aveva la grande capacità di far lavorare le persone e motivarle. E a questo aggiungeva un talento innato nel destrutturare i problemi; li decomponeva in vari singoli aspetti per risolverli e trovare una risposta al problema da cui era partito. In questo senso più che uno dei padri è stato uno dei “costruttori” della moneta unica. Un idealista ma anche un uomo molto concreto”.

Nel 2006 Prodi lo chiamò come Ministro dell’Economia del suo governo. Fu in tale occasione che uscì pubblicamente con due dichiarazioni che fecero molto discutere:

1. “Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima. E’ un modo civile di contribuire a beni indispensabili”. Fu massacrato ma aveva ragione lui. In un Paese dove evadere è lo sport nazionale – ogni anno leggiamo con nonchalance che i gioiellieri dichiarano in media 13mila euro di imponibile, molto meno di un operaio – dire una cosa del genere è uscire dall’ipocrisia;

2. “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa. Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi “ (4 ottobre 2007). Tutte le analisi disponibili, dal Censis all’ISTAT a Italia Futura ci illustrano come i giovani restino legati alle famiglie di origine coccolati e viziati. Ma con troppi agi e senza fatica – vedi il post la fatica è bella – non si va da nessuna parte. “Il sacrificio non è mai sterile”, diceva Giuseppe Mazzini.

Solo l’Europa può spingere il mondo sulla via aurea; ma per poterlo fare deve percorrere la propria via aurea sino in fondo. Ciò significa procedere dall’unione economica e monetaria, compiutasi con l’euro, all’unione politica. E unione politica vuol dire un’unica capacità di decisione e di azione in materia di immigrazione, sicurezza, difesa, lotta alla criminalità; un’unica presenza nelle sedi della cooperazione e nei negoziati internazionali in campo commerciale, finanziario, ambientale, scientifico” (TPS, Dodici settembre, Rizzoli, 2002, p. 122). E la zoppìa di cui parla Carlo Azeglio Ciampi, vedi post.

Learn, earn, serve – studiare, guadagnare, servire – sono le tre distinte fasi della vita attiva di una persona completa secondo la saggezza della società americana di un tempo. Crediamo che Tommaso Padoa-Schioppa abbia servito l’Italia con eccezionale talento.

Caro Padoa-Schioppa, se l’Italia si è salvata con l’ingresso nell’euro e la politica delle mani legate (copyright Giavazzi, Favero), lo si deve anche a te. Ti sia lieve la terra.

P.S.: per approfondimenti si consiglia:

Mario Pirani, Il futuro dell’economia, Cap XIII, Le virtù salvifiche di Maastricht, Mondadori, 1993
Tommaso Padoa-Schioppa, Europa, forza gentile, Il Mulino, 2001
Tommaso Padoa-Schioppa, Dodici Settembre. Il mondo non è al punto zero, Rizzoli, 2002
Tommaso Padoa Schioppa, La veduta corta, Il Mulino, 2009