lunedì 24 febbraio 2014

Il successo di Facebook e WhatsApp, l'assenza del venture capital nostrano e l'Economico di Senofonte

Il 4 febbraio di 10 anni fa, Mark Zuckerberg insieme a due co-fondatori, lancia Facebook ad Harvard University.

In Italia nel febbraio 2004 vengono arrestati Sergio Cragnotti e i figli per il crack della Cirio.

In queste due parabole di crescita c'è la differenza tra Italia e Stati Uniti. Noi guardiamo al passato, dando fiducia a persone di dubbia qualità, negli Stati Uniti ferve il mondo del private equity, dei fondi di investimento focalizzati sulle start-up innovative e sul seed financing, sul finanziamento alle imprese promettenti, affinchè crescano a tassi vertiginosi. Come nel caso di Facebook.

Facebook nel dicembre 2004 raggiunge 1 milione di iscritti. Nell'aprile 2006 Facebook è accessibile dal telefonino. E nel 2008 arriva la chat Facebook. Nel Maggio 2012 Facebook goes public, diventa public, ossia una parte delle azioni viene ceduta dagli azionisti della prima ora, per cui attraverso la quotazione le azioni di Facebook diventano negoziabili ogni giorno sul Nasdaq, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation, il mercato delle società high tech più importante del mondo.

Ma Zuckerberg non si ferma mai. Chi lo fa, nel mondo supersonico di oggi, è perduto. Per cui, dopo aver acquistato Instagram per 715 milioni di dollari, ora ha chiuso il deal con WhatsApp - sistema di messaggistica nato 4 anni fa che connette 450 milioni di clienti nel mondo (7.000 miliardi di messaggi inviti solo nel 2013) - con un'operazione record di 19 miliardi di dollari (fatturato è ridicolo, solo 50 milioni). Nota di colore: WhatsApp ha solo 55 dipendenti, il che significa 345 milioni $ a dipendente.

Mentre in Italia le imprese tendono a rimanere piccole, negli States c'è voglia di crescere e di quotarsi. Nel più breve tempo possibile. La velocità della crescita è legata a numerosi fattori, non ultimo la disponibilità di finanziamenti da parte dei private equity.

Come ha scritto l'economista d'impresa Marco Vitale le basi del capitale di rischio e del private equity si trovano nell'Economico di Senofonte, dove il giovane titolare di un’impresa agricola di successo, Iscomaco, spiega a Socrate che, accanto alla buona gestione, uno dei segreti è di acquisire il controllo dei cespiti non valorizzati, di valorizzarli e poi di cederli con un buon guadagno di capitale. Per coloro che sono capaci di darsi da fare e coltivano la terra con ogni sforzo, vi è un modo di far denaro con l’agricoltura, che mio padre praticò personalmente e mi insegnò. Non permise mai che si comprasse della terra già coltivata, ma, quella che, per trascuratezza o l’incapacità dei proprietari, era improduttiva e non aveva piante. Diceva che le terre coltivate costano molto denaro e non possono essere migliorate; riteneva che le terre che non possono essere migliorate non danno altrettanta soddisfazione, e pensava che ogni oggetto di proprietà quando migliora, è una cosa capace di rallegrare moltissimo. Ma nulla presenta un miglioramento maggiore di una terra che da improduttiva diventa fertile. Tu sai bene, Socrate, disse, che noi abbiamo già moltiplicato varie volte il valore originario di molte terre. Udito ciò gli domandai: Iscomaco, le terre che tuo padre aveva dissodato, le teneva per sé o le vendeva, se trovava modo di guadagnarci molto denaro? Le vendeva, disse Iscomaco. Ma subito ne comprava delle altre, improduttive, per il suo amore per il lavoro".
Vale la pena citare il passaggio: "

Quando Facebook si è quotata nel maggio del 2012, si è parlato in Italia per mesi della discesa del prezzo post quotazione. Siamo proprio dei provinciali, guardiamo il dito e perdiamo di vista la luna. Il 21 Maggio 2012 il Sole 24 Ore titolò: Facebook crolla dell'11% sotto il prezzo dell'Ipo (Initial public offering, ndr).
Non si è capito o non si è voluto capire che l'enorme quantità di risorse finanziarie derivanti dalla cessione ha consentito e consente di finanziare altre migliaia di iniziative imprenditoriali che in Italia non si riescono a finanziare per carenza di VC e di finanziamenti di capitale di rischio.
Come ha scritto Leonardo Maugeri sul Sole 24 Ore del 7 febbraio scorso, secondo i dati di Start Up Italia, esistono solo 1.127 start up innovative, di cui solo 113 finanziate, per un misero totale di poco più di 110 milioni di euro investiti nel 2013. Bazzeccole, peanuts rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari investiti dai VC statunitensi nel solo 2013.

Facebook ha fissato il presso di Ipo a 38 dollari. Gli investitori hanno cercato di capire se il modello di business avrebbe retto. Lo scetticismo ha avuto la meglio - nel breve termine - e il prezzo è sceso fino a 22,67$. Oggi, che vale nell'intorno di 64$, tutti i soloni che hanno accusato il capitalismo anglosassone di "fregare" gli investitori, si trovano a vedere il prezzo di FB in crescita del 68% dalla quotazione.
Un miliardo e 230 milioni di utenti, ogni secondo 41mila persone aggiornano il loro status, raccontano come stanno. Ogni minuto ci sono 1,8 milioni di "Mi piace". Solo in Italia sono 17 milioni coloro che visitano Facebook almeno una volta al giorno.

La capitalizzazione di FB ha raggiunto livelli incredibili, 176 miliardi di dollari, considerando che è nata 10 anni fa. Zuckerberg non ha ancora 30 anni ed è uno degli uomini più ricchi (e più giovani) del mondo.
Il matematico Odifreddi sarcasticamente ha parlato di Facebook come di "una nuova religione, che in dieci anni ha conquistato un miliardo di fedeli: più o meno quanti il cattolicesimo ne abbia conquistati in due indaffarati millenni".
Chiudiamo con la riflessione che condividiamo del sociologo Magatti sull'Espresso: "C'è la tendenza, tra gli adolescenti, di vivere il momento presente in senso assoluto, senza ieri e senza domani. E' saltata dai nuovi strumenti, dove gli scambi sono effimeri e temporanei. Una delle conseguenze è che le relazioni diventano superficiali e puntiformi. A spingere i giovani a vivere solo nella superficialità del presente, in realtà sono le attuali condizioni socio-economiche. Che impediscono loro di immaginarsi un futuro".
E siamo da capo. Il futuro non è più quello di una volta.

lunedì 17 febbraio 2014

Parte il Governo Renzi ma permane l'inconcludenza dei grillini, capaci solo di dire no

A un anno dalle elezioni politiche, abbiamo un nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi - gli facciamo i migliori auguri perchè ne ha tanto bisogno, il lavoro da fare è immenso - ma c'è sempre una parte dell'elettorato che ha votato per la palingenesi di Grillo e abbiamo visto quindi i voti andare in frigidaire poichè Grillo si oppone a tutto e tutti, non concludendo nulla. Il vuoto assoluto. A distruggere sono buoni tutti. Essere propositivi e costruire è molto più difficile.

Non ne poteva seguire  che il rifiuto di partecipare alle consultazioni, considerate un rito assurdo della vecchia Repubblica. Il solito atteggiamento oppositivo che non porta da nessuna parte.

Voglio portare alla vostra attenzione un caso, che la dice lunga sulla memoria degli italiani, sul fatto che si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto la gente si dimentica. Io no.

Siamo nell'estate 2011, con la Banca centrale europea che scrive (lettera fermata da Trichet e Draghi) a Berlusconi, con lo spread in volo e la delegittimazione del governo italiano ai massimi livelli.
Grillo afferma:
Estate 2011. Il Governo Berlusconi traballa, crisi tra Lega e Pdl, impossibilità di varare una manovra credibile. Inizia la speculazione finanziaria, lo spread sale. Grillo scrive al Presidente Napolitano:
«Lei non può restare inerte. Lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un l’unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi». (Beppe Grillo, 30 luglio 2011).

Siamo nel 2014 e Grillo ha cambiato idea:
"Berlusconi era allora un presidente del Consiglio regolarmente eletto, non era ancora stato condannato e fatto decadere. Fu sostituito con un tecnocrate scelto da Napolitano senza che il Parlamento sfiduciasse il governo in carica. Oggi, dopo due anni e mezzo, sappiamo che lo spread non ha (né aveva) nulla a che fare con l’economia reale. Infatti lo spread è sceso mentre l’Italia è in profonda recessione, stiamo molto peggio del 2011. Sappiamo anche che un Presidente della Repubblica ha svolto funzioni che non gli sono attribuite dal suo incarico senza che gli italiani ne fossero informati".
Siamo alla commedia dell'assurdo. Il governo Berlusconi era andato sotto in occasione della votazione del rendiconto dello Stato e in una Repubblica Parlamentare il Presidente deve verificare se esiste una maggioranza diposta a votare la fiducia a un nuovo governo. Cose ribadite pochi giorni fa al Corriere della Sera da Napolitano stesso dopo le presunte rivelazioni - fumo vero - nell'ultimo libro di Alan Friedman.
Il filosofo Remo Bodei ha compiuto un analisi condivisibile: questi giovani volenterosi sono telecomandati da due opache figure (Beppe e Gianrobbè), le quali "non riescono a mettere nulla in pratica perchè si punta a distruggere gli avversari e prendere il potere sulle macerie".

Io la penso come Umberto Eco che nella sua rubrica La bustina di Minerva sull'Espresso del 13 febbraio scrive: "Ecco un movimento che non si vuole extraparlamentare, che si presenta alle elezioni, che vanta un consenso elettorale, ma poi delegittima quell parlamento, in cui è entrato con tutti gli onori, trasformandolo in un bivacco di manipoli. Evidentemente c'è una contraddizione, perchè un parlamento ridotto a un bivacco di manipoli delegittima anche i bivaccatori che hanno ambito a diventarne membri. Un poco la storia del signore che si evira per far dispetto alla moglie".

lunedì 3 febbraio 2014

Dietro l'ultimo film di Virzì "Il capitale umano" ci sono le sparate di Bossi e della Lega sul boicottaggio dei BOT

Nel pregevole "Il desiderio di essere come TUTTI" (Einaudi, 2013), Francesco Piccolo - sceneggiatore del "Caimano" di Nanni Moretti, racconta la totale immersione storica per poter scrivere la sceneggiatura del film, che evoca chiaramente Silvio Berlusconi.

Quando Moretti ha ingaggiato Piccolo, quest'ultimo è entrato in un vortice dove l'unico obiettivo era capire veramente Berlusconi attraverso le sue dichiarazioni (soprattutto agenize di stampa, di modo da studiare il virgolettato esatto), gli scritti, i comportamenti.

Credo sia avvenuto lo stesso nel caso del Capitale umano, che vede Virzì alla regia, Francesco Piccolo e Francesco Bruni come sceneggiatori.

A me il film ha ricordato un libro di successo negli Stati Uniti post crisi finanziaria: "The big short" di Michael Lewis, che narra la più grande operazione ribassista della storia. Ossia la vendita allo scoperto dei titoli strutturati legati alla bolla immobiliare Americana. I titoli sono definiti Collateralised Mortgage Obligation (CMS) o Collateralised Debt Obligation: sono titoli strutturati il cui rendimento è legato alla bontà dell'insieme dei mutui che costituiscono il sottostante.
Qualche saggio finanziere ha capito per tempo che la bolla sarebbe scoppiata e ha venduto allo scoperto. Il caso ha avuto un ruolo rilevante. Stiamo attenti a scambiare la fortuna con la bravura (Nassim Taleb, Giocati dal caso, cit.). Uno di questi hedge fund manager, John Paulson, ha guadagnato di sole performance fee qualcosa come 4 miliardi (miliardi, avete letto bene) di dollari. Poi negli anni successive è andato "lungo" di oro e materie prime e ha fatto perdere ai clienti molto di più di quello che aveva fatto loro guadagnare.

Andare short (corto), in finanza, significa prendere una posizione ribassista, vendere un titolo - azione, obbligazione, indice, prodotto derivato - senza detenerlo. Per andare short bisogna farsi prestare I titoli da un intermediario chiamato stock lender. I titoli che lo stock lender ci presta li consegnamo a colui che ha comprato da noi.
L'operazione di short selling, il rischio è elevato: si guadagna se il titolo scende. Se sale si può perdere l'intero capitale.

Nel film in questione - Il capitale umano - il finanziere brianzolo Giovanni Bernaschi, interpretato dal bravo Fabrizio Gifuni, decide di andare short sull'Italia, convincendo i suoi clienti investitori a seguirlo in questa operazione ribassista.
Quando sembra che le cose si mettono male - ossia l'Italia si riprenda e lo spread scende - e tutta l'operazione fallisca (compromettendo anche il capitale conferito dall'ingenuo Dino Ossola, alias Bentivoglio, ambizioso immobiliarista), l'Italia crolla, lo spread vola e Bernaschi organizza una grande festa nella sua villa per coronare una vittoria storica.
Nelle battute finali, la moglie di Bernaschi, Carla - l'attrice Valeria Bruni Tedeschi, per me la migliore - dice al marito: "Avete scommesso sulla rovina del nostro Paese e avete vinto".
E lui, Bernaschi: "Abbiamo vinto, amore. Abbiamo vinto. Ci sei anche tu".

La mia idea è che Virzì, con gli sceneggiatori, nell'ambito della ricerca storica, si siano imbattuti nelle dichiarazioni del leader della Lega Bossi, il quale per anni ha continuato a blaterare contro i titoli di Stato italiani (BOT e BTP), invitando i risparmiatori italiani al boicottaggio.

Cercando velocemente su google, ho trovato un articolo del 4 ottobre 1992, quando il Corriere della Sera titola: Guerra ai BOT, sassate a Bossi: "Duro e dettagliato attacco del presidente del Consiglio alla Lega Nord e a "un insieme di comportamenti che possono essere eversivi". Ma anche un monito a quelle forze che operano per destabilizzare la maggioranza e per condizionare "il timoniere", cioe' lo stesso capo del governo, alle prese con la drammatica crisi finanziaria. In un' intervista a Giuliano Ferrara, nell' "Istruttoria" di ieri sera, Giuliano Amato ha espresso un giudizio fortemente negativo sugli inviti leghisti a non comprare Bot, a non pagare le tasse, a portare i capitali all' estero. "Magari uno a uno sono solo comportamenti sgradevoli o non commendevoli. Quando si comincia a invitare la gente a non pagare le tasse, a non comprare i titoli di Stato, a pretendere di battere moneta, non si capisce se questo e' uno scherzo o una cosa fatta sul serio. Fatto sta che anche nei bar di Roma questi signori si presentano con monete coniate da loro. Insomma, c' e' un insieme di fatti che mettono in discussione l'unita' nazionale".

L'Italia ce l'ha fatta, Bossi ha avuto torto, chi ha tenuto duro e comprato titoli di Stato italiani ha guadagnato nel corso degli anni. Settimana scorsa l'asta dei CTZ ha segnato il minimo storico di ogni tempo.

Alla luce del bashing contro l'euro e i BOT non devono tanto stupire le scelte di gestione del patrimonio della Lega - costituito dai rimborsi elettorali - investiti in diamanti e in conti a Cipro e in Tanzania. Chapeau, Mr Belsito!

lunedì 27 gennaio 2014

Omaggio a Roberto Franceschi, studente bocconiano ucciso dalla polizia il 23 gennaio 1973

L'altra sera nell'Aula Magna dell'Università Bocconi, come ogni anno, si è meritoriamente ricordata la figura di Roberto Franceschi, studente della Bocconi, appassionato, studioso, diligente, con forte senso del dovere e della giustizia sociale.
Purtroppo per Roberto, la campana - come dice Hemingway - è suonata troppo presto.

Appena ho iniziato a frequentare l'Università Bocconi, ho notato che l'aula al secondo piano era dedicata alla memoria di Roberto Franceschi. Non c'era google al tempo, allora ho chiesto a mia madre, una vera e propria Garzantina o wikipedia vivente. E mi ha raccontato con emozione cosa successe quella disgraziata sera del 23 gennaio 1973.

41 anni fa, lo studente bocconiano Roberto Franceschi si accasciava al suolo colpito a morte da un colpo di arma da fuoco sparato da un proiettile di pistola Beretta calibro 7,65 in dotazione alla Polizia che presidiava l’Università.

La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un'assemblea del Movimento Studentesco presso l'Università Bocconi. Assemblee di questo tipo erano state fino ad allora autorizzate normalmente e non avevano mai dato adito a nessun incidente e, nel caso specifico, si trattava dell'aggiornamento di una assemblea già iniziata alcuni giorni prima; ma l'allora Rettore dell'Università quella sera ordinò che potessero accedere solo studenti della Bocconi con il libretto universitario di riconoscimento, escludendo lavoratori o studenti di altre scuole o università. Ciò significava vietare l'assemblea e il Rettore informò la polizia, che intervenne, con un reparto della celere, intenzionata a far rispettare il divieto con la forza.

Ne nacque un breve scontro con gli studenti e i lavoratori e, mentre questi si allontanavano, poliziotti e funzionari spararono vari colpi d'arma da fuoco ad altezza d'uomo. Lo studente Roberto Franceschi fu raggiunto al capo, l'operaio Roberto Piacentini alla schiena. Entrambi caddero colpiti alle spalle” (dal sito web http://www.fondfranceschi.it ).

Come spesso accade, il processo è stato un calvario scandaloso – oltre venticinque anni di processi penali e civili, l’ultima sentenza è del 20 luglio 1999, più di 26 anni dopo la morte di Francesco - dove la volontà di occultare la verità da parte della Polizia è stata dominante. Dalla sentenza che ha chiuso la fase istruttoria del processo (dicembre 1976) leggiamo: “La verità è che sin dall’inizio si preferì occultare rigorosamente la corcostanza che a sparare erano stati in diversi, e questa decisione comportò poi la necessità che l’intera fase delle indiagini preliminari fosse gestita sotto il controllo o quanto meno con l’accondiscenza dei vertici della polizia, all’insegna della costante preoccupazione di neutralizzare ogni risultanza che con tale versione potesse apparire in contrasto”.

Qualcosa si è ottenuto dai processi. Come scrive Biacchessi “L’accertamento della responsabilità della polizia e la condanna del Ministero dell’Interno al risarcimento del danno, ma non l’individuazione e la condanna dell’autore materiale e di eventuali corresponsabili”.

Ma torniamo alla figura di Roberto Franceschi, studente brillante e affettuoso.

Scrisse di lui un compagno di studi: "Roberto, la sua ferrea volontà, la sua onestà intellettuale, la sua incrollabile fede nella scienza, la sua costante ricerca della verità, il suo amore per la cultura, la sua illimitata fiducia nelle possibilità dell'uomo, dopo la sua morte, hanno aiutato me e molti altri compagni a superare le difficoltà, a correggere gli errori e ad andar avanti".

La sua insegnante di filosofia del Liceo Vittorio Veneto – Meris Antomelli - ha scritto: “Roberto era politicamente molto impegnato, e in particolare riteneva l’apertura della scuola alla società, e la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione non come esigenze tra le altre, ma fondamentali: le considerava capaci di dare concretezza ai suoi ideali di democrazia e giustizia, e coerenza alla sua vita. Non accettava perciò quelle forme di contestazione della scuola che si traducevano nel rifiuto dello studio a vantaggio di una militanza politica che nella scuola vedeva soltanto uno dei suoi luoghi d’azione”.

Dopo aver riletto le testimonianze sulla figura di Roberto Franceschi, mi è tornato in mente Don Lorenzo Milani, che insisteva in continuazione sull’importanza dello studio affinchè le classi disagiate potessero giocarsela alla pari con i più fortunati. In un bellissimo passo de La ricreazione (Edizioni e/o, 1995) leggiamo: “Quando ripresi la scuola nel 1952-53 avevo ormai superato ogni ulteriore esitazione: la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era la rovina della classe operaia. Mi perfezionai allora nell’arte di far scoprire ai giovani le gioie intrinseche della cultura e del pensiero e smisi di far la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi l’occasione di umiliarli o offenderli...Prova ne sia che, dopo le ricreazioni, la domanda di rito è: "A San Donato oggi una domanda del genere viene considerata poco meno che pornografica”.

Chiudo con una riflessione di decenni fa (1979) ma attualissima di Corrado Stajano – scrittore e giornalista di grandissima levatura, ricordiamo solo gli imprescindibili Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica (Einaudi, 1991), Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini (Einaudi, 1975): “La storia del ragazzo Franceschi non conta solo per ieri, vale per oggi e per domani. E non riguarda solo la tarlata giustizia, ma il buongoverno nel suo complesso perchè sono proprio inutili le generiche affermazioni da cui siamo continuamente travolti, se poi, in concreto, si usa solo indifferenza e non ci si scandalizza più di fatti scandalosi”.

Dove sarebbe oggi il brillante studente Roberto Franceschi? A me piace immaginarlo come civil servant in Banca d'Italia, accanto a Ignazio Visco e Salvatore Rossi, tutti impegnati a elaborare le strategie per far ripartire il nostro sgangherato Paese.

Un abbraccio particolare a Cristina e Lydia Franceschi - per anni impegnate caparbiamente per la ricerca della verità - per l'effort con il quale ogni giorno attraverso la Fondazione Franceschi porta avanti progetti, pubblicazioni, convegni, premi di laurea, rende viva e presente la memoria di Roberto.

Il fatto che di fronte al più grande dolore che una persona possa provare - la morte di un figlio - la famiglia Franceschi sia riuscita a trasmettere dei valori positivi è una cosa di un valore inestimabile.

P.S.: si consiglia la lettura di Roberto Franceschi. Processo di polizia, a cura di Daniele Biacchessi (Baldini Castoldi, Dalai editore, 2004)

http://www.fondfranceschi.it/

mercoledì 22 gennaio 2014

Il lavoratore italiano tiene il suo TFR nell'impresa dove lavora. Errore sesquipedale. I fondi pensione, questi sconosciuti.

Purtroppo il mercato dei fondi pensione in Italia è sottosviluppato. La causa principale è da ricercarsi nel bassissimo livello di educazione finanziaria del lavoratore italiano.

Il dipendente italiano - che sia operaio, impiegato o quadro - preferisce detenere il proprio Trattamento di Fine Rapporto (TFR) presso il proprio datore di lavoro piuttosto che investirlo in modo proficuo sui mercati finanziari.

Il datore di lavoro, l'impresa italiana, fa di tutto per mantenere il TFR dei propri dipendenti presso si sè, al fine di avere una fonte di finanziamento a basso costo.
Così il lavoratore - che nella maggior parte dei casi non si avvale dei fondi pensione - si trova in questa spiacevole situazione:
1. sostiene un forte rischio di credito o rischio di controparte, per cui se il datore di lavoro fallisce o omette di pagare i contributi del TFR, la propria liquidazione va in fumo; è pur vero che c'è un fondo speciale presso l'Inps che interviene in caso di fallimento, ma spesso nascono controversie sull'effettività dei contributi versati.
2. perde i contributi obbligatori che il datore di lavoro è tenuto a versare per legge una volta che il lavoratore opta per i contributi per il TFR versati in un fondo pensione negoziale; se non esiste un fondo pensione di categoria/negoziale, si può sottoscrivere un fondo pensione aperto, beneficiando delle deduzioni fiscali (5.165 euro l'anno);
3. con l'inflazione in forte calo - siamo ormai sotto l'1% - il rendimento del TFR - stabilito per legge uguale al 75% del tasso inflazione a cui si aggiunge lo 1,5% è irrisorio. Nel 2014 siamo quindi nell'intorno dell'1,95% ricavato da: 0,6%x0,75%+1,5%.
Qualsiasi prodotto finanziario, anche a basso rischio, è in grado di dare un rendimento superiore (e nel rendimento va aggiunto il contributo "gratuito" del datore di lavoro, quando ci si può avvalere dei fondi negoziali).

Si potrebbe replicare - per migliorare lo stato dell'arte - quanto fatto nel Regno Unito dove da fine 2012 è stato introdotto l'auto-enrollment ai fondi pensione. Il dipendente è automaticamente iscritto al fondo pensione e ha la facoltà (opting-out) di uscirne entro 30 giorni.

In un suo lucido intervento su lavoce.info, gli economisti Luigi Guiso e Boeri hanno stigmatizzato l'operato del Ministro del Welfare Giovannini che tentenna nel mandare a tutti i lavoratori italiani la busta arancione, ossia una busta dove l'INPS informa sul futuro livello della pensione:
"Dare una previsione (sulla futura pensione, ndr) non vuol dire emettere una condanna; anzi insieme alla previsione noi crediamo che i lavoratori debbano ricevere anche informazioni su come mettere riparo a una potenziale scarsità di benefici pensionistici. Illustrare loro l’esistenza dei fondi pensione, come funzionano, i lori vantaggi fiscali e così via, dovrebbe essere parte integrante della busta arancione. In Svezia contiene informazioni anche sull’andamento della previdenza integrativa. L’informativa guidata deve servire per promuovere la previdenza complementare, che non decolla principalmente per ostacoli informativi. Sarebbe un’iniziativa da gestire insieme alla Covip (autorità di vigilanza sui fondi pensione, ndr).

Come altro definire questo atteggiamento se non "ignavia di Stato"? Chi – come i presidenti Inps e i ministri del Lavoro succedutisi finora (eccezion fatta per il ministro Fornero che si è mossa in controtendenza, ma è stata bloccata dal suo presidente del Consiglio proprio mentre stava per mandare le buste arancioni) – rifiuta di prendersi la responsabilità di informare i lavoratori italiani delle prospettive pensionistiche, per paura di essere loro stessi travolti da una crisi di consenso, non assolvono per ignavia al dovere a cui li chiama il loro ruolo".

Fino a che non verranno date informazioni corrette ai cittadini, questi saranno prigionieri dei deficit cognitivi che hanno consentito a Kahneman (psicologo) di vincere il Nobel per l'economia.

giovedì 16 gennaio 2014

A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti


Me lo ricordo come fosse ieri. Prova di maturità, orale. 11 luglio 1989. Il presidente della commissione, attento e scrupoloso, osserva: "Ho letto che suo padre è nato a Grazzano Badoglio nel Monferrato. Mi parli quindi del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, capo del Governo dal 25 luglio 1943 all’8 giugno del 1944". Vacillo. Tergiverso. Inizio a parlare del Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, di Mussolini portato via in ambulanza. Sulle questioni politiche mi tengo sul vago, per paura di suscitare incomprensioni. Accenno alla Resistenza, poi il Presidente, dice "Molto bene. Adesso, iniziamo con l’esame vero e proprio". Che si concluderà benissimo. Con i complimenti della commissione.
Eh beh, non ho mai studiato in vita mia così tanto come alla maturità. Neanche all’università.

In una recente ricerca su google – che strumento fantastic! - mi sono imbattuto in un saggio dello storico Primo Maioglio, scritto in occasione della commemorazione del Maresciallo Badoglio. In un passaggio significativo si legge: "Concludo questa mia comunicazione ricordando un fatto significativo riguardante Grazzano, paese di Badoglio. Dopo la cattura dei 27 partigiani della banda Lenti  aderente alle formazioni Matteotti - cattura avvenuta nel settembre del ‘44 sull’altura grazzanese della Madonna dei Monti - cinque giovani del paese si presentarono al comando della IX Brigata Matteotti, in Moncalvo, per diventare partigiani. Voglio citare i loro nomi a testimonianza di come essi, compaesani ed estimatori di Badoglio, poterono dignitosamente militare in una formazione collegata ad un partito che si proponeva, a liberazione avvenuta, di operare per la edificazione di uno stato di forma repubblicana: Piero Piccone, Giulio Medesani, Bruno Mosso, Aurelio Redoglia, Sandrino Oliaro. Tre di essi (compreso mio padre, ndr) riposano da anni in quello stesso cimitero che il 2 novembre 1956 ha accolto le spoglie del loro illustre compaesano".

Ecco, mio padre - scomparso il 16 gennaio di 24 anni fa - è stato questo, una persona che nel settembre 1944, a soli 18 anni si arruola nelle Brigate partigiane Matteotti. Sente di dover dare un contributo fattivo per la liberazione dell'Italia.

Mio padre la pensava come Giorgio Bocca, anche lui partigiano, che ad un giovanissimo Walter Tobagi, disse: «La nostra democrazia è gracile, compromissoria, ma non è una democrazia trovatella. E se non è trovatella, se ha il minimo indispensabile di legittimità, lo deve alla Resistenza. La quale dà alla democrazia in cui viviamo quella base democratica, quel suffragio popolare sufficientemente grande per essere considerata legittima».

Caro Papi, ti sia lieve la terra.

lunedì 13 gennaio 2014

Perchè Maroni non dice nulla sul caso truffa di Stamina e Vannoni, sperimentato negli Spedali Civili di Brescia?

Non c’è giorno che Dio manda in terra che il Presidente della Regione Lombardia non accusi l’euro di tutte le malefatte di questo mondo. Nell’intervista data a Repubblica-Milano il 28 dicembre scorso, Maroni ha tuonato così: “L’euro è stata la gabbia che ci ha fatto perdere competitività in un sistema che va profondamente rivisto”.

Premesso che non siamo d’accordo, vorremmo poter ascoltare con la stessa costanza parole contro la truffa di Stamina creata dal prof. Vannoni, demagogo fuori misura, laureato in lettere (come far costruire un ponte a una parrucchiera), che sfrutta la disperazione delle famiglie e di pazienti malati per cui la medicina non ha ancora trovato una cura. L’obiettivo per Vannoni è evidente: vendere a prezzi da capogiro i suoi miscugli, che non hanno nulla di scientifico. Sembrano gli intrugli preparati da Granny della famiglia Addams per zio Fester.

Obbligo dello Stato dovrebbe essere quello di non sprecare soldi pubblici per trattamenti inefficaci e pericolosi. Visto che le Regioni hanno in mano la Sanità e Maroni controlla la sanità lombarda, vorremmo chiedere a lui spiegazioni sul fatto che l’unico ospedale pubblico che ha scelto di applicare il metodo Stamina è una struttura pubblica lombarda, gli Spedali Civili di Brescia.
Dai racconti dei pazienti pubblicati da La Stampa, c'è da preoccuparsi. La vedova Milena Mattavelli ha raccontato di aver sborsato oltre 50mila euro: "Ci hanno messo davanti questo foglio: Prelievo midollo: 2mila€; preparazione cellule: 27mila€; 8mila€ a iniezione, 2.500€ per la crioconservazione".

Negli scorsi giorni, dopo che la rivista Nature ha ribadito la pochezza scientifica del “protocollo Stamina”, abbiamo letto che secondo il Comitato scientifico nominato dal MInistero, la descrizione delle malattie, così come altre parti del protocollo, sono state copiate da due articoli scientifici pubblicati da altri ricercatori, dal sito di un’associazione di pazienti e in quattro casi sono stati sono state prese da Wikipedia.

La verità è che dietro Stamina non c’è alcun “metodo”, nè terapia; non si usano neppure cellule staminali, nè si producono neuroni.
Restano le profonde preoccupazioni sulla sicurezza e l’efficacia della terapia con cellule staminali.  Il rispetto per i malati passa dalla verità. Dalla scienza. Resta la rabbia verso chi si introduce nella disperazione con «metodi» terapeutici non provati.

La magistratura non ne esce bene da tutta questa vicenda. Non è bello vedere alcuni giudici prescrivere d’ufficio un trattamento inutile, se non addirittura pericoloso, autorizzandolo come cura “compassionevole”.  I magistrati dovrebbero perseguire, invece, ciarlatani e truffatori. Ma come nella storia di Pinocchio, vincono il Gatto e la Volpe e Pinocchio viene arrestato.

Prof.ssa Elena Cattaneo
Michele Serra - in modo esilerante - ha scritto: "Dopo Stamina nuove cure salvifiche! Senza alcuna disamina e inutili modifiche agli scienziati (casta!) per promuoverle basta che piacciano alla gente".

Ha perfettamente ragione la prof.ssa Elena Cattaneo: “Anche se ci sono giudici che prescrivono il “trattamento”, si tratta di un inganno ai danni dei malati e un ricatto allo Stato: soldi per somministrare l’inganno vengono sottratti ai trattamenti veri”.

lunedì 23 dicembre 2013

Buon Natale a tutti i miei lettori

Si arriva al giorno di Natale stravolti. A dicembre si lavora tanto e con meno giorni a disposizione. E nello stesso arco temporale bisogna pensare ed acquistare i regali per tutti, moglie, figli, genitori, cugini, nipoti, nonni e nonne, amici e conoscenti vari. Pensare al cenone, al pranzo del Boxing Day, a che non manchi nulla.

Finalmente qualcuno lo dice: il Natale - oltre a essere una festa bellissima - è una fatica improba. Mia moglie Sara, giornalista che si occupa di cinema, mi ha segnalato il film Il Natale di una mamma IMperfetta, dove il regista Ivan Cotroneo fa ballare le mamme col carrello al supermercato - la protagonista Chiara è ormai un personaggio - già preoccupate per lo stravolgimento fisico del Natale.

Il testo - ironico e divertente - è questo:

Sei una mamma che lavora,
la festa ti divora

Fa la cena del Cenone
di Vigilia e di Veglione
Passi i giorni a cucinare
non potrai mai riposare

Chiedi aiuto a tuo marito
non solleva neanche un ditto

Il Natale è ormai vicino
ecco qual è il tuo destino

I regali da comprare
il presepe da allestire
l'alberello da addobbare
la poesia da recitare

Chi è contento del Natale?
O fa finta o è da internare.

Una delle cose più belle del Natale è la convivialità. Non posso che ricordare le parole del priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, il quale ha centrato il punto. Sentiamolo:

"Elemento essenziale è la convivialità attorno alla tavola, luogo straordinario di umanizzazione, di ascolto reciproco, di scambio della parola, luogo dove dire sì alla vita con le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue gioie e le sue speranze.
Convivialità a tavola significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate e di immagini create, racconti che seducono. Lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L' uno parla, l' altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciamo fino a spegnere ogni diffidenza.


E qui occorre l' arte di chi presiede la tavola: l'arte del favorire l' esprimersi di tutti, del disinnescare i rapporti di forza, del contenere con delicatezza i chiacchieroni, dello stimolare i più timidi; l' arte di creare quel clima festoso in cui possono spegnersi i ricordi non buoni, gli antichi contrasti, i rancori taciuti.

La convivialità è terreno fertile per esercitarsi in rapporti affettivi che diano gusto alla vita, che ci rallegrino nella faticosa quotidianità che appesantisce tanti nostri giorni... Questo clima non dovrebbe però limitarsi al pranzo di Natale: nei giorni successivi perché non accettare di non uscire troppo di casa, di dedicarsi nella lentezza dei giorni senza lavoro alle cose più semplici: godersi la casa, spazio che abitiamo e che durante l' anno fatichiamo a tenere in ordine e sentirlo nostro, leggere- quest' arte di viaggiare restando là dove siamo - ascoltare musica, invitare qualcuno per dialogare e porsi insieme domande di senso".

Chiudo con il messaggio di Papa Francesco lasciato al cronista della Stampa settimana scorsa: Non abbiate timore di lasciarvi andare, di abbracciare le persone a cui volete bene, "non abbiate paura della tenerezza".

Buon Natale a tutti i miei lettori.

lunedì 9 dicembre 2013

Auguri, Presidente Ciampi

Stamane nella consueta preghiera laica del mattino - la lettura dei giornali - mi ha fatto estremo piacere leggere Marzio Breda, il quirinalista del Corriere della Sera - che ricorda l'energia morale e fa gli auguri di compleanno a Carlo Azeglio Ciampi.
Oggi Ciampi – Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993, Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro, Presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, nato a Livorno il 9 dicembre 1920 - compie 93 anni. Gli facciamo gli auguri, ricordando alcune sue riflessioni e punti di vista, ritratti da “Da Livorno al Quirinale” (Il Mulino, 2010).

Non c’è dubbio che la vita scorre e ti offre tante occasioni. L’importante è riuscire a coglierle nel modo giusto e al momento giusto. Non mi sono mai lamentato di quello che mi ha offerto la vita. Posso dire che per inclinazione naturale mi sono sempre sentito pronto a cogliere l’occasione che in un certo momento si offriva”.

Sono convinto che nella vita si debba sempre cercare di utilizzare al meglio il tempo...fai le cose che ritieni di dover fare; dovendole fare, cerchi di farle rapidamente...io ho preso da mia madre: “Non rinviare a domani quello che potresti fare oggi, il tempo è breve”.

Io parto da questa idea: non prendere impegni che sono al di là delle tue forze. Ma se li devi prendere, bando ad ogni incertezza o timidezza, rimboccati le maniche e mettiti a lavorare"."La mia filosofia è questa.Quando si profilano impegni difficili, importanti, se puoi farlo, evitali; ma se non puoi evitarli, affrontali con pienezza di energie, con freddezza, con libertà di mente, con onestà di propositi”.


Molte volte mi chiedo se ci sia oggi una generazione di trentenni che abbia la forza di “ricostruire”, la volontà e l’impegno necessari, come li avemmo noi, provati dalla guerra, anzi con la guerra ancora alle porte di casa. Mi dico anche che se questa generazione non c’è, la colpa è nostra, è dei padri; vuol dire che non siamo capaci di passare la mano al futuro. E’ un pensiero che quasi mi ossessiona; ma non perdo la fiducia”.

Servire la Banca d’Italia vuol dire servire, imparare a servire una grande istituzioneQuindi l’istituzione viene prima della persona. Secondo, ti insegna ad avere valori precisi, ti insegna a non accettare compromessi, ti insegna a tenere fermo il punto di fronte a chiunque prema. Ti insegna a non dipendere da nessuno, da nessun potere politico esterno

Studiare come un forsennato vuol dire scavare problemi, capirli, non mandare meccanicamente a mente nozioni. In questo mi aiutò molto la mia familiarità con il metodo della filologia classica...Bisogna rendersi conto delle origini delle cose, approfondire, scavare, per capire il testo base

Nella vita si studia sempre fino all’ultimo giorno. In forme diverse. La curiosità, il desiderio di capitre, di darsi una spiegazione delle cose, non cessano mai. Il mondo non lo si conosce mai abbastanza. A parte le conoscenze tecniche, è la vita stessa, nei suoi valori, nelle sue manifestazioni, nelle nostre reazioni a esse, che si presenta come un apprendistato continuo. Anche a novant’anni compiuti

Nella discussione si affinano le idee, si migliora il contenuto della soluzione che uno può avere in mente già in partenza, ma poi si deve chiudere. La discussione non è mai fine a se stessa e non è mai senza fine, deve finire, ci sono tempi da rispettare. Questo è, per me, il famoso problema del rapporto fra conoscenza e atto volitivo. Ci vuole il massimo della conoscenza. Ma poi c’è l’esigenza di smettere, di mettere la parola fine a un processo conoscitivo, altrimenti senza fine, e di chiudere con la decisione, con la scelta”.

La fiducia e la speranza mi vengono dai giovani, che pure vivono un presente difficile e nutrono d’incertezza il loro futuro...Frequenti sono le occasioni che ho di incontrare ragazzi, studenti, giovanii impegnati nello studio e nel lavoro...mi conforta osservarne la forza,la determinazione a non lasciarsi andare; il loro saper guardare avanti. Con molta lucidità non coltivano illusioni, ma non cadono nel disincanto o peggio nel cinismo. Affrontano la realtà per quello che è e si adoperano a cambiarla. Questo è per me il punto: il ricambio generazionale. Quando questi giovani chiederanno con vigore, perentoriamente, ai loro padri: “E ora, fatevi da parte”. E’ ciò che fece la mia generazione all’indomani della guerra. Tra mille difficoltà, senza molte certezze circa il nostro futuro, salvo una: “Ora tocca a noi”. Ce la facemmo. Ce la faranno”. 

L'anno scorso sul Sole 24 Ore Ciampi ha invitato i lettori a riprendere in mano Leopardi. Lo riporto integralmente: “Sia di auspicio la convinzione del Passeggere leopardiano, “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”. E il futuro è speranza”.

Breda chiude così il suo pezzo: "Ugo La Malfa , commentando le Lettere a Lucilio di Seneca , scrisse una definizione perfetta per Ciampi: "Un vecchio che ama le proprie idee è più utile di un giovane che non ama nulla".

Auguri, Presidente.

lunedì 25 novembre 2013

Largo alle buone notizie. La startup italiana EOS venduta al colosso USA Clovis Oncology per 480 milioni di dollari


Lo spirito positivo di questo blog mi induce a concentrare la vostra attenzione su un'operazione di venture capital di grande successo, realizzata da Principia SGR.

Il venture capital e il private equity sono poco presenti in Italia. La finanza è vista come "brutta e cattiva" e la cultura dominante le vede come il fumo negli occhi. Ma senza il capitale di ventura, non nascono nuove imprese e si riducono le capacità di crescita di un Paese.
Private equity significa investire in società non quotate. In inglese private significa non quotato, il contrario di public che significa quotato in borsa. Se si legge sul Financial Times "Twitter goes public", vuol dire che Twitter si quota in borsa e si trasforma da società private in società quotata sui mercati azionari, sul NYSE in questo caso.

Il rischio di investire in società non quotate o appena nate - cosiddette start-up - è naturalmente maggiore rispetto a investire in società quotate. E' per questa ragione che sono nati degli investitori specializzati, che studiano, analizzano le prospettive di una società - ad alto potenziale - al fine di accompagnarla nella crescita futura.

Amartya Sen
In un formidabile saggio - Money and value: ethics and economic in finance scritto in occasione della prima Baffi's Lecture in Banca d'Italia nel 1991, - il filosofo ed economista indiano Amartya Sen si chiede: "How is it possible that an activity that is so useful has been viewd as morally so dubious?". E Sen conclude: "Finance plays an important part in the prosperity and well-being of nations".
Il Governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco, in un intervento del 9 aprile 2013 scrive, dopo aver citato Sen: "Finance is crucial for sharing and allocating risk, especially for poorer societies and people. It is crucial for transferring resources over time and removing liquidity costraints. It is very important for fostering innovation and promoting economic growth".

EOS - EOS sta per Ethical Oncology Science - nasce nel 2006 con l'obiettivo di scoprire nuovi farmaci antitumorali. EOS si presenta così: "EOS is a biopharmaceutical company committed to the development of novel medicines for the treatment of cancer.
EOS is a team of serial bio-entrepreneurs and experienced biotechnology professionals with decades of experience in translational medicine and success in drug development in oncology, high credibility with the financial community and significant track record in funding and growing biotech companies".


I primi finanziamenti a EOS arrivano dai soci fondatori e dal Venture capital player francese Sofinnova. Nel 2009 arrivano a sostegno capitali italiani. Investe Principia SGR con il fondo Principia I gestito da Pierluigi Paracchi che richiama anche i fondi per l'innovazione del Ministero per lo Sviluppo Economico (Legge n. 388): in totale parliamo di poco meno di 3 milioni di euro che fino a ieri valevano una partecipazione dell'8,7 per cento.

E' notizia di settimana scorsa che EOS è stata ceduta al colosso farmaceutico statunitense Clovis Oncology per circa 480 milioni di dollari. Una somma enorme rispetto al capitale investito dagli investitori di EOS pari a circa 22 milioni di euro.
La forza di EOS sta nel Lucitanib, un famaco antitumorale al seno che ha superato il primo round di test clinici. Per I tecnici "a unique dual selective phase II FGFR/VEGFR Inhibitor".

L'amministratore delegato di Principia, prof. Roberto Mazzei, ha sottolineato l'importanza degli imprenditori seriali come Silvano Spinelli, ad di EOS, che in passato ha guidato alla crescita e portato alla quotazione di Novuspharma (che poi si è fusa con Cell Therapeutics quotata sul Nasdaq): "Per costruire realtà di successo servono imprenditori seriali, ovvero esperienza e specializzazione. Anche da parte di chi investe".
Verissimo. Ma per poter avere imprenditori seriali, bisogna considerare il fallimento una cosa naturale e non la fine del mondo. E' opportuno, come spesso accade, citare Francesco Giavazzi.

L’economista della Bocconi e del MIT Giavazzi nel suo "Il liberismo è di sinistra" (con Alberto Alesina, Il Saggiatore, 2007) spiega la diversità tra Stati Uniti e Europa: "In Italia il numero dei fallimenti di imprese è tra i più bassi dei Paesi Ocse. Fallire in Italia, è un trauma da evitare. La stessa frase "è un fallito" ha una connotazione colpevole e offensiva. Come se il fallimento di un’attività economica rischiosa, che non ha prodotto profitti sufficienti, significa che chi l’ha intrapresa non sia una persona onesta, ma un truffatore. Il termine "fallito", invece di caratterizzare semplicemente il proprietario di un’azienda che non è sopravvissuta alla concorrenza, diventa un macigno che un imprenditore si porta sulle spalle per il resto della vita".

Giavazzi e Alesina raccontano un aneddoto emblematico (p. 78): "La figlia di un nostro collega stava per sposarsi, ma all’ultimo decise di rompere il fidanzamento. All’inevitabile domanda sulle motivazioni di una scelta tanto drastica rispose che, tra l’altro, il fidanzato non "era mai fallito". Il povero ex fidanzato era probabilmente un ragazzo che preferiva un posto fisso e non aveva partecipato all’effervescente nascita di nuove iniziative legate a internet, molte delle quali, appunto, sono fallite. La figlia del nostro collega avrebbe serie difficoltà a trovare un "fallito" da sposare in Italia".

Figuriamoci in Italia dove se fallisci sei marchiato a vita.

Lunga vita ad EOS e complimenti a Principia che ottiene un IRR - Internal Rate of  Return - da sogno.

lunedì 11 novembre 2013

Nel mesto presente, torniamo ai migliori del passato. La storia di Giovanni Enriques, formidabile manager-imprenditore

Il successo di ascolti - qualità così così - della fiction tv su Adriano Olivetti induce a pensare al mesto presente e alla nostalgia per i protagonisti del Novecento.
E' quindi meritevole di segnalazione il volume di Sandro Gerbi - storico di vaglia e mio mentore in Parola di Governatore dedicato al Governatore Baffi - Giovanni Enriques. Dalla Olivetti alla Zanichelli (Hoepli, 2013), dedicato a Giovanni Enriques, manager-imprenditore di grande successo.

Giovanni Enriques (1905-1990) nacque a Bologna in una famiglia borghese, si laureò in ingegneria a Roma. Nel 1930 fu assunto da Camillo e Adriano Olivetti e dopo sei anni ottenne l'incarico di direttore per l'Estero. Durante la Guerra visse a Ivrea, circolando con falsi documenti di "arianizzazione" (era di origine ebraica) e partecipò alla Resistenza come esponente del Partito liberale. Insieme ad altri due dirigenti, salvò l'Olivetti dallo smantellamento, ormai deciso dai tedeschi.
Nominato direttore generale nel dopoguerra, rimase all'Olivetti fino al 1953, quando diede le dimissioni per divergenze manageriali con Adriano. Durante la permanenza di Enriques, la Olivetti divenne la prima fabbrica in Europa nel suo settore, le esportazioni nel 1953 rappresentavano più del 50% del fatturato, i dipendenti passarono da 6.700 del 1947 a ben 11.500.

Così Marco Vitale ricorda Olivetti: “Olivetti Adriano di Camillo. Classifica: Sovversivo”, così sta scritto sulla copertina del dossier che la Pubblica Sicurezza di Aosta apre su Adriano Olivetti nel giugno 1931. Credo che tra le tante definizioni di Adriano Olivetti che mi è capitato di leggere, questa dell’oscuro funzionario della questura di Aosta sia la più centrata. E come può non essere sovversivo un imprenditore che entra nella fabbrica paterna a 23 anni (nel 1924) quando questa produce 4.000 macchine da scrivere all’anno con 400 dipendenti – dunque 10 macchine all’anno per addetto – e che quando muore prematuramente, lascia un gruppo che nel 1958 festeggia il cinquantesimo anniversario con circa 25.000 dipendenti, con cinque stabilimenti in Italia e cinque all’estero, dai quali escono sei macchine al minuto; i cui dipendenti hanno un livello di vita superiore dell’80% a quello dei dipendenti di industrie similari; che si prepara a digerire, sia pure con fatica, l’acquisizione della mitica Underwood americana; che sta già affrontando la nuova sfida dell’elettronica; cha ha saputo imporre al mondo intero uno stile e un design che sono diventati un riferimento per tutti; che ha creato la più ricca e significativa scuola di management della storia italiana?"
Quando si ricordano i successi di Adriano, è opportuno ricordare i suoi primi collaboratori, come Giovanni Enriques.

Uomo di vastissime relazioni, dopo l'Olivetti sarà direttore dell'Ipsoa e consulente dell'Imi nel settore turistico, quando fu un precursore della valorizzazione della Sardegna, in particolare nella baia di Porto Conte (Alghero).

Gli spunti nati dalla lettura sono innumerevoli. Ne cito alcuni.

1. Lo scontro tra il padre di Giovanni, Federigo Enriques (insigne matematico), e Benedetto Croce, il quale accusò il primo di invadenza di campo e incompetenza. Giovanni Enriques spiega bene cosa sottaceva: "Fu un episodio di incontro-scontro di due culture: tra un sistema filosofico che tenda a dare una posizione predominate alla scienza e un altro che assegna a questa un ruolo subordinato quasi assimilando la scienza stessa alla tecnica".
Se a cena un commensale cita Dante e Leopardi, è una persona colta, se cita i capital ratios stabiliti dal Comitato di Basilea presso la Banca dei Regolamenti Internazionali è un tecnico. Credo proprio che il ritardo che l'Italia abbia accumulato negli ultimi 30 anni sia in gran parte dovuto alla mancanza strutturale di cultura scientifica. Sforniamo giuristi e all'Università di Pavia i laureati in matematica si contano sulle dita di una mano.
L'economista Giavazzi ha scritto: "All'università di Bari, su 9 mila iscritti, solo in 50 hanno scelto matematica, 62 chimica e 2 mila giurisprudenza. Al Politecnico di Milano i più si iscrivono al corso di ingegneria gestionale, vogliono tutti diventare manager: progettare il disco di un freno, anche se per le Ferrari, è considerata un'attività passé" .

Giovanni Enriques con il Presidente Gronchi
Giovanni Enriques con l'attività editoriale della Zanichelli si battè intensamente contro l'emarginazione in Italia della cultura scientifica, cui veniva negato ogni valore cognitivo.
Sul sito della Zanichelli si legge: "Zanichelli ha contribuito alla diffusione della conoscenza scientifica pubblicando, fin dal 1864, la traduzione di Sull'origine delle specie per selezione naturale di Charles Darwin, e nel 1921, Sulla teoria speciale e generale della relatività di Albert Einstein. Questo impegno editoriale è continuato fino ad oggi con importanti traduzioni scientifiche di testi fondamentali, di divulgazione e didattici della cultura anglosassone".

2. Il desiderio di Enriques di vivere una vita piena e quindi di svolgere numerose attività extra, che gli hanno consentito poi di essere un ottimo imprenditore.
Enriques nel dopoguerra entrò in contatto con Ernesto Rossi, sottosegretario alla ricostruzione e poi presidente dell'Arar e Mario Pannunzio, fondatore del "Mondo".

Enriques nel periodo gennaio-febbraio del '46 pubblicò tre corrispondenze dalla Gran Bretagna su "Risorgimento liberale", diretto da Pannunzio. Nel primo dei suoi pezzi, Enriques esprime un giudizio che è una sintesi efficace della storia d'Italia: "Penso a quelli laggiù che lottano, a quelli che soffrono, a quelli che cedono, a quelli che non fanno il loro dovere, e ve ne sono in tutti i partiti, e rimango incerto tra due visioni del mio Paese, una rosea e l'altra nera".

Torna in mente il passaggio di Spadolini, in ricordo di Paolo Baffi: "Baffi non era stato scelto a caso dagli autori del complotto del quale egli era rimasto vittima: egli simboleggiava quell'altra Italia che si opponeva in quelle ore drammatiche all'intreccio di trame e cospirazioni contro la Repubblica".
Nel suo ultimo Il gioco grande del potere (Chiarelettere, 2013), Sandra Bonsanti scrive: "Abbiamo avuto Andreotti e Sindona, ma anche Ugo La Malfa e Giorgio Ambrosoli. Abbiamo avuto Carmelo Spagnuolo, Cossiga e Gladio, ma anche Sandro Pertini. Abbiamo avuto Licio Gelli ma anche Occorsio, Tina Anselmi e Norberto Bobbio".

3. La prima esperienza di venture capital in Italia è opera di Enriques che presso l'Istituto Mobiliare italiano (Imi) diventa consigliere delegato dell'Isap, Istituto per lo Sviluppo delle Attività Produttive, dove la direttrice principale era "partecipare a nuove attività produttive in Italia, sempre che si tratti di affair effettivamente esemplari, condotti da uomini capaci su fondati presupposti economici".

Colgo l'occasione per dare un consiglio a mio amico Gerbi e all'editore. Nella prossima edizione sarebbe utile aggiungere qualche dato numerico sulla Zanichelli. Infatti nel volume manca una ricostruzione economico-finanziaria (del numero di volumi editi e pubblicati, per esempio) della Zanichelli, che invece è presente sia per l'Olivetti che per l'Aurora-Zanichelli (AZ). Emergerebbe con nettezza il valore sociale della crescita economica della casa editrice, che grazie alle innovazioni portate avanti da Giovanni Enriques - il centro di calcolo e la logistica, in primis - è diventata la prima casa editrice scolastica italiana.

Chiudo con un bellissimo, tanto vecchio quanto attuale, refrain di Giovanni Enriques: "Sono gli uomini che fanno le cose". E allora ha ragione Giorgio Bocca, che nel necrologio per Enriques scrisse: "Amico premiato dalla vita perchè amava la vita".

Per gli interessati, segnalo che giovedì 14 c.m. alle 18.00 avverrà presso la Libreria Hoepli la presentazione del volume Giovanni Enriques con la presenza, oltre che dell'autore Sandro Gerbi, di Aldo Bassetti e dello storico Giuseppe Berta.

lunedì 4 novembre 2013

Mentre le PMI italiane sono in trincea, una storia positiva di successo e innovazione: Gruppo Rold


Le piccole e medie imprese italiane (PMI) dopo 5 anni di crisi strutturale e congiunturale sono ancora in trincea. L'accesso al credito è sempre più problematico, i consumi domestici sono in calo, i margini sono in riduzione, la competizione sempre efferata via globalizzazione dei mercati.

Che fare? Nelle sue ultime Considerazioni Finali, il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha scritto: "Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. 
Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico".

Tra le imprese che hanno accettato la sfida della concorrenza e dell'innovazione, c'è il Gruppo Rold, fondato cinquant'anni fa da Onofrio Rocchitelli, imprenditore entusiasta della vita e della sua impresa - che ha deciso di allargare il suo mercato di riferimento - componentistica per gli elettrodomestici - investendo nell'innovazione.
Rold ha creato Rold Research, una rete di piccole e medie imprese per fare ricerca Roldresearch è una delle prime nuove avventure di business in Italia in cui una rete di PMI ha deciso di mettere in comune investimento conoscenze tecniche per la ricerca, con la "R" maiuscola, in un settore di solito associato a imprese di grandi dimensioni.

Roldresearch è stata fondata nel 2010 da tre storiche aziende milanesi - oltre a Gruppo Rold ne fanno pate anche Gruppo Componenti e Fluid-o-Tech - insieme alla Fondazione Politecnico di Milano, un'università di fama mondiale per il suo lavoro nel settore dello sviluppo tecnologico e polo di ricerca.

Come sostiene la Banca d'Italia, la capacità di innovare i prodotti e i processi, di esportare sui mercati emergenti, di internazionalizzare l’attività, demarca il confine tra le imprese che continuano a espandere il fatturato e il valore aggiunto e quelle che, invece, faticano a rimanere sul mercato. La crisi ha accentuato questo divario, reso stridente l’inadeguatezza di una parte del nostro sistema produttivo.

Per andare sul concreto, l’obiettivo di Rold Research “fare rete” nei settori dell’Elettrotecnica, Elettronica e dei Nuovi Materiali, con significative estensioni all’efficienza energetica, al Design di prodotto, ai sistemi di comunicazione wireless e di intelligence, fino ad esplorare nuovi ambiti quali Health & Life Science.
La ricerca ha dato i primi frutti: Roldresearch ha recentemente lanciato MOOON, un innovativo sistema integrato che rivoluziona il mondo della distribuzione automatica personalizzando l'erogazione di un particolare prodotto in funzione dello stato fisico ed emotive di una persona (rilevato attraverso semplici dispositive personali come braccialetti, smartwatch...e una mobile app).

Parallelamente Gruppo Rold guida innovazione e ricerche interne che, nel 2012, hanno portato alla nascita di Rold Lighting, una business unit che amplia la capacità d’offerta consentendo all'azienda di presentarsi sul mercato dell’illuminotecnica con una nuova divisione e un nuovo catalogo di lampade a LED. Le nuove lampade sono progettate ed assemblate interamente in Italia in uno stabilimento all’avanguardia appositamente rinnovato ed attrezzato per questo tipo di produzione.

Nella Relazione annuale 2012, la Banca d'Italia per la prima volta dedica un ampio spazio al tema dell'innovazione, che - fattore cruciale per la crescita economica - in Italia è meno intensa che nei principali paesi avanzati. A questo ritardo contribuiscono più fattori:
- la specializzazioni in produzioni tradizionali;
- la piccola dimensione aziendale;
- una gestione largamente fondata su un management di derivazione familiare.

Il Gruppo Rold è un'impresa media - 35 milioni di fatturato - gestita da management familiare, ma ha deciso di investire - durante la crisi, oh yes - nell'innovazione. E' la dimostrazione che l'Italia ce la può fare. Abbiamo solo bisogno di ottimi esempi da imitare, così da non crogiolarci nel pessimismo.