Vent’anni fa nasceva il world wide web, il www, la Grande Rete. L’inventore della rete, Tim Berners Lee, ha raccontato in un’intervista a Repubblica come è riuscito a creare la rete: “Non c’è stato un momento “eureka” nella creazione del web. Un momento preciso in cui ho detto: è fatta. E’ stato piuttosto un percorso lungo. Se devo indicare un inizio potrebbe essere addirittura il 1980 quando scrissi un programma che si chiamava Enquire: io ero allora un giovane fisico e lavoravo al Cern di Ginevra. Quel programma mi serviva a tenere traccia del complesso di relazioni fra persone, idee, progetti e computer di quella straordinaria comunità di scienziati. Era solo ad uso personale. Poi nel 1989 scrissi un memo ai miei capi, un memo storico anche se allora non potevo saperlo. Proponevo di creare uno spazio comune dove mettere le informazionia disposizione di tutti: lo chiamai il Web. L' idea era avere una rete dove chiunque potesse facilmente avere accesso a qualunque informazione, e dove aggiungere informazioni fosse altrettanto facile. Nel 1991 già funzionava fra gli scienziati e ho iniziato a diffonderla nel resto del mondo. Sono passati vent' anni esatti e posso dire che abbiamo avuto un certo successo...”.
Nel leggere Berners Lee mi è tornato in mente il più grande romanzo sul valore d’impresa, Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry. Tutti conoscono Il Piccolo Principe ma pochi hanno letto questo fantastico romanzo.
In Vol de nuit sono raccontati gli anni eroici dei primi, pericolosi collegamenti aerei internazionali, i primi voli notturni sulle sconfinate regioni dell’America Latina. Ogni pilota, accettando il suo compito, sa di rischiare la vita.
In un passaggio chiave del libro – quando il pilota Fabien rischia l’osso del collo nel mezzo di un uragano che spinge fuori rotta l’aereo – il collaboratore di Riviére, responsabile dell’intera rete aerea, si sente rispondere: “Vede Robineau, nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo”.
Ecco, l’inventore del world wide web non aveva la soluzione in mano. Ma ha messo in cammino le forze necessarie per il successo finale, raggiunto dopo vent’anni.
Solo quando la vita viene vissuta con pienezza e coraggio conta qualche cosa. Il significato scaturisce dalle imprese che gli uomini riescono a compiere. Come il pilota Fabien, che ha potuto riabbracciare la moglie a destinazione nonostante l’uragano, il vento, il carburante in esaurimentol’oscurità cieca.
Caro Mario Monti, non esistono soluzioni, ma forze in cammino. Facciamo - di corsa - emergere le forze dell'Italia. Le soluzioni arriveranno. Ce la faremo.
giovedì 17 novembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
Il Governo d'emergenza e l'equità sociale
Ieri sera il pacato Presidente del Consiglio incaricato Mario Monti - a cui facciamo i nostri migliori auguri - ha rilasciato le prime dichiarazioni. Un passaggio ci ha colpito: "L'obiettivo è di risanare la situazione finanziaria e riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all'equità sociale per dare ai nostri figli un futuro concreto di dignità e di speranza".
Se il Presidente dell'Università Bocconi sente il bisogno di parlare di equità sociale significa che non è più possibile sottovalutare il tema della polarizzazione del reddito.
A quattro anni dal sorgere della crisi finanziaria, il dibattito ferve sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. Si parla di società dell'1% - banchieri e CEO (fasso tutto mi) - e del rimanente 99% - tutti gli altri.
E' sotto gli occhi di tutti che qualcosa non funziona nella redistribuzione della ricchezza. Non solo in America, ma anche in Italia. Almeno in America la mobilità sociale intragenerazionale e generazionale esiste. In Italia le "robuste coalizioni distributive" - copyright Mario Draghi - rendono la mobilità sociale molto difficile.
La causa delle cause della crisi dei Paesi Occidentali è la drammatica polarizzazione del reddito e della ricchezza.

I dati portati da Raghuram Rajan, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, parlano da soli. Nel suo splendido Fault lines (Princeton University Press, 2010), Rajan nell’introduzione – Rising Inequality and the push for housing credit – fornisce numeri tanto impressionanti quanto inconfutabili: “The top 1% of households accounted for only 8,9% of income in 1976, but this share grew to 23,5% of the total income generated in the United States in 2007. Put differently, of every dollar of real income growth that was generated between 1976 and 2007, 58 cents went to the top 1% of households. In 2007 the hedge fund manager John Paulson earned $3,7 billion, about 74.000 times the median household income in the United States.
Since the 1980s, the wages of workers at the 90th percentile (i più agiati, ndr) of the wage distribution in the United States have grown much faster than the wage of the 50th percentile worker (the median worker)”.
Le cause di questo cambiamento drastico nella distribuzione della ricchezza? “Technological progress requires the labor force to have ever greater skills, the education system has been unable to provide enough of the labor force with the necessary education. A mind is a terrible thing to waste, and the United States is wasting too many of them... The every day consequence for the middle class is a stagnant paycheck as well as growing job insecurity”.
Stiglitz – premio Nobel per l’economia nel 2001 – in un’intervista ha detto: “Il Sogno americano non c’è più, è finito. Basta guardare al reddito di una famiglia media americana: quello del 2009 è inferiore a quello del 1997. Dunque gli americani stanno peggio rispetto a 12 anni fa. L’idea che questa fosse una terrà di opportunità per tutti, che si potesse passare dagli stracci alla ricchezza come nelle novelle di Horatio Alger, è evaporata”.
L'editorialista dell'FT Stephens ha scritto – “Angry America raises the barricades”: “Globalisation has been goog only for the few. It has enriched bankers and chief executives, but left the middle classes at once no better off today and more insecure about tomorrow”
Qual è stata la risposta della politica alla “rising inequality”? Allargare e favorire la possibilità di indebitarsi, specialmente per i meno fortunati – low income households. Piovono illusioni. Beneficio immediato – più consumi e più lavoro – e le conseguenze a medio termine sono note a tutti dopo l’ultima crisi. Viva il credito facile, che bello potersi comprare una casa senza avere nè redditi, nè attività, nè lavoro! Ecco a voi dunque i mutui NINJA – no income, no asset, no jobs, erogati senza presentare alcun documento!
Rajan ci ricorda – smemorati che siamo! – che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Nei primi anni del secolo scorso, la deregulation e la rapida espansione del credito facile fu la risposta al successo del Populist Movement, sostenuto dagli agricoltori che vollero correre dietro i successi della prima classe industriale nascente: “Excessive rural credit was one of the important causes of bank failure during the Great Depression”.
Anche l’ultimo libro "Aftershock. The next economy and America’s Future" (tradotto anche in italiano, Fazi Editore, 2011) di Robert Reich – Ministro del Lavoro dell’Amministrazione Clinton e docente a Berkeley – è sulla stessa linea. L’uno per cento degli americani più ricchi negli anni Settanta contava per il 9% del reddito totale; nel 2007 la loro quota era salita al 23%, lo stesso valore del 1928. Mentre il reddito mediano è diminuito in termini reali negli ultimi 30 anni.
Conclusione: la maggior parte della popolazione americana è stata esclusa dalla distribuzione delle risorse generate negli ultimi 30 anni.
L’economista Marco Onado riassume felicemente così: “Come in una partita di poker in cui le fiches si concentrano nelle mani di pochi giocatori, gli altri potevano continuare a giocare solo a credito. Quando nessuno è stato più disposto a concederne, la partita è finita tragicamente”.
Se il Presidente dell'Università Bocconi sente il bisogno di parlare di equità sociale significa che non è più possibile sottovalutare il tema della polarizzazione del reddito.
A quattro anni dal sorgere della crisi finanziaria, il dibattito ferve sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. Si parla di società dell'1% - banchieri e CEO (fasso tutto mi) - e del rimanente 99% - tutti gli altri.
E' sotto gli occhi di tutti che qualcosa non funziona nella redistribuzione della ricchezza. Non solo in America, ma anche in Italia. Almeno in America la mobilità sociale intragenerazionale e generazionale esiste. In Italia le "robuste coalizioni distributive" - copyright Mario Draghi - rendono la mobilità sociale molto difficile.
La causa delle cause della crisi dei Paesi Occidentali è la drammatica polarizzazione del reddito e della ricchezza.

I dati portati da Raghuram Rajan, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, parlano da soli. Nel suo splendido Fault lines (Princeton University Press, 2010), Rajan nell’introduzione – Rising Inequality and the push for housing credit – fornisce numeri tanto impressionanti quanto inconfutabili: “The top 1% of households accounted for only 8,9% of income in 1976, but this share grew to 23,5% of the total income generated in the United States in 2007. Put differently, of every dollar of real income growth that was generated between 1976 and 2007, 58 cents went to the top 1% of households. In 2007 the hedge fund manager John Paulson earned $3,7 billion, about 74.000 times the median household income in the United States.
Since the 1980s, the wages of workers at the 90th percentile (i più agiati, ndr) of the wage distribution in the United States have grown much faster than the wage of the 50th percentile worker (the median worker)”.
Le cause di questo cambiamento drastico nella distribuzione della ricchezza? “Technological progress requires the labor force to have ever greater skills, the education system has been unable to provide enough of the labor force with the necessary education. A mind is a terrible thing to waste, and the United States is wasting too many of them... The every day consequence for the middle class is a stagnant paycheck as well as growing job insecurity”.
Stiglitz – premio Nobel per l’economia nel 2001 – in un’intervista ha detto: “Il Sogno americano non c’è più, è finito. Basta guardare al reddito di una famiglia media americana: quello del 2009 è inferiore a quello del 1997. Dunque gli americani stanno peggio rispetto a 12 anni fa. L’idea che questa fosse una terrà di opportunità per tutti, che si potesse passare dagli stracci alla ricchezza come nelle novelle di Horatio Alger, è evaporata”.
L'editorialista dell'FT Stephens ha scritto – “Angry America raises the barricades”: “Globalisation has been goog only for the few. It has enriched bankers and chief executives, but left the middle classes at once no better off today and more insecure about tomorrow”
Qual è stata la risposta della politica alla “rising inequality”? Allargare e favorire la possibilità di indebitarsi, specialmente per i meno fortunati – low income households. Piovono illusioni. Beneficio immediato – più consumi e più lavoro – e le conseguenze a medio termine sono note a tutti dopo l’ultima crisi. Viva il credito facile, che bello potersi comprare una casa senza avere nè redditi, nè attività, nè lavoro! Ecco a voi dunque i mutui NINJA – no income, no asset, no jobs, erogati senza presentare alcun documento!
Rajan ci ricorda – smemorati che siamo! – che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Nei primi anni del secolo scorso, la deregulation e la rapida espansione del credito facile fu la risposta al successo del Populist Movement, sostenuto dagli agricoltori che vollero correre dietro i successi della prima classe industriale nascente: “Excessive rural credit was one of the important causes of bank failure during the Great Depression”.
Anche l’ultimo libro "Aftershock. The next economy and America’s Future" (tradotto anche in italiano, Fazi Editore, 2011) di Robert Reich – Ministro del Lavoro dell’Amministrazione Clinton e docente a Berkeley – è sulla stessa linea. L’uno per cento degli americani più ricchi negli anni Settanta contava per il 9% del reddito totale; nel 2007 la loro quota era salita al 23%, lo stesso valore del 1928. Mentre il reddito mediano è diminuito in termini reali negli ultimi 30 anni.
Conclusione: la maggior parte della popolazione americana è stata esclusa dalla distribuzione delle risorse generate negli ultimi 30 anni.
L’economista Marco Onado riassume felicemente così: “Come in una partita di poker in cui le fiches si concentrano nelle mani di pochi giocatori, gli altri potevano continuare a giocare solo a credito. Quando nessuno è stato più disposto a concederne, la partita è finita tragicamente”.
mercoledì 9 novembre 2011
Studiare duramente, unico antidoto alla povertà
Mio figlio Francesco l’altra sera mentre lo mettevo a letto, mi ha detto: “Papi, io ho paura di diventare povero”. E perchè hai questa paura, ho replicato? “Perchè ho visto un signore in metropolitana per terra, accucciato, che mi chiedeva dei soldi”.
Io allora per seminare un po’ di sano ottimismo e responsabilità ho risposto: “Chicco, se studierai nella vita, duramente e con costanza, non avrai problemi di reddito o di soldi, e potrai vivere anche più felice perchè i libri ti terranno compagnia”.
Avrei voluto citare Luigi Einaudi: "Conoscere per deliberare” era la massima del Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Repubblica, colui che era solito dividere una pera con i commensali al Quirinale per paura di sprecare qualcosa – vedasi il post Luigi Einaudi, la corruzione e le pere indivise
Mi è capitato di rileggere un intervento di Mario Draghi in ricordo dell’economista Riccardo Faini, prematuramente scomparso.
Draghi sostenne: “L’istruzione incrementa l’efficienza dei processi produttivi, particolarmente in fasi di rapido progresso tecnico. Come sottolineava Riccardo, un livello avanzato di conoscenze è essenziale per innovare e, attraverso l’imitazione, per sfruttare le opportunità tecnologiche che si rendono disponibili. La diffusione delle idee e il miglioramento delle prospettive di remunerazione danno ulteriore impulso al progresso tecnico e agli investimenti in istruzione. Ma l’impatto del sistema di istruzione sull’economia non si limita al contesto produttivo; è essenziale per la condivisione delle regole civili che innervano la nostra società. L’istruzione accresce la mobilità sociale, si associa a migliori condizioni di salute, aumenta la speranza di vita”.
Draghi chiuse così nel settembre 2007 il suo intervento: “Riccardo ha offerto pensiero e vita alla politica economica nel nostro paese. Ha illuminato le complessità del reale, ha combattuto la pigrizia culturale, ha espresso con passione e franchezza le sue opinioni. Di questi esempi l’Italia ha ancora bisogno”.
Riprendo l'opinione di Craig Barrett, presidente di Intel, tratta da Il mondo è piatto (Thomas L. Friedman Mondadori, 2006): "Il tenore di vita è collegato con il valore aggiunto medio della tua forza lavoro e questo è legato al suo livello medio d'istruzione. Se il livello di istruzione della tua forza lavoro si riduce in rapporto a quello della concorrenza, si riduce anche il tuo tenore di vita".
Thomas L. Friedman nel suo fantastico libro spiega chiaramente come la mediocrità professionale non è mai stata un vantaggio, ma in un mondo protetto da mura si poteva guadagnare uno stipendio decente anche se si era dei mediocri.
Parafrasando Friedman, dico a miei studenti: "Ragazzi, finite i vostri compiti, approfondite, non surfate su google e basta. Date seguito alla vostra curiosità e al desiderio di sapere, perchè in Cina e India la gente è affamata dei vostri posti di lavoro".
Per tranquillizzare Francesco ho ripescato un antico proverbio cinese: "Chi si alza prima dell'alba trecentosessantacinque giorni l'anno non mancherà di arricchire la sua famiglia". Stasera, quando lo metto a letto, glielo dirò. Speriamo non venga poi a svegliarmi all'alba.
Io allora per seminare un po’ di sano ottimismo e responsabilità ho risposto: “Chicco, se studierai nella vita, duramente e con costanza, non avrai problemi di reddito o di soldi, e potrai vivere anche più felice perchè i libri ti terranno compagnia”.
Avrei voluto citare Luigi Einaudi: "Conoscere per deliberare” era la massima del Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Repubblica, colui che era solito dividere una pera con i commensali al Quirinale per paura di sprecare qualcosa – vedasi il post Luigi Einaudi, la corruzione e le pere indivise
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| Riccardo Faini |
Draghi sostenne: “L’istruzione incrementa l’efficienza dei processi produttivi, particolarmente in fasi di rapido progresso tecnico. Come sottolineava Riccardo, un livello avanzato di conoscenze è essenziale per innovare e, attraverso l’imitazione, per sfruttare le opportunità tecnologiche che si rendono disponibili. La diffusione delle idee e il miglioramento delle prospettive di remunerazione danno ulteriore impulso al progresso tecnico e agli investimenti in istruzione. Ma l’impatto del sistema di istruzione sull’economia non si limita al contesto produttivo; è essenziale per la condivisione delle regole civili che innervano la nostra società. L’istruzione accresce la mobilità sociale, si associa a migliori condizioni di salute, aumenta la speranza di vita”.
Draghi chiuse così nel settembre 2007 il suo intervento: “Riccardo ha offerto pensiero e vita alla politica economica nel nostro paese. Ha illuminato le complessità del reale, ha combattuto la pigrizia culturale, ha espresso con passione e franchezza le sue opinioni. Di questi esempi l’Italia ha ancora bisogno”.
Riprendo l'opinione di Craig Barrett, presidente di Intel, tratta da Il mondo è piatto (Thomas L. Friedman Mondadori, 2006): "Il tenore di vita è collegato con il valore aggiunto medio della tua forza lavoro e questo è legato al suo livello medio d'istruzione. Se il livello di istruzione della tua forza lavoro si riduce in rapporto a quello della concorrenza, si riduce anche il tuo tenore di vita".
Thomas L. Friedman nel suo fantastico libro spiega chiaramente come la mediocrità professionale non è mai stata un vantaggio, ma in un mondo protetto da mura si poteva guadagnare uno stipendio decente anche se si era dei mediocri.
Parafrasando Friedman, dico a miei studenti: "Ragazzi, finite i vostri compiti, approfondite, non surfate su google e basta. Date seguito alla vostra curiosità e al desiderio di sapere, perchè in Cina e India la gente è affamata dei vostri posti di lavoro".
Per tranquillizzare Francesco ho ripescato un antico proverbio cinese: "Chi si alza prima dell'alba trecentosessantacinque giorni l'anno non mancherà di arricchire la sua famiglia". Stasera, quando lo metto a letto, glielo dirò. Speriamo non venga poi a svegliarmi all'alba.
lunedì 7 novembre 2011
Come sarebbe l'Italia oggi se Mattei non fosse stato assassinato il 27 ottobre 1962? Giallo Mattei
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| La caduta dell'aereo di Mattei |
Settimana scorsa abbiamo ripercorso la figura di Mattei, imprenditore pubblico di grandezza infinita. In qualità di commissario liquidatore dell'Agip riuscì a convincere Alcide De Gasperi della necessità - per l'industrializzazione dell'Italia - di indipendenza e autonomia energetica.
Mattei può quindi essere considerato il fondatore dell'ENI, che così lo ricorda: "Nel 1906 nasceva Enrico Mattei, figura centrale nella storia del sistema industriale nazionale e internazionale. Passione, visione strategica, innovazione: gli ideali che Enrico Mattei ha trasmesso a Eni hanno portato la Società a crescere fino a diventare la sesta compagnia petrolifera mondiale".
Nel 1991 il giornalista Mario Pirani - collaboratore di Mattei in Nord Africa nei primi anni Sessanta - scrisse un interessante saggio: Tre appuntamenti mancati dell'industria italiana (Il Mulino, nov-dic 1991). La conclusione era la seguente: "La sorte avversa di tre personalità di grande preveggenza - Enrico Mattei, Felice Ippolito e Roberto Olivetti - finì per determinare uno sviluppo dell'economia italiana qualitativamente diverso da quello che avrebbe potuto essere se le intuizioni maturate a cavallo degli anni Sessanta non fossero state volutamente respinte".
Approfondiamo quindi il mistero della morte di Enrico Mattei.
La prima inchiesta sulla morte di Enrico Mattei - avvenuta il 27 ottobre 1962 - venne chiusa a Pavia nel 1967 e ritenne accidentale il disastro di Bascapè. Nel 1994 – a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Iannì – vennero riaperte le indagini. Il successivo rinvio a giudizio, nel gennaio 1998, ha stabilito inequivocabilmente che l’aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, Irnerio Bertuzzi (pilota) e William Mc Hale (giornalista, ospite di Mattei), venne dolosamente abbattuto.
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| I resti dell'aereo di Mattei a Bascapè |
Diversi storici hanno escluso un attentato da parte della CIA (tra i possibili mandanti dell'omicidio) poichè Mattei era alla vigilia di un viaggio negli Stati Uniti dove avrebbe dovuto tenere una lecture a Harvard University, e incontrare alla Casa Bianca il Presidente J.F. Kennedy. Era in via di definizione un accordo con una delle Sette sorelle – la Esso – che avrebbe anticipato un periodo di appeasement petrolifero.
Noi siamo dell’idea che l’aereo di Mattei – come dalla prima testimonianza dell’agricoltore Mario Ronchi (raccolta dal giornalista RAI Bruno Ambrosi, e successivamente "silenziata") – sia esploso in volo: “Il cielo rosso bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutt’attorno...l’aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo...sui prati, sotto l’acqua”. Anni dopo si è acquisita la testimonianza di un’altra contadina di Bascapè, Margherita Maroni: “Nel cielo una vampata, uno scoppio, e delle scintille venivano giù che sembravano stelle filanti, piccole comete”.
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| Mattei davanti al suo aereo |
1. lo sparpagliamento dei resti dell'aereo in un diametro di un chilometro;
2. la scarsa profondità (“circa un metro”) della buca nel punto di impatto dell’aereo;
3. la mancanza di tracce di incendio sui tronchi d’albero intorno alla zona dell’impatto, che si rivela dalle fotografie scattate subito dopo l’incidente. Così le risultanze dei carabinieri di Landriano: “Qua e là si rinvenivano resti umani per un raggio di circa un chilometro...gli alberi non presentavano segni di rottura o altra forma di violenza prodotta dalla velocità dell’aereo”.
Invito tutti i lettori – ma soprattutto i miei studenti - a vedere il magnifico film di Francesco Rosi – Il caso Mattei (1973), con una magistrale interpretazione di Gian Maria Volontè.
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| GM Volontè (Mattei) a Gagliano |
“Questi risultati, che aprono un grande avvenire al nostro paese, sono il frutto di un lavoro tenace, duro, e spesso fra l’incomprensione e la sfiducia dei più” (Enrico Mattei, 19 giugno 1949)
“Abbiamo cominciato in un’atmosfera di ostilità. Negli idrocarburi italiani non credeva nessuno; avevamo l’ostilità del governo e dell’iniziativa privata: questa è la verità. Io non voglio contrapporre l’iniziativa dello stato e l’iniziativa privata: io credo soltanto nell’iniziativa senza aggettivi, nell’iniziativa di tutti. E’ l’iniziativa che crea ricchezza, che aumenta il reddito, che apre nuovi posti di lavoro, che stimola il benessere di tutto il paese” (Enrico Mattei, 26 ottobre 1949)
“Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita” (Amintore Fanfani, 1987).
“Fu Cosa Nostra siciliana a decretare la morte di Enrico Mattei...Il piano per eliminare Mattei mi fu illustrato da Salvatore Greco “Cicchiteddu” e da Salvatore La Barbera...Mattei fu ucciso su richiesta di Cosa Nostra americana perchè con la sua politica aveva danneggiato importanti interessi americani in Medio Oriente...Di Cristina procurò l’accesso a una riserva privata dove accompagnare Mattei a caccia. L’aereo di quest’ultimo fu manomesso durante questa battuta di caccia” (Tommaso Buscetta in Addio Cosa Nostra, Pino Arlacchi, Rizzoli, 1994)
“L’ENI era una “banda” formata da un solo uomo...Per questa ragione, era possibile liquidare una politica liquidando Mattei” (Giorgio Galli, La regia occulta, Tropea, 1996)
“Alla morte di Mattei dietro all’apparenza del dolore e del ricordo collettivo aleggiava all’interno del governo, nei circoli politici e soprattutto in quelli commerciali, un’atmosfera di sollievo”, (Foreign Office britannico, 1963)
“Senza di lui, tutto sarebbe stato diverso...La mia delusione nasceva dalla convinzione che fosse giusta la previsione di Mattei sulla ineluttabilità, non troppo lontana, della fine dell’epoca caratterizzata dal basso prezzo del greggio – allora tra 1,70 e 2,20 dollari al barile – manovrato dalle Sette sorelle...Tutta la politica dell’ENI veniva ribaltata, la rete di alleanze, di simpatie, di credito che ci eravamo conquistati in tutto il Terzo Mondo era non solo stracciata, ma platealmente sconfessata (dal successore di Mattei, Eugenio Cefis, ndr). Ci allineavamo in posizione subalterna alle Sette Sorelle...Eppure, la crisi sarebbe scoppiata di lì a pochissimo, in coda alla guerra del Kippur, nell’ottobre del 1973, quando i paesi dell’Opec decisero l’interruzione degli approvvigionamenti petroliferi ai paesi consumatori, con conseguente, vertiginoso aumento dei prezzi che in un anno lievitarono di quattro volte, da 3 a 12 dollari il barile, per toccare nel 1979, con la seconda crisi petrolifera, susseguente alla rivoluzione khomeinista in Iran, i 35 dollari, e inevitabile spostamento di enormi flussi finanziari dai paesi consumatori ai paesi produttori” (Mario Pirani, collaboratore di Mattei, Poteva andare peggio, Mondadori, 2010)
“Avevo assistito alla stagione della sua (dell’ENI, ndr) decadenza e al coinvolgimento nel sistema corruttivo della politica italiana, con un rovesciamento della strategia di Mattei quando i partiti venivano finanziati per impedire che varcassero i cancelli del grande gruppo pubblico. E così avveniva. Poi prevalse il contrario, i partiti sfrondarono le difese, si spartirono posti e soldi, gli scandali dilagarono fino alla maxitangente Petronim e all’affare Enimont. Pensavo che il Gruppo ENI non ne sarebbe più uscito. E invece no. Quasi come un’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, l’ENI, nelle sue ultime gestioni, non solo è tornata a crescere, ma si è affermata come l’unica grande multinazionale italiana rimasta sul proscenio, vitale e attiva. Sono convinto che, senza quelle radici gettate da Mattei più di mezzo secolo fa, rimaste per tanto tempo sotto traccia ma mai sradicate del tutto, tale recupero non avrebbe goduto i vantaggi di quella “continuità storica” che fa parte del pedigree di alcuni grandi gruppi internazionali (Mario Pirani, Poteva andare peggio, Mondadori, 2010).
Bibliografia e approfondimenti:
Italo Pietra, Mattei. La pecora nera, Sugarco Edizioni, 1987
Nico Perrone, Obiettivo Mattei, Gamberetti Editrice, 1995
Giorgio Galli, La regia occulta. Da Enrico Mattei a Piazza Fontana, Tropea Editore, 1996
Nico Perrone, Giallo Mattei, Stampa Alternativa, 1999
Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, 2001
Leonardo Maugeri, L’era del petrolio, Feltrinelli, 2006
Benito Li Vigni, Il caso Mattei, Editori Riuniti, 2003
Nicola Casertano, La sfida al’ultimo barile, Brioschi Editore, 2009
Massimo Nicolazzi, Il prezzo del petrolio, Boroli Editore, 2009
Mario Pirani, Poteva andare peggio, Mondadori, 2010
mercoledì 2 novembre 2011
Le ragioni dell'antipatico Bini Smaghi
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| Lorenzo Bini Smaghi |
Anche ieri la Banca Centrale Europea - che battesimo di fuoco per Mario Draghi - ha proseguito negli acquisti di titoli di Stato italiani all'interno del Securities Market Program (SMP) al fine di mitigare il rialzo dei rendimenti sulla parte lunga della curva. Lo spread BTP-Bund - di cui abbiamo scritto ampiamente vedasi post . Gli analisti stimano che senza gli acquisti da parte della BCE, lo spread sarebbe oltre i 500 punti base (alias 5%).
Visto che il ruolo della banca centrale europea è in discussione nella misura in cui si occupa anche della stabilità finanziaria - non previsto nello Statuto - e non solo della stabilità dei prezzi, esuliamo dalla stretta attualità e analizziamo la baruffa chiozzotta della presenza di due italiani nel comitato esecutivo della BCE. Per approfondimenti sulla stabilità finanziaria si rinvia a Guido Tabellini, che è intervenuto di recente sul Sole 24 Ore.
Nelle ultime settimane il banchiere centrale italiano Lorenzo Bini Smaghi – membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea – è stato oggetto di pressioni affinchè si dimettesse al più presto dalla carica.
Il 27 ottobre scorso il premier Silvio Berlusconi al telefono in diretta con Bruno Vespa “A porta a porta” ha lanciato un appello pubblico a Bini Smaghi invitandolo a lasciare: “Non so se la televisione sia il mezzo migliore per far passare il messaggio, ma bisogna rispettare gli impegni”.
Il motivo della richiesta sta nella nomina di Mario Draghi a Presidente della Banca Centrale Europea. I francesi infatti hanno perso nel board un loro connazionale a vantaggio dell’Italia che da ieri 1° novembre ha due membri – Draghi e Bini Smaghi – nel comitato esecutivo.
Gli altri membri del Comitato Esecutivo sono:
- Un portoghese Vitor Costancio;
- Uno spagnolo, José Manuel Gonzales-Pàramo;
- un tedesco, Juergen Stark
- un belga, Peter Praet
Questo discorso delle nazionalità non ha senso, poichè i membri del comitato esecutivo della banca sono membri della Banca centrale Europea, non rappresentano i singoli stati nazionali (che sono 17, e quindi non possono essere accontentati tutti con un board di 6 membri). Se si analizza la procedura di nomina, si comprendono le ragioni di Bini Smaghi.
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| Mario Draghi |
I membri del comitato esecutivo sono nominati in base ad una raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea e previa consultazione del Parlamento europeo e del consiglio dei governatori della BCE. L’art. 109 del Regolamento del Parlamento Europeo regola la nomina dei membri della BCE e prevede:
1. Il candidato proposto alla carica di membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea è invitato a fare una dichiarazione dinanzi alla commissione parlamentare competente e a rispondere alle domande rivolte dai deputati.
2. La commissione competente trasmette al Parlamento una raccomandazione sull'opportunità di approvare la candidatura proposta.
3. La votazione si svolge entro due mesi dalla ricezione della proposta.
4. Se il Parlamento esprime parere negativo, il Presidente chiede al Consiglio di ritirare la sua proposta e di presentarne una nuova al Parlamento.
Come si può apprezzare, il Paese proponente indica al Consiglio Europeo il proprio candidato, ma è poi il Parlamento Europeo a dare il proprio imprimatur alla nomina, che diventa quindi avulsa dal contesto nazionale.
Berlusconi in passato ha spiegato che la richiesta all'esponente italiano di dimettersi dal board dell'Eurotower si rende necessaria in quanto ''per ottenere dalla Francia l'assenso alla candidatura di Mario Draghi ci deve essere nella Bce la presenza di un francese. E questo potrebbe realizzarsi – ha rilevato il premier - con le dimissioni di Bini Smaghi dal board della Banca”
Bini Smaghi, dal canto suo, ha parlato sul mandato dei componenti del comitato esecutivo dell'istituto con sede a Francoforte sottolineando che l'indipendenza della Banca centrale europea e' garantita tra l'altro dalla ''indipendenza personale'' dei suoi membri che ''garantisce la permanenza in carica dei membri degli organi decisionali per tutto il periodo prestabilito dalla nomina e tutela contro la revoca arbitraria''.
I francesi – forti della promessa di Berlusconi - con la nota veemenza del Presidente Sarkozy, insistono per le dimissioni di Bini Smaghi. Ma non hanno alcuna ragione dalla loro parte se osserviamo la procedura di nomina.
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| Jean-Claude Trichet |
Un’ultima nota. Una fonte confidenziale ci ha rivelato che poco prima di salire al Quirinale per indicare a Napolitano il futuro Governatore della Banca d’Italia, Berlusconi ha telefonato a Bini Smaghi dicendogli che avrebbe fatto il suo nome. Come sappiamo, il prescelto è stato Ignazio Visco – vedasi post Onore a Saccomanni e Visco, civil servant si assoluto valore
Bini Smaghi apparirà pure antipatico e poco propenso - agli occhi degli italiani - a mollare la cadrega, ma le ragioni stanno dalla sua parte.
giovedì 27 ottobre 2011
Omaggio a Enrico Mattei, imprenditore formidabile
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| Enrico Mattei |
Muore un protagonista assoluto del prodigioso sviluppo economico dell’Italia del dopoguerra. “Con la morte di Mattei l’Italia, e forse l’Europa, ha perso una delle personalità più eccezionali degli anni del dopoguerra” (The Guardian, 1962).
“Enrico Mattei influenzò più di qualunque altro il continuo boom del dopoguerra, conosciuto come il "miracolo economico italiano” (Time, 1962).
L’Italia nel 1945 era in condizioni talmente disastrate da far supporre una sua dipendenza economica di lunga durata, e forse irreversibile. Si stimava nel 1945 che il reddito pro-capite fosse inferiore ai livelli del 1861.
In questa situazione era entrato in scena Enrico Mattei, nominato dal Comitato di liberazione nazionale per l’alta Italia (Clnai) commissario straordinario dell’AGIP (Azienda Italiana Generale Petroli). Il cruccio di Mattei divenne ben presto quello di elevare l'Italia al rango di potenza petrolifera.
Per contrastare Mattei, venne attuata dalla lobby petrolifera statunitense una azione molto decisa sul Governo Italiano al fine di fermare le ricerche dell’AGIP. L’AGIP effettivamente non riuscirà a ottenere alcun finanziamento dello European Recovery Program (ERP, alias Piano Marshall) per l’acquisto delle proprie attrezzature.
Il Ministro delle Finanze Ezio Vanoni voleva che Mattei potenziasse l’AGIP, allargasse la sua attività, la rendesse forte abbastanza da combattere ad armi pari con le società americane, perchè doveva divenire il nucleo centrale di una vasta economia statale.
Con l’appoggio fondamentale di Vanoni e del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi – inizialmente propenso a smantellare l’AGIP - Mattei riuscì a creare le condizioni per l’approvazione in Parlamento della legge che avrebbe istituito l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).
Mattei intuì le potenzialità enormi del settore petrolifero, e aprì la strada per realizzarle a vantaggio del nostro paese. L’energia metanifera per la ricostruzione, la modernizzazione, la competitività dell’industria italiana, è venuta dall’ENI. Mentre con la politica di reperimento delle fonti petrolifere all’estero, Mattei ha reso l’Italia autonoma – rispetto alle grandi potenze – nell’approvvigionamento energetico.
Mattei rivendica condizioni di non discriminazione, di parità, di sviluppo non condizionato da interessi stranieri.
L’ENI ha promosso e gestito la politica energetica del nostro paese per più di quarant’anni, consentendo all’Italia di essere presente nelle grandi trattative internazionali per il petrolio. Lo sviluppo economico italiano deve molto all’ENI.
La grande intuizione di Enrico Mattei fu disegnare uno scenario futuro dove i paesi arabi – nel quadro del grande movimento di decolonizzazione - avrebbero esautorato le “Sette sorelle” dell’oligopolio petrolifero e messo sotto il loro diretto controllo le riserve di oro nero. Come ci racconta Mario Pirani “La previsione di una rottura del cartello petrolifero spinse Mattei alla ricerca di uno spazio autonomo non condizionato dall’egemonia dell’oligopolio internazionale, all’offerta di un rapporto diretto coi paesi di nuova indipendenza, attraverso la definizione di contratti di “partnership” con i loro governi al perseguimento della diversificazione delle fonti di approvvigionamento dell’Italia”.
Le Sette sorelle erano: Standard Oil Company of New Jersey (Exxon), Socony-Vacuum Oil (Mobil), Standard Oil Company of California (SOCAL), la Texas Oil Company (Texaco), la Gulf Oil Corporation, la Royal Dutch Shell Oil Company, la Anglo-Iranian Oil Company (AIOC, successivamente British Petroleum).
I successori di Mattei non capirono che dietro il sogno matteiano vi era una illuminante e realistica previsione della crisi petrolifera, destinata a esplodere di lì a poco tempo e che giustificava impegni finanziari, investimenti, un sistema di alleanze, al fine di attenuare l’impatto negativo sull’Italia, la più esposta alla dipendenza energetica.
Eugenio Cefis – a cui furono dati i poteri esecutivi alla morte di Mattei - trasformò l’ENI in un “mercante” che opera dentro spazi che altri gli assegnano, attuando con spregiudicatezza la politica di liquidazione dell’eredità di Mattei e di trasformazione dell’ente petrolifero di Stato in un soggetto subalterno alle grandi compagnie internazionali.
Con la sua scomparsa viene meno non solo un grande imprenditore pubblico, ma il soggetto propulsivo di una politica energetica dell’Italia. Non siamo il paese europeo con i costi energetici più cari? Tutto nasce dalla tragica caduta dell’aereo di Mattei il 27 ottobre 1962.
“Abbiamo adottato un’impostazione nuova, perchè non ci piaceva lasciare operare nel nostro paese imprese esclusivamente straniere, rimanendo solo a guardare. Esse ci lasciavano margini ridicoli di guadagno nella raffinazione, che divenivano quasi nulli nella vendita. Tutto il proftto rimaneva alla produzione, con l’alto prezzo di vendita delpetrolio. Io ho già avuto modo di dichiarare che che oggi il prezzo del petrolio nel mondo arabo e in tutto il Medio Oriente è formato per un quinto dai costi di produzione, per due quinti dalle royalties spettanti ai paesi concessionari e per due quinti dagli utili delle grandi compagnie. Ed è su quest’ultima parte che noi non siamo d’accordo. Non siamo d’accordo perchè danneggia enormemente la nosra espansione, la nostra possibilità di sviluppo industriale”(Enrico Mattei, 1 luglio 1960)
“Per questo facciamo assegnamento sui giovani, gli uomini di domani, che dovranno raccogliere la nostra bandiera ed andare avanti, nell’interesse del nostro paese: affinchè il nostro paese possa contare qualche cosa domani, poichè non c’è indipendenza politica se non c’è indipendenza economica.
Noi non possiamo seguitare a passare attraverso degli intermediari stranieri per rifornirci di una materia prima indispensabile: ci costa troppo caro; ce lo dicono i nostri economisti (Mattei aveva come consigliere l’economista Giorgio Fuà, che sosteneva la necessità di un intervento dello stato nel controllo di energia per il superamento delle situazioni di squilibrio economico strutturale, ndr) e hanno ragione” (Enrico Mattei, 11 gennaio 1958)
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| Walter Bonatti |
“Enrico Mattei era un uomo secco e virile, nazionalista e populista, onesto e corruttore, uno che usava la politica per farsi largo, ma anche per fare, e fare bene, nella vita pubblica. Tipi così ne avevo conosciuti durante il fascismo, tipi così ce ne saranno sempre in Italia, della specie dei condottieri, amati e odiati, profondamene italiani, profondamente antitaliani. Nel ’45 Mattei aveva salvato dalla liquidazione l’industria petrolifera italiana e aiutato da uomini simili a lui, profondamente italiani, profondamente antitaliani, come Vanoni, De Gasperi, aveva creato l’ENI”. (Giorgio Bocca, Il Provinciale, Mondadori, 1991)
“Enrico Mattei, il creatore fuorilegge della nostra industria dell’energia, piaceva poco ai nostri conservatori del “salotto buono”, ma solo perchè faceva per conto dello stato ciò che essi facevan per gli interessi loro. Tutti dominati dall’illibero arbitrio, dalla corsa dei topi” (Giorgio Bocca, Il Sottosopra, Mondadori, 1994)
Per saperne di più sulla morte di Enrico Mattei, vi invito alla lettura di Giallo Mattei, il post successivo.
Bibliografia e approfondimenti:
Italo Pietra, Mattei. La pecora nera, Sugarco Edizioni, 1987
Nico Perrone, Obiettivo Mattei, Gamberetti Editrice, 1995
Giorgio Galli, La regia occulta. Da Enrico Mattei a Piazza Fontana, Tropea Editore, 1996
Nico Perrone, Giallo Mattei, Stampa Alternativa, 1999
Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, 2001
Benito Li Vigni, Il caso Mattei, Editori Riuniti, 2003
Leonardo Maugeri, L’era del petrolio, Feltrinelli, 2006
Nicola Casertano, La sfida al’ultimo barile, Brioschi Editore, 2009
Massimo Nicolazzi, Il prezzo del petrolio, Boroli Editore, 2009
Mario Pirani, Poteva andare peggio, Mondadori, 2010
lunedì 24 ottobre 2011
La crisi dell'Eurozona, la zoppìa europea e l'impraticabilità degli Eurobond
E' da 4 anni che si susseguono vertici dell'Eurozona, ma non si vede la fine della crisi. Il prossimo appuntamento è mercoledì quando in teoria l'Italia - sotto l'ultimatum di Merkozy - risponderà con misure per la crescita.
Non si risolvono problemi strutturali con misure congiunturali.
Torniamo al problema che Carlo Azeglio Ciampi ha definito la zoppìa europea, cioe' alla mancata sovranita' fiscale in mano all'Unione. Ne abbiamo parlato diffusamente nel dicembre scorso con un post ad hoc L'Irlanda e la zoppìa dell'Europa.
Cos’è la zoppìa? La zoppìa è il non completamento dell’Unione politica europea, dopo aver creato l’Unione Monetaria. Non si è riusciti a completare il progetto istituzionale dei padri fondatori dell’Europa. E se non c’è governo europeo, la costruzione europea scricchiola. Come tutte le crisi, anche questa ultima può servire per sensibilizzare i cittadini europei che bisogna fare un salto in avanti e colmare la zoppìa.
Approfondiamo il termine zoppìa, rifacendoci all’imprescindibile Carlo Azeglio Ciampi (Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano, Il Mulino, 2010, p. 163): “Alla moneta unica, cioè a un fatto squisitamente europeo, non si è accompagnato un coordinamento della politica economica europea. Si è fatto l’eurogruppo, il gruppo dei paesi dell’Unione europea membri dell’Unione monetaria, e aventi tutti come moneta l’euro. Ma l’eurogruppo non si è mai istituzionalizzato in maniera piena; l’eurogruppo non ha assunto poteri maggiori. All’interno dell’Ecofin, l’eurogruppo funziona come un organo di consultazione; ma, ripeto, non ha mai avuto poteri decisionali, a cui debbano adeguarsi tutti i paesi dell’euro. Io penso che se fossero rimasti in carica per qualche anno in più alcuni ministri che hanno vissuto la creazione dell’euro, avremmo compiuto questo passo necessario, indispensabile: far corrispondere ad una Banca Centrale Europea un unico governo coordinato dell’economia europea, con alcuni poteri sovranazionali”.
Si andra' inevitabilmente in quella direzione comprando tempo per riscrivere i Trattati.
Sarà necessario rivedere l'impostazione di base di Basilea, imponendo alla banche requisiti patrimoniali anche per attivita' in Titoli di Stato - oggi esenti - le quali abbiamo visto non essere più prive di rischio, ma soggette a un forte rischio Paese e di controparte.
Le anime belle pensano che la soluzione stia negli Eurobond, bond emessi dall'Unione Europea a tassi favorevoli rispetto agli spread attuali pagati dai Paesi periferici.
Gli Eurobond di fatto significano per la Germania garantire l'intera Europa. Non e' praticabile ne' auspicabile. Non si puo' risolvere un problema di debito eccessivo degli Stati - tutta l'Europa ormai nell'intorno del 100% di debito/pil - con nuovo debito (Eurobond).
La vera causa della crisi e' la politica dei singoli Stati periferici, incapaci di affrontare le riforme strutturali che aumentano la competitivita' dei Paesi. La Germania lo ha fatto - e Schroeder (SPD) ha perso le elezioni per questo.
E' imprescindibile uno stop serio alla spesa pubblica con in primis metodo contributivo per tutti fin da domani mattina. Basta sussidiare il sistema pensionistico per non avere altre risorse per il welfare - siamo l'unico Paese in Europa a non avere un sussidio universale di disoccupazione.
Come conclude stamane Franco Venturini in prima pagina sul Corriere della Sera "L’unione fiscale che ha in mente la signora Merkel è un sistema che controlla in anticipo le finanze di ogni Stato membro dell’eurozona e affida a un futuribile organismo di Bruxelles il compito di comminare sanzioni automatiche in caso di violazione anche minima delle regole concordate. Cambiare i Trattati non sarà facile, ma l’Italia è avvisata".
Frau Merkel ha idee chiare: mandiamo a casa Tremonti e Venizelos (Ministro delle Finanze greco) e diamo piani poteri a un SuperMinistro Europeo dell'Economia, che abbia il compito di uniformare le regole fiscali in Europa.
Se in Germania si va in pensione a 67 anni con il metodo contributivo - tanto hai versato, tanto ricevi - come mai in Italia si può andare a 58 anni con il sussidiato metodo retributivo -se hai diritto a una pensione di 600 euro, ricevi una pensione di 1.500 Euro e quindi 900€ li paga Pantalone?
Chiudiamo con l'economista Stefano Lepri - Sovranità ridotta per salvarsi: "L’Italia appare oggi come il caso limite di una irresponsabilità dei governi nazionali verso gli interessi collettivi europei che non è più compatibile con l’unione monetaria. Per andare avanti sarà richiesta a tutti una rinuncia parziale di sovranità; a tutti, anche alla Germania che per ora preferisce il soccorso alle proprie banche all’aiuto per la Grecia, benché il primo costi assai più caro del secondo. Il processo decisionale europeo è lento in modo esasperante, per colpa di tutti; ieri abbiamo veduto emergere il timore che la paralisi italiana lo faccia deragliare una volta per sempre".
Non si risolvono problemi strutturali con misure congiunturali.
Torniamo al problema che Carlo Azeglio Ciampi ha definito la zoppìa europea, cioe' alla mancata sovranita' fiscale in mano all'Unione. Ne abbiamo parlato diffusamente nel dicembre scorso con un post ad hoc L'Irlanda e la zoppìa dell'Europa.
Cos’è la zoppìa? La zoppìa è il non completamento dell’Unione politica europea, dopo aver creato l’Unione Monetaria. Non si è riusciti a completare il progetto istituzionale dei padri fondatori dell’Europa. E se non c’è governo europeo, la costruzione europea scricchiola. Come tutte le crisi, anche questa ultima può servire per sensibilizzare i cittadini europei che bisogna fare un salto in avanti e colmare la zoppìa.
Approfondiamo il termine zoppìa, rifacendoci all’imprescindibile Carlo Azeglio Ciampi (Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano, Il Mulino, 2010, p. 163): “Alla moneta unica, cioè a un fatto squisitamente europeo, non si è accompagnato un coordinamento della politica economica europea. Si è fatto l’eurogruppo, il gruppo dei paesi dell’Unione europea membri dell’Unione monetaria, e aventi tutti come moneta l’euro. Ma l’eurogruppo non si è mai istituzionalizzato in maniera piena; l’eurogruppo non ha assunto poteri maggiori. All’interno dell’Ecofin, l’eurogruppo funziona come un organo di consultazione; ma, ripeto, non ha mai avuto poteri decisionali, a cui debbano adeguarsi tutti i paesi dell’euro. Io penso che se fossero rimasti in carica per qualche anno in più alcuni ministri che hanno vissuto la creazione dell’euro, avremmo compiuto questo passo necessario, indispensabile: far corrispondere ad una Banca Centrale Europea un unico governo coordinato dell’economia europea, con alcuni poteri sovranazionali”.
Si andra' inevitabilmente in quella direzione comprando tempo per riscrivere i Trattati.
Sarà necessario rivedere l'impostazione di base di Basilea, imponendo alla banche requisiti patrimoniali anche per attivita' in Titoli di Stato - oggi esenti - le quali abbiamo visto non essere più prive di rischio, ma soggette a un forte rischio Paese e di controparte.
Le anime belle pensano che la soluzione stia negli Eurobond, bond emessi dall'Unione Europea a tassi favorevoli rispetto agli spread attuali pagati dai Paesi periferici.
Gli Eurobond di fatto significano per la Germania garantire l'intera Europa. Non e' praticabile ne' auspicabile. Non si puo' risolvere un problema di debito eccessivo degli Stati - tutta l'Europa ormai nell'intorno del 100% di debito/pil - con nuovo debito (Eurobond).
La vera causa della crisi e' la politica dei singoli Stati periferici, incapaci di affrontare le riforme strutturali che aumentano la competitivita' dei Paesi. La Germania lo ha fatto - e Schroeder (SPD) ha perso le elezioni per questo.
E' imprescindibile uno stop serio alla spesa pubblica con in primis metodo contributivo per tutti fin da domani mattina. Basta sussidiare il sistema pensionistico per non avere altre risorse per il welfare - siamo l'unico Paese in Europa a non avere un sussidio universale di disoccupazione.
Come conclude stamane Franco Venturini in prima pagina sul Corriere della Sera "L’unione fiscale che ha in mente la signora Merkel è un sistema che controlla in anticipo le finanze di ogni Stato membro dell’eurozona e affida a un futuribile organismo di Bruxelles il compito di comminare sanzioni automatiche in caso di violazione anche minima delle regole concordate. Cambiare i Trattati non sarà facile, ma l’Italia è avvisata".
Frau Merkel ha idee chiare: mandiamo a casa Tremonti e Venizelos (Ministro delle Finanze greco) e diamo piani poteri a un SuperMinistro Europeo dell'Economia, che abbia il compito di uniformare le regole fiscali in Europa.
Se in Germania si va in pensione a 67 anni con il metodo contributivo - tanto hai versato, tanto ricevi - come mai in Italia si può andare a 58 anni con il sussidiato metodo retributivo -se hai diritto a una pensione di 600 euro, ricevi una pensione di 1.500 Euro e quindi 900€ li paga Pantalone?
Chiudiamo con l'economista Stefano Lepri - Sovranità ridotta per salvarsi: "L’Italia appare oggi come il caso limite di una irresponsabilità dei governi nazionali verso gli interessi collettivi europei che non è più compatibile con l’unione monetaria. Per andare avanti sarà richiesta a tutti una rinuncia parziale di sovranità; a tutti, anche alla Germania che per ora preferisce il soccorso alle proprie banche all’aiuto per la Grecia, benché il primo costi assai più caro del secondo. Il processo decisionale europeo è lento in modo esasperante, per colpa di tutti; ieri abbiamo veduto emergere il timore che la paralisi italiana lo faccia deragliare una volta per sempre".
venerdì 21 ottobre 2011
Onore a Ignazio Visco e Fabrizio Saccomanni, civil servant di assoluto valore
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| Ignazio Visco |
E’ una scelta di prim'ordine. Economista di vaglia, ministro degli esteri di Bankitalia, forte senso delle istituzioni, riservato, professore universitario, scrittore di libri d'economia, allievo di Federico Caffé - vedi post Omaggio A Federico Caffé illustre economista . Al termine di una vicenda complicata e gestita male, una scelta da incorniciare.
Sarkozy ha poche ragioni per arrabbiarsi per la presenza di due italiani nel board della Bce – Bini Smaghi e Draghi. Noyer ci mese un anno e mezzo per sloggiare quando nominarono Trichet. Si consoli con Giulia.
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| Fabrizio Saccomanni |
E’ opportuno ricordare che sia Saccomanni che Visco partirono per altri lidi durante la pessima gestione Fazio. Quando in Banca d’Italia il Governatore Antonio Fazio faceva il bello e soprattutto il cattivo tempo – vedi post I furbetti del quartierino e l’ex Governatore Antonio Fazio. Una storia poco edificante ), Saccomanni prese la via di Londra dove andò in esilio presso la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo ) e Visco andò all’OCSE a Parigi.
In onore di Saccomanni, ho ripescato un suo intervento di a Berlino, l’8 febbraio 2011.
Ecco uno stralcio: “Ma la UE non potrà risolvere i suoi problemi strutturali solo attraverso il consolidamento fiscale. Questo è necessario per stabilizzare i mercati finanziari e per lasciare più spazio agli investimenti privati. Ma occorre anche adottare una strategia di riforme strutturali per accrescere il potenziale di crescita dell'economia europea, per riassorbire la disoccupazione, specie quella giovanile e femminile, e per correggere gli squilibri di produttività e di competitività all'interno dell'eurozona. Si tratta di riforme che devono e possono essere intraprese da tutti i paesi della UE...
In sintesi, occorre portare avanti il completamento del mercato interno introducendo ulteriori liberalizzazioni nel settore dei servizi, come la grande distribuzione, i trasporti, le costruzioni, i servizi finanziari e professionali, dove la UE è rimasta indietro rispetto ai principali concorrenti. Occorre promuovere la piena integrazione dei mercati dell'energia, ancora frammentati a livello nazionale e dominati da monopolisti locali che impongono costi elevati alle imprese e alle famiglie. Inoltre, come indicato dal Rapporto Monti (Mario Monti, ndr), è necessario rafforzare le infrastrutture fisiche che stanno alla base di un grande mercato interno, le reti di trasporti, di telecomunicazioni, di distribuzione dell'energia e dell'acqua. L'esperienza insegna che da questi processi di liberalizzazione e di integrazione viene la spinta per la ricerca e l'innovazione che sono il presupposto per lo sviluppo di nuovi investimenti e della produttività”.
Torniamo sempre al punto. Riforme strutturali. Non esistono scorciatoie, non ci sono santi. Bisogna farle. Punto.
E bisogna dire la verità ai cittadini italiani. Ne abbiamo già parlato in un post recente: I mercati, le palle colossali e il linguaggio della verità
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| Tommaso Padoa-Schioppa |
Sono proprio queste le cose che mancano oggi: verità, chiarezza, spiegazioni convincenti.
martedì 18 ottobre 2011
Guadagna di più il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama o il Presidente del Molise Michele Iorio?
Il Presidente del Molise Michele Iorio è riuscito a vincere le elezioni chiuse ieri e si conferma presidente regionale per la terza volta. Così la cronaca del Corriere della Sera: "Determinante, come già accaduto in Piemonte, il consenso ottenuto dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che ha sottratto preferenze soprattutto al centrosinistra. Il presidente uscente, che si avvia a governare per il terzo mandato consecutivo, ha ottenuto il 46,94% dei voti scrutinati (89.142) nelle 392 sezioni. Il suo avversario diretto di centrosinistra, Paolo di Laura Frattura, dopo una notte di rocambolesche fughe e risultati ribaltati, si è fermato qualche centinaio di voti dietro, al 46,15% (87.637). Il testa a testa è durato per circa undici ore e si è dovuto attendere la fine dello spoglio per avere il quadro esatto della situazione".
Nell’ultima prova scritta per i miei studenti dell’Università di Bergamo – dove insegno Economia e Tecnica degli Scambi Internazionali, la domanda per il 30 e lode recitava: “Guadagna di più il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama o il presidente del Molise, Michele Iorio?”
Voi direte: ma cosa c'entra Iorio con il corso di finanza internazionale? Conta tantissimo invece, perchè se lo spread BTP-Bund - vedi post Lo spread Btp-Bund - si allarga non è certo colpa degli speculatori cattivi. La colpa è nostra che ci teniamo stretta gente come Michele Iorio.
Figuratevi il mio compiacimento quando lo scorso 4 dicembre, il Corriere della Sera con due delle sue firme più prestigiose – Stella e Rizzo – ha dedicato due pagine intere alle gesta di Iorio: “Viceré Michele e la Regione “pigliatutto”.
Ma chi è Michele Iorio? "Più che un barone, un viceré".
Michele Iorio è saldamente alla guida del Molise da tempo immemorabile. Prima assessore provinciale di Isernia, poi sindaco della città, poi assessore regionale di centrosinistra, poi candidato (trombato) dell’Ulivo appoggiato da Rifondazione comunista, poi governatore berlusconiano.
Il 20,4% dei molisani lavora nella pubblica amministrazione. Stella e Rizzo: “I soli uffici della Regione pagano un migliaio di dipendenti: con la stessa proporzione, per capirci, la Regione Lombardia dovrebbe avere oltre 30 mila dipendenti anziché quattromila. Con tutti quei dipendenti pubblici, dovrebbe essere un modello di efficienza. Non è così. Prendiamo la spazzatura: la regione è in coda alla classifica della raccolta differenziata con il 4,8%:meno ancora della Sicilia (6,1%), della Calabria (9,1%) e addirittura della Campania (13,5%)....E la sanità? Il deficit 2009 è astronomico:225 euro per abitante. Più pesante, Lazio a parte, di ogni altra regione.
Il vicerè Michele Iorio non si è scomposto....Governatore, leader del Popolo delle libertà, commissario alla sanità, commissario al terremoto, commissario all’alluvione: un patriarca”.
Con il terremoto di Campobasso, la maggior parte dei finanziamenti è finito nella zona di Isernia, il bacino elettorale di Iorio nemmeno sfiorato dal sisma. Un esempio di lucido investimento di ricostruzione? 200mila euro per il Museo del Profumo a Sant’Elena Sannita.
Con il decreto 314 del 2007, Iorio, commissario per il terremoto e l’alluvione (uno dei suoi tanti incarichi), ha destinato 40mila euro quale contributo per la esecuzione di n. 3 serate regionali del concorso Miss Italia.
La parentopoli di Michele Iorio? Ce la raccontano sempre Rizzo e Stella: “Il fratello Nicola Iorio, primario, ha visto il suo reparto ricevere un contributo di un milione di euro a dispetto del buco regionale salito in otto anni a 600 milioni. La sorella Rosa Iorio direttrice del distretto sanitario. Il figlio Luca Iorio medito ospedaliero. L’altro figlio Raffaele Iorio, direttore medico di un centro privato convenzionato con la Regione del papà. Il cognato Sergio Tartaglione, marito di Rosa Iorio, primario di psichiatria e presidente dell’ordine dei medici isernini”.
Aspettiamo con ansia il prossimo editoriale televisivo – TG1 sei pronto? – che – raccontando il “contagio” europeo e la supposta crisi dell’Euro (mai uno che dica che l’euro è nato a 1,17 contro dollaro e ora ci vogliono molti più dollari, 1,38 per avere un euro) - accusa la “perfida speculazione internazionale”, il complotto “giudo-plutaico-massonico”, che osa vendere i nostri titoli di Stato e quindi contribuisce all’allargamento dello spread Btp-Bund. Ma non lo vedete che lo spread si allarga perchè in Italia siamo pieni di Michele Iorio? Perchè buttiamo via il denaro dei contribuenti in modo scandaloso e siamo amministrati da viceré senza un minimo di competenza. E poi la colpa è degli speculatori. Ma va là!
Sentiamo cosa dice il nostro miglior riferimento, Carlo Azeglio Ciampi (intervista a Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2010): “Il paese viene giudicato nel suo insieme. I mercati hanno bisogno di messaggi chiari e semplici. La fiducia è la conseguenza di scelte coerenti con gli impegni assunti. Certo vi è il rischio che venga meno la fiducia dei mercati. Ricordo Gerrit Zalm, il ministro delle finanze olandese: fu il più duro di tutti, tra il 1997 e il 1998, nel pretendere che l'Italia assumesse impegni precisi nel risanamento dei conti pubblici. Poi, quando questo impegno venne assunto, divenne uno dei nostri più accesi sostenitori. Ero a una riunione dell'Ecofin a Bruxelles. Un ministro espresse dubbi sull'Italia, e fu proprio Zalm a tacitarlo con queste parole: Carlo ha preso questo impegno e per me è sufficiente”.
Torniamo all’esame:
“Domanda valida per il 30 e lode:
GUADAGNA DI PIU’ IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA BARACK OBAMA O IL PRESIDENTE DEL MOLISE, MICHELE IORIO?
a) Ovviamente guadagna di più Obama, Iorio non so chi sia
b) Dipende dal cambio del dollaro; se il dollaro raggiungesse la parità con l’euro, come auspicano Giavazzi e Caballero, Obama guadagnerebbe di più
c) Non ho parole, ma guadagna di più Iorio “
Naturalmente la risposta al quesito d’esame è la c) “Non ho parole, ma guadagna di più Iorio” (più di Obama, avete capito bene).
Nell’ultima prova scritta per i miei studenti dell’Università di Bergamo – dove insegno Economia e Tecnica degli Scambi Internazionali, la domanda per il 30 e lode recitava: “Guadagna di più il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama o il presidente del Molise, Michele Iorio?”
Voi direte: ma cosa c'entra Iorio con il corso di finanza internazionale? Conta tantissimo invece, perchè se lo spread BTP-Bund - vedi post Lo spread Btp-Bund - si allarga non è certo colpa degli speculatori cattivi. La colpa è nostra che ci teniamo stretta gente come Michele Iorio.
Figuratevi il mio compiacimento quando lo scorso 4 dicembre, il Corriere della Sera con due delle sue firme più prestigiose – Stella e Rizzo – ha dedicato due pagine intere alle gesta di Iorio: “Viceré Michele e la Regione “pigliatutto”.
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| Michele Iorio |
Michele Iorio è saldamente alla guida del Molise da tempo immemorabile. Prima assessore provinciale di Isernia, poi sindaco della città, poi assessore regionale di centrosinistra, poi candidato (trombato) dell’Ulivo appoggiato da Rifondazione comunista, poi governatore berlusconiano.
Il 20,4% dei molisani lavora nella pubblica amministrazione. Stella e Rizzo: “I soli uffici della Regione pagano un migliaio di dipendenti: con la stessa proporzione, per capirci, la Regione Lombardia dovrebbe avere oltre 30 mila dipendenti anziché quattromila. Con tutti quei dipendenti pubblici, dovrebbe essere un modello di efficienza. Non è così. Prendiamo la spazzatura: la regione è in coda alla classifica della raccolta differenziata con il 4,8%:meno ancora della Sicilia (6,1%), della Calabria (9,1%) e addirittura della Campania (13,5%)....E la sanità? Il deficit 2009 è astronomico:225 euro per abitante. Più pesante, Lazio a parte, di ogni altra regione.
Il vicerè Michele Iorio non si è scomposto....Governatore, leader del Popolo delle libertà, commissario alla sanità, commissario al terremoto, commissario all’alluvione: un patriarca”.
Con il terremoto di Campobasso, la maggior parte dei finanziamenti è finito nella zona di Isernia, il bacino elettorale di Iorio nemmeno sfiorato dal sisma. Un esempio di lucido investimento di ricostruzione? 200mila euro per il Museo del Profumo a Sant’Elena Sannita.
Con il decreto 314 del 2007, Iorio, commissario per il terremoto e l’alluvione (uno dei suoi tanti incarichi), ha destinato 40mila euro quale contributo per la esecuzione di n. 3 serate regionali del concorso Miss Italia.
La parentopoli di Michele Iorio? Ce la raccontano sempre Rizzo e Stella: “Il fratello Nicola Iorio, primario, ha visto il suo reparto ricevere un contributo di un milione di euro a dispetto del buco regionale salito in otto anni a 600 milioni. La sorella Rosa Iorio direttrice del distretto sanitario. Il figlio Luca Iorio medito ospedaliero. L’altro figlio Raffaele Iorio, direttore medico di un centro privato convenzionato con la Regione del papà. Il cognato Sergio Tartaglione, marito di Rosa Iorio, primario di psichiatria e presidente dell’ordine dei medici isernini”.
Aspettiamo con ansia il prossimo editoriale televisivo – TG1 sei pronto? – che – raccontando il “contagio” europeo e la supposta crisi dell’Euro (mai uno che dica che l’euro è nato a 1,17 contro dollaro e ora ci vogliono molti più dollari, 1,38 per avere un euro) - accusa la “perfida speculazione internazionale”, il complotto “giudo-plutaico-massonico”, che osa vendere i nostri titoli di Stato e quindi contribuisce all’allargamento dello spread Btp-Bund. Ma non lo vedete che lo spread si allarga perchè in Italia siamo pieni di Michele Iorio? Perchè buttiamo via il denaro dei contribuenti in modo scandaloso e siamo amministrati da viceré senza un minimo di competenza. E poi la colpa è degli speculatori. Ma va là!
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| Carlo Azeglio Ciampi |
Torniamo all’esame:
“Domanda valida per il 30 e lode:
GUADAGNA DI PIU’ IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA BARACK OBAMA O IL PRESIDENTE DEL MOLISE, MICHELE IORIO?
a) Ovviamente guadagna di più Obama, Iorio non so chi sia
b) Dipende dal cambio del dollaro; se il dollaro raggiungesse la parità con l’euro, come auspicano Giavazzi e Caballero, Obama guadagnerebbe di più
c) Non ho parole, ma guadagna di più Iorio “
Naturalmente la risposta al quesito d’esame è la c) “Non ho parole, ma guadagna di più Iorio” (più di Obama, avete capito bene).
venerdì 14 ottobre 2011
Gli indignados fuori da Banca d'Italia. Hanno clamorosamente sbagliato target
La protesta dei giovani in tutto il mondo - ne parlammo nel post Los indignados: il futuro non è più quello di una volta - è arrivata anche in Italia, paese tipicamente follower.
Ma l'intrinseca fragilità della democrazia italiana non deve portare all'invasione del populismo e dell'incompetenza. Se c'è un centro di merito, di competenza, di ricerca, denso di valori, questo è Banca d'Italia.
A palazzo Koch regnano l'indipendenza di giudizio, il rigore analitico, l'impegno civile. La reputazione dei civil servant italiani è altissima nei consessi internazionali di tutto il mondo.
E dove vanno i giovani indignati a protestare? Davanti alle sedi di Bankitalia. Hanno clamorosamente sbagliato target.
Io invito i giovani Indignati a leggere l'ultimo intervento di Mario Draghi, Governatore fino a fine ottobre di Banca d'Italia, in occasione delle Celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia.
Mi permetto di segnalare i seguenti passaggi del Governatore:
1) Le sorti di un paese di medie dimensioni privo di materie prime quale il nostro dipendono dalla sua capacità di fare interagire la propria economia con quella internazionale. Con le parole del grande storico Carlo M. Cipolla: “L’Italia prospera quando sa produrre cose che piacciono al mondo”.
2) Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale.
3) Nella Venezia del Seicento o nell’Amsterdam del Settecento, società ancora ricche, a una lunga stagione di grande dinamismo era seguito l’affievolirsi dell’impegno a competere, a innovare. Gli sforzi prima diretti al perseguimento della crescita furono indirizzati alla difesa dei piccoli o grandi privilegi acquisiti da gruppi sociali organizzati. In un’economia che ristagna, si rafforzano sempre i meccanismi di difesa e di promozione degli interessi particolaristici. Si formano robuste coalizioni distributive, più dotate di poteri di veto che di capacità realizzativa. Il rafforzamento di tali coalizioni rende a sua volta sempre più difficile realizzare misure innovative a favore della crescita. È compito insostituibile della politica trovare il modo di rompere questo circolo vizioso prima che questo renda impossibili, per veti incrociati e cristallizzati, le misure necessarie per la crescita.
4) È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani. Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’oltralpe risolva i nostri problemi.1 Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. E' importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi".
Quest'ultimo passaggio è la risposta alle analisi di Mario Monti, espresse in un significativo articolo sul Corriere della Sera: Il podestà forestiero.
5) Quanto alla crescita, l’urgenza deriva non solo dagli effetti positivi che ne scaturirebbero sulla finanza pubblica, ma soprattutto dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto dei quali sono senza lavoro.
L’Italia deve oggi saper ritrovare quella condivisione di valori comuni che, messi in sordina gli interessi di fazione, è essenziale per mobilitare le energie capaci di realizzare, in anni non lontani, una rigogliosa crescita economica e di offrire credibili speranze alle nuove generazioni".
Come si può apprezzare, Mario Draghi e tutta la Banca d'Italia con le loro lucide analisi pensano ai giovani e alle future generazioni. E' la politica che non agisce con rapidità, che perde troppo tempo, che non ha la forza per incidere con riforme strutturali.
Io ai miei studenti dico: C'è un solo antidoto alla disoccupazione. Studiare più degli altri in modo matto e disperatissimo, sviluppando capacità di fare e desiderio di sapere.
Ma l'intrinseca fragilità della democrazia italiana non deve portare all'invasione del populismo e dell'incompetenza. Se c'è un centro di merito, di competenza, di ricerca, denso di valori, questo è Banca d'Italia.
A palazzo Koch regnano l'indipendenza di giudizio, il rigore analitico, l'impegno civile. La reputazione dei civil servant italiani è altissima nei consessi internazionali di tutto il mondo.
E dove vanno i giovani indignati a protestare? Davanti alle sedi di Bankitalia. Hanno clamorosamente sbagliato target.
Io invito i giovani Indignati a leggere l'ultimo intervento di Mario Draghi, Governatore fino a fine ottobre di Banca d'Italia, in occasione delle Celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia.
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| Mario Draghi |
1) Le sorti di un paese di medie dimensioni privo di materie prime quale il nostro dipendono dalla sua capacità di fare interagire la propria economia con quella internazionale. Con le parole del grande storico Carlo M. Cipolla: “L’Italia prospera quando sa produrre cose che piacciono al mondo”.
2) Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale.
3) Nella Venezia del Seicento o nell’Amsterdam del Settecento, società ancora ricche, a una lunga stagione di grande dinamismo era seguito l’affievolirsi dell’impegno a competere, a innovare. Gli sforzi prima diretti al perseguimento della crescita furono indirizzati alla difesa dei piccoli o grandi privilegi acquisiti da gruppi sociali organizzati. In un’economia che ristagna, si rafforzano sempre i meccanismi di difesa e di promozione degli interessi particolaristici. Si formano robuste coalizioni distributive, più dotate di poteri di veto che di capacità realizzativa. Il rafforzamento di tali coalizioni rende a sua volta sempre più difficile realizzare misure innovative a favore della crescita. È compito insostituibile della politica trovare il modo di rompere questo circolo vizioso prima che questo renda impossibili, per veti incrociati e cristallizzati, le misure necessarie per la crescita.
4) È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani. Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’oltralpe risolva i nostri problemi.1 Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. E' importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi".
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| Mario Monti |
5) Quanto alla crescita, l’urgenza deriva non solo dagli effetti positivi che ne scaturirebbero sulla finanza pubblica, ma soprattutto dal dovere non più eludibile che abbiamo nei confronti dei giovani, un quarto dei quali sono senza lavoro.
L’Italia deve oggi saper ritrovare quella condivisione di valori comuni che, messi in sordina gli interessi di fazione, è essenziale per mobilitare le energie capaci di realizzare, in anni non lontani, una rigogliosa crescita economica e di offrire credibili speranze alle nuove generazioni".
Come si può apprezzare, Mario Draghi e tutta la Banca d'Italia con le loro lucide analisi pensano ai giovani e alle future generazioni. E' la politica che non agisce con rapidità, che perde troppo tempo, che non ha la forza per incidere con riforme strutturali.
Io ai miei studenti dico: C'è un solo antidoto alla disoccupazione. Studiare più degli altri in modo matto e disperatissimo, sviluppando capacità di fare e desiderio di sapere.
mercoledì 12 ottobre 2011
Le dittature sparano palle colossali. E le democrazie?
Kishore Mahbubani, il Dean di Lee Kuan Yew School of Public Policy, la più nota Università di Singapore – dove il merito è la priorità assoluta – è intervenuto sulle pagine del Financial Times criticando ferocemente l’Occidente e la sua tendenza a sparare palle colossali, definite big lie:
“How do dictators survive? They tell lies. Muammer Gaddafi was one of the biggest liars of all time. He claimed that his people loved him. He also controlled the flow of information to his people to prevent any alternative narrative taking hold. Then the simple cell phone enabled people to connect. The truth spread widely to drown out all the lies that the colonel broadcast over the airwaves. Similarly in Egypt and Tunisia, the regimes lost control of the narrative. In short, technology has undermined dictators’ ability to lie to their people.
E le democrazie? Anche loro ci raccontano frottole. Sentiamo Mahbubani:
“So why are democracies failing at the same time? The simple answer: democracies have also been telling lies. Now we know, for example, that the eurozone project was created on a big lie. All the major European politicians assured their publics that the contradiction between monetary union and fiscal independence would be resolved by insisting on fiscal discipline. Any eurozone member that violated the 3 per cent budget deficit rule would be punished”.
All this was a big lie. When France and Germany breached the 3 per cent rule in 2003, nothing happened. This then opened the doors for others to break the rule (Portugal, Ireland, Greece and Spain). Even worse, Greece began lying to its European partners from the very beginning. To be fair to Greece, its European partners knew Greece was lying.
Europe is not alone. The American people are equally angry with their government. No US leaders dare to tell the truth to the people. All their pronouncements rest on a mythical assumption that “recovery” is around the corner. Implicitly, they say this is a normal recession. But this is no normal recession. There will be no painless solution. “Sacrifice” will be needed and the American people know this.
In un suo recente intervento in occasione del convegno organizzato dalla sapiente Linda Gilli di INAZ, http://www.inaz.it/ Marco Vitale insiste sul linguaggio della verità: “La sfida che abbiamo di fronte richiede a tutti ed in particolare agli uomini d’impresa di parlare, in modo nuovo, il linguaggio della verità.
Il deficit di verità è il più grave deficit del nostro Paese in questa fase storica. Per riavviare l’economia su un sentiero di sviluppo, dobbiamo, prima, semplicemente, rifondare la democrazia, nei suoi principi, nella sua etica, nei suoi meccanismi. Per fare questo dobbiamo anche chiamare all’opera i giovani ed aiutarli ad inserirsi rapidamente; che si mettano alla stanga, come diceva De Gasperi ai giovani democristiani nel 1947, anticipando e non ritardando il loro ingresso nell’assunzione di responsabilità. Dobbiamo farlo così parlando un linguaggio di verità, perché, come diceva Don Sturzo, senza verità non ci può essere libertà".
Ho già affontato in settembre il tema della verità, quindi per approfondimenti vi rimando al post: I mercati, le palle colossali e il linguaggio della verità.
Così chiude saggiamente Mahbubani: “Most people know what is happening. Hence, there is a simple way politicians can regain trust: tell the truth, even if it hurts. But they won’t until they learn that lying doesn’t work – it is not just dictators like Col Gaddafi who never will”.
Dire la verità. Sappiamo, come cantava Caterina Caselli, che la verità fa male, ma è necessaria.
“How do dictators survive? They tell lies. Muammer Gaddafi was one of the biggest liars of all time. He claimed that his people loved him. He also controlled the flow of information to his people to prevent any alternative narrative taking hold. Then the simple cell phone enabled people to connect. The truth spread widely to drown out all the lies that the colonel broadcast over the airwaves. Similarly in Egypt and Tunisia, the regimes lost control of the narrative. In short, technology has undermined dictators’ ability to lie to their people.
E le democrazie? Anche loro ci raccontano frottole. Sentiamo Mahbubani:
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| Kishore Mahbubani |
All this was a big lie. When France and Germany breached the 3 per cent rule in 2003, nothing happened. This then opened the doors for others to break the rule (Portugal, Ireland, Greece and Spain). Even worse, Greece began lying to its European partners from the very beginning. To be fair to Greece, its European partners knew Greece was lying.
Europe is not alone. The American people are equally angry with their government. No US leaders dare to tell the truth to the people. All their pronouncements rest on a mythical assumption that “recovery” is around the corner. Implicitly, they say this is a normal recession. But this is no normal recession. There will be no painless solution. “Sacrifice” will be needed and the American people know this.
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| Don Luigi Sturzo |
Il deficit di verità è il più grave deficit del nostro Paese in questa fase storica. Per riavviare l’economia su un sentiero di sviluppo, dobbiamo, prima, semplicemente, rifondare la democrazia, nei suoi principi, nella sua etica, nei suoi meccanismi. Per fare questo dobbiamo anche chiamare all’opera i giovani ed aiutarli ad inserirsi rapidamente; che si mettano alla stanga, come diceva De Gasperi ai giovani democristiani nel 1947, anticipando e non ritardando il loro ingresso nell’assunzione di responsabilità. Dobbiamo farlo così parlando un linguaggio di verità, perché, come diceva Don Sturzo, senza verità non ci può essere libertà".
Ho già affontato in settembre il tema della verità, quindi per approfondimenti vi rimando al post: I mercati, le palle colossali e il linguaggio della verità.
Così chiude saggiamente Mahbubani: “Most people know what is happening. Hence, there is a simple way politicians can regain trust: tell the truth, even if it hurts. But they won’t until they learn that lying doesn’t work – it is not just dictators like Col Gaddafi who never will”.
Dire la verità. Sappiamo, come cantava Caterina Caselli, che la verità fa male, ma è necessaria.
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