lunedì 23 aprile 2012

Che fatica per #Monti aprire i mercati non aperti alla concorrenza! Siamo un Paese feudale, immobile, incrostato.

In tutta la sua attività pubblicistica sul Corriere della Sera degli ultimi 20 anni, Mario Monti ha affrontato più volte il tema della concorrenza.

Era quindi naturale aspettarsi un Monti combattivo una volta che Napolitano gli ha consegnato a novembre le chiavi del Paese. Ma l’Italia è feudale, corporativa, incrostata, chiusa. E Monti fa fatica ad aprire i mercati non aperti alla concorrenza internazionale.

Concorrenza significa competizione tra imprese. Competere viene da cum-petere, cercare insieme, quindi concetto dinamico di scoperta, che contribuisce a promuovere scelte agili e proattive. Dove c’è concorrenza c’è ricerca comune, in forma antagonistica, della soluzione migliore. Solo la concorrenza permette di reagire tempestivamente ai cambiamenti di contesto.

La Banca d’Italia in diverse occasioni ha evidenziato l’urgenza di interventi strutturali volti a rafforzare la capacità di crescita dell’economia, potenziando il capitale fisico e umano del nostro Paese e accrescendo la concorrenza nei settori e attività in cui essa è insufficiente, segnatamente nel caso dei servizi publici locali.

Draghi anni fa ha evidenziato – Intervento Dalla Ricerca all’innovazione per la crescita economica, 24.7.2007 - come “...la crescita di lungo periodo si sostiene con un elevato tasso di innovazione, che si alimenta e si realizza mediante un meccanismo di selezione e di “distruzione creatrice” delle iniziative imprenditoriali. L’ingresso di imprese portatrici di nuove idee, prodotti, tecniche di produzione o modelli organizzativi spinge fuori dal mercato quelle incapaci di rinnovarsi e tenere il passo. La chiave del processo economico è perciò garantire che gli innovatori possano svolgere il loro ruolo e che non siano esclusi dal sistema produttivo....Non rappresenta certo una novità affermare che esiste un legame stretto tra istruzione e innovazione.

In uno scritto del 1969, Carlo M. Cipolla osservava come a metà del diciannovesimo secolo il grado di alfabetizzazione della popolazione in Prussia e Svezia fosse maggiore che in paesi di più antica industrializzazione come l’Inghilterra e il Galles...I Paesi più istruiti furono anche quelli che per primi importarono la Rivoluzione industriale.”

L’Ufficio studi di Banca d’Italia Forni L., Gerali A., Pisani M., Effetti macroeconomici di un maggior grado di concorrenza nel settore dei servizi: il caso dell’Italia, Tema di discussione n. 706, marzo 2009 spiega che i settori che producono servizi non commerciabili internazionalmente (commercio, trasporti e comunicazioni, credito e assicurazioni, costruzioni elettricità, gas, acqua, hotel e ristoranti) rappresentano circa il 50% del valore aggiunto italiano. In questi settori il grado di concorrenza è relativamente basso. Barriere all’entrata, regolamentazioni sui prezzi garantiscono alle imprese potere di mercato, permettendo loro di applicare margini di profitto – markup – elevati rispetto ai costi. Sulla base delle simulazioni effettuate dai ricercatori, un aumento del grado di concorrenza che porti il markup nel settore dei servizi in Italia al livello medio del resto dell’area avrebbe effetti macroeconomici significativi. Nel lungo periodo il prodotto crescerebbe di quasi l’11%. I salari reali – al netto dell’inflazione aumenterebbero grazie all’”effetto Walmart”. E' il principio dell' everyday low price , ogni giorno prezzi bassi, un vero e proprio «patto con il consumatore» di cui Wal-Mart si è fatto alfiere (Per approfondimenti Fishman C., Effetto Wal-Mart - Il costo nascosto della convenienza, Egea Editrice, 2006).

Nel Rapporto sulle tendenze del sistema produttivo italiano – diffuso il 23 aprile 2009 – Banca d’Italia mise al primo posto sulla “necessità di estendere la concorrenza e...su una maggiore contendibilità dei servizi che consentirebbe di ridurre le rendite monopolistiche, a vantaggio dei consumatori e delle imprese utilizzatrici”.

L'economista Salvatore Rossi, nel Direttorio di Banca d'Italia ha scritto: “In Italia abbiamo un disperato bisogno di concorrenza, soprattutto in alcuni settori, non aperti alla concorrenza internazionale. Da noi in molti settori dominano la rendita - definibile come l’extra profitto di chi sfugge al mercato concorrenziale grazie a una protezione di qualche tipo” - la protezione, gli albi, le barriere all’entrata, i minimi tariffari (Controtempo, Laterza, 2009, p. 88).

Per tornare a testimonianze più recenti, Salvatore Rossi è intervenuto al Senato il 1° febbraio. Tra le altre cose ha scritto: “Sul fronte del rilancio della crescita economica occorre agire in campi diversi: concorrenza, specie nei mercati dei servizi; mercato del lavoro e ammortizzatori sociali; sistema educativo; sistema giudiziario; in generale, ruolo, dimensione e funzionamento della presenza pubblica nell’economia.


Il decreto-legge 24.1.2012 n. 1, che oggi discutiamo, affronta prevalentemente il primo di quei campi, la concorrenza. Un alto grado di concorrenza in tutti i mercati è desiderabile in quanto precondizione essenziale di una crescita duratura. Il complesso delle misure di liberalizzazione che il Governo ha presentato segna un importante avanzamento nel percorso che deve portarci alla piena concorrenza in tutti i mercati in cui essa è possibile. Le misure coprono molti ambiti, sono il più delle volte incisive e attente alle esigenze di una buona regolazione. In alcuni casi (ad esempio nei trasporti) il decreto rinvia a norme attuative da cui dipenderà crucialmente l’efficacia dei provvedimenti; in altri casi (professioni) non vengono confermati importanti avanzamenti proposti lo scorso agosto; in altri ancora (notai, farmacie) esse appaiono parziali. Ma è indubbio che con questo decreto si fanno dei passi avanti concreti e rilevanti nella modernizzazione del Paese.


Occorre procedere in questo sforzo. I frutti potranno non vedersi subito, ma è una strada obbligata per far uscire l’economia italiana dalla condizione quasi stagnante degli ultimi quindici anni”.

Caro Rossi, leggerla è come respirare a 3.000 metri di altitudine ossigeno puro di Shampolook

Come fa notare Doveri su la voce.info “Il governo aveva riportato pubblicamente stime inverosimilmente alte sugli effetti del solo decreto concorrenza: +1 per cento l’anno di crescita aggiuntiva per 10 anni. Ora il Def dà maggiori dettagli e rivede opportunamente molto al ribasso questi effetti. Si parla di un +0,3 annuo derivante dalle riforme nel loro complesso, che sommerebbe a un +2,4 complessivo sul livello del Pil nel 2020. Come si legge nel Piano Nazionale delle Riforme a pagina 37, il +2,4 deriverebbe da tre effetti: da una riduzione di circa due punti percentuali delle rendite (il mark-up) che, sulla base di studi esistenti utilizzati per le simulazioni del Tesoro, darebbe luogo a guadagni di Pil per circa 1,7 punti percentuali al 2020. Poi la maggiore libertà di entrata delle imprese derivante dalla riduzione degli ostacoli alla libera iniziativa darebbe guadagni di efficienza cumulati per altri 0,7 punti”.

Chiudo con Carlo Donolo in Ritratto dell’Italia (Laterza, 2001): “La nostra classe media modernizzata e americanizzata difende quanto acquisito nella versione da rent-seeking society, così macroscopicamente riassunto nel nesso evasione, debito e rendita da titoli di Stato”.

mercoledì 18 aprile 2012

Ill.mo Ministro Fornero, due proposte a costo zero: cedolino della pensione trasparente e busta arancione

Ill.mo Ministro Fornero,

nel farLe i complimenti per la sua attività di Ministro – la sola comparazione con il suo predecessore Ministro Sacconi è imbarazzante, come paragonare Messi con Robinho (che non la mette neanche a porta vuota) – colgo l’occasione per segnalarLe due proposte innovative che porterebbero benefici certi al Paese a costo zero.

La proposta è semplicissima e coinvolge l’INPS. Al fine di rendere edotti i pensionati del loro clamoroso beneficio intergenerazionale, propongo di aggiungere nel cedolino della pensione una informazione in grassetto accanto alla pensione netta e lorda: quale sarebbe stato l’importo lordo e netto se nel calcolo dell’ammontare della pensione – comprensivo di contributi versati e rivalutazione degli stessi - si fosse applicato il metodo contributivo invece del metodo retributivo.

Ricordo che il metodo retributivo non ha alcuna ratio sottostante.

Il metodo retributivo, infatti, prende in considerazione la media delle retribuzioni negli ultimi anni di lavoro, aggiornate sulla base dell' indice d'inflazione (l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione e non al PIL, peraltro, dà un incentivo sbagliato ai pensionati, i quali non sono "interessati" alla crescita dell’economia): si dà quindi importanza all’ultimo periodo di attività lavorativa.

Non per nulla il noto finanziere truffaldino Bernard Madoff – leggasi il post Madoff, il mastino Irving, Unicredit e il rischio reputazionale  - rispondendo alle autorità di vigilanza ha dichiarato: “Non mi sono inventato un bel niente. Ho copiato il social security system". Pagare i primi (early) investitori con i denari ricevuti dai nuovi clienti più recenti (late) si basa sulla stessa logica del sistema retributivo - definito negli States "pay as you go".

Tutti coloro che hanno – in molti casi in modo immeritato perchè non ne hanno alcun bisogno visto il reddito familiare elevato – un sussidio di fatto, potrebbero così evitare di protestare e invece ringraziare lo Stato Sociale.

Io sono arcistufo di sentire che i pensionati sono danneggiati. "Ich habe die Nase voll", perchè sono le nuove generazioni che devono pagare un sussidio permanente a chi è già andato in pensione. Sono quindi i giovani ad avere sopra la testa un debito generazionale pazzesco.

Perchè nella maggioranza dei casi, chi riceve una pensione calcolata con il metodo retributivo si troverà per esempio un netto mensile di 1.000 Euro quando la pensione meritata, effettiva - risultante dal montante moltiplicato per il coefficiente di traformazione che incorpora le aspettative di vita - dovrebbe essere di 700 Euro. E i 300 Euro di differenza vengono pagati dalla fiscalità generale.

Non voglio togliere alcunchè in modo retroattivo. Ma è utile che le persone abbiano contezza del beneficio che viene pagato dalle generazioni future.

Sta all’INPS quantificare il sussidio a carico della fiscalità generale per ogni persona già in pensione e quindi per il sistema in generale. Si tratta di miliardi di euro l’anno, per l’appunto.

La seconda proposta è antica - ogni tanto se ne parla ma la busta non parte mai - e riguarda la busta arancione.

La maggioranza delle persone non sa che ne sarà della pensione, quando inizierà a riceverla e quanto sarà consistente. In molti casi la pensione risultante dal metodo contributivo sarà inferiore al minimo sociale.

Nell’europeissima Svezia, i cittadini ricevono la cosiddetta busta arancione - leggasi post sulla busta arancione - con la quale vengono informati ogni anno con una stima sulla pensione futura: una persona può decidere se è il caso di investire in fondi pensionistici, se lavorare di più e altro ancora.

Serve però un cambio di mentalità: non è un caso infatti che il presidente dell’INPS Antonio Mastropasqua abbia dichiarato che “Se dovessimo dare la simulazione della pensione dei parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale”.

Ministro Fornero, può sollecitare lei – visto che l’ha già annunciato – Mastropasqua per inviare al più presto la busta arancione a tutti i lavoratori italiani?

Louis Brandeis
Noi ripetiamo il pensiero di Louis Brandeis, consigliere della Corte Suprema americana negli anni '30 – e autore del mitico “Other’s people money”: “La luce del sole è il miglior disinfettante, la luce elettrica il miglior poliziotto”.

Ministro Fornero,
confidiamo in lei.

Con viva cordialità

Beniamino A. Piccone

lunedì 16 aprile 2012

Federico Caffé è fuggito 25 anni fa ma le sue idee rimangono attualissime. Maestro passionale, non piaceva ai baroni che hanno distrutto l'università italiana

Sono ormai passati 25 anni dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1987, alba in cui il grande economista Federico Caffé scomparve nel nulla.

Leggiamo insieme un passo di Ermanno Rea in L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffé scomparso e mai più ritrovato, splendida testimonianza della vita austera da studioso di Federico Caffé: “Uscì di casa in punta di piedi per non svegliare il fratello e una fuga priva di testimoni, protetta dalle tenebre, si dissolse nel nulla. Aveva settantatre anni. Era professore fuori ruolo di Politica Economica e finanziaria alla Facoltà di Economia e commercio dell’Università di Roma. Godeva di un grande prestigio intellettuale ed esercitava notevole fascino, soprattutto sugli studenti. Benché, fisicamente, lasciasse molto a desiderare. Piccolo di statura. Anzi piccolissimo”.

Il passaggio che piace in assoluto di più a mio figlio Chicco – vedasi post Mio padre, i miei figli, il desiderio di sapere e la forza della lettura - è questo: “Caffé pianificò la fuga preordinandone ogni movimento fino al più banale: come oltrepassare la porta di casa senza svegliare il fratello; quali abiti indossare, quali oggetti lasciare e quali portare con sé...Infine arrivò il momento di agire. A un’ora imprecisata, compresa tra l’una e le cinque del mattino, smise di pensare. Indossò i pantaloni grigi che aveva portato sino a poche ore prima, una giacca, una camicia, un impermeabile e, dopo aver disposto una serie di oggetti sul tavolino accanto al letto – l’orologio, gli occhiali, le chiavi, il passaporto, il libretto degli assegni – raggiunse in punta di piedi la porta di casa. Aprì con meticolosa lentezza la serratura evitando di fare anche il più piccolo timore. Poi si richiuse la porta alle spalle con la stessa cautela.
Appena al di là del portone si sentì investito da un flusso di acqua fredda: era fatta. Qualunque decisione fosse in procinto di attuare, non poté non percepirla come qualcosa d’irrevocabile”.

Federico Caffé
La sua scomparsa non fu certo un raptus ma una fuga premeditata a seguito di un tracollo emotivo sommato a crisi depressive. In una lettera al suo allievo Daniele Archibugi, Caffè scrisse: “L’interruzione del filo diretto con gli studenti, malgrado la preparazione spirituale, si è dimostrata molto più dura del previsto”.

Corrado Stajano ha scritto: “E’ un rompicapo angoscioso la vita e la sparizione di Caffé, un italiano serio che non aveva nulla in comune con l’Italia slabbrata, approssimativa dio quegli anni ‘80”.

Archibugi su Repubblica di qualche giorno fa ha scritto: “Dopo un quarto di secolo, possiamo solo constatare che, qualsiasi sia stato il destino del nostro maestro, è stato quello che lui si è scelto. La sua vicenda non sarebbe ancora un mistero se nelle ore successive alla sua scomparsa non avesse dimostrato di avere le doti professionali di un agente segreto assai più che quelle di un austero docente. Anche la sua ultima pagina l'ha scritta senza farsi aiutare da nessuno”.

Il Prof. Valentino disse: “Per tutta la vita Caffé ha fatto il pendolare tra la propria casa e l’Università senza mai concedersi passeggiate o gite, senza mai indulgere a curiosità turistiche di alcun genere”....La sua casa era l’Università. Arrivava al mattino alle otto e mezza e ne usciva dopo dodici ore filate (dopo aver spento le luci personalmente, che tempi!, ndr). A chi lo punzecchiava per il suo attaccamento al lavoro rispondeva: “Lo faccio per difendere il mio reddito reale. Se invece di starmene qui a studiare e a lavorare me ne andassi in giro a bighellonare chissà quanti soldi spenderei. Il lavoro per me è una forma di risparmio”.

La sua vita privata era l’economia, erano i suoi studenti. Li indicava dicendo: “Eccoli là i libri che non ho scritto”.

C’è un passaggio nel libro di Rea suggestivo e toccante. Quando Caffé fece gli esami di maturità – ragioneria – il commissario d’esame chiese “In quale città hai deciso di frequentare l’università?”. E Caffé rispose: “Non credo che andrò all’Università. Ho bisogno di lavorare”. Al che il commissario convocò alla stazione di Pescara i genitori di Caffé (di modeste origini), ai quali disse: “Caschi il mondo ma il suo ragazzo deve continuare a studiare”. La madre allora mise in vendita un piccolo lotto di terreno e Caffé partì per Roma.

In Banca d’Italia era stimatissimo. “C’era praticamente nato in Banca d’Italia. Vi aveva incontrato Luigi Einaudi e Donato Menichella, che aveva inciso sulla sua “formazione professionale” e gli aveva fornito “indimenticabili lezioni di umanità, di scrupolo, di rigore morale”. Vi aveva incontrato Guido Carli e Paolo Baffi, di cui era diventato amico affettuoso.... Erano fatti della stessa pasta, Baffi e Caffé. Uomini integerrimi. Studiosi senza altri interessi che quelli per la propria scienza”.

I cronisti ricordano la furia di Caffé quando il Governatore Baffi fu incriminato e la testimonianza portata in suo favore in Tribunale davanti ai magistrati - inqualificabili -  Infelisi e Alibrandi.

Pierluigi Ciocca, una vita in Banca d’Italia - ricorda: “La figura del consulente è sempre stata molto importante in Banca d’Italia. Svolgeva una funzione di riscontro critico oltre che di proposta, d’impostazione e di ricerca. In questo ruolo Caffè era ascoltatissimo”.

In questi giorni ho rimesso a posto alcune carte e ne ho ricavato alcune considerazioni, che condivido con voi lettori.

La più bella cosa è stata scritta da Daniele Archibugi, qualche giorno fa: “Quando la notizia divenne di pubblico dominio, giunsero numerosissimi allievi per aiutarci nelle ricerche. Spesso non ci conoscevamo, ma bastava uno sguardo per capire che appartenevamo alla medesima confraternita. Agli studenti degli ultimi anni si accompagnavano quelli dei decenni anteriori, e ognuno di loro chiedeva che cosa potesse fare di utile. Non era facile trovare una risposta perché neppure la polizia aveva fornito una casistica. Nell'organizzare le squadre che battevano la città palmo a palmo, chiedevo spesso qualche informazione sugli anni in cui lo avevano frequentato all'università. Mi sentivo ripetere sempre la stessa frase: «È stato il periodo più bello della mia vita». Ma lui, Federico Caffè, lo avrà mai saputo?”.

Un altro passo suggestivo è stato scritto da Guido Rey, allievo di Caffè e successivamente presidente dell’ISTAT in occasione dell’intitolazione a Caffé della Facoltà di Economia: “A questi giovani F. Caffè ha dedicato tutta intera la sua vita e a loro volta i giovani lo amavano per la lucidità espositiva, la veemenza nella condanna delle ingiustizie, la profonda dottrina, la vasta cultura e la prosa preziosa e al tempo stesso essenziale. Ai giovani delle ultime generazioni ha saputo trasmettere il suo sdegno all'idea “che un'intera generazione di giovani debba considerare di essere nata in anni sbagliati e debba subire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale”. Tra l’altro, quest’ultimo passaggio è di un’attualità sconvolgente.

Federico Caffé
In un momento in cui il welfare state italiano ha regalato troppo a troppi e non è più possibile continuare con una spesa pubblica che soffoca lo sviluppo, ripropongo il riformismo rigoroso di Caffé (amava alla stesso tempo Einaudi e Andreatta) che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”.

Caffè si definiva così: “Un professore non è un conferenziere, non parla occasionalmente a degli sconosciuti che con tutta probabilità non rivedrà più. Un professore dialoga con gli studenti dei quali conosce spesso tutto o quasi tutto: problemi e speranze, capacità e lacune, ansie e incertezze. Li assiste nei loro bisogni. Li segue lungo una strada che può finire il giorno dell'esame ma che può anche andare avanti fino a quello della laurea e oltre”.

Ecco cosa ho imparato leggendo di Caffé. Quando insegno e faccio domande agli studenti, li stimolo in tutti i modi, cerco di accendere in loro il fuocherello di cui parlò Seneca.

Ezio Tarantelli
Cerco di seguire l’ottimo esempio di Caffè - maieuta di eccezionale levatura che ha avuto come allievi Ezio Tarantelli , Mario Draghi , Pierluigi Ciocca, Guido Rey, Bruno Amoroso, Ignazio Visco , Daniele Archibugi e tanti altri.

Risulto un professore diverso dal solito, perché mi interesso agli studenti, non mi accontento di dar loro un semplice voto all’esame, ma cerco di capire attraverso il dialogo quali sono i loro obiettivi e le loro aspirazioni. Tento di approfondire la conoscenza, capire quali sono i punti di partenza, i loro bisogni e le loro necessità. Questo perché ritengo che il compito di un Maestro sia quello di continuare ad alzare l’asticella dei suoi studenti migliori, di spingerli al massimo, ma per farlo deve capire a che altezza riescono già a saltare. Parlando con loro cerco di capire se reagiscono agli stimoli, cosa stanno imparando, se c’è materia grigia su cui poter lavorare. E cerco sempre di proporre ai miei migliori studenti obiettivi adeguati: per sviluppare i loro talenti non possono restare a Bergamo tutta la vita, devono ampliare i loro orizzonti. Solo che mi rendo conto che, se nessuno dice loro che meriterebbero qualcosa di più, anche gli studenti più promettenti rimarrebbero intrappolati, quando le migliori università del mondo stanno aspettando proprio loro.

Ed è davvero gratificante vedere qualche sparuto studente che ti ascolta, va in profondità come suggerisce Ciampi, approfondisce, non si accontenta delle slides di 30 anni fa del solito barone e ti martella via mail con richieste continue di chiarimenti e spiegazioni.

Queste sono soddisfazioni.

Federico Caffè, la terra ti sia lieve.

P.S.: per approfondimenti consiglio la lettura di:

Ermanno Rea, L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè, scomparso e mai più ritrovato, Einaudi, 1992
Bruno Amoroso, La stanza rossa, Città Aperta Edizioni, 2004
Federico Caffè, La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri, 1990

mercoledì 11 aprile 2012

"Papi, la mensa fa schifo". E' opportuno che Milano Ristorazione assuma un architetto delle scelte

L’altro giorno i miei due figli, #stelledelmiocuorelucedeimieiocchi – Allegra, quasi 9 e Chicco, 7 anni – all’unisono, appena sono entrato in casa, mi hanno detto: “Papi, oggi a mensa abbiamo mangiato da schifo”

Allora ho iniziato a documentarmi. Ho chiesto loro quali erano i loro piatti preferiti nella mensa scolastica e quali i meno graditi.

La lista delle cose che non piacciono è stata la seguente: minestre senza pasta, fagiolini, tortino di spinaci, frittate con porri o zucchine, pasta con i cavolfiori, erbette.

L’amministrazione guidata da Giuliano Pisapia nel luglio 2011 ha azzerato il consiglio di amministrazione di Milano Ristorazione, la società interamente controllata dal Comune che dal gennaio 2001 gestisce la ristorazione scolastica. Ma al momento, non sembra che il servizio sia migliorato.

In passato Milano Ristorazione è stata una sorta - visto che siamo in tema - di magna-magna. Su Repubblica il 21.1.2011 leggiamo: “Scoppia il caso Milano Ristorazione a Palazzo Marino. A finire “sotto processo” è Mauro Bianchi, il direttore generale della società comunale che gestisce le mense scolastiche. È lui a essere accusato di aver incassato una buonuscita da quasi un milione di euro lordi che il suo contratto gli garantiva in caso di licenziamento o dimissioni. Senza, però, aver avvertito l’amministrazione e la spa e, soprattutto, continuando a rivestire a tutt’oggi il suo ruolo”.

Sappiamo benissimo che dovendo servire 95.000 pasti al giorno, la qualità è quella che è, però sulla qualità delle materie prime alcuni meritevoli genitori hanno portato Milano Ristorazione al TAR, perchè non rispetterebbe il contratto di servizio. Il Corriere titolò: “Class action contro Milano Ristorazione. Mense per le scuole, le famiglie decise a portare davanti al Tar i reclami su menu e scelta dei prodotti. I genitori sostengono che Milano Ristorazione sia inadempiente rispetto al contratto. «Il grana padano al posto del parmigiano reggiano; i 26 centri cucina al posto dei 46 concordati; l'olio conservato in bidoni di plastica e non nelle latte; i contenitori per trasportare il cibo in plastica anziché in acciaio; le verdure surgelate e non fresche; idem per la carne, surgelata anche quella; il tonno che arriva dalle Filippine. E l'impegno sul bio e sul km zero, disatteso anche quello».

Tornando all'oggi, mi ha colpito un servizio di Repubblica “Troppi sprechi nelle mense a scuola. Verdure e pesce, il 50% resta nel piatto e finisce in discarica” e proseguiva “Quasi la metà del merluzzo, gratinato o al pomodoro che sia, rimane nel piatto. Stessa sorte per minestre con i legumi e per i contorni, dai cavolfiori ai fagiolini passando per le erbette condite con olio”.

A fianco del servizio sulle mense, Repubblica ha intervistato il nutrizionista Giorgio Calabrese, con il quale sono in totale sintonia: “Se la mole di cibo avanzata è di vasta portata, forse vale la pena riflettere sul tipo di menu proposto: le zuppe e le verdure i bambini non le mangiano nemmeno a casa. Hai mai sentito un bambino che ama il cavolfiore o l’orzo? Mi sembra che ci siano troppi alimenti di questo tipo. Non sono abituati a questi gusti, anche se sono ottimi per la salute finiscono per essere rifiutati e i bambini saltano parte del pranzo.


Bisognerebbe tornare ai piatti della tradizione mediterranea, quelli semplici, uscire da una visione troppo vegetariana dell’alimentazione. C’è un salutismo troppo diverso dalle normali abitudini a tavola. Bisogna lavorare con le famiglie, introdurre alcuni alimenti prima a casa e solo dopo a mensa. Altrimenti la scuola diventa autarchica e il bambino risponde lasciando il cibo”.

Peraltro, non ho mai capito perchè il servizio di ristorazione debba essere gestito dal Comune di Milano e non venga lasciato spazio ai privati che lo saprebbero gestire meglio. Sul sito della società, per esempio c’è ancora il menu primavera estate relativo al 2010/11. Guardate che siamo nel 2012! Provare per credere al link seguente

Mi permetto di formulare una proposta al Sindaco Giuliano Pisapia. Il Comune di Milano dovrebbe suggerire a Milano Ristorazione di assumere a progetto un buon architetto delle scelte, che ha la responsabilità di organizzare il contesto nel quale gli individui prendono decisioni.

E’ lecito per gli architetti delle scelte – per lo più psicologi comportamentalisti – cercare di influenzare i comportamenti degli individui al fine di rendere le loro vite più lunghe, sane e migliori.

Gli individui infatti prendono cattive decisioni che non avrebbero preso se avessero prestato piena attenzione se avessero posseduto informazioni complete, capacità cognitive illiminate e totale autocontrollo.

Suggerisco ai consiglieri di Milano Ristorazione di leggere Sunstein-Thaler La Spinta gentile (Feltrinelli 2008). Obama ha fatto la stessa cosa e poi ha nominato Cass Sunstein Administrator of White House Office of Information and Regulatory Affairs.

In Spinta Gentile si legge a pag. 7: “Carolyn (responsabile del servizio mensa del sistema scolastico di una grande città americana, ndr) con la semplice riorganizzazione delle mense, è riuscita ad aumentare (frutta, per esempio, ndr) o a diminuire il consumo di molti alimenti addirittura del 25%.

I bambini, al pari degli adulti, possono essere enormemente influenzati da piccoli cambiamenti del contesto. In modo empirico, Carolyn sa di poter indurre i bambini a consumare più alimenti sani e meno altrettanto nocivi”.

Inventiamoci qualcosa, lavoriamo insieme affinchè i nostri figli mangino di più in mensa e meno merendine piene di conservanti, appena usciti da scuola. Ma bisogna dare ascolto al nutrizionista Calabrese, magari con un buon architetto delle scelte, così convincente da indurre i bambini a scegliere il menu migliore per loro.

Parafrasando Feuerbach: "Il bambino è ciò che mangia".

lunedì 2 aprile 2012

#Schettino #Vabbuò #Tornisullanavecazzo, la responsabilità, il gigantismo infernale

Qualche settimana fa il Financial Times in prima pagina ci informava che la nuova MSC Preziosa – originariamente costruita secondo le esigenze di Gheddafi – avrebbe dovuto avere un tank di vetro con sei squali, incluso uno squalo bianco.

Dopo la caduta del dittatore, la nave è stata comprata da MSC Cruises, il più grande operatore al mondo di viaggi da crociera.

Allora cogliamo l’occasione per tornare sul caso #Schettino #Isola del Giglio #Costa Concordia.

Si è scritto molto su Schettino e sul naufragio. Noi citiamo due Maestri, Giulio Sapelli e Marco Vitale.

Francesco Schettino
Sapelli: “Il fatto è paradigmatico di un comportamento umano associato e non solo individuale terribilmente diffuso in tutte le organizzazioni. E’ sempre più divenuto socialmente e culturalmente accettato usare i poteri di comando per soddisfare i propri desideri, ricambiare piccoli e grandi favori con reciprocità collusive, creare catene di complicità dirette a soddisfare volontà non sempre criminali ma sempre narcisistiche e dettate dal dimostrare una onnipotenza che fa gonfiare il petto di soddisfazione.


Come dimostra il comportamento del capitano della Costa, il familismo morale allargato viene posto in essere da persone che hanno perduto ogni senso si responsabilità verso la collettività”.

Vitale: “La verità è che nella tragedia della Costa Concordia, di italiano ci sono solo l’onorato nome dei Costa ed il comandante “bello guaglione”. Tutto il resto è americano. Americana è la compagnia proprietaria Carnival Corporation. Americano è il proprietario, Mickey Arison, fortuna stimata oltre 4 miliardi di dollari. Americana è l’ossessione di costruire navi sempre più grandi e sempre più alberghi galleggianti, anzi come li definisce correttamente “Der Spiegel”: Vergnügungsparks zur See (parchi di divertimento galleggianti), piuttosto che navi, sacrificando la componente armatoriale (e dunque anche la sicurezza) alle esigenze dell’intrattenimento, delle dimensioni, del marketing.


È americano mettere come CEO un manager che non viene dall’armamento ma dall’industria degli ascensori. È americana l’ossessione generale per il gigantismo (come per le banche) per fare sempre più profitti, per allargare sempre di più il mercato degli utenti. Nel 1979 Carnival faceva un fatturato di 44 milioni di dollari, oggi fa un fatturato di 16 miliardi di dollari. Questo grande successo porta la compagnia a sfornare una nave dopo l’altra e sempre più grandi. Ma questa crescita frenetica porta seri problemi organizzativi, di selezione e preparazione di personale, di coerenza manageriale tra le esigenze armatoriali, di sicurezza, alberghiere. Ha scritto uno specialista dell’industria delle crociere: “Il caso della Concordia è un avvertimento per l’industria. Abbiamo sempre ammonito che era solo questione di tempo, che un grave incidente con una grande nave da crociera, prima o poi, doveva avvenire. È piuttosto una sorpresa che non sia successo prima” (citato da Der Spiegel)”.

Lo stesso Nicola Costa, rappresentante della famiglia Costa che vendette la società a MSC, in un’intervista a Repubblica ha dichiarato: “Mi pare tutto cambiato, non solo la stazza delle navi, sempre più grandi...tutto ingigantito”.

Il vero nodo è il gigantismo navale che spinge a costruire navi sempre più grandi con biglietti a costi sempre più competitivi. Questa è una macchina infernale che va fermata.

Non sappiamo se ridere o piangere nel leggere la dichiarazione di Domnica Cemortan - “amica” di Schettino inspiegabilmente nella cabina di comando al momento dell’impatto: “Baciai Schettino prima dell’impatto....prima o poi saremmo finiti a letto”. Non vorremmo essere al posto di Schettino agli arresti domiciliari accanto alla moglie 24 ore su 24.

David Foster Wallace nel suo racconto più bello – Una cosa divertente che non farò mai più (Minimum Fax, 1998) – scrisse dopo un viaggio in crociera: “Ho visto completi fucsia e giacche rosa-mestruo e scaldamuscoli viola e marrone e mocassini bianchi senza calzini. Ho visto croupier professioniste così carine che ti facevano venire voglia di fiondarti al loro tavolo e perdere fino all’ultimo centesimo a blackjack...Ho sentito tamburi da banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una donna in lamè argentato che vomitava a getto dentro un ascensore di vetro...Sono stato oggetto in una sola settimana di oltre 1.500 sorrisi professionali,..ho imparato come si allaccia il giubbotto salvagente sopra lo smoking e ho perso a scacchi con una bambina di nove anni. Ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda. Mi sono sentito depresso come non mi sentito dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro”.

David Foster Wallace aveva già capito tutto. Ben prima dell’irresponsabile #Schettino, di cui riportiamo l'epitaffio: "Comandante, i passeggeri stanno entrando da soli nelle lance", risposta: "Vabbuò".
Mr Vabbuò, quando nelle aule universitarie dovrò portare degli esempi di persone irresponsabili, lei sarà il mio primo riferimento.

P.S.: nella tragedia del Giglio sono 30 i morti accertati e 2 i dispersi.

P.S.(2): ringrazio #Lorenzo, nuova promessa dello sci italiano, per avermi suggerito in seggiovia a Shampolook il titolo del post

venerdì 30 marzo 2012

Omaggio a Ugo La Malfa, politico formidabile. Avercene oggi come lui!

Qualche giorno fa, il 26 marzo, è ricorso l’anniversario della morte di Ugo La Malfa, grande politico italiano, che della libertà aveva fatto la sua bandiera. Un’emorragia cerebrale lo colpì , il 24 marzo 1979, proprio il giorno dell’attacco a Banca d’Italia, vedi il post Attacco politico-giudiziario a Banca d'Italia

Ricordiamolo come merita. La politica di oggi ci delude per la pochezza e l'incompetenza crassa dei suoi protagonisti. Avercene oggi di Ugo La Malfa!

Ugo La Malfa nasce a Palermo il 16 maggio 1903. Si trasferì a Venezia dopo aver completato gli studi secondari, iscrivendosi a Ca' Foscari alla Facoltà di Scienze politiche. Così ricorda: “Avevo pochi soldi e la sera mangiavo fichi secchi. La mia cena era di fichi secchi”(Intervista sul non-governo, a cura di Alberto Ronchey, Laterza, 1977, p. 2).

Così Wikipedia: “Nel 1934 viene assunto da Raffaele Mattioli a Milano, nell'ufficio studi della Banca Commerciale Italiana del quale diviene direttore nel 1938, in sostituzione di Antonello Gerbi, mandato da Mattioli in Perù per sottrarlo alle leggi razziali. In questi anni lavora intensamente, soprattutto con funzioni di raccordo fra i vari gruppi dell'antifascismo, per costituire una rete che confluisce nel Partito d'Azione, di cui egli sarà uno dei fondatori. Il 1 gennaio 1943 La Malfa e l'avvocato Adolfo Tino riescono a pubblicare il primo numero clandestino de Italia Libera; nello stesso anno La Malfa deve lasciare l'Italia per sfuggire ad un arresto della polizia fascista. Trasferitosi a Roma, prende parte alla Resistenza e rappresenta il PdA in seno al CLN, insieme con Emilio Lussu.

Raffaele Mattioli
Nel 1945 assume il dicastero dei Trasporti nel governo guidato da Ferruccio Parri. Nel seguente governo di Alcide De Gasperi, è nominato ministro per la Ricostruzione e in seguito ministro per il Commercio con l'estero. Nel febbraio del 1946 si tiene il primo congresso del Partito d'Azione, nel quale prevale la corrente filosocialista facente capo a Emilio Lussu: La Malfa e Parri lasciano il partito. A marzo, La Malfa partecipa alla costituzione della Concentrazione democratica repubblicana che si presenta alle elezioni per la Costituente del giugno 1946: La Malfa risulta eletto insieme a Parri. Nel settembre dello stesso anno, incoraggiato da Pacciardi, La Malfa aderisce al Partito Repubblicano Italiano (Pri).

Nell'aprile del 1947 La Malfa viene designato a rappresentare l'Italia al Fondo Monetario Internazionale. L'anno seguente è nominato vicepresidente dell'Istituto. Ma non lascia la politica attiva. Nel 1962 è nominato ministro del Bilancio in un governo Fanfani. Nel mese di maggio presenta la Nota aggiuntiva, che fornisce una visione generale dell'economia italiana e degli squilibri da cui è caratterizzata, delineando inoltre gli strumenti e gli obiettivi della programmazione democratica attraverso la politica dei redditi. Deve affrontare l'ostilità dei sindacati e di Confindustria. Nel marzo del 1965 è eletto segretario del Partito Repubblicano Italiano. Si avvede immediatamente delle insufficienze della coalizione di centrosinistra. Nel 1966, La Malfa apre un dibattito con il PCI che coinvolge Pietro Ingrao e Giorgio Amendola, col quale aveva condiviso le prime esperienze antifasciste, comunista, figlio di Giovanni: il leader repubblicano invita la sinistra a lasciare la sua vecchia ortodossia, ponendosi come forza in grado di sviluppare un approccio riformatore, consonante con la complessità di un paese radicato nell'Occidente. Nel quarto governo Rumor (1973), La Malfa assume l'incarico di ministro del Tesoro. Tra il 1976 e il 1979 è il maggiore sostenitore della politica di "solidarietà nazionale" tesa a condurre il PCI nell'area della legittimità. La Malfa ha presente con una lucidità che non ha eguali le difficoltà crescenti del sistema democratico e giudica positivamente la revisione ideologica e politica che Enrico Berlinguer imprime al PCI. Nel 1978 la sua azione risulta determinante nella decisione italiana di aderire al Sistema monetario europeo (SME), nel quale entrammo con una banda larga del 6% grazie alla tenacia nelle trattative dimostrata da Paolo Baffi”. Memorabili fu il serrato contraddittorio con il Governatore della deutsche Bundesbank Emminger.

La sua carriera politica fu segnata da quattro momenti particolari:

1) 1943, quando La Malfa abbandonò l’Italia per sfuggire all’arresto dopo la pubblicazione clandestina del giornale Italia Libera. Rientrò successivamente prendendo parte alla Resistenza e rappresentando il Partito d’Azione in seno al Comitato di Liberazione Nazionale;

Aldo Moro prigioniero delle BR
2) Sequestro di Aldo Moro – segretario della Democrazia Cristiana - 1978, quando La Malfa fu uno dei più convinti sostenitori del “partito della fermezza”, ostile ad ogni trattativa con le Brigate Rosse;

3) 1974, quando le banche di Michele Sindona (vedi post Sindona affarista corrotto) – Banca Privata Finanziaria e Banca Unione, poi oggetto di fusione nella Banca Privata Italiana - crollano, a fronte delle continue proposte di salvataggio (definite da Enrico Cuccia “un papocchio” a danno dei contribuenti) – portate avanti da Giulio Andreotti tramite il fidato Evangelisti (di cui ricordiamo il celebre ritornello a Fra’, che te serve?), l’unico che si oppone con tutte le sue forze è Ugo La Malfa, che da Ministro del Tesoro si rifiuta categoricamente di convocare il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, organo che avrebbe dovuto dare l’ok a un colossale aumento di capitale per 160 miliardi di lire (una somma enorme all’epoca) della Finambro di Sindona.

Così La Malfa (Intervista sul non-governo, p. 87): “Avevo notizia del suo gioco sui cambi e sulla svalutazione della lira, che aveva già determinato forti perdite. Quindi, avuta l’impressione di una certa politica che prevedeva un processo inflazionistico, la fermai come era mio dovere. Credo che se fosse stato accettato l’aumento di capitale della Finambro, molti avrebbero perso parecchi soldi. Su quel punto dovevo essere intransigente”.

Sandro Pertini
4) Luglio 1978, quando La Malfa contribuì in modo determinante all’elezione alla Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini.

La Malfa fu sostenitore del liberalismo democratico - sempre schiacciato tra i due blocchi dei cattolici e dei comunisti – della possibile “terza via” che l’Italia non ha mai avuto la lucidità di prendere.

Sappiamo che in Italia domina l’ideologia. Non si discute dei problemi e delle soluzioni, ma solo di chi ha detto che cosa. Allora citiamo La Malfa che era tutto l’opposto, razionale e alla ricerca dei modi per far crescere l’Italia in modo sostenibile. Leggiamo insieme un passo della sua intervista ad Alberto Ronchey: “Del resto, la assoluta trascuratezza degli impegni che si assumono è tipica della sinistra italiana (attualissimo!, ndr) E ne è prova esemplare l’esperienza dell’Enel. La nazionalizzazione fu voluta e fortemente voluta, perchè avrebbe consentito di destinare i profitti privati, e le economie di energia, conseguenti alla gestione unica, alla riduzione del prezzo dell’energia e all’aiuto delle zone sottosviluppate. Nessuna corrente della cosiddetta sinistra si è più preoccupata se la gestione dell’Enel garantisse la soddisfazione degli impegni assunti o se la nazionalizzazione non fosse puramente servita a creare posizioni di privilegio all’interno dell’azienda. Ma questa disinvolta trascuratezza, è una delle ragioni per cui la sinistra non acquista credito, come forza dirigente di una società o di uno Stato”.

Paolo Baffi Governatore integerrimo
Al funerale di Ugo La Malfa, il 26 marzo 1979 - due giorni dopo l’arresto del vidirettore generale di Banca d’Italia Mario Sarcinelli e l’incriminazione del Governatore Baffi, vedi post "Il duo inafferrabile Baffi-Sarcinelli" - un appoggio clamoroso arrivò dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini che volle accanto a sè Baffi di fronte alla salma di La Malfa.

Nell’intervista a Ronchey del 1977 - La Malfa ripercorrendo la sua vita - chiude così: “Rivivo la mia vita come guardando un film. La giovinezza difficile in un’isola deserta. L’evasione verso il Nord, Ca’ Foscari, l’antifascismo e il fascismo a Venezia. L’incontro a Roma con Giovanni Amendola...il trasferimento a Milano e casa Mattioli (mitico presidente della Banca Commerciale Italiana, ndr), L’amicizia e la frequentazione continua di Ferruccio Parri...Uno straordinario viaggio con Mattioli, da Milano attraverso Tornio distrutta dai bombardamenti fino a Dogliani per vedere Einaudi. La costituzione del Partito d’Azione, l’uscita clandestina del primo numero dell’”Italia Libera” a Milano Il Governo Parri e la scissione del Partito d’Azione. La milizia nel Partito repubblicano. l governi De Gasperi e le visite al “Mondo”, il ricordo di Mario Pannunzio, la battaglia per il centro-sinistra e le delusioni. La crisi, i comunisti e il compromesso storico. Alla fine una grande amarezza. Ora osservo che non c’è quell’Italia che avevamo in mente”.

Tornano in mente a distanza di tempo le parole di Carlo Azeglio Ciampi: Non è il paese che sognavo (Il Saggiatore, 2010).

mercoledì 28 marzo 2012

"Il duo inafferrabile Baffi-Sarcinelli merita una lezione": 24 marzo 1979, attacco politico-giudiziario alla Banca d'Italia (seconda parte)

Il 24 marzo è un giorno importante. Mai la Banca d'Italia ha visto profanata la propria immagine come il 24 marzo 1979 con l'arresto del vice-direttore generale Mario Sarcinelli e l'incriminazione del Governatore Paolo Baffi, banchieri centrali stimati in Italia e all'estero.

Come dice Milan Kundera nel Libro del riso e dell'oblio (Adelphi, 1998) "La memoria è l'arma dei deboli contro i forti". Allora torniamo al racconto dei fatti. Qui trovate il link alla prima parte, pubblicata lunedì.

Come mai nel 1979 il “coacervo politico-affaristico-giudiziario" prende di mira e vuole punire la Banca d’Italia? Quali sono le "colpe" di Baffi e Sarcinelli?

1) aver fatto sciogliere il cda dell’Italcasse, cioè del più importante istituto di credito dominato dal potere DC;

Beniamino Andreatta
2) aver ordinato un’ispezione presso il Banco Ambrosiano guidato da Roberto Calvi ; nel processo per bancarotta del Banco Ambrosiano nel 1982, Andreatta riferirà che: “Sarcinelli pallido in volto e con il tono amaro, mi disse che lui era finito in galera proprio per Calvi, giacchè il caso giudiziario che gli era occorso era stato montato in concomitanza con la conclusione dell’ispezione al Banca Ambrosiano del 1978, e proprio a causa della stessa”.

3) l’opposizione ferrea ai piani di salvataggio delle banche di Sindona, il cui commissario liquidatore era Giorgio Ambrosoli .

Umberto Ambrosoli scrive: “Queste sollecitazioni mirano a far sì che alla liquidazione sia data una soluzione fantasiosa...il buco lasciato dalle condotte criminose di Sindona sarebbe stato ripianato con i soldi della collettività. Di fatto, sarebbe stato annullato il provvedimento di commissariamento e messa in liquidazione della banca, Sindona sarebbe stato restituito vergine alla sua capacità di continuare a fare affari in Italia, sarebbe venuto meno il processo penale: tutto grazie ai soldi della collettività”.

Sarcinelli alle sollecitazioni di Andreotti, Evangelisti e l’avv. di Sindona Guzzi rispose: “Noi non guardiamo cose che ci provengono dagli avvocati di persone che secondo noi sono dei bancarottieri, perchè dobbiamo guardarlo?”

Giorgio Ambrosoli
Nel 1986, il faccendiere Pazienza affermerà, davanti ai magistrati, che l’incriminazione di Baffi e Sarcinelli era stata decisa dalla Loggia P2 capitanata da Licio Gelli.

Baffi e Sarcinelli vennero scagionati nel 1981 per l’assoluta insussistenza delle accuse. E’ significativo ricordare che al momento di lasciare la Magistratura, dopo 42 anni di carriera, il Sostituto Procuratore dellaa Cassazione, Cesare d’Anna scrisse: “Mi sia permesso di chiudere la mia carriera con un atto di umiltà: a nome di quella giustizia italiana che non ho mai tradita, intendo chiedere solennemente perdono ai professori Baffi e Sarcinelli ed a tutte le eventuali vittime di un distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario”.

Marco Vitale con rammarico ed un filo di sarcasmo scrisse: “Ho sempre sostenuto che la nomina da Baffi a governatore delle Banca d'Italia è stata l'unica riforma di struttura degli anni '70. Non è dunque un caso che Baffi e Sarcinelli siano trattati come malfattori. […] Così come non è un caso che tutta l'Italia seria, quella che guarda al futuro e non al passato, ha subito compreso, al di là del merito giuridico, il significato politico dell'episodio e dice a Baffi ed a Sarcinelli: resistete. […] La realtà è che questa Banca d'Italia seria dava fastidio e meritava una lezione. Così come merita una lezione tutta questa Italia seria che sta cercando, con tutta fatica, di ricostruire il proprio tessuto economico e il proprio volto di paese civile.”

Federico Caffé
I migliori economisti italiani capitanati da Sergio Steve - Caffè, Andreatta, Spaventa, Savona, Monti, Tarantelli (ricordato ieri su questo blog), Reviglio e altri, in totale circa 150 - il 2 aprile 1979 firmano una dichiarazione a favore di Baffi e Sarcinelli e contro l’ignobile attacco: “Conosciamo da anni la dirittura morale, l'impegno intellettuale e civile e la competenza tecnica di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli; siamo certi delle loro assoluta correttezza nello svolgimento dei compiti del loro ufficio. […] Il Paese ha bisogno che uomini retti come Baffi e Sarcinelli ed istituzioni di alto prestigio ed efficienza quali la Banca d'Italia possano operare serenamente per il bene di tutti”
Il 24 Aprile 1979 gli economisti che firmarono il manifesto appena menzionato, furono convocati in massa presso il Palazzo di giustizia ed interrogati dal giudice istruttore Alibrandi. Gli economisti vennero maltrattati con frase denigratorie o accusatorie del tipo: “Levi i gomiti dal tavolo, qui il professore sono io” o “Avrebbe firmato un manifesto per le Brigate rosse? (un magistrato ha il coraggio di paragonare Baffi e Sarcinelli alle Brigate Rosse, la fine della storia, direbbe Fukuyama, ndr)”.

Paolo Baffi
Nelle Considerazioni finali del 1979 - le sue ultime, si dimetterà nell'ottobre 1979 - Baffi scrisse: “Ai detrattori della Banca auguro che nel morso della coscienza trovino riscatto dal male che hanno compiuto alimentando una campagna di stampa intessuta di argomenti falsi o tendenziosi e mossa da qualche oscuro disegno. Un destino beffardo ha voluto che da questa campagna io fossi investito dopo 43 anni di servizio”.

Ma nelle memorie (documento storico eccezionale) consegnate a Massimo Riva e pubblicate su Panorama l’11 febbraio 1990 - che potete trovare ai link: Cronache brevi prima parte ; Cronache brevi seconda parte - Baffi commentò: “Queste parole piuttosto pacate non danno certo misura dell’amarezza e dello sdegno che io provavo in quei giorni: ma se vi avessi dato sfogo, forse mi sarei procurato nuove incriminazioni".

Così Carlo Azeglio Ciampi: “Nell'ottobre del 1979, Paolo Baffi rinunciò alla carica di Governatore nel timore che la Banca risentisse della vicenda giudiziaria che ne aveva tanto ingiustamente colpito il vertice. La dignità di cui Paolo Baffi diede esempio ne ha innalzato la figura”.

Caro Paolo Baffi, sei uno dei nostri più alti riferimenti. Nella dispensa per gli studenti, chiudo un approfondimento su Paolo Baffi riportando le parole di Massimo Riva – Una stella nel cielo degli onesti (La Repubblica, 8 agosto 1989): “Con la coscienza tragica di Prometeo, Paolo Baffi sapeva altrettanto bene che la libertà e la dignità dell’uomo si riscattano solo facendo il proprio dovere, avvenga che può. Lasciandosi questa lezione alle spalle, ora è andato ad arricchire quel cielo stellato sulle nostre teste, a cui guardano tutti gli uomini che, pur in tempi di degrado dell’etica pubblica, non hanno perso la volontà di fare la propria parte anche a costo di suscitare la vendetta degli dèi. Basterà allora alzare gli occhi: in quel cielo da ieri notte c’è una stella in più e la sua luce risulta già più forte delle trame e dei mediocri maneggi dei piccoli mercanti che ancora occupano il tempio della politica”.

Caro Governatore, ti sia lieve la terra.

Per approfondimenti si consiglia:

Sandro Gerbi (a cura di) Giorgio Ambrosoli. Nel nome di un'Italia pulita, (con contributi di U. Ambrosoli, G. Modolo, G. Turone e S. Bragantini), Aragno, Torino 2010
Giuseppe Amari (a cura di), In difesa dello Stato al servizio del paese, Ediesse Editore, 2010
Giorgio Ambrosoli e Paolo Baffi. Due storie esemplari, Università Bocconi Editore, 2009
SIBC, Atti del convegno Etica pubblica e poteri di controllo: la vicenda Baffi, Sarcinelli, Ambrosoli, Roma, 22 ottobre 2009
Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi Editore, 2009
Corrado Stajano, Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Einaudi, 1991
Paolo Baffi. Testimonianze e ricordi, Scheiwiller, 1990
Paolo Baffi, Cronache brevi, pubblicate da Panorama, 11 febbraio 1990
Marco Vitale, Intervento al Circolo Società Civile, il 15 maggio 1989

martedì 27 marzo 2012

27 marzo 1985: Ezio Tarantelli assassinato in Università dalle Brigate Rosse

Ezio Tarantelli
Ieri sera il direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano in un incontro in Nextam Partners SGR ha detto: "Il patto Lama-Agnelli del 1975 ci portò a uno spread di inflazione verso la Germania di 17 punti percentuali. Ve lo ricordate? Io sì, ed è per questo che non bisogna dimenticare i benefici dell'Euro per noi italiani, che ogni volta facciamo ricadere sull'Euro le nostre colpe ataviche nazionali".

Ho già ricordato in un precedente post come Monti stia applicando il suo programma scritto nel 1992, per cui più che colpe dell'Euro, bisognerebbe guardare dentro noi stessi. "Non esistono scorciatoie", scrisse Mario Draghi nelle sue ultime Considerazioni finali del maggio 2011.

Durante la lezione in Università di settimana scorsa ho parlato del Consiglio Europeo di Milano del giugno 1985, in cui Bettino Craxi riuscì a sconfiggere diplomaticamente Margaret Thatcher convincendo Francia e Germania a convocare una Conferenza InterGovernativa. La CIG sarebbe stata la base del progetto Delors che ci ha portati alla moneta unica.
Mi sono fermato un attimo e ho detto: "Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di Craxi?" Una mano alzata (su 75 ragazzi) che ha ricordato la latitanza di Craxi post Mani Pulite. Ma certamente non sapeva che dobbiamo a Craxi il primo intervento forte di riduzione dell'abnorme inflazione italiana.

Infatti nel febbraio 1984 il Governo Craxi presentò - sulla base delle idee di Ezio Tarantelli - il cosiddetto Decreto di San Valentino con il quale venivano tagliati 3 punti di scala mobile e abolito il punto unico di contingenza. Si dette un colpo durissimo alla spirale prezzi-salari.
Il Partito Comunista italiano si oppose fermamente, raccolse le firme per indire il referendum abrogativo. Nella prima pagina di Repubblica qui a fianco, il titolo di prima pagina è "Sangue sul referendum" che si sarebbe tenuto il 9 e 10 giugno, due mesi dopo l'omicidio di Ezio Tarantelli. Fortunatamente gli italiani votarono NO.


Ermanno Rea nello splendido L’ultima lezione (Einaudi, 1992) scrive: “In luglio 1984 il Pci avvia le procedure per il referendum sulla scala mobile: In ottobre la Camera, dopo aver discusso le conclusioni dell’inchiesta sul caso Sindona, boccia una mozione radicale in cui si chiedono le dimissioni di Giulio Andreotti, accusato di aver sostenuto oltre ogni decenza il bancarottiere siciliano....In dicembre un’ennesima strage insanguina l’Italia: due esplosioni sventrano il treno 904 in galleria tra Firenze e Bologna. Quindici i morti; oltre cento i feriti. Il 27 marzo dell’anno successivo, il 1985, le Brigate Rosse ammazzano Ezio Tarantelli: quasi sotto gli occhi di Caffè.


E’ una mattina sfolgorante. Sulla ripida scalinata di accesso alla facoltà di Economia e commercio marzo è di tepore irresistibile, tanto è vero che non si contano i giovani corpi discesi al sole, qualche libro per cuscino sotto la nuca. La raffica fa sobbalzare tutti: è un rumore attutito ma inconfondibile anche per le orecchie di chi non ha mai sentito, se non al cinema, crepitare un’arma da fuoco automatica. Si odono delle grida....In una Citroen rossa, la testa inondata di sangue, un uomo giace col busto riverso sul sedile accanto a quello di guida sul quale ha preso posto. E’ stato il facile bersaglio di uno sconosciuto che imbracciava una mitraglietta Scorpion e che prima di colpirlo lo ha chiamato per nome: “Professor Tarantelli!””.

Il torto di Tarantelli - agli occhi dei terroristi – era di voler proporre un rimedio, buono o cattivo che fosse, contro la disoccupazione.

In una lettera che Tarantelli scrisse a Modigliani nel 1983 si legge: “...Ma non ho alcuna intenzione di cambiare linea. Costi quel che costi ai miei rapporti con il sindacato e fuori”. Sembra di leggere Giorgio Ambrosoli nella lettera alla moglie Annalori, quando scrive: “E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell’Umi (Unione Monarchica Italiana, ndr) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.[…] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa”.

In un mio precedente post Modigliani, Baffi e Tarantelli - ripresi la testimonianza del premio Nobel Franco Modigliani: “Tarantelli venne ucciso perchè, con coraggio, diceva la verità sulle aberrazioni della scala mobile e del punto unico. Fu lui, con me, a lanciare l’idea dell’inflazione programmata e della contrattazione tra le parti sociali, basandosi sul modello che comincia contrattando il salario nominale, sulla base di un obiettivo per l’inflazione futura...Quella strada si concluse nel 1993, quando finalmente anche la CGIL, grazie al lavoro di Carlo Azeglio Ciampi, accetta il principio di negoziare il salario nominale”.


In un intervento di Mario Draghi leggiamo: “Le ripercussioni di shock esogeni di prezzo sulle economie dei paesi dell’area sono oggi molto contenute: gli aumenti del prezzo del petrolio tra il 2007 e il 2008 sono stati di entità comparabile, in termini reali, con quelli della fine degli anni Settanta, ma hanno generato un rialzo una tantum dei prezzi al consumo inferiore ai due punti percentuali, che non si è radicato in inflazione, diversamente da quel che in passato era successo in diversi paesi dell’area. Secondo nostre valutazioni, rispetto al decennio Settanta l’effetto inflazionistico in Italia di uno shock di questo tipo si è ridotto a un decimo. Vi hanno certo contribuito cambiamenti strutturali nei processi produttivi, ma la credibilità acquisita dalla politica monetaria e le modifiche che ne sono discese nelle modalità di determinazione di prezzi e salari hanno svolto un ruolo cruciale”.

E’ un omaggio postumo alle idee di Ezio Tarantelli, grazie al quale anche in Italia è stata sconfitta la spirale prezzi-salari.

La bici di Marco Biagi: illumina il futuro (Sole 24 Ore)
Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Marco Biagi. Ma in quale Paese al mondo i giuslavoristi e gli economisti del lavoro vengono ammazzati o devono viaggiare sotto scorta, come l'autorevole Pietro Ichino?

Ah dimenticavo. Una delle massime folgoranti di Ezio Tarantelli era: "L'utopia dei deboli è la paura dei forti". Tenere a mente.

lunedì 26 marzo 2012

24 marzo 1979: attacco politico-giudiziario alla Banca d'Italia

Il 5 marzo scorso ho partecipato al Teatro Strehler alla premiazione di Mario Sarcinelli, vincitore della prima edizione del Premio Ambrosoli (per approfondimenti sull'avv. Giorgio Ambrosoli, si rimanda al post: Omaggio a Giorgio Ambrosoli, eroe borghese).
In tale occasione Umberto Ambrosoli, figlio del commissario liquidatore della Banca privata italiana, ha ricordato come «non vadano solo perseguiti i comportamenti illegali, ma premiati, riconosciuti e incoraggiati quelli virtuosi».

Per dare concreto seguito alle parole di Umberto, oggi voglio ricordare Mario Sarcinelli e Paolo Baffi, protagonisti del più grave attacco portato nella storia alla Banca d'Italia. Ripercorriamolo insieme perchè il 24 marzo cade l'anniversario, il cui mandante venne definito da Paolo Baffi - Governatore della Banca d'Italia dal 1975 al 1979 - nelle sue Cronache brevi "coacervo politico-affaristico-giudiziario".

Carlo Azeglio Ciampi (Da Livorno al Quirinale, Il Mulino, 2010, p. 125): “Ricordo bene quel sabato, un sabato drammatico. Era il 24 marzo 1979. Quella mattina ricordo ancora che ero in macchina a via Nazionale, e in senso opposto transitò un’autoambulanza a sirene spiegate: non sapevo ancora che dentro c’era Ugo la Malfa, ormai morente.


Mario Sarcinelli
Andai in Banca, lavorai tranquillamente. A un certo punto entrò nella mia stanza Sarcinelli (Vice Direttore generale della Banca d'Italia con delega sulla vigilanza degli istituti di credito, ndr) che mi disse: “Carlo, sono venuti ad arrestarmi” (per dovere di cronaca i carabinieri guidati dal Colonnello Campo, ndr) . Mi precipitai da Baffi e lo trovai distrutto. Aveva in mano il documento (il “duo inafferrabile” viene accusato di interessi privati in atti d’ufficio e di favoreggiamento personale, ndr) che gli avevano consegnato, con l’incriminazione per lo stesso reato contestato a Sarcinelli; il documento era stato scritto con la carta carbone. Non si concludeva con l’arresto solo per l’età. Mi precipitai a informare il Quirinale”.

Massimo Riva sul Corriere della Sera nel 1979 scrisse: “Michele Sindona ha regalato al Paese una bancarotta per qualche centinaio di miliardi e se ne sta indisturbato in un grande albergo di New York. Ma Mario Sarcinelli, che si è impegnato per smascherare i trucchi dei banchieri d’assalto, è finito dentro un carcere”.

E’ opportuno chiarire che le pressioni alla Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli iniziano ben prima del 1979, e precisamente nel 1978. Nel febbraio 1978 il Ministro del Tesoro Stammati e Evangelisti – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – convocano due volte Baffi e Sarcinelli sollecitando la sistemazione dei debiti Caltagirone nei confronti dell’Italcasse, feudo democristiano.

Marco Vitale scrive: “Quando nel 1975 Carli lascia la Banca d’Italia, ed alla sua guida subentra Baffi, la linea della Banca d’Italia cambia. Recupera la sua volontà di guida del potere bancario, sia sul fronte della gestione della moneta, che sul fronte della Vigilanza sulle aziende di credito e sulla corretta amministrazione delle stesse. In un certo senso, ritornando a fare severamente il proprio mestiere, la Banca d’Italia di Baffi e Sarcinelli accetta il rischio di essere considerata, per usare la terminologia di Carli, “sovversiva” ed è per questo che va punita....Il nuovo corso della Banca d’Italia dava fastidio”.

Paolo Baffi
Mentre la politica prepara l’attacco alla Banca d’Italia, Baffi è impegnato, ai massimi livelli, nelle difficilissime trattative per l’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo – dove Baffi riuscì a convincere Helmut Schmidt e Giscard D’Estaing a concedere all’Italia la banda di oscillazione “larga” al 6%. Riva scrive: “Il potere politico era del tutto assente da questo passaggio fondamentale per la storia del Paese, mentre era presente – presentissimo – in quegli stessi mesi, per quanto riguardava vicende di affari privati e personali. Quelli dei fratelli Caltagirone, per esempio. Quelli di Sindona, successivamente”.

Nel consigliare una studentessa che ha realizzato una tesi su Paolo Baffi, mi è tornato all’occhio un passaggio impressionante delle Cronache brevi di Baffi.

A Baffi fu ritirato il passaporto e gli venne impedito di andare a Basilea (quando oggi sentiamo parlare del Comitato di Basilea, nato nel 1974, dobbiamo ringraziare Baffi) ai consueti consessi mensili dei banchieri centrali europei presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, dove rappresentava l’Italia con notevole prestigio.

Baffi scrive: “9 marzo 1980 - La Repubblica pubblica un articolo, con titolo a caratteri cubitali: “A Baffi, Cappon, Ossola ritirato il passaporto”. Fors'anche come risultato di questo articolo, quando, nel viaggio in treno per Basilea, arrivo alla frontiera di Como, il funzionario di polizia in borghese, dopo aver guardato lungamente e sfogliato il nuovo passaporto, e avermelo restituito, torna indietro e lo richiede la seconda volta: strofina il pollice sull'impronta dei timbri a umido, forse per vedere se sbavano, cioè se mi sono fabbricato il passaporto la notte prima. Subisco in silenzio questa nuova umiliazione, anch'essa inflitta dalle istituzioni che ho servito in un'intera vita di lavoro”.

Avete letto bene. Il Governatore della Banca d’Italia viene sospettato di aver falsificato il passaporto. Tutto ciò ha dell’incredibile.

La verità - si saprà anni dopo - è che la P2 - su pressione della Democrazia Cristiana e dei soggetti economici vicini agli esponenti democristiani (Sindona, Caltagirone, Calvi, Italcasse) organizzò una manovra d’attacco alla Banca d’Italia servendosi di due suoi iscritti: gli inqualificabili magistrati, Infelisi (magistrato della Procura) e il giudice istruttore Alibrandi, che si permise di trattare in modo violento e ostile Baffi durante l‘interrogatorio.

Il 21 aprile 1979 un giornalista del Messaggero Fabrizio Menghini raccoglie questa incredibile e sconcertante testimonianza di Alibrandi: “Ho trovato dirigenti di istituti bancari piuttosto risentiti per le inchieste a senso unico dell’Istituto di emissione”. Nel Trentino, in Veneto, come in Sicilia, cioè in quelle località note come feudi democristiani, la Banca d’Italia, in persona di Sarcinelli, si sarebbe particolarmente accanita.

Prosegue Menghini: “Sorpresi da tanta franchezza i giornalisti hanno chiesto ad Alibrandi (il quale non fa mistero del suo orientamento politico: è un missino sfegatato) come mai si sia fatto paladino della Dc nei confronti della presunta persecuzione della Banca d’Italia. “Qui non si tratta di ideologie politiche ma di amministrare giustizia ed io come giudice non posso non rilevare questa mancanza di obiettività da parte della Banca d’Italia. C’è da augurarsi che Sarcinelli impari la lezione, se un giorno o l’altro riprenderà il suo posto in Banca d’Italia”.

Alibrandi, che livello abbiamo raggiunto! Due stimatissimi banchieri centrali devono imparare la lezione? Ma vergogna! Con un figlio brigatista nero (Alessandro Alibrandi, terrorista di destra, membro dei NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, ammazzato poi in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981). Non c’è limite al peggio.

Vi aspetto dopodomani per la seconda parte.

P.S.: in relazione alla figura di Paolo Baffi, si rimanda al post: Onore a Paolo Baffi, Governatore della Banca d'Italia, a 100 anni dalla nascita