lunedì 29 settembre 2014

Renzi sul lavoro segua Lacan e Saint-Exupéry: "Non esistono soluzioni ma forze in cammino"

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha iniziato una battaglia giusta e sacrosanta per modernizzare il diritto del lavoro in Italia, fermo agli anni Settanta. Il maggiore sindacato italiano, la CGIL, guidato da Susanna Camusso, si oppone strenuamente confermando che la CGIL è una forza regressiva che non sa fare passaggi in avanti, se non riconoscere dopo 15/20 anni di avere sbagliato.

In occasione delle celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia, l'allora Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi scrisse: "In un’economia che ristagna, si rafforzano sempre i meccanismi di difesa e di promozione degli interessi particolaristici. Si formano robuste coalizioni distributive, più dotate di poteri di veto che di capacità realizzativa. Il rafforzamento di tali coalizioni rende a sua volta sempre più difficile realizzare misure innovative a favore della crescita".

A chi si riferiva Draghi se non ai sindacati, ai taxisti, alle categorie che vivono di rendita?

Nessuno, nemmeno Renzi, ha le soluzioni in tasca. Ma dopo decenni di palude, di blocco, di immobilismo, è necessario recuperare il fretta il tempo perduto. E allora invitiamo il #PresdelCons a leggersi Jacques Lacan - meravigliosamente reso intelleggibile dallo psicanalista Massimo Recalcati in L'ora di lezione (Einaudi, 2014). Leggiamolo insieme: "Non esiste un sentiero ben definito in grado di condurre il soggetto al sapere, perchè questo sentiero si crea, si traccia solo camminando. Il sentiero si fa solo nel movimento di chi lo percorre perchè non esiste prima di esso" (p. 42).

E' la stessa visione evocata da Antoine de Saint-Exupéry in Volo di notte. In Vol de nuit sono raccontati gli anni eroici dei primi, pericolosi collegamenti aerei internazionali, i primi voli notturni sulle sconfinate regioni dell’America Latina. Ogni pilota, accettando il suo compito, sa di rischiare la vita.

In un passaggio chiave del libro – quando il pilota Fabien rischia l’osso del collo nel mezzo di un uragano che spinge fuori rotta l’aereo – il collaboratore di Riviére, responsabile dell’intera rete aerea, si sente rispondere: “Vede Robineau, nella vita non ci sono soluzioni. Ci sono forze in cammino: bisogna crearle, e le soluzioni vengono dopo”.

Bene, Renzi vada avanti con le sue proposte a favore del cambiamento. Basta conservatorismi (Napolitano, cit.). Elimini questo simbolo ideologico dell'Art. 18 (che peraltro riguarda una minoranza di persone). Le soluzioni vengono dopo aver avviato le forze in cammino.

lunedì 22 settembre 2014

La crisi della scuola italiana. Che fare? Precari ope-legis no grazie!

La scuola italiana perde colpi da tempo. Nelle analisi  internazionali - dal PISA (Programme for International Student Assessment) all'OCSE - si evidenzia la buona performance della scuola d'infanzia e primaria (fiore all'occhiello) per poi vedere una costante discesa a partire della scuola secondaria.
L'ultimo rapporto Ocse - Education at a glance 2014 - mette in luce che:
1) I numeri dei NEET, giovani che non studiano nè lavorano - sono ancora aumentati, così come sono saliti gli abbandoni scolastici, mentre le immatricolazioni scolastiche sono ulteriormente diminuite. Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, scrive che "queste tendenze testimoniano la mancanza di fiducia nel valore dell'istruzione. Occorre dissuadere in ogni modo i giovani che studiare "tanto non serve".
2) La qualità dell'istruzione di base in Italia è notevolmente migliorata nell'ultimo decennio ma il livello di competenze degli italiani rimane modesto nel confront internazionale. "Avanziamo ma gli altri vanno più veloci".
3) Tra il 2000 e il 2011 la spesa pubblica per l'istruzione si è fortemente contratta in Italia. Per la prima volta la spesa annua per studente della scuola d'infnazia e di quella primaria è scesa al di sotto della media europea. Conta certo come si spende ma restringere le risorse complessive non è un buon segno.

Nelle scuola il diritto degli studenti a ricevere una buona istruzione deve contare di più. La scuola è sempre stata incentrata sui diritti dei docenti (l'80% della spesa è assorbita dagli insegnanti, i quali, con la bassa natalità , stanno diventando troppi in relazione agli alunni) quando il focus dovrebbe essere lo studente, la sua capacità cognitiva, di apprendere, le sue competenze di literacy, nella comprensione dei testi e nella logica.
Nella scuola italiana sono i docenti - che si oppongono a qualsiasi valutazione - ad essere dominanti, che fanno il bello (quando si è fortunati) e il cattivo tempo. Nella scuola pubblica si trovano docenti eccellenti e docenti improbabili. E tutti guadagnano la stessa somma! Se il reddito è diverso, è solo per ragioni anagrafiche poichè l'unico parametro per vedere uno stipendio più alto è l'anzianità.

Concordo con la lettrice Gloria Roti che sul Corriere della Sera del 11 settembre scrive: "Tutti i giorni si legge che gli insegnanti percepiscono uno stipendio basso in rapporto al ruolo che svolgono. Non viene detto, però, che le ore di insegnamento sono 18 settimanali più qualche ora per le riunioni scolastiche. E' pur vero che hanno compiti da correggere (solo le insegnanti di italiano e matematica, aggiungo: docente di educazione fisica corregge i compiti?, ndr) e i programmi da preparare (non tutti lo fanno), ma queste attività vengono svolte nelle abitazioni con la possibilità comunque, di accudire I figli e dare un'occhiata alla "pentola che bolle sul fuoco". Poi le vacanze natalizie, pasquali e altro. Ci sono persone, laureate, che escono di casa alle 8 del mattino e rientrano la sera tardi con uno stipendio anche inferiore a quello degli insegnanti. Basta lamentarsi: sono privilegiati rispetto ad altri lavoratori".
Un alto dirigente di Intesa Sanpaolo mi ha confermato di recente che il salario d'ingresso di un laureato in economia è di 1.200 euro al mese. E da giugno a settembre tarella di brutto.

Tutti coloro che si occupano di scuola, dovrebbero leggere il rapporto della Fondazione Agnelli - che dice: "Senza valutazione, oggi è impossibile fare diagnosi precise dei punti di forza e di debolezza del sistema scolastico delle singole scuole. Senza valutazione si corre il rischio di un ulteriore crollo di fiducia nella scuola pubblica, con le famiglie più avvertite che la abbandonano".

Se pensiamo al boicottaggio di molti docenti delle prove INVALSI, necessarie e certamente da migliorare, ma non certo da ostacolare, non è un bel quadro.

Non è certo confortante leggere che il Governo intende assumere ope legis 150mila precari- che quindi non hanno mai superato il concorso - senza alcuna condizione. Come scrive Michele Pellizzari sulla Voce.info  "l’assunzione  dei 150mila precari pone una questione enorme di qualità degli insegnanti.  Purtroppo, gli errori del passato hanno creato una situazione nella quale il diritto di molti a essere assunti in modo stabile nella scuola presumibilmente contrasta col diritto degli studenti ad avere docenti capaci. Non è colpa dei precari, ovviamente.
Tuttavia, guardando i numeri e la composizione delle graduatorie non si può non sospettare che alcuni degli iscritti non siano esattamente gli insegnanti più preparati. Per esempio, i 916 iscritti nelle graduatorie per la classe di concorso steno-dattilografia, oltre a essere abilitati per una materia ormai non più nei programmi, avranno probabilmente vinto il concorso diversi anni fa, magari qualche decennio fa. Nel frattempo cosa hanno fatto? Ammesso che al momento dell’iscrizione in graduatoria fossero ottimi insegnanti, oggi lo sono ancora? Mi si perdoni la franchezza, ma sarei sinceramente preoccupato se i miei figli dovessero averli come insegnanti (di che materia non si sa) nell’anno scolastico 2015-2016".

lunedì 15 settembre 2014

Ma quale tirannia dello spread! La sovranità si perde quando si fanno debiti

Sabato il premier Matteo Renzi, in visita allo stabilimento Ilva di Taranto, è intervenuto sostenendo che "l'Unione Europea è senza futuro se è solo spread".
Abbiamo ribadito più volte in queste pagine digitali che lo spread è un nostro alleato. E' l'unico strumento che consente di legare le mani ai politici, i quali (spesso nel mondo, ma soprattutto in Italia) pensano al consenso e non al futuro dei giovani, sulle spalle dei quali sta il risanamento futuro.

Anche nel corso dell'estate si sono levate voci sulla tirannia dello spread, sulla perdita di sovranità del nostro Paese. Sono panzane. Belle e buone.
La sovranità, senza alcun dubbio, spetta al popolo, il quale elegge i propri rappresentanti che lo governano.
Purtroppo, quando la politica abdica al proprio dovere e cessa di governare nel rispetto degli impegni presi, i mercati reclamano una logica, una direzione, una controparte credibile.

Quando i mercati non trovano un interlocutore credibile, inaspriscono le condizioni economico-finanziarie vendendo i titoli - e innalzando quindi lo spread - dei Paesi inadempienti.
Più che dittatura dello spread, questa è abdicazione della politica. Il fatto che i mercati chiedano risposte precise a domande ovvie, non ci autorizza a parlare di tirannia dei mercati o di dittatura dello spread.
Come ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera, È esattamente questo il perimetro della nostra sovranità. Essa infatti ci conserva la libertà di decidere su tasse, spese, pensioni, mercato del lavoro. Ma è limitata da due colonne d’Ercole oltre le quali non possiamo più andare: da un lato ci sono i Trattati, da noi liberamente firmati, che ci dicono di quanto possiamo indebitarci ogni anno; dall’altro ci sono i mercati, che ci dicono quanto costa indebitarci ogni anno.
Dunque la nostra sovranità non è limitata da Bruxelles, ma dal nostro debito. Anzi, per essere più precisi, dal credito che ci danno i risparmiatori di tutto il mondo e chi ne gestisce i capitali. Siccome il nostro debito è immane, la nostra sovranità è già molto limitata. Ogni volta che ci servono soldi, ne perdiamo un pezzo. Meno ne chiediamo e più liberi siamo. Ma se non ricominciamo a produrre ricchezza, ne dovremo chiedere sempre di più".
E' troppo facile accusare di tirannia i mercati quando non si vogliono rispettare le regole e affrontare i cambiamenti più complessi, ossia fare le riforme strutturali del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione. della giustizia.
Troppo facile accusare gli investitori internazionali di dittatura dello spread quando la politica non è in grado di assumersi le proprie responsabilità e affrontare le riforme indispensabili per dare competitività e crescita al paese.
 

martedì 9 settembre 2014

Il bel volto dell'Italia di Gregorio Paltrinieri: l'importanza della "positive attitude". Vogliamo paragonarlo a Balotelli?

Mi è piaciuto moltissimo vedere quest'estate in tv i nuotatori azzurri agli Europei di Berlino. A parte la Divina Federica Pellegrini, che tempo fa paragonai a Hello Kitty, che non sorride mai, colgo l'occasione per segnalare le belle parole di Gregorio Paltrinieri - oro negli 800 e 1500 stile libero -, che da Carpi, a 16 anni, si è trasferito a Ostia - 428 km di solitudine scrive Alessandra Retico su Repubblica -, mollando mamma e le sue lasagne: "E' stata dura, ma io voglio viaggiare, conoscere, cavarmela da solo, imparare. Nuoto per questo, non per essere una star".

Paltrinieri è l'essenza della "positive attitude", della predisposizione positiva a godere della vita, nella fatica e nel piacere che ne consegue.

Vogliamo paragonarlo a Mario Balotelli, numero 1 dell'indolenza, sempre imbronciato e insoddisfatto? L'unico calciatore che quando arriva fa scontenti tutti e quando se ne va, si festeggia.
Per inciso, complimenti al procuratore Mino Raiola, unico nel suo genere, che è riuscito a far aumentare lo stipendio a Balotelli dopo la disastrosa avventura ai mondiali brasiliani.

Voglio consigliarvi la lettura di Jeffrey Gitomer, maestro assoluto dell'atteggiamento positivo, tipico degli Stati Uniti. Nelle sue mail settimanali dà sempre suggerimenti operativi che si sostanziano nel non demordere mai, nel fare il proprio lavoro con il giusto atteggiamento.

Lascio la parola a Gitomer, un formidabile motivatore:
"Attitude has power. Personal power. And the best part is: YOU CONTROL IT. You determine the way you think about, develop, and deliver your attitude.

In my Little Gold Book of YES! Attitude I explain the simple difference between "positive" and "YES!" When something great happens to you, you don't scream "POSITIVE!" When something great happens to you, you scream, "YES!"
 One of the definitions of a positive attitude is: The way you dedicate yourself to the way you think. And you are in complete control of it.

Thinking positive is a self-discipline. A daily self-discipline. You control it. You make it happen. Or not. Taking positive actions is dependent on positive thought. If you don't THINK positive, you will not BE positive, and you will not DO positive"

Chiudo con qualche tweet esemplificativo di Gitomer. Seguitelo su twitter, ne vale la pena.



mercoledì 3 settembre 2014

La Grecia sta risalendo la china e fa meglio di noi


Quest'estate sono stato in Grecia, a Creta per due settimane. Splendide. Bel tempo e sole a palla tutti i giorni, mare meraviglioso, spiagge pulite e non affollate, ottimo cibo, frutta a volontà (fichi e uva favolose), taverne sempre pittoresche e pronte a cucinare pesce fresco sulla piastra.

Il giorno di Ferragosto - festa nazionale anche in Grecia - mi fermo a far benzina e trovo il benzinaio greco pronto a farmi il pieno. Gli chiedo come mai sta lavorando il 15 agosto. E lui mi risponde sorridendo: "Do you know Troika?".
Con il termine troika (dal russo тройка, trojka, terzina) ci si riferisce all'organismo di controllo informale costituito da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.
A seguito della crisi economica del 2008-2014, la troika si è occupata dei piani di salvataggio dei paesi all'interno della zona euro il cui debito pubblico è in crisi, per scongiurare il rischio di insolvenza sovrana, fornendo assistenza finanziaria in cambio dell'istituzione di politiche di austerità.
In particolare la Troika ha negoziato con la Grecia un percorso di riduzione della spesa pubblica corrente, che l'Italia dovrebbe prendere a modello.

Negli ultimi quattro anni la Grecia ha ridotto la spesa pubblica primaria – ossia al netto degli interessi sul debito – di circa il 33%, e per complessivi 29 miliardi di euro. Nello stesso periodo la spesa primaria - al netto degli interessi sul debito, quindi - in Italia è salita di 12,5 miliardi arrivando a 664 miliardi di euro annui.

Così si è espresso Kyriakos Mitsotakis, il ministro greco per la Riforma della pubblica amministrazione: “Meritocrazia è la nostra parola d’ordine per una pubblica amministrazione in passato vittima di clientelismo, di eccessi burocratici-legislativi in una giungla di 4000 norme che strangolano lo spirito imprenditoriale e soprattutto i giovani”. Magari un giorno anche in Italia avremo Ministri che non solo parlano, ma agiscono bene.
A Creta ogni volta che chiedevo nelle taverne o nei bed & breakfast come andavano le cose, mi rispondevano "very, very good". E ne ho avuto conferma leggendo i quotidiani internazionali. La pagina sulla Grecia dell'International New York Times - Kathimerini - del 14 agosto titolava "Recession appears to be abating", e sotto altre notizie positive come "Greece rising as luxury destination" o l'intervista al capo di HSBC Greece che dice: "HSBC poised for fully active role in the country's recovery".
 
Quest'anno ho trovato i greci più gentili che nel passato, più organizzati. L'enforcement della crisi ha sortito i suoi effetti. I greci ce la stanno mettendo tutta. E risalgono la china, facendo leva sul turismo.
 
Io credo che in Italia ci sia bisogno di gesti simbolici, eclatanti, che facciano capire agli italiani tutti che la pacchia è finita, che dobbiamo rimboccarci le maniche, TUTTI. Non è più sostenibile leggere notizie come quella che il sindaco di Locri in Calabria - Giovanni Calabrese per la cronaca - sia stato costretto a scrivere a Dio per liberarsi dall'assenteismo dei dipendenti comunali (presenti 20-25 su 125 effettivi).
 
Come la Grecia è riuscita a ridurre pesantemente i dipendenti della televisione pubblica Ert, così la Rai dovrebbe fare altrettanto. Una analisi recente di Riccardo Gallo sull'Espresso evidenzia come il costo del lavoro medio di un dipendente Rai è di 93mila euro, quasi il doppio di quello delle medie e grandi società italiane. Siccome il servizio pubblico nel 2013 è costato 346 milioni più degli introiti da abbonamento (1.737 milioni), ne deriva che il numero dei dipendenti in esubero per riquilibrare il servizio pubblico è di 3.733 dipendenti. Chiosa Gallo: "Ecco, in Rai uno su tre è obiettivamente di troppo".
Prendiamo esempio dalla Grecia, facciamo qualcosa che rimanga impresso nella mente degli italiani, che non hanno ancora capito di essere come la rana a fuoco lento in una pentola. 

giovedì 31 luglio 2014

L'Italia è in crisi perchè leggiamo poco. Questa estate leggete insieme ai vostri figli!

Illustrazione di Guido Scarabottolo
L'Italia fa fatica a cambiare, il cambiamento è visto come negativo, l'immobilismo è la regola. Per cambiare è necessario sapere dove ci si trova e dove si vuole andare. E per saperlo, bisogna leggere, studiare, approfondire. Senza tregua.

Purtroppo gli italiani non leggono. Il linguista Tullio De Mauro recentemente ha scritto: "Negli ultimi decenni la vita sociale ci ha spinto ad acquistare l'uso parlato della lingua, ma non a leggere. La scuola di base ha svolto e continua a svolgere un grande lavoro, ma non così la scuola media superiore. Questa e poi l'università hanno ignorato e ignorano la pratica estesa della lettura e della scrittura come parti integranti e abituali dello studio. In queste condizioni è inevitabile che l'italiano parlato sia per molti un italiano orecchiato, ma non ben posseduto. Tale resterà finchè la scuola media superiore e l'università non cambieranno registro e finchè i libri non entreranno nella nostra vita quotidiana".

Sono andato a ripescare un intervento del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi - a cui facciamo i nostri auguri di pronta guarigione - nel corso della visita ufficiale in Cina nel dicembre 2004: "Se si investe nella cultura, il seme, una volta attecchito, è più sicuro, dà frutti per un periodo più lungo, crea comprensione reciproca, legami profondi e duraturi".

Quest'estate leggete con i vostri figli, educateli al valore della lettura: "I libri che si leggono da bambini non si dimenticano mai. Lasciano in noi molto più dei grandi libri che leggeremo più tardi" (Paul Léautaud, Il piccolo amico, 1903).
Augurando ai miei lettori buone vacanze, segnalo quali libri sto leggendo quest'estate e quali leggerò:
- Carlo M. Cipolla, I pidocchi del Granduca; Istruzione e sviluppo, il Mulino, 1979;
- Giorgio La Malfa, Enrico Cuccia e il peccato di Mediobanca, Feltrinelli, 2014;
- Enrico Cuccia (a cura di S. Gerbi e G. Piluso), Promemoria di un banchiere d'affari, Aragno Editore, 2013;
- Antoine Compagnon, Un'estate con Montaigne, Adelphi, 2014;
- Claudio Cerasa, Le catene della sinistra, Rizzoli, 2014;
- Federico Chabod, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi, 1961;
- Silvio Lanaro, Storia dell'Italia repubblicana, Marsilio, 1992;
- Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799,
- Emanuele Carrére, L'avversario; La settimana bianca, Adelphi, 2014;
- Mario Fossati, Coppi, il Saggiatore, 2014;
- Cass Sunstein, Semplice. L'arte del governo nel terzo millennio, Feltrinelli, 2014;
- Francesco Piccolo, Volevo essere come tutti, Feltrinelli, 2013;
- Arturo Carlo Jemolo (a cura di Bruno Quaranta), Il malpensante, Aragno, 2011;
- Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, 1964;
- Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti, 1986;
- Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli, 2014;
- Luigi Zingales, Europa o no, Rizzoli, 2014;
- Federico Carli (a cura di), La figura e l'opera di Guido Carli, Bollati Boringhieri, 2014.

Arrivederci a settembre!

lunedì 28 luglio 2014

La forza della memoria: 29 luglio 1983, un'autobomba mafiosa ammazza il giudice Rocco Chinnici

Se in passato c'era molto pudore da parte dei parenti delle vittime di mafia e di terrorismo, è un fatto molto positivo che molti figli siano usciti dall'ombra e che stiano facendo conoscere la storia di personaggi che hanno lottato fermamente affinchè la legalità vincesse.

Dopo i pregevoli Spingendo la notte più in là (Mondadori, 2007) di Mario Calabresi, Qualunque cosa succeda (Sironi, 2009) di Umberto Ambrosoli, Come mi batte forte il cuore (Einaudi, 2009) di Benedetta Tobagi, anche Caterina Chinnici - figlia del magistrato capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo Rocco Chinnici - ha meritoriamente portato alla conoscenza del pubblico la storia di suo padre nel volume E' così lieve il tuo bacio sulla fronte (Mondadori, 2013).

Rocco Chinnici è stato l'inventore del pool antimafia, la struttura organizzativa che ha consentito un cambio di passo nelle indagini sulla mafia e soprattutto di un metodo investigativo innovativo che ha consentito di scoprire i legami della mafia con il mondo politico.
Chinnici scelse a uno a uno i componenti del pool: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello. Allora ogni magistrato seguiva i suoi processi e basta. Chinnici aveva intuit che non si poteva combattere la mafia un reato per volta, che la parcelliazazione delle conoscenze non era fruttuosa, nè efficiente. L'Ufficio Istruzione di Palermo divenne un modello di efficienza e l'avamposto della criminalità organizzata.

Paolo Borsellino
E' opportuno ricordare la pessima campagna di stampa che il Corriere della Sera decise di compiere contro i magistrati siciliani impegnati nella lotta alla mafia. Leonardo Sciascia in prima pagina firmò un editoriale (10 gennaio 1987) dal titolo I professionisti dell'antimafia. Tutto nacque dalla promozione di merito quale Procuratore della Repubblica di Marsala – caso raro al Consiglio Superiore della Magistratura, che fonda le sue valutazioni sull’anzianità – di Paolo Borsellino.
Lo scrittore siciliano si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".
Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia". Bella carriera, dico io, hanno fatto Chinnici, Falcone e Borsellino!

Caterina Chinnici
Un altro punto interessante che Caterina Chinnici sottolinea nel suo libro è la consapevolezza del padre nella necessità di coinvolgere gli studenti: "Divulgando la sua attività intendeva sensibilizzare la cittadinanza, spiegare cos'è la mafia, raccontare i pericoli connessi all'uso della droga...e bisognava combatterla a livello sociale, portando in Sicilia lavoro e cultura. Diceva spesso che la cultura è libertà. L'illegalità trova terreno fertile dove prosperano l'ignoranza e la povertà, dove i giovani non vedono vie d'uscita: papà credeva nei ragazzi, diceva che, se li si mette in condizione di studiare, basta la forza della loro intelligenza a farne cittadini consapevoli, in grado di esercitare i propri diritti e di fare le proprie scelte".

Chinnici andava nelle scuole e parlava ai ragazzi dicendo loro che non bisogna avere paura della mafia, ma si deve conoscerla e combatterla insieme. "Lo faceva con il suo vocione e il suo sorriso, per far vedere che era il momento di smettere di avere paura: e se non ne aveva lui, che paura potevano provare gli altri?".
E' la stessa strategia divulgativa e di consapevolezza che seguì il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere ammazzato (3 settembre 1982) disse: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Invece di sparare a Chinnici, come in precedenza era stato fatto per Gaetano Costa, Cesare Terranova e Boris Giuliano, la mafia allestì la morte di Rocco Chinnici come se fosse uno spettacolo, per impressionare l'opinione pubblica e far arrivare il messaggio della sua potenza di fuoco.
Una volta che Chinnici si apprestava ad entrare nell'auto blindata, un'autobomba carica di tritolo scavò un cratere in mezzo alla strada: finestre rotte nel giro di 400 metri, alberi divelti, corpi sfigurati e mutilati. Uno scenario di Guerra. L'Ora di Palermo titolò Palermo come Beirut. Persero la vita, oltre a Chinnici, il portinaio dello stabile Stefano Li Sacchi e due uomini della scorta Salvatore Bartolotti e Mario Trapassi, che lasciarono orfani i loro bambini di tenera età.

Come dico spesso ai miei studenti, studiate, impegnatevi seriamente affinchè il futuro, con la memoria dei migliori dentro di noi, sia luminoso.

lunedì 21 luglio 2014

Paolo Borsellino: "Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"

 
In modo paradossale e ironico, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, nel suo esilerante e toccante film La Mafia uccide solo d'estate, a un certo punto, mette in scena questo dialogo tra il piccolo Arturo - che sta andando a dormire - e il padre:

« - Ma la mafia ucciderà anche noi?
- Tranquillo. Ora siamo d'inverno. La mafia uccide solo d'estate ».
 
Purtroppo l'estate del 1992 è stata devastante. Dopo l'assassinio di Giovanni Falcone il 23 maggio 1992, il 19 luglio la mafia, non paga, fa saltare in aria Paolo Borsellino con tutti gli uomini della scorta.

Il 19 luglio del 1992 una autobomba in Via D’Amelio a Palermo annientò Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Borsellino tutte le domeniche andava a trovare - in Via D'Amelio - la madre. Cosa Nostra mise sotto controllo il telefono di casa Borsellino così da sapere con certezza quando il magistrato si sarebbe recato in Via D'Amelio.

Sul sedile posteriore della macchina di Borsellino è stata trovata intatta la sua borsa di pelle. Dentro però non si è trovata l'agenda rossa, da cui non si separava mai.

Io mi ricordo ancora i funerali di Paolo Borsellino. Non fu un funerale, ma una rivolta. Migliaia di carabinieri cercarono di tenere lontano la gente dalla chiesa. Ma non ce la fecero. La rabbia della gente era così forte che si passò agli spintoni, agli insulti verso la classe politica romana che scende a Palermo solo per i funerali.

Borsellino – dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone (vedi post Omaggio a Falcone) il 23 maggio 1992 – fino alla fine restò coerente con il suo motto: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

In tempi come gli attuali in cui per essere considerati colpevoli, la politica ci propina in continuazione la necessità della condanna definitiva, ricordiamo il pensiero di Borsellino:

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.


Via D'Amelio dopo l'esplosione
Protagonista del Pool di Palermo negli Anni ’80 – costituito dal giudice Chinnici insieme a Falcone, Di Lello, Borsellino, Guarnotta - Paolo Borsellino costituì il cuore pulsante della Procura di Palermo: insieme a Giovanni Falcone scrisse dentro le strutture del carcere dell’Asinara – per evitare attentati – la requisitoria al maxi-processo. Il processo si concluse con l'accoglimento delle tesi investigative del pool e l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena.

In virtù di una promozione di merito quale Procuratore della Repubblica di Marsala – caso raro al Consiglio Superiore della Magistratura, che fonda le sue valutazioni sull’anzianità – Paolo Borsellino fu attaccato dalle colonne del Corriere della Sera da Leonardo Sciascia.

Lo scrittore siciliano si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".

Borsellino fu definito "professionista dell'antimafia". Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia". Bella carriera, dico io, ha fatto il povero Borsellino!

All’inizio di luglio 1992, in un’intervista a Lamberto Sposini, Borsellino disse: “Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà (poliziotto eccezionale ammazzato dalla mafia nel 1985, ndr) - allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

Caro Paolo Borsellino, ti sia lieve la terra.

martedì 15 luglio 2014

L'Authority per l'energia, il gas e l'acqua è un centro di competenza. Il populismo fa perdere di vista la qualità del servizio

In Italia abbiamo dei centri di competenza di altissima qualità. Uno di questi è certamente la Banca d'Italia, definita dallo storico Alfredo Gigliobianco una "cittadella della competenza" (Via Nazionale. Banca d'Italia e classe dirigente. Cento anni di storia, 2006, cit.).

Un altro centro di qualità e di merito è l'Authority per l'energia, il gas e il sistema idrico, che ha sede a Milano.

L'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico è un organismo indipendente, istituito con la legge  14 novembre 1995, n. 481 con il compito di tutelare gli interessi dei consumatori e di promuovere la concorrenza, l'efficienza e la diffusione di servizi con adeguati livelli di qualità, attraverso l'attività di regolazione e di controllo. L'Autorità svolge inoltre una funzione consultiva nei confronti di Parlamento e Governo ai quali può formulare segnalazioni e proposte; presenta annualmente una Relazione Annuale sullo stato dei servizi e sull'attività svolta.
Con il decreto n.201/11, convertito nella legge n. 214/11, all'Autorità sono state attribuite competenze anche in materia di servizi idrici.

Nell'ambito del processo riduzione della spesa pubblica, alias spending review, il decreto per la semplificazione dalla Pubblica Amministrazione prevede all'art. 22 che entro la fine di giugno 2015 l'accorpamento in un'unica sede delle Autorità di trasporti, energia, comunicazioni, vigilanza sui fondi pensione e garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali.

L'obiettivo della razionalizzazione delle autorità indipendenti ha assolutamente senso, ma c'è un però. L'Autorità per l'energia è composta da giovani (età media 40 anni), la grande maggioranza dei quali (80% laureati, contro il 30,2% di laureati nella PA) provenienti da Politecnico, Bocconi e Cattolica, preparati, più di uno su tre ha nel curriculum master o dottorati.
Il rischio è che il trasferimento coatto a Roma porti all'abbandono del personale più qualificato, al quale peraltro - limitatamente al personale dirigente a tempo indeterminato - il decreto vuole applicare delle clausole di incompatibilità per cui non sarà più possibile lavorare nelle società vigilate del settore per i quattro anni successivi alle dimissioni. Il che significa togliere attrattività a lavorare nell'Authorità visto che il merito e la carriera sono di fatto "controproducenti".

Nel suo intervento alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, il presidente dell'Autorità per l'energia Guido Bortoni ha fatto presente che "ci sono disposizioni che minano l'indipendenza e la competenza tecnica dell'Autorità con pesanti ricadute per i consumatori, famiglie e imprese".

Il governo guidato da Mario Monti considerò l'Autorità per l'energia meritevole di essere valorizzata, infatti dopo il referendum sull'acqua - che abrogò alcune norme portando in auge la legislazione europea, mantenendo di fatto lo status quo nei servizi idrici - gli conferì i poteri di regolazione del sistema idrico.

Sul tema acqua, gli uffici dell'Autorità di regolazione indipendente hanno provveduto con saggezza a rivedere il meccanismo di calcolo tariffario. In passato le tariffe dell'acqua - le più basse d'Europa - erano legate agli impegni (tipicamente disattese) di investimento sulla rete idrica. Da due anni le tariffe dipendono esclusivamente dall'ammortamento degli impianti in esercizio.
Questo è un esempio della validità del discorso di Bortoni, perchè i consumatori sono tutelati dall'efficacia dei meccanismi tariffari, su cui in passato non veniva effettuata alcuna verifica sugli investimenti promessi.

Si fa così fatica a creare un metodo, uno stile di lavoro, un'istituzione di qualità con al centro persone di valore, che dispiace vedere la spending review intervenire con il taglione e il piede di porco, perché poi il rischio è depauperare i centri di eccellenza, dove conta il merito. 

Si sta creando un clima politico-sociale dove sembra conti solo il risparmio dei costi, come se la qualità del servizio non fosse più rilevante. L'importante è il cost saving, il resto #chissenefrega. Ma così non va bene. La qualità è importante. Il populismo porta alla povertà, come ci insegna il caso di Peron in Argentina.

Cari Renzi e Cottarelli, ripensateci!

venerdì 4 luglio 2014

Omaggio a Giorgio Ambrosoli, simbolo dell'altra Italia

35 anni fa, nella notte tra l'11 e il 12 luglio 1979 il killer William J. Arico assassinava con tre colpi di pistola l'Avv. Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.

Michele Sindona - finanziere siciliano vicino a Cosa Nostra, vedi post a lui dedicato - nel marzo 1986 verrà condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano quale mandante dell' omicidio dell' avvocato Ambrosoli.

In un Paese dove spesso "Trionfano il sotterfugio, la furbizia, la forza, la disonestà sotto l'apparenza delle leggi uguali per tutti, coloro che si attengono alle leggi formali sono scavalcati ogni giorno da chi non le osserva" (Gherardo Colombo, Sulle Regole, Feltrinelli, 2008).

E' per questo motivo che oggi ricordiamo Giorgio Ambrosoli, professionista integerrimo di grande levatura.
Quando penso ad Ambrosoli, mi tornano in mente le parole di Giovanni Spadolini, che alla Bocconi, spiegò la lotta tra due forze, dell'ombra e della luce, definendo quest'ultima "l'altra Italia": "Baffi non era stato scelto a caso dagli autori del complotto del quale egli era rimasto vittima: egli simboleggiava quell'altra Italia che si opponeva in quelle ore drammatiche all'intreccio di trame e cospirazioni contro la Repubblica". Le considerazioni del primo presidente del Consiglio non democristiano ricomprendono senza dubbio anche Giorgio Ambrosoli, tenace e libero servitore dello Stato.

A Paolo Baffi - Governatore della Banca d’Italia e vero riformatore del sistema bancario italiano negli anni ’70, unico rappresentante delle istituzioni ai funerali di Giorgio Ambrosoli – toccò una sorte simile. Baffi e Sarcinelli - che respingono improbabili piani di salvataggio (delle banche di Sindona) presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti - pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale.


A Umberto Ambrosoli - autore dell'emozionante Qualunque cosa succeda (Sironi, 2009) - e alla Signora Annalori va incondizionato il nostro caloroso messaggio: la memoria di Giorgio Ambrosoli è intatta.

A lezione i miei studenti sanno a chi rivolgersi nel cielo degli onesti. Come dice Corrado Stajano – autore dell’imprescindibile Eroe borghese (Einaudi, 1991): “Giorgio Ambrosoli non è stato dimenticato. Trentadue anni dopo il suo assassinio nel centro di Milano, le ragioni della memoria di quel che accadde — un uomo che si fa uccidere nel nome dell’onestà — sono rimaste intatte. Il suo nome è diventato infatti un modello morale e civile”.

Sandro Gerbi - nel suo Giorgio Ambrosoli. Nel nome di un'Italia pulita (a cura di, Aragno, 2010) - scrive: "Nemmeno oggi i "Sindona sono delle eccezioni, e per questo la testimonianza e il rigore dell'avvocato vanno rimeditati. La battaglia non è stata vinta, anzi: c'è un'Italia che forse non la vuole vincere e gira colpevolmente la testa da un'altra parte. Non per nulla una quindicina di anni fa Alessandro Galante Garrone parlava del perdurare di una "stagnante inerzia" e di una "questione morale" irrisolta".

Qualche mese fa il Comune di Milano ha posto una targa in via Morozzo della Rocca, dove è stato ucciso Ambrosoli. Le parole scelte sono quelle di Carlo Azeglio Ciampi: "Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all'incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all'estremo sacrificio".

Caro Giorgio Ambrosoli, ti sia lieve la terra.

lunedì 30 giugno 2014

La maestria di Mario #Draghi, che surclassa Jean-Claude Trichet 4 a 0


Nel luglio 2012 Mario Draghi salvò l'euro e l'Unione Europea dichiarando che avrebbe fatto tutto il possibile come banchiere centrale per rinsaldare la fiducia nell'euro. E ci riuscì. Basto l'annuncio "whatever it takes".
Il 5 giugno 2014 Draghi si è ripetuto. Nell'assenza di politica fiscale comune, tocca alla politica monetaria prendere provvedimenti per combattere la deflazione europea.
Draghi in conferenza stampa ha sorpreso tutti dicendo: "We are not finished here". In altre parole, il nostro lavoro è appena iniziato e andremo avanti fino a che le aspettative inflazionistiche si siano portate verso l'alto.
E' un lavoro difficile perchè i banchieri centrali sono abituati a sconfiggere l'inflazione. La Bundesbank è sempre stata considerata un "inflation buster", un cacciatore di inflazione. Ora che l'inflazione - ampiamente sotto il 2% - la si deve alimentare, i banchieri si sentono un po' spiazzati.

Jean-Claude Trichet
Voglio ricordare un epidodio che fa capire la gravità di questa deflazione. Solo qualche anno fa, il 23 luglio 2010, il predecessore di Draghi, il francese Jean-Claude Trichet in un articolo sul Financial Times dal titolo "Stimulate no more. It is now time for all to tighten" disse che era tempo di abbandonare le politiche monetarie accomodanti e alzare i tassi di interesse. Quanta acqua è passata sotto i ponti!
Vale la pena di rileggere Trichet: "With hindsight, we see how unfortunate was the oversimplified message of fiscal stimulus given to all industrial economies under the motto: "stimulate", "activate", "spend"!. A large number fortunately had room for menoeuvre; other had little room. And some had no room, at all and should have already started to consolidate. Specific strategies should be tailored to individual economies. But there is little doubt that the need to implement a credible medium-term fiscal consolidation strategy is valid for all countries now".

Non dobbiamo dimenticare l'enorme errore che fece la Banca centrale europea quando il 2 luglio 2008, per paura di un rialzo ulteriore dell'inflazione via prezzo del petrolio, alzò i tassi di interesse al 4,25%, solo due mesi prima del collasso di Lehman Brothers.

Trichet è un allievo dell'ENA, l'Ecole National di Administration fondata da Charles De Gaulle. Ma non è stato fortunato come Draghi che ha avuto come maestri Paolo Baffi e Federico Caffè.
Visto che ci sono i Mondiali di calcio in corso, ci permettiamo di usare il gergo calcistico: Draghi batte Trichet 4 a 0.

mercoledì 25 giugno 2014

Wimbledon, fragole con panna, fair play e gesti bianchi

Per chi come me è stato più volte sul Campo Centrale di Wimbledon, l'inizio del torneo di tennis più antico del mondo è fonte di ricordi, emozioni, nostalgia.

Entrare sul Centrale toglie il fiato. Un momento magico. Il manto erboso curato dai migliori giardinieri del mondo, gli inchini al Royal Box, le code all’alba, gli Honorary Stewart con il cappello ornato di verde e viola - i colori del Club - le fragole con panna, l’educazione del pubblico e dei giocatori in campo, con le dovute eccezioni per miti assoluti come John McEnroe, The Genius. Stiamo parlando dei Gesti Bianchi (Baldini e Castoldi, 1995), libro meraviglioso del nostro amato Gianni Clerici.

Il torneo più antico del mondo è iniziato qualche giorno fa con Andy Murray, scozzese, campione uscente, che ha nella sorpresa generale ingaggiato una coach donna, la tostissima Amelie Mauresmo.
Il favorito del torneo è Nole Djokovic, testa di serie n. 1, che si fa forza della nuova dieta, che non comprende la presenza di glutine, contenuto in pane, pizze e pasta, mangiate da bambino e adolescente a Kopaonik, una località sciistica dove trascorreva l'estate e i genitori avevano una pizzeria.

Per entrare nel clima dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club, vi segnalo un mirabile racconto sul capo giardiniere del torneo,  Robert Twynam (all'interno del volume - a cura di Matteo Codignola - di John Mcphee, Tennis, Adelphi, 2013), il quale, secondo un membro del Wimbledon's Committee of Management "considera ogni filo d'erba un individuo, con le sue esigenze, un suo destino, e soprattutto il diritto inalienabile di crescere su quel prato benedetto".
Secondo Twynam "questi non sono prati ornamentali. E' una bella superficie dura, fatta per giocarci a tennis. L'erba che viene su è vera, e come cresce, la tagliamo. Qui non c'è niente da guardare. Qui si gioca il campionato del mondo".
L'erba, per la cronaca, è tagliata a 8 millimetri e seminata solo a loglio per favorire il rimbalzo più alto, compatto e commestibile anche dai tennisti meno vegetariani (Rafa Nadal, per esempio).

Per chiudere, credo che la cosa migliore sia riprendere in mano una poesia dello Scriba, al secolo Gianni Clerici, il più grande giornalista di tennis al mondo, premiato anni fa e insignito della Hall of Fame of tennis, massimo riconoscimento mondiale, autore - tra i diversi volume - degli imprescindibili Divina. Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo 500 anni di tennis.

Nel suo Il suono del colore (Fandango libri, 2011), Clerici dedica un sonetto alla bellissima tennista di colore Venus Williams:

Fragole con panna
nella tua bocca rosa
tra le tue labbra
Venus
tornata a dominare
su chi ti rese schiava
ti imprigionò su navi
destinate al cotone
Riscattata dal genio
di gesti bianchi usciti
dalla tue mani nere
Tu Venere regale
prodigio suscitato
dalla schiuma del mare

Carissimi lettori, buona visione di Wimbledon!

lunedì 9 giugno 2014

Cricche e tangenti: la storia dell'austerità è una favola

Come ci ha insegnato Nanni Moretti in Palombella Rossa - "chi parla male, pensa male e vive male" - l'uso delle parole è decisivo. Per cui ritengo opportuno analizzare con attenzione la parola austerità, che la stampa nazionale ha ormai tradotto in austerity, perchè fa tendenza.

In passato ho scritto chiaramente da che parte sto, dalla parte di Angela Merkel e quindi #austerity tutta la vita.

Nella sua ultima relazione da Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi scrive: "Il semestre di presidenza italiana deve essere l'occasione per ridurre gli eccessi di una austerità applicata in modo asimmetrico". Non sono dello stesso avviso. Quale austerità?

Franco Tatò
Io sono d'accordo, invece, che con Franco Tatò, manager di lungo corso, che in un'intervista all'Espresso - Basta, lascio questa Italia malata - scrive: "La storia dell'austerità è una favola. Si è creata artificialmente una dicotomia crescita-austerità. Cos'è l'austerità se non rigore, tenere i conti in ordine, applicare la buona amministrazione, tagliare i costi, non fare spese inutili? Forse sperperando si cresce? Non credo. Allora perchè crescere se non c'è profitto?".

Crescita economica ed equilibrio del bilancio pubblico sono da perseguire congiuntamente. Nella lectio magistralis tenuta a Pavia nel marzo scorso il Governatore Ignazio Visco ha scritto con saggezza: "La politica monetaria unica è in grado di garantire la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale dell’area sono con essa coerenti...
Ignazio Visco
La fragilità delle finanze pubbliche di alcuni paesi è il risultato di politiche di bilancio a lungo imprudenti, di una colpevole sottovalutazione delle conseguenze di ampie, protratte perdite di competitività. La politica di bilancio deve garantire la sostenibilità del debito, il pieno accesso al mercato. Le regole concordate in sede europea sono il mezzo, non il fine.

Per il nostro paese il vero vincolo di bilancio è dato dalla necessità di garantire la sostenibilità del debito pubblico e di mantenere il pieno accesso al mercato finanziario. Ho sottolineato più volte come il ricorso annuo del Tesoro ai mercati sia dell'ordine di 400 miliardi. In un contesto ancora carico di tensioni, basta poco a incrinare la fiducia degli investitori. È successo tra l'estate del 2011 e la primavera del 2012, quando la quota di titoli pubblici italiani in mani estere scese drasticamente...

I ritardi nell’attuazione di riforme strutturali in diversi paesi sono all’origine dell’accumulo degli
squilibri macroeconomici che hanno alimentato la crisi attuale".

Concetto ribadito anche nelle ultime Considerazioni finali, dove si legge: "Crescita economica ed equilibrio del bilancio pubblico non possono che essere perseguiti congiuntamente".

Non diamo sempre la colpa alla Merkel. Guardiamo in casa nostra ai disastri che abbiamo compiuto.

Tatò prosegue la sua analisi: "La pesantissima crisi economica suscita grande apprensione. Ma io sono più preoccupato dai comportamenti della classe dirigente. In situazioni di crisi bisogna lavorare in manierà più che concentrata. Eppure invece di impegnarci puntanto sulle competenze, cercando persone capaci e serie si continua a credere che le aziende possano andare da sole e che la bravura dei manager conti meno del potere di lobby, parentele, nepotismi, cricche. E' un criterio profondamente sbagliato che il Paese non può permettersi più".

I recenti arresti sul colossale magna-magna sul Mose di Venezia sono l'ennesima conferma che cricche e becero capitalismo di relazione sono insostenibili se vogliamo sopravvivere in un mondo supercompetitivo.

martedì 3 giugno 2014

I debitori di riferimento nelle Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia: i non velati riferimenti a #Carige

E' un rito nazionale. Il 31 Maggio di ogni anno - quest'anno il 30 - la Banca d'Italia, rappresentata dal suo massimo esponente, il governatore, esprime le sue valutazioni su crescita economica, intermediari creditizi e finanziari, competitività del sistema Italia,Vigilanza e politica monetaria.

Anche quest'anno l'analisi di Ignazio Visco è stata piena di verità, esattezza, chiarezza, in tempi dove l'opacità, l'ipocrisia, il dire e il non dire ha la meglio.

Tra i tanti messaggi presenti nelle Considerazioni finali, porto alla vostra attenzione un passaggio che necessita di una spiegazione: "Bisogna operare per rafforzare la separazione tra fondazione e banca, non consentendo il passaggio dai vertici dell’una agli organi dell’altra ed estendendo il divieto di controllo ai casi in cui esso è esercitato di fatto, anche congiuntamente con altri azionisti. Rapporti stretti con il territorio di riferimento sono, per molte banche medie e piccole, una fonte di stabilità, che si riverbera a beneficio dell’economia locale. Tuttavia, un’interpretazione fuorviante di questi rapporti può distorcere l’erogazione del credito, mettendo a rischio la solidità dei bilanci bancari e l’allocazione efficiente delle risorse. Casi di questo genere divengono più probabili in presenza di una recessione prolungata come quella che abbiamo attraversato. Operiamo per indurre le banche a rafforzare i presidi aziendali, organizzativi e di governo societario al fine di prevenire degenerazioni nei rapporti di credito con la clientela, a correre ai ripari quando queste si siano manifestate" (a voce Visco li ha definiti "comportamenti inaccettabili").


Ogni riferimento a Banca Carige non è casuale. Lo scandalo della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, dove il settantasettenne Giovanni Berneschi - dominus incontrastato, prima Presidente della Banca e poi della Fondazione - ha fatto quello che ha voluto per trent'anni, è emerso nelle ultime settimane.
Grazie a Berneschi - arrestato con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio - sono stati finanziati senza garanzie gruppi imprenditoriali - "amici" di Berneschi - che non avrebbero superato un'analisi seria di merito di credito. Alcune banche hanno trasformato la bandiera della vocazione trerritoriale nella coperta del peggior capitalismo di relazione.


Solo la consegna in Procura, nell'autunno scorso, della relazione ispettiva di Banca d'Italia ha fatto partire le indagini che in passato erano state bloccate da giudici amici. Visco ha aggiunto: "Nella debita distinzione di funzioni e strumenti, la collaborazione con la magistratura è intensa".

A me è tornata in mente una superba definizione di Sergio Siglienti nel suo mirabile Una privatizzazione molto privata (Mondadori, 1996), dove definì debitori di riferimento i membri dei consigli di amministrazione delle banche a sua volta finanziati dalle banche stesse: "Quando una decisione è affidata (anche a livello di comitato esecutivo) a esponenti di imprese clienti della banca, essa può trovarsi a essere di fatto controllata dai suoi debitori" (p. 95).
Ecco il busillis. Per anni in Italia abbiamo avuto "debitori di riferimento", invece che seri "azionisti di riferimento".


Le Considerazioni finali si chiudono sempre con un messaggio di speranza. L'anno scorso era un invito agli imprenditori a tornare ad investire. Quest'anno il Governatore ha sottolineato l'importanza della dinamica delle aspettative e della fiducia nel futuro:
"La via della ripresa, non solo economica, non sarà breve, né facile. L’incertezza è insita nella transizione, rapida, verso un mondo molto diverso, più mobile e aperto, dove la tutela dei deboli deve coniugarsi con l’offerta di opportunità per i giovani. Politiche di ampio respiro vanno inserite in un quadro chiaro e organico di interventi. Chi investe, chi lavora e consuma, deve potersi confrontare con un programma che consideri tutti gli aspetti da riformare nella società e nell’economia, che promuova l’innovazione e il rispetto della legge, ispirandosi a principi di efficienza ed equità, che premi il merito e la responsabilità. Anche se le singole misure potranno essere attuate
in tempi diversi, non solo per i vincoli di bilancio, la visibilità di un disegno coerente rassicurerà i cittadini, rafforzerà quella fiducia nel futuro senza di cui ogni progresso è impossibile" (sottolineature mie, ndr).

Caro #Renzi, il Governatore ti ha passato la palla, ora devi fare goal con le riforme strutturali.