martedì 29 aprile 2014

Perchè insegnare Educazione Finanziaria nelle scuole? Si prevengono le crisi e i genitori imparano dai figli

Si studia latino e greco, ma si ignorano l'inglese, il cinese e il russo. Si imparano a memoria le formule di fisica ma non si spiega come funziona veramente un laboratorio di ricerca. Si sa tutto degli Assiri Babilonesi ma non viene spiegato agli studenti cosa sono le imprese e l'organizzazione del lavoro.
La vita è complessa e scegliere è sempre più difficile. La vita è una continua sfida all'uso intelligente delle risorse. Ma se non si ha la giusta cassetta degli attrezzi per compiere le scelte corrette, i nostri ragazzi non sono in grado di affrontare le sfide della globalizzazione.

Gli economisti di Banca d'Italia Chionsini e Trifilidis, nel paper Educazione finanziaria: l'utilità di una strategia unitaria, scrivono: "Nel corso degli ultimi anni, l’offerta da parte degli intermediari di prodotti e servizi è divenuta sempre più ampia e sofisticata. L’invecchiamento demografico e le conseguenti riforme dei sistemi pensionistici e sanitari, fattori comuni a molti paesi, hanno spostato dal settore pubblico a quello privato i rischi legati alla copertura di costi sociali e reso ancor più determinati le scelte delle famiglie sulle loro capacità di spesa non solo attuali ma anche prospettiche. Di conseguenza, sono aumentate la complessità e la numerosità delle scelte finanziarie che gli individui devono fronteggiare, le cui conseguenze possono incidere in misura rilevante sul tenore di vita delle famiglie".

A fronte della maggiore complessità delle scelte, non è cresciuta in ugual misura la conoscenza finanziaria dei cittadini, che sono affetti da gravi deficit cognitivi, che li inducono a indirizzarsi verso soluzioni non ottimali.
E' per questo motivo, per far entrare il risparmio e gli investimenti nella cultura dei giovani che è nato anni fa il progetto di Educazione Finanziaria, sempre più considerate come parte integrante delle politiche di protezione dei risparmiatori.
 I giovani si trovano oggi a dover fronteggiare situazioni e scelte finanziarie più impegnative di quelle vissute alla stessa età dai loro genitori. L’educazione finanziaria nelle scuole può produrre anche benefici "indiretti" per le famiglie: i giovani possono trasmettere in maniera più o meno volontaria le abilità e il senso di familiarità acquisiti anche ai genitori.


Sono andato il mese scorso in una scuola secondaria di I° grado di Milano, la Mauri, dove ho cercato di trasmettere un po' di passione e conoscenza.
Per capire qual è il clima e l'humus culturale verso il mondo finanziario delle famiglie, prima di iniziare la lezione, ho posto agli studenti di seconda due domande:
1. che cos'è una banca?
2. la banca è una cosa buona o cattiva?

Le risposte più interessanti sono state le seguenti:

1. La banca è un edificio dove rubano i soldi.

2. Così così;

La banca è una cosa positiva, se non incontri dei ladri.
Negativa perchè ti prendono i soldi.
La banca è cattiva perchè chiede in cambio gli interessi (dimostrazione che nelle famiglie italiane la cultura di mercato lascia a desiderare, ndr)
E’ cattiva perchè devi ridarglieli indietro con l’interesse (e di cosa dovrebbe vivere una banca?, ndr)
E’ buona perchè permette alle persone di comprare qualcosa che non riescono a comprare con il loro stipendio.
Prima del 2001 era cattiva, ora è abbastanza brava.
La banca è una cosa positiva perchè ti approva ogni volta quello che richiedi (magari!, avere credito NON è un diritto, ndr)
E’ una cosa positiva se compie il suo lavoro correttamente altrimenti non lo è.
Positiva ma le persone devono essere consapevoli di ridare i soldi con gli interessi.
Dipende dal bancario, se tu sei ignorante, lui ti può prendere più soldi del dovuto".

Insomma, dal tono delle risposte, la strada da compiere è ancora molta. Ma non per questo dobbiamo abbatterci. Speriamo che in futuro Educazione Finanziaria diventi materia scolastica.

P.S.: stampatevi e leggetevi i Quaderni didattici ideati e realizzati dalla Banca d'Italia. Sono proprio fatti bene.


lunedì 14 aprile 2014

I grillini sono inscalfibili nelle loro certezze. Come Mike Bongiorno nella Fenomenologia di Umberto Eco

Quando si accende la tv e ci si imbatte nei talk show nostrani, si viene presi dopo poco dallo sconforto. Il dibattito è debole, le argomentazioni fragili, e - siccome il mezzo non si presta - la logica non la fa da padrone, anzi, e solo i più forti e urlanti escono vincenti.

Quando l'altra sera ho sentito la parlamentare del Movimento 5 Stelle Paola Taverna mi è tornato in mente un passaggio di Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno (Diario Minimo, Mondadori, 1963): "Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio a cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita ad un fascino immediato e spontaneo...egli si vende per quello che è, e quello che è tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore".

Non infieriamo sull'ignoranza del deputato del M5S Davide Tripiedi che - in un intervento alla Camera - ha detto "Sarò breve e circonciso".

Con i grillini valgono ben poco paper, ragionamenti economici, conoscenza della storia. Sono dei Signor NO, come il notaio di Mike. Qualsiasi proposta non va bene. Ce n'è una migliore subito a portata di mano. Peccato che questo sia il tratto tipico dei rivoluzionari, che non gradiscono cambiamenti graduali ma solo ghigliottine e tagliole.
E' il riformismo che è mancato in questo Paese. Non per nulla l'economista Federico Caffè sfogo la sua insoddisfazione nella Solitudine del riformista (Bollati Boringhieri, 1990).

In occasione del compleanno (90 primavere, auguri!), di Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto un pezzo meraviglioso e commovente che si chiude così: "Per lui riformismo è una forza ricompositiva che non cede al compromesso, ma che avvicina elementi apparentemente opposti, sordi, finanche ostili. E' quello che assume le forme di una vera e propria strategia politica nello sforzo di avvicinare il liberalismo repubblicano di La Malfa con il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer negli anni più bui della nostra vita collettiva che culminarono con l'assassinio di Moro....Riformismo per Scalfari ha sempre voluto dire possibilità di ricomporre produttivamente le differenze, di evitare che la separazione risulti solo sterile e traumatica".

I grillini, che rispondono come il cane di Pavlov ai diktat di Grillo e Casaleggio sono come Mike: "Mike non si vergogna di essere ignorante e non prova bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale" (Eco, cit.).

mercoledì 9 aprile 2014

Tenacia, testardaggine o perseveranza? La testimonianza di un imprenditore

Dopo il grande successo del post su #MarioDraghi e la perseveranza, visto che molti lettori del Faust hanno una vena filosofica, sono ben lieto di pubblicare integralmente una lettera che mi è giunta da un lettore amico.

Caro professore,
In merito alla menzione presente nel suo blog riguardante il saggio del filosofo Perseveranza di Salvatore Natoli m'é venuta spontanea dal cuore un'amara riflessione, di cui peraltro le ho già parlato diffusamente nelle nostre piacevoli conversazioni sulle seggiovie scassate di Champoluc.

In qualità di piccolo imprenditore di nicchia in luogo altrettanto di nicchia quale é il Principato di Monaco, mi trovo mio malgrado a dover vivere periodo di difficoltà gestionali dell'impresa, operante nel settore delle costruzioni, a causa della crisi globale.


Difficoltà gestionali significa che faccio fatica a fine mese a mettere insieme incassi che paghino i fornitori dei cantieri in corso, che ricompensino i miei peraltro pochi dipendenti e che garantiscano all'impresa la costruzione di un piccolo tesoretto per i futuri investimenti.
Già perché un'impresa ha senso, a mio avviso, solo se ha la possibilità di crescere, investire e ingrandirsi per accrescere il suo know how e garantire benessere ad un numero sempre più esteso di persone.
Siccome a me fare l'imprenditore piace, anche nel piccolissimo mondo del Principato, non capisco perché nel mondo attuale, tale figura sia cosi' poco di moda: perché va di moda Guido Maria (Brera, gestore di un hedge fund, ora anche romanziere con I Diavoli, Rizzoli, 2014, ndr) e non vanno di moda gli imprenditori che alla fine del mese si devono pagare le spese dell'impresa col frutto del loro lavoro facendo salti mortali e essendo brutalizzati dagli istituti di credito? Perché non viene introdotto il reato di "maltrattamento da parte di direttore di filiale" con l'istituzione di telefono dedicato per l'imprenditore vessato?



Nel settore in cui opero, le fondazioni speciali (micropali e affini), a Milano sono scomparse negli ultimi tre anni quasi tutte le imprese storiche e nel Principato e costa azzurra la situazione é allarmante.

Ecco allora torno a Natoli, io mi sento più testardo che perseverante, perché stupidamente penso di poter continuare in questa attività che trovo affascinante, perché stupidamente penso che sia bellissimo vedere i frutti del proprio lavoro e poterli toccare con le proprie mani, perché i frutti del proprio lavoro son fatti di ferro e cemento, perché stupidamente amo il rumore delle macchine da cantiere, prodigi di tecnologia e ingegno umano, perché stupidamente penso che sia bello lavorare tutti insieme, dal più umile dei manovali al più brillante degli ingegneri per un unico scopo e che alla fine tutti, secondo la loro funzione, sono responsabili e artefici di un risultato straordinario.
 
Sto iniziando a commuovermi e quindi adesso mi congedo da lei che immagino stia muovendo con il tasto del mouse in un secondo molti più soldi di quelli che ho potuto muovere io in un anno con l'attività più rumorosa e polverosa nel settore delle costruzioni. 
Pero' le chiedo di ricordarsi, nelle sue future trattazioni sul suo prestigioso blog, della figura dell'imprenditore, e non solo di personaggi mitici e appartenenti al passato come ha fatto meritoriamente parlando di Olivetti, ma anche di giovani imprenditori, anonimi e magari non geniali, che tutti i giorni (testardi o perseveranti lo decida lei) combattono per mantenere vivo il loro piccolo sogno. 

Garantendole la mia sempiterna ammirazione mi congedo lacrimante da lei e le auguro una splendida giornata ricca di commissioni derivanti da rutilanti operazioni!
Cielo sereno, nuvole a sprazzi, un abbraccio sincero da Leonardo Pedrazzi

PS: allego al presente foto di cantiere realizzato dall'impresa di cui son fondatore per farle capire la poesia recondita del micropalo.

Cari lettori, ringrazio Leo per il contributo fattivo alla discussione. Il dibattito è ufficialmente aperto. Scatenatevi nei commenti, come al solito benvenuti.   

lunedì 7 aprile 2014

Il valore della consistenza e della perseveranza nelle parole di #MarioDraghi


Nel luglio del 2012 la credibilità delle parole del Governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha salvato l'Unione Economica e Monetaria. Con l'ormai famosa espressione "Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough, (ossia qualunque cosa succeda, la BCE interverrà, e credetemi, sarà sufficiente), Draghi ha comprato tempo e ha dato la possibilità ai politici per agire, sia sul fronte delle riforme strutturali domestiche che nel creare le infrastrutture europee (Banking Union, Single Supervisory Mechanism, Single Resolution Fund) per prevenire ulteriori crisi o per difenderci in modo ordinato nel caso, in future, si verifichino altre crisi bancarie.

Il 25 marzo scorso, il presidente della BCE ha tenuto una lezione a Parigi a Sciences Po dal titolo "A consistent strategy for a sustained recovery". E' una relazione di una pregnanza assoluta. La lettura integrale è consigliata.

Vorrei sottoporre alla vostra attenzione un passaggio in particolare: "The crisis is not over. To be successful, the recovery strategy is being, and must continue to be executed with commitment and perseverance".

Che bella parola è perseveranza! Ne parla con contezza, lucidità e passione il filosofo Salvatore Natoli nel suo recente Perseveranza (il Mulino, 2014): "Per far sì che la speranza da generico sentimento si trasformi in effettiva possibilità bisogna coltivarla nel presente, farla germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà. Essere perseveranti significa proprio questo: se, infatti, sperare è un sentire, perseverare è un agire e come tale è una virtù".

Mentre nel mondo anglosassone il termine consistent ha valenza positiva, in Italia si sente dire che "errare è umano, perseverare è diabolico". Invece il perseverare, se non si viene presi dal delirio della presunzione, esige l'essere forte ma nel senso di mantenersi saldo, di durare nel tempo, superando gli ostacoli esterni ma soprattutto i limiti interiori. La perseveranza è dunque un agire faticoso e quotidiano dentro e contro le difficoltà.

Gli impedimenti interiori spesso sono superiori a quelli esteriori. Natoli osserva: "La perseveranza deve fare i conti con l'ogni giorno e soprattutto con e contro se stessi, contro la propria propensione all'indolenza", che si batte se il valore cognitivo ed etico delle idee/ideali in gioco è forte.
Inoltre bisogna sconfiggere l'assuefazione che è inerziale e passiva. Di qui la necessità di tenacia per mantenere la rotta e non perdersi d'animo davanti alle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare.

Più avanti nel suo intervento, Draghi torna sull'importanza della continuità e della consistenza: "We need to be consistent across pace, and we need to be consistent across time. There are indeed two inescapable lessons from the account of events that I have presented to you today". Non bisogna mollare. Gli sforzi riformatori devono avere continuità, altrimenti l'effort è vano.

Draghi conclude richiamando l'importanza del fattore temporale: "Winston Churchill said that "to achieve great things, two things are needed: a plan, and not quite enough time".
Draghi ribadisce con ottimismo: "I hope that I have made clear today that we do have a plan. And since we certainly have no time to spare, I trust that, if we remain resolute, great things for the euro area and its citizens can become possible".

Non c'è tempo da perdere, bisogna agire. La parola passa ai politici (statisti non se ne vedono). E qui viene il bello (o il brutto).

P.S.: il Wall Street Journal ha raccontato una recente performance di Draghi che si è cimentato in una barzelletta divertente.
"Un uomo ha bisogno di un trapianto di cuore. Dice il dottore: "Posso darti il cuore di un bambino di cinque anni". "Troppo giovane". "Che ne dici di quello di un banchiere d’affari quarantenne?" "Non hanno cuore". "E un banchiere centrale settantenne?". "Lo prenderò". "Ma perché?". "Non è mai stato usato!".

lunedì 31 marzo 2014

Ai dirigenti pubblici premiati tutti con il massimo dei voti, dico: imparate da Luigi Einaudi che condivise una pera a cena al Quirinale


Mi ha colpito profondamente leggere lunedì scorso sul Corriere che "la quasi totalità dei dirigenti - di prima e seconda fascia - dello Stato italiano ha conseguito una valutazione non inferiore al 90% del livello massimo atteso". La conseguenza è evidente: il premio che costituisce la parte variabile della retribuzione, circa il 30% è spettato a tutti, indistintamente. Alla faccia della meritocrazia.
I manager pubblici italiani sono i più pagati dei Paesi Ocse, come descrive graficamente Thomas Manfredi su Linkiesta.  Inoltre, è importante sottolineare che - mentre in Francia i dirigenti sono 1 ogni 33 dipendenti, in Italia abbiamo un dirigente ogni 11.
Come ben argumenta il giuslavorista Pietro Ichino "il dirigente che raggiunge davvero gli obiettivi (che devono essere misurabili e paragonati a un benchmark) può anche guadagnare di più; ma quello che non li raggiunge deve essere rimosso".

Quando leggiamo queste assurdità dei premi a tutti frutto di logiche sindacali aberranti, vale la pena ritornare ai padri della Patria. Visto che il 24 marzo scorso era l'anniversario della nascita di Luigi Einaudi - Governatore della Banca d'Italia (1945-48) e Presidente della Repubblica (1948-1955) - lo ricordiamo volentieri.

Ennio Flaiano - La solitudine del satiro (1973, poi postumo Rizzoli, 1989) - ha raccontato in modo magistrale una serata al Quirinale. La riporto integralmente:

Molti anni fa, nel terzo o quarto anno del suo mandato presidenziale, fui invitato a cena al palazzo del Quirinale, da Luigi Einaudi. Non invitato ad personam – il Presidente non mi conosceva affatto – ma come redattore di una rivista politica e letteraria diretta da Mario Pannunzio. A tavola eravamo in otto, compresi il Presidente e sua moglie. Otto convitati è il massimo per una cena non ufficiale, e la serata si svolse dunque molto piacevolmente, la conversazione toccò vari argomenti, con una vivacità e una disinvoltura che davano fastidio all’enorme e unico maggiordomo in polpe che ci serviva. Questo maggiordomo, una specie di Hitchcock di più vaste proporzioni ma completamente destituito di ironia, aveva sulle prime tentato di intimidirci posandoci il prezioso vasellame davanti come se temesse che l’avremmo rotto; e fulminandoci con occhiate di sconforto se non riuscivamo a individuare tra le tante (alcune nascoste persino tra i merletti della tovaglia) le posate giuste...Da un argomento all’altro, tra aneddoti che, per il gran ridere, scuotevano il Presidente come un uccellino bagnato; tra riflessioni che seguivano gli aneddoti, pensieri economici e altri sul futuro, la cena si stava prolungando oltre il lecito.

Il Presidente sembrava un nonno felice di rivedere nipoti lontani. Ma eccoci alla frutta. Il maggiordomo recò un enorme vassoio del tipo che i manieristi olandesi e poi napoletani dipingevano due secoli fa: c’era di tutto, eccetto il melone spaccato. E tra quei frutti, delle pere molto grandi. Luigi Einaudi guardò un po’ sorpreso tanta botanica, poi sospirò: “Io” disse “prenderei una pera, ma sono troppo grandi, c’è nessuno che vuole dividerne una con me?”. Tutti avemmo un attimo di sgomento e guardammo istintivamente il maggiordomo: era diventato rosso fiamma e forse stava per avere un colpo apoplettico. Durante la sua lunga carriera mai aveva sentito una proposta simile, a una cena servita da lui, in quelle sale. Tuttavia, lo battei di volata: “Io, Presidente” dissi alzando una mano per farmi vedere, come a scuola. Il Presidente tagliò la pera, il maggiordomo ne mise la metà su un piatto, e me lo posò davanti come se contenesse la metà della testa di Giovanni il Battista. Un tumulto di disprezzo doveva agitare il suo animo non troppo grande, in quel corpo immenso. “Stai a vedere” pensai “che adesso me la sbuccia, come ai bambini”. Non fece nulla, seguitò il suo giro. Ma il salto del trapezio era riuscito e la conversazione riprese più vivace di prima; mentre il maggiordomo, snob come sanno esserlo soltanto certi camerieri e i cani da guardia, spariva dietro un paravento. Qui finiscono i miei ricordi sul Presidente Einaudi. Non ebbi più occasione di vederlo, qualche anno dopo saliva alla presidenza un altro e il resto è noto. Cominciava per l’Italia la Repubblica delle pere indivise”.
Che tempi!

lunedì 24 marzo 2014

Formidabile Papa Francesco a un anno dalla sua elezione. Ha seguito Bonomelli nel dialogo con i non credenti

E' passato un anno da quando Jorge Bergoglio, è stato chiamato al timone della Chiesa.
Era la carta della disperazione di una Chiesa spenta. Un anno dopo, Francesco è il Papa della speranza, una guida spirituale che parla a tutti, oltre il recinto dei fedeli.

L'anno scorso ha destato molta sorpresa il dialogo intercorso su Repubblica tra il fondatore del quotidiano Eugenio Scalfari e Papa Francesco. I lettori, un bel giorno, invece di leggere il consueto racconto dei disastri italici, si sono trovati come titolo di apertura: "Così cambierò la Chiesa. Ripartire dal Concilio, aprire alla cultura moderna".

Nell'ambito del colloquio mi ha colpito un passaggio di Francesco: "Il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. A me capita che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perchè nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene".

Papa Francesco è un nobile esempio di dialogo con chi non crede. Tra i suoi precursori - oltre al Cardinal Martini - è opportuno citare Mons. Geremia Bonomelli, di cui nel 2014 ricorre il centenario della nascita (3 agosto 1914 a Nigoline di Corte Franca).

Il Centenario offre un'opportunità di approfondimento della figura del Vescovo (1831-1914) e della storia del suo tempo, ricca di questioni che, sia pur in una prospettiva e in un contesto diversi, sono ancora oggi all'ordine del giorno:


la "Questione romana" e la separazione tra Stato e Chiesa, vista da Bonomelli nella massima libertà di entrambi i soggetti, senza il divieto di elettorato attivo e passivo che era stato imposto ai cattolici con il "non-expedit";

la "Questione sociale" o del lavoro, per la quale Bonomelli auspicava un "socialismo cristiano", nel quale è fondamentale la dignità del lavoro: associazionismo, casse rurali, mutuo soccorso;
 
la "Questione dell'emigrazione" per la quale Bonomelli promuoveva, nel 1900, la fondazione dell'Opera di assistenza degli operai italiani emigrati all'estero, che aveva lo scopo di assistere le famiglie rimaste in Italia e di tutelare gli operai che lavoravano all'estero attraverso le missioni religiose, creando al tempo stesso una rete di presidi sociali: segretariati, ospizi, scuole, asili, nelle principali città europee e ai valichi di confine.
 

L'Opera Pia Bonomelli, eretta in Ente Morale nel 1914, venne sciolta dal Fascismo, con decreto di Mussolini, nel 1928;
la "Questione dello sfruttamento della manodopera infantile" sollevata da un'inchiesta dell'Opera Bonomelli, favorì la promulgazione di una "legge per l'emigrazione" nel 1901, sotto la Presidenza del Consiglio Giuseppe Zanardelli, che nonostante fosse massone, dialogò in modo costruttivo con Mons. Bonomelli.

- la "Questione dell'educazione femminile".
 
In particolare sulla questione Romana e sull'Associazione per i migranti, il Vescovo venne contrastato dalla Curia Romana, all'epoca di Papa Leone XIII, ma difeso e appoggiato da molti vescovi, dalla Regina Margherita e da intellettuali come Fogazzaro (con il quale aveva un rapporto di amicizia, fondato su reciproca stima).
 
L'Associazione culturale Cortefranca, che ha sede a Palazzo Torri a Nigoline di Corte Franca, ha organizzato la mostra "Memorie Bonomelliane a Palazzo Torri", che occupa parte della dimora storica e in particolare la "Stanza del vescovo", dove una lapide ricorda la sua morte, avvenuta nel 1914.

Geremia Bonomelli fu legato alla famiglia Torri e Peroni fin dall'infanzia, essendo nato e cresciuto in una cascina in prossimità del palazzo. Divenuto Vescovo nel 1871, accrebbe la sua amicizia con Alessandro e Paolina Torri. A partire dal 1880 fu ospite del "Salotto Culturale" a Palazzo Torri e dal 1898 vi trascorse anche le sue vacanze annuali. Dal 1898 ebbe quindi occasione d'incontro con illustri ospiti, sia laici che religiosi, dello Stato e della Chiesa, tra i quali i Senatori Schiapparelli e Zanardelli, i letterati Fogazzaro e Carducci, Padre Semeria, Tommaso Gallarati Scotti e altri esponenti dell'aristocrazia, oltre a intellettuali, musicisti, pittori e scultori (in particolare Trentacoste).
 
La mostra, allestita in collaborazione del Comitato parrocchiale per l'Anno Bonomelliano, è visitabile per tutto il 2014: per gruppi e scuole tutti i giorni su prenotazione, per singoli visitatori e famiglie la domenica pomeriggio con preavviso telefonico. Ingresso a pagamento con visita guidata (Per informazioni: www.palazzotorri.it - palazzotorri@libero.it – 335.5467191 – Pagina Facebook Palazzo Torri).

 La posizione progressista di Bonomelli all'interno della Chiesa dell'epoca rimanda a una linea di pensiero innovativo che, tentando di superare le pretestuose barriere ideologiche tra laici e cattolici, unisce tutte le componenti nella costruzione del bene comune. Una linea che ha trovato i suoi eredi in Primo Mazzolari (allievo diretto di Bonomelli, 1890-1959) e in Don Lorenzo Milani (1923-1967, erede spirituale nel campo dell'educazione) e che ricompare anche in alcuni Papi come Roncalli e Bergoglio.

 

Nell'ultimo suo bellissimo libro - La stanza dei fantasmi. Una vita del Novecento (Garzanti, 2013) -, Corrado Stajano scrive: "Anche la Chiesa fa da argine alla prepotenza degli agrari. Il vescovo è Geremia Bonomelli, protettore degli operai emigrant che "divinando in amore segnò le vie dell'armonia feconda tra la Chiesa e l'Italia", come verrà inciso decennia dopo su una lapide del Palazzo Comunale".

A completamento della documentazione storica su Palazzo Torri e i protagonisti del "Salotto Culturale", nel quale fu attivo Bonomelli:
- Profili di donne lombarde. Quattro protagoniste dell'aristocrazia nel XIX e XX secolo, a cura di Franca Pizzini, Editore Mazzotta, Milano, 2009;
- Franca Pizzini, Un'eredità Lombarda. Da Milano alla Franciacorta, Ed.Mazzotta, 2010.

lunedì 17 marzo 2014

"La finanza è il male", dicono tutti indistintamente. Ma senza un sistema finanziario efficiente, l'economia reale vacilla. Tesoro, parliamone.

Sono stato invitato qualche settimana fa un gruppo di studenti della Facoltà di Economia di Torino (Assemblea di Economia, il nome esatto del gruppo di rappresentanza) che da qualche anno organizzano una serie di incontri dal titolo "Tesoro, parliamone".

Nel corso del dibattito mi sono state poste diverse domande, che hanno animato la discussione. All'incontro hanno partecipato, oltre al sottoscritto, Umberto Cherubini, coordinatore del corso di laurea magistrale in Quantitative finance a Bologna, Vladimiro Giacchè, responsabile Affari Generali del gruppo Sator e Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale Responsabilità Etica.  Vediamole insieme.

1. E' vero che l'economia finanziaria è scollegata dall'economia reale?

Credo che attaccare sempre e comunque la finanza sia profondamente sbagliato. Se la finanza viene messa sotto accusa, l'economia reale non potrà mai beneficiare dei flussi finanziari che solo la deprecate finanza internazionale è in grado di convogliare nel Belpaese. Come hanno scritto Forestieri e Mottura nell'introduzione al classico Il sistema finanziario, "la competitività dell'economia reale di un Paese dipende anche dall'efficienza del funzionamento del suo sistema finanziario, struttura fondamentale dell'economia reale poichè ne migliora sostanzialmente il funzionamento, l'efficienza e in definitiva la capacità di produrre ricchezza".

E' pur vero che l'eccesso di finanza porta dei danni, ma in Italia siamo ben lungi dall'essere eccessivamente finanziarizzati. Siamo invece deficitari soprattutto nel mondo del venture capital e del private equity, come abbiamo scritto in passato in relazione a Facebook e WhatsApp, nate e cresciute grazie al capitale di rischio.
Il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi, in una lectio magistralis in occasione della Giornata Menichella, ha fatto notare che la relazione tra la dimensione del sistema finanziario e la crescita dell'economia non è lineare:
 "positiva e significativa a bassi livelli di sviluppo dimensionale del settore finanziario, tende a diventare negativa a livelli alti. In altre parole, un settore finanziario ipertrofico può rendere un’economia inefficiente, oltre che a esporla a rischi di crisi sistemiche: perché assorbe capitale (umano, fisico, finanziario) che sarebbe più produttivo se impiegato altrove.

Le mancanza degli attori pubblici nel fissare regole e nel farle rispettare possono essere, e storicamente sono state, causa o concausa delle più violente e dannose crisi finanziarie dell’era moderna, tali da distruggere ricchezza reale e inceppare per anni i meccanismi dello sviluppo.
D’altro canto – e occorre restarne consapevoli anche in questa fase di riregolazione della finanza – anche l’eccesso di regolazione può frenare lo sviluppo della finanza, con effetti depressivi sulla crescita economica".


2. Come mai le politiche accomodanti delle banche centrali non sono state sufficienti per uscire dalla crisi finanziaria?

In via preliminare è opportuno dire che le banche centrali e le autorità di vigilanza in generale sono da considerare tra le concause della crisi, avendo sottovalutato l'impatto sistemico della crisi bancaria e non avendo capito per tempo la sua gravità. Come sostiene peraltro Marco Onado ne I nodi al pettine (Laterza, 2009), mancava il pettine, ossia i regolatori non hanno usato gli strumenti a loro disposizione per fermare la deregulation finanziaria.
Negli Stati Uniti per anni ha imperversato la cultura della ownership society, per cui tutti si arrogavano il diritto di poter diventare proprietari di casa, anche i famigerati NINJA, che non hanno nè un lavoro, nè degli asset, nè altre forme di reddito. E' chiaro che tali individui prima o poi vanno in default.
Memorabile con gli occhi di oggi è la dichiarazione del Presidente George W. Bush: "America is a stronger country every single time a family moves into a home of their own" (October 2004).

E' anche importante ricordare gli errori compiuti dalla Banca centrale europea nel periodo in cui presidente era il francese Jean-Claude Trichet. Nel luglio 2008, a due mesi dal crack di Lehman Brothers, la BCE alzò i tassi di interesse dal 4 al 4,25% per calmierare l'inflazione. Nonostante il rialzo del prezzo del petrolio, la crisi incipiente era nei numeri.

Ma non basta. Trichet nel luglio 2010, in un articolo sul Financial Times, scrisse che era tempo di rendere meno accomodanti le politiche fiscali e monetarie: "Stimulate no more. It's time for all to tighten". Invitò quindi anche le altre (for all, ndr) banche centrali ad alzare i tassi di interesse ufficiali, nonostante fossimo ben lontani dalla fine della crisi. Infatti appena prese il comando della BCE (1° novembre 2011), Draghi non esitò ad abbassare per due volte consecutive i tassi. Per poi abbassarli ancora fino ad arrivare all'attuale 0,25% (minimo storico).

La situazione congiunturale sta migliorando negli Stati Uniti e in Europa. Quest'ultima beneficia anche dell'arrivo dei flussi di capitale in fuga dai paesi emergenti, che per lungo tempo sono stati attraenti per gli investitori istituzionali a caccia di rendimenti.
Con il calo degli spread sui titoli di stato dei paesi periferici della UE, piano piano anche in Europa la ripresa si consoliderà. Anche in Italia, nonostante le banche nostrane continuino nella loro politica di restringimenti dei criteri di accesso al credito (credit crunch), a causa dell'ammontare enorme di crediti deteriorati e di sofferenze.

Dobbiamo lavorare affinchè il mercato finanziario non sia esclusivamente costituito dal mercato creditizio, altrimenti il sistema industriale italiano pagherà del conseguenze del bancocentrismo. Nelle parole di Salvatore Rossi:
"Occorre che in Italia i termini "sistema finanziario" e "sistema bancario" non siano più sinonimi...una coesistenza equilibrata di mercati e intermediari rende più stabile il flusso di credito per l’economia reale. Nei paesi con mercati obbligazionari sviluppati, come gli Stati Uniti, il deleveraging bancario generato dalla crisi del 2008-9 è stato in parte compensato da un maggior ricorso delle imprese al mercato. In Italia questa compensazione non è avvenuta se non in forma molto più tenue, rallentando l’uscita dalla recessione e ora frenando la ripresa".

lunedì 10 marzo 2014

Paolo Sorrentino è un genio e "La grande Bellezza" è una splendida fotografia del declino italiano

Con grande lungimiranza il primo post di Faust e il Governatore è dedicato a Paolo Sorrentino. Infatti 4 anni fa, il 30 luglio 2010, inaugurai il blog segnalando "Hanno tutti ragione", il primo libro di Paolo Sorrentino, genio creativo assoluto, che narrava le gesta del mitico Tony Pagoda, personaggio che in qualche modo ha ispirato anche Jep Gambardella, protagonista de La grande bellezza, film che gli è valso l'Oscar come miglior film straniero.

La grande bellezza non è affatto surreale, è realista. Le feste del film con gli ospiti travestiti da centurioni li abbiamo visti anche nelle cronache dei giornali. D'Agostino e Dagospia ci hanno campato per anni con la rubrica Cafonal.
Il protagonista, Jep Gambardella, è un giornalista di costume e critico teatrale navigato, dal fascino innegabile, impegnato a districarsi tra gli eventi mondani di una Roma così immersa nella bellezza del passato, che tanto più risalta rispetto allo squallore del presente.

I dialoghi del film sono studiati. Sono ironici, sarcastici ed esprimono il cinismo della società contemporanea. Uno su tutti:


Jep: Ma tu che lavoro fai?
Orietta (Isabella Ferrari): Io sono ricca.
Jep: Ah, bel lavoro.

In un altro passaggio, Gambardella esclama: «Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?».

Sorrentino, persona timida e grande ascoltatore, racconta a Maltese di Repubblica: "Quando all'ultimo anno di liceo ho detto a casa che volevo fare lettere all'università, i miei genitori mi hanno guardato come se avessi appena confessato di farmi d'eroina. Non ho retto e ho subito che scherzavo, avrei fatto economia e commercio, come poi fu".

Subito dopo la vita gli è cambiata - scrive Maltese - per sempre. A 17 anni, tornando un giorno da scuola, ha trovato la casa esplosa e mamma e papa uccisi dallo scoppio di una bombola. Pensarci sempre, parlarne mai. Ed è questa la storia che sta dietro l'ultima frase detta dal palco dell'Academy, sollevando l'Oscar: "Sasà e Tina, this is for you".

Gli americani ci hanno premiato perchè vedono l'Italia sempre come un Paese decadente e decaduto, pieno di rovine del passato e del presente.
Jep dice: "È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile.
Le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente". Speriamo la prossima volta di essere premiati per il riscatto positivo di un Paese al momento dormiente, concentrato sul passato.

P.S.: Sorrentino ha dedicato il film a due persone, un suo amico d'infanzia Maurizio Ricci e Peppe D'Avanzo, giornalista d'inchiesta eccezionale di Repubblica, scomparso qualche anno fa.

lunedì 3 marzo 2014

Siamo un Paese provvisorio, critichiamo il "liberismo feroce" ma non l'abbiamo mai vissuto

Il compianto Edmondo Berselli, giornalista e saggista emiliano, ci ha lasciato un bellissimo volume Post italiani. Cronache di un Paese provvisorio (Mondadori, 2004). Come tutti i grandi, non muoiono mai, per cui il suo pensiero è sempre attuale.
Sono infatti profondamente convinto, con Berselli, che in Italia siamo sempre oltre, siamo post, ma senza aver vissuto il fenomeno primario.

Si fa un gran parlare delle colpe del liberismo nella crisi economica. Ma in Italia il liberismo non c'è mai stato, neanche da lontano! Si contano sulle dita di una mano le persone che hanno letto La rivoluzione liberale di Gobetti (Einaudi, 1964).
Si invoca il ritorno dell'economia mista, ma non abbiamo mai visto altro, lo Stato è sempre intervenuto a sostegno dagli imprenditori "padroni del vapore" - definizione coniata da Ernesto Rossi - che amano  "privatizzare gli utili e socializzare le perdite".

Non abbiamo mai avuto un primo ministro come Margaret Thatcher. Solo dopo aver avuto una politica dura di destra, severa e intransigente, si può pensare di tornare a una politica fiscale espansiva. In Italia, invece, vogliamo aumentare la spesa pubblica senza mai aver vissuto veramente un periodo di austerità della pubblica amministrazione.

Si parla continuamente di austerity, ma nel pubblico si continua a spendere che è una meraviglia. Il prof. Baldassarri, prendendo i dati ufficiali del Ministero, ha evidenziato i seguenti dati. Nel 2000 la spesa pubblica complessiva era pari a 536 miliardi di euro – di cui 485 miliardi di spesa corrente – e le entrate totali (imposte e tasse) erano pari a 536 miliardi. Nel 2012 la spesa pubblica complessiva è salita a 805 miliardi di euro – di cui 759 miliardi di spesa corrente - contro 764 miliardi di entrate totali. Se ne deduce che tra il 2000 e il 2012 le entrate sono salite di 228 miliardi di euro (sic!) ma non è bastato per stare dietro alla crescita della spesa, che è salita di 269 miliardi. 

Chi riuscirà a ridurre la spesa corrente in Italia merita il Nobel, altro che Krugman, Stiglitz e compagnia.

mercoledì 26 febbraio 2014

Dottor Sorriso, una storia vincente

Ci sono persone che danno tutto nel privato, altre che si impegnano come civil servant nel settore pubblico - un nome su tutti, Paolo Baffi, integerrimo Governatore della Banca d'Italia dal 1975 al 1979 - e chi si dedica al non-profit.

Cristina Bianchi è l'anima di Dottor Sorriso Onlus, una Fondazione che aiuta i bambini a non sentirsi in ospedale.

Qualche anno fa l'economista francese Esther Duflo ha analizzato come la finanza abbia sottratto talenti all'economia reale. Con gli stipendi "irrazionali" concessi dale banche d'affari, molti giovani dotati e qualificati si sono buttati nel mondo del quantitative finance: "La massiccia deregulation del settore finanziario, iniziata negli anni Ottanta, nonché l’opportunità di guadagnare moltissimo , sono state accompagnate da una crescita nel numero e nelle competenze di chi lavora in questo settore. E, sempre secondo Philippon e Reshef, bisogna risalire al 1929 per constatare un divario simile tra la preparazione media degli operatori della finanza e coloro che lavorano negli altri settori. La crescente complessità dei prodotti finanziari degli ultimi trenta anni ha reso interessante il settore finanziario per qualsiasi laureato, preparato e intelligente".

Nella stragrande maggioranza dei casi vale la definizione coniata da Edward Chancellor di breakingviews.com per i quants: "Nome dato a matematici e fisici di second'ordine che hanno superato i dubbi e gli scrupoli che la scienza impone, in cambio di una Porsche".

Fortunatamente per noi, c'è qualcuno che ha fatto il percorso inverso, auspicato dalla Duflo. Infatti Cristina è uscita dal mondo della finanza e si è buttata completamente nell'avventura di Dottor Sorriso.

Aiutare i piccoli pazienti ad evadere dalla tristezza e dalla paura, per tornare a sorridere, semplicemente, come bambini, è un’impresa tutt’altro che semplice.

Il ricovero in ospedale rappresenta un trauma per il bambino, che si trova improvvisamente in un ambiente sconosciuto, lontano dal mondo di giochi che gli è familiare e di fronte a strumenti e procedure sgradevoli.

L’esperienza del ricovero genera nel bambino disagio fisico e psicologico, a cui si accompagna l’ansia dei genitori verso la situazione del proprio figlio. Sentimenti come paura, rabbia, noia e tristezza possono diventare un ostacolo alla terapia medica, in quanto diminuiscono la capacità del bambino di reagire e affrontare i traumi.

E’ qui che l’intervento del clown si può rivelare determinante, e arrivare là dove i medici tradizionale non riescono ad arrivare: influire positivamente su tutte le persone coinvolte nel processo terapeutico. I clown distraggono e divertono i bambini, aiutandoli ad affrontare con maggiore leggerezza il contesto ospedaliero, anche nelle situazioni più difficili, come nei reparti di lunga degenza; alleviano la preoccupazione ed il senso di impotenza dei genitori, consentono allo staff medico di operare con maggiore serenità.

Nella maggior parte dei casi i clown dottori non sono medici: sono figure professionali che posseggono due grandi ambiti di competenze. Da una parte la preparazione artistica legata alla figura del clown (mimo, teatro, giocoleria, musica, etc.). Dall’altra le competenze pedagogiche e l’empatia, la capacità di mettersi velocemente e credibilmente nei panni dei pazienti, per trovare la modalità di interazione migliore, in funzione della loro età e condizione psico-fisica.

Per questo la clownterapia non può essere un’attività improvvisata. In Italia, la prima organizzazione ad avere portato questo servizio di assistenza nei reparti pediatrici è stata, nel 1995, Dottor Sorriso Onlus.

I clown di Dottor Sorriso Onlus oggi operano in 23 reparti di 14 strutture sanitarie in 8 province italiane, portando il sorriso a più di 350 bambini ogni settimana. La Fondazione è stata inoltre la prima ad introdurre la clownterapia negli istituti di riabilitazione, per portare il sorriso ai bambini affetti da disabilità disabilità intellettive e motorie.


Ma gli effetti benefici della clownterapia sui pazienti sono stati verificati anche a livello scientifico. Ridere attiva tutte le parti del corpo umano: il cuore e la respirazione accelerano i loro ritmi, la pressione arteriosa diminuisce e i muscoli si rilassano. Anche la chimica del sangue si modifica, in quanto, tanto più la risata è esplosiva e spontanea, tanto più diminuisce la tensione e si manifesta una sensazione di liberazione che coinvolge tutti gli organi e le funzioni corporee.

 
Il prossimo 1° marzo è in programma a Champoluc - gli aficionados tra cui i sempiterni Leopedrazzi e Siepolone preferiscono chiamarla Shampolook - la Coppa Sorriso,  una gara di sci per grandi e piccini. Iscivetevi, cari lettori, così aiutiamo chi si trova in ospedale ad uscirne felice e guarito.

lunedì 24 febbraio 2014

Il successo di Facebook e WhatsApp, l'assenza del venture capital nostrano e l'Economico di Senofonte

Il 4 febbraio di 10 anni fa, Mark Zuckerberg insieme a due co-fondatori, lancia Facebook ad Harvard University.

In Italia nel febbraio 2004 vengono arrestati Sergio Cragnotti e i figli per il crack della Cirio.

In queste due parabole di crescita c'è la differenza tra Italia e Stati Uniti. Noi guardiamo al passato, dando fiducia a persone di dubbia qualità, negli Stati Uniti ferve il mondo del private equity, dei fondi di investimento focalizzati sulle start-up innovative e sul seed financing, sul finanziamento alle imprese promettenti, affinchè crescano a tassi vertiginosi. Come nel caso di Facebook.

Facebook nel dicembre 2004 raggiunge 1 milione di iscritti. Nell'aprile 2006 Facebook è accessibile dal telefonino. E nel 2008 arriva la chat Facebook. Nel Maggio 2012 Facebook goes public, diventa public, ossia una parte delle azioni viene ceduta dagli azionisti della prima ora, per cui attraverso la quotazione le azioni di Facebook diventano negoziabili ogni giorno sul Nasdaq, acronimo di National Association of Securities Dealers Automated Quotation, il mercato delle società high tech più importante del mondo.

Ma Zuckerberg non si ferma mai. Chi lo fa, nel mondo supersonico di oggi, è perduto. Per cui, dopo aver acquistato Instagram per 715 milioni di dollari, ora ha chiuso il deal con WhatsApp - sistema di messaggistica nato 4 anni fa che connette 450 milioni di clienti nel mondo (7.000 miliardi di messaggi inviti solo nel 2013) - con un'operazione record di 19 miliardi di dollari (fatturato è ridicolo, solo 50 milioni). Nota di colore: WhatsApp ha solo 55 dipendenti, il che significa 345 milioni $ a dipendente.

Mentre in Italia le imprese tendono a rimanere piccole, negli States c'è voglia di crescere e di quotarsi. Nel più breve tempo possibile. La velocità della crescita è legata a numerosi fattori, non ultimo la disponibilità di finanziamenti da parte dei private equity.

Come ha scritto l'economista d'impresa Marco Vitale le basi del capitale di rischio e del private equity si trovano nell'Economico di Senofonte, dove il giovane titolare di un’impresa agricola di successo, Iscomaco, spiega a Socrate che, accanto alla buona gestione, uno dei segreti è di acquisire il controllo dei cespiti non valorizzati, di valorizzarli e poi di cederli con un buon guadagno di capitale. Per coloro che sono capaci di darsi da fare e coltivano la terra con ogni sforzo, vi è un modo di far denaro con l’agricoltura, che mio padre praticò personalmente e mi insegnò. Non permise mai che si comprasse della terra già coltivata, ma, quella che, per trascuratezza o l’incapacità dei proprietari, era improduttiva e non aveva piante. Diceva che le terre coltivate costano molto denaro e non possono essere migliorate; riteneva che le terre che non possono essere migliorate non danno altrettanta soddisfazione, e pensava che ogni oggetto di proprietà quando migliora, è una cosa capace di rallegrare moltissimo. Ma nulla presenta un miglioramento maggiore di una terra che da improduttiva diventa fertile. Tu sai bene, Socrate, disse, che noi abbiamo già moltiplicato varie volte il valore originario di molte terre. Udito ciò gli domandai: Iscomaco, le terre che tuo padre aveva dissodato, le teneva per sé o le vendeva, se trovava modo di guadagnarci molto denaro? Le vendeva, disse Iscomaco. Ma subito ne comprava delle altre, improduttive, per il suo amore per il lavoro".
Vale la pena citare il passaggio: "

Quando Facebook si è quotata nel maggio del 2012, si è parlato in Italia per mesi della discesa del prezzo post quotazione. Siamo proprio dei provinciali, guardiamo il dito e perdiamo di vista la luna. Il 21 Maggio 2012 il Sole 24 Ore titolò: Facebook crolla dell'11% sotto il prezzo dell'Ipo (Initial public offering, ndr).
Non si è capito o non si è voluto capire che l'enorme quantità di risorse finanziarie derivanti dalla cessione ha consentito e consente di finanziare altre migliaia di iniziative imprenditoriali che in Italia non si riescono a finanziare per carenza di VC e di finanziamenti di capitale di rischio.
Come ha scritto Leonardo Maugeri sul Sole 24 Ore del 7 febbraio scorso, secondo i dati di Start Up Italia, esistono solo 1.127 start up innovative, di cui solo 113 finanziate, per un misero totale di poco più di 110 milioni di euro investiti nel 2013. Bazzeccole, peanuts rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari investiti dai VC statunitensi nel solo 2013.

Facebook ha fissato il presso di Ipo a 38 dollari. Gli investitori hanno cercato di capire se il modello di business avrebbe retto. Lo scetticismo ha avuto la meglio - nel breve termine - e il prezzo è sceso fino a 22,67$. Oggi, che vale nell'intorno di 64$, tutti i soloni che hanno accusato il capitalismo anglosassone di "fregare" gli investitori, si trovano a vedere il prezzo di FB in crescita del 68% dalla quotazione.
Un miliardo e 230 milioni di utenti, ogni secondo 41mila persone aggiornano il loro status, raccontano come stanno. Ogni minuto ci sono 1,8 milioni di "Mi piace". Solo in Italia sono 17 milioni coloro che visitano Facebook almeno una volta al giorno.

La capitalizzazione di FB ha raggiunto livelli incredibili, 176 miliardi di dollari, considerando che è nata 10 anni fa. Zuckerberg non ha ancora 30 anni ed è uno degli uomini più ricchi (e più giovani) del mondo.
Il matematico Odifreddi sarcasticamente ha parlato di Facebook come di "una nuova religione, che in dieci anni ha conquistato un miliardo di fedeli: più o meno quanti il cattolicesimo ne abbia conquistati in due indaffarati millenni".
Chiudiamo con la riflessione che condividiamo del sociologo Magatti sull'Espresso: "C'è la tendenza, tra gli adolescenti, di vivere il momento presente in senso assoluto, senza ieri e senza domani. E' saltata dai nuovi strumenti, dove gli scambi sono effimeri e temporanei. Una delle conseguenze è che le relazioni diventano superficiali e puntiformi. A spingere i giovani a vivere solo nella superficialità del presente, in realtà sono le attuali condizioni socio-economiche. Che impediscono loro di immaginarsi un futuro".
E siamo da capo. Il futuro non è più quello di una volta.

lunedì 17 febbraio 2014

Parte il Governo Renzi ma permane l'inconcludenza dei grillini, capaci solo di dire no

A un anno dalle elezioni politiche, abbiamo un nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi - gli facciamo i migliori auguri perchè ne ha tanto bisogno, il lavoro da fare è immenso - ma c'è sempre una parte dell'elettorato che ha votato per la palingenesi di Grillo e abbiamo visto quindi i voti andare in frigidaire poichè Grillo si oppone a tutto e tutti, non concludendo nulla. Il vuoto assoluto. A distruggere sono buoni tutti. Essere propositivi e costruire è molto più difficile.

Non ne poteva seguire  che il rifiuto di partecipare alle consultazioni, considerate un rito assurdo della vecchia Repubblica. Il solito atteggiamento oppositivo che non porta da nessuna parte.

Voglio portare alla vostra attenzione un caso, che la dice lunga sulla memoria degli italiani, sul fatto che si può dire tutto e il contrario di tutto, tanto la gente si dimentica. Io no.

Siamo nell'estate 2011, con la Banca centrale europea che scrive (lettera fermata da Trichet e Draghi) a Berlusconi, con lo spread in volo e la delegittimazione del governo italiano ai massimi livelli.
Grillo afferma:
Estate 2011. Il Governo Berlusconi traballa, crisi tra Lega e Pdl, impossibilità di varare una manovra credibile. Inizia la speculazione finanziaria, lo spread sale. Grillo scrive al Presidente Napolitano:
«Lei non può restare inerte. Lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un l’unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi». (Beppe Grillo, 30 luglio 2011).

Siamo nel 2014 e Grillo ha cambiato idea:
"Berlusconi era allora un presidente del Consiglio regolarmente eletto, non era ancora stato condannato e fatto decadere. Fu sostituito con un tecnocrate scelto da Napolitano senza che il Parlamento sfiduciasse il governo in carica. Oggi, dopo due anni e mezzo, sappiamo che lo spread non ha (né aveva) nulla a che fare con l’economia reale. Infatti lo spread è sceso mentre l’Italia è in profonda recessione, stiamo molto peggio del 2011. Sappiamo anche che un Presidente della Repubblica ha svolto funzioni che non gli sono attribuite dal suo incarico senza che gli italiani ne fossero informati".
Siamo alla commedia dell'assurdo. Il governo Berlusconi era andato sotto in occasione della votazione del rendiconto dello Stato e in una Repubblica Parlamentare il Presidente deve verificare se esiste una maggioranza diposta a votare la fiducia a un nuovo governo. Cose ribadite pochi giorni fa al Corriere della Sera da Napolitano stesso dopo le presunte rivelazioni - fumo vero - nell'ultimo libro di Alan Friedman.
Il filosofo Remo Bodei ha compiuto un analisi condivisibile: questi giovani volenterosi sono telecomandati da due opache figure (Beppe e Gianrobbè), le quali "non riescono a mettere nulla in pratica perchè si punta a distruggere gli avversari e prendere il potere sulle macerie".

Io la penso come Umberto Eco che nella sua rubrica La bustina di Minerva sull'Espresso del 13 febbraio scrive: "Ecco un movimento che non si vuole extraparlamentare, che si presenta alle elezioni, che vanta un consenso elettorale, ma poi delegittima quell parlamento, in cui è entrato con tutti gli onori, trasformandolo in un bivacco di manipoli. Evidentemente c'è una contraddizione, perchè un parlamento ridotto a un bivacco di manipoli delegittima anche i bivaccatori che hanno ambito a diventarne membri. Un poco la storia del signore che si evira per far dispetto alla moglie".