Ho passato un bellissimo week-end con la mia famiglia a Mondello, a due passi da Palermo, ospite di amici. Sicilia, terra irredimibile, sosteneva Leonardo Sciascia. E oggi ancora più di allora visto che, oltre alla terribile Assemblea Regionale Siciliana, vero simbolo dello sfacelo italico, la Sicilia deve affrontare le migliaia di immigrati che sbarcano sulle coste.
In una interessante intervista del direttore della Stampa Maurizio Molinari al presidente tunisino Beji Caid Essebsi, emerge una questione che tendiamo a sottovalutare, il necessario appoggio dell'Europa alla difesa della laicità in Tunisia, baluardo fondamentale per il Nord Africa. Infatti l'ISIS sta pianificando attacchi di terra in Tunisia dai campi della Libia.
Come dice Essebsi, "La Tunisia racchiude più identità, laiche e religiose, abituate a convivere nel rispetto reciproco...Ciò che conta è rafforzare i diritti delle donne, sconfiggere l'analfabetismo e la disoccupazione". Che ossigeno, che belle intenzioni!
Cosa dice il presidente tunisino, erede di Habib Bourghiba a proposito dell'islamismo? "L'islamismo non è un movimento religioso bensì politico il cui unico intento è la conquista del potere. Si tratta di persone violente, di terroristi che non hanno nulla che vedere con i musulmani perchè l'Islam è per il rispetto di tutti, nei testi fondamentali dell'Islam non c'è nulla di quanto i terroristi predicano all'unico fine di imporre il loro potere sugli altri".
La chiusura dell'intervista di Molinari à da ritagliare e conservare. Mentre guardavo il mare cristallino - dove Giovanni Falcone ogni tanto (all'Addaura) sognava di potersi immergere beato - pensavo al Commissario Montalbano, che si ritrova (mentre nuota di prima mattina) un corpo di un naufrago tra le braccia: "La Tunisia è come un albero: i suoi rami si allargano in tutta Europa, le sue radici affondano nell'Africa. Senza i rami l'albero non cresce e non dà frutti, ma se non si curano le radici muore".
Allora non possiamo chiudere gli occhi davanti alla tragedia del Mare di Sicilia. La strategia migliore è supportare gli stati come la Tunisia che cercano di venire fuori da soli da una gestione del potere che mira a distruggere l'economia locale.
martedì 26 aprile 2016
martedì 19 aprile 2016
La Basilicata è l'unica regione dove si è raggiunto il quorum. Vediamo come spende bene le royalties del petrolio
La Basilicata è l'unica regione dove si è raggiunto il quorum nel referendum di domenica, il cui quesito complesso ha indotto la maggior parte dei cittadini a non andare a votare (quorum ego).
Anche in Puglia, dove il presidente della regione Michele Emiliano si è dato un gran da fare, il quorum non è stato raggiunto. Segno che tematiche complesse come il rinnovo delle concessioni petrolifere devono essere risolte dalla politica e non rimandate al cittadino, il quale delega le questioni a politici che si rivelano spesso dei quaraquaqua (Sciascia, cit.).
C'è da sottolineare come le Regioni siano spesso gestite con logiche di potere e di consenso che eludono la fornitura corretta e di qualità dei servizi essenziali, come la sanità. Aveva certamente ragione Giovanni Malagodi quando deprecava la nascita delle Regioni, che si sono rivelate un covo di malaffare, corruzione, sprechi e affossamento delle finanze pubbliche.
Cosa fa la Basilicata con le royalties pagate dall'ENI come diritto di estrazione?
La Regione Basilicata incassa di diritti/royalties annuali per circa 40 milioni di euro. Avrebbe senso creare un fondo sovrano regionale come ha ben fatto l’Alaska, visto che le risorse energetiche prima o poi si esauriranno.
Sul bilancio di qualche anno fa della Basilicata si possono trovare interessanti informazioni, che danno un'idea di come vengono spesi i soldi pubblici.
Ecco tre esempi di spesa senza senso:
- Art. 17 – Contributo ai maestri di sci, quantificato in 20.000 €; Come è noto in Basilicata si scia tutto l’anno e nascono campioni nazionali, come Gustavo Thoni, Piero Gros e il compianto Leonardo David.
- Art. 45 – Contributo ai Comuni per la gestione dei canili, quantificato in 600.000 €;
- Art. 48 – Processo completamento sisma ’80. “Al fine di sostenere il processo di completamento delle ricostruzione post sisma ’80, la Regione Basilicata si impegna a contratte un mutuo decennale da destinare ai comuni per far fronte alle esidenze di cui all’art. 3 dela legge n. 32/1992”.
A 36 anni dal terremoto in Irpinia, peraltro, siamo ancora a finanziare la ricostruzione! Rob de matt.
Nei Paesi seri si investono le risorse – per definizione scarse e in via di progressivo esaurimento – derivanti dall’estrazione del petrolio in attività di lungo termine. In Italia si finanziano a pioggia progetti obsoleti o ricostruzioni a 30 anni dal terremoto. Serve altro?
Anche in Puglia, dove il presidente della regione Michele Emiliano si è dato un gran da fare, il quorum non è stato raggiunto. Segno che tematiche complesse come il rinnovo delle concessioni petrolifere devono essere risolte dalla politica e non rimandate al cittadino, il quale delega le questioni a politici che si rivelano spesso dei quaraquaqua (Sciascia, cit.).
C'è da sottolineare come le Regioni siano spesso gestite con logiche di potere e di consenso che eludono la fornitura corretta e di qualità dei servizi essenziali, come la sanità. Aveva certamente ragione Giovanni Malagodi quando deprecava la nascita delle Regioni, che si sono rivelate un covo di malaffare, corruzione, sprechi e affossamento delle finanze pubbliche.
Cosa fa la Basilicata con le royalties pagate dall'ENI come diritto di estrazione?
La Regione Basilicata incassa di diritti/royalties annuali per circa 40 milioni di euro. Avrebbe senso creare un fondo sovrano regionale come ha ben fatto l’Alaska, visto che le risorse energetiche prima o poi si esauriranno.
Sul bilancio di qualche anno fa della Basilicata si possono trovare interessanti informazioni, che danno un'idea di come vengono spesi i soldi pubblici.
Ecco tre esempi di spesa senza senso:
- Art. 17 – Contributo ai maestri di sci, quantificato in 20.000 €; Come è noto in Basilicata si scia tutto l’anno e nascono campioni nazionali, come Gustavo Thoni, Piero Gros e il compianto Leonardo David.
- Art. 45 – Contributo ai Comuni per la gestione dei canili, quantificato in 600.000 €;
- Art. 48 – Processo completamento sisma ’80. “Al fine di sostenere il processo di completamento delle ricostruzione post sisma ’80, la Regione Basilicata si impegna a contratte un mutuo decennale da destinare ai comuni per far fronte alle esidenze di cui all’art. 3 dela legge n. 32/1992”.
A 36 anni dal terremoto in Irpinia, peraltro, siamo ancora a finanziare la ricostruzione! Rob de matt.
Nei Paesi seri si investono le risorse – per definizione scarse e in via di progressivo esaurimento – derivanti dall’estrazione del petrolio in attività di lungo termine. In Italia si finanziano a pioggia progetti obsoleti o ricostruzioni a 30 anni dal terremoto. Serve altro?
mercoledì 13 aprile 2016
La cultura dei Giovani Imprenditori di Confindustria lascia molto a desiderare
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| Federica Guidi e Gianluca Gemelli |
In quali valori credono i Giovani Imprenditori? Quali regole seguono per conquistare un appalto, una concessione, un business, pubblico o privato? Qual è l'orientamento strategico di fondo, direbbe Vittorio Coda. Secondo loro, par di capire, è normale fondare i fattori critici di successo della propria impresa sull'influenza che si una su un ministro che ha il potere di modificare un emendamento?
Dalla vicenda emerge una concezione del mercato lontana anni luce dalla concorrenza e dal rispetto delle regole. Aveva ragione Roger Abravanel anni fa a criticare i Giovani Imprenditori e definirli figli di papa? Probabilmente sì.
Quando nel 2006 a Vicenza gli imprenditori di Confindustria si riunirono per parlare di "Concorrenza, bene pubblico", la bagarre creata ad arte con Diego Della Valle da Silvio Berlusconi con il suo arrivo in elicottero e la claque al seguito fecero perdere di vista la volontà di alcuni imprenditori di uscire dalle logiche del corporativismo e aprirsi veramente alla concorrenza, nazionale e internazionale.
Peccato perchè l'Italia ha certamente bisogno di fair competition e di enforcement, di sanzioni effettive per coloro che sono persistenti nella disapplicazione delle regole. Deve necessariamente aumentare la convenienza per coloro - e sono tanti - che rispettano le regole del gioco.
E' singolare come il giacimento petrolifero di Tempa Rossa - nell'alta valle del Sauro in Basilicata - sia non lontano da Chiaromonte (nel volume si nascose il vero nome e si inserì il nome di fantasia Montegrano), località visitata per mesi dal sociologo Edward Banfield nel 1974, da cui trasse il fortunato volume "Le basi morali di una società arretrata".
In questo libro Banfield descrisse mirabilmente la cultura del "familismo amorale" arrivando a ipotizzare che certe comunità sarebbero arretrate soprattutto per ragioni culturali. La loro cultura presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell'interesse collettivo. Gli individui sembrerebbero agire come a seguire la regola:
- "massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo".
Sono passati 42 anni dal volume di Banfield e attendiamo ancora che il capitalismo familiare sano - vero pilastro dell'industria italiana - abbia la meglio sul "familismo amorale", così ben appreso dal duo Guidi-Gemelli.
Magari l'attuale presidente dei Giovani Imprenditori Marco Gay ha qualcosa da dirci in proposito.
martedì 29 marzo 2016
Il gioco d'azzardo, piaga italiana
Qualche settimana fa alla LIUC-Università Cattaneo, dove insegno Sistema finanziario col mio collega Antonio Caggia, è stata organizzata una lezione speciale curata da alcuni matematici e fisici di Torino, che hanno creato la società Taxi 1729 che porta avanti nelle scuole e università progetti diretti alla divulgazione di quanto il gioco d'azzardo si prenda gioco di noi.
Col motto Fate il nostro gioco (anche il titolo del libro, Add editore) Paolo Canova, Diego Rizzuto e Sara Zaccone hanno tenuto una lezione strepitosa. Un'ora e mezza di spiegazioni veloci, dinamiche, immagini, test, che hanno riscosso un grande successo tra gli studenti.
L’idea è di usare la matematica come strumento di prevenzione, una specie di “antidoto logico” per immunizzarsi almeno un po’ dal rischio degli eccessi da gioco. Perché, ne siamo convinti, la matematica è esercizio di pensiero critico, un’occasione per creare un’opinione consapevole nei cittadini, specialmente nei ragazzi, in un ambito in cui molto si basa sulla scarsa conoscenza delle leggi che governano la sorte.
Qualche dato. Nel 2015 sono stati 23 milioni gli italiani che hanno gioccato in lotterie, scommesse e slot machine, spendendo complessivamente 88 miliardi di euro, perdendone 24. Molto più del gettito Imu sulla prima casa. In media ogni italiano, neonati compresi, ha giocato in un anno oltre 1.400 euro per tentare la fortuna.
Per rendere viva e partecipe la lezione - tenere i ragazzi attenti per due ore è una missione molto difficile, vista la tentazione di messaggiare o giocare con lo smart phone - Canova e Rizzuto hanno distribuito a tutti un fac simile di una scheda di gioco di Win-for-life, gioco di grande successo escogitato dalla Sisal.
Per vincere a Win-for-life è necessario indovinare alcuni numeri estratti rispetto ai primi 20 numeri da zero a 20. Si vince con 0, 1, 2, 3, 7, 8, 9 e 10. Uno può erroneamente pensare che si vinca nella maggior parte dei casi. Invece la statistica ci dice che nell'82% dei casi si perde. Indovinare 3 o 7 numeri (su 20) costituisce singolarmente il 7,4% delle probabilità. Di solito si fa 4, 5 o 6 (in totale nell'82,2% dei casi).
La cosa tricky del gioco è che nel 14.8% dei casi si vince quello che si è giocato, ossia 2 euro.
Se sommiamo il 14,8% all'82,2%, nel 97% dei casi non si vince nulla o si vince ciò che si è scommesso. La psicologia fa sì che se si sono scommessi due euro e si vincono due euro, si pensa di aver vinto, mentre non si è vinto alcunchè (2 meno 2=0).
E' molto probabile quindi che chi vinca due euro, torni a giocare perdendoli subito. La voglia di continuare, illudendo il giocatore a cui viene regalata l'illusione di vincere sta alla base del gioco. Non è stupido chi gioca. E' veramente geniale chi ha inventato Win-for-life. Anyway, la probabilità di fare 10 è 1 su 1.847.560. E' più probabile che un asteroride colpisca la Terra nel 2048.
Pagano i gonzi, però. E lo Stato, con l'ingente gettito tributario, incassa il bottino. Tra il 1999 e il 2009 le scommesse hanno fatto incassare in media all’erario il 4 per cento sul totale delle imposte indirette e, in termini assoluti, hanno contribuito alle casse statali con una media di 9,2 miliardi di euro all’anno.
Come hanno evidenziato Sarti e Trimenti sulla voce.info a giocare di più sono le classe più povere della popolazione: "le famiglie con redditi più bassi tendono a spendere una percentuale del loro reddito più alta rispetto alle famiglie più ricche. Le famiglie giocatrici più povere spendono circa il 3 per cento del loro reddito in questo tipo di giochi, mentre quelle più ricche spendono meno dell’1 per cento. Dato che i giochi di pura fortuna portano in media a una perdita di denaro perché sui grandi numeri “il banco” vince sempre, la spesa in giochi si traduce a tutti gli effetti in una sorta di “tassazione volontaria” di tipo regressivo e in un più generale fattore di disuguaglianza socio-economica".
Col motto Fate il nostro gioco (anche il titolo del libro, Add editore) Paolo Canova, Diego Rizzuto e Sara Zaccone hanno tenuto una lezione strepitosa. Un'ora e mezza di spiegazioni veloci, dinamiche, immagini, test, che hanno riscosso un grande successo tra gli studenti.
L’idea è di usare la matematica come strumento di prevenzione, una specie di “antidoto logico” per immunizzarsi almeno un po’ dal rischio degli eccessi da gioco. Perché, ne siamo convinti, la matematica è esercizio di pensiero critico, un’occasione per creare un’opinione consapevole nei cittadini, specialmente nei ragazzi, in un ambito in cui molto si basa sulla scarsa conoscenza delle leggi che governano la sorte.
Qualche dato. Nel 2015 sono stati 23 milioni gli italiani che hanno gioccato in lotterie, scommesse e slot machine, spendendo complessivamente 88 miliardi di euro, perdendone 24. Molto più del gettito Imu sulla prima casa. In media ogni italiano, neonati compresi, ha giocato in un anno oltre 1.400 euro per tentare la fortuna.
Per rendere viva e partecipe la lezione - tenere i ragazzi attenti per due ore è una missione molto difficile, vista la tentazione di messaggiare o giocare con lo smart phone - Canova e Rizzuto hanno distribuito a tutti un fac simile di una scheda di gioco di Win-for-life, gioco di grande successo escogitato dalla Sisal.
Per vincere a Win-for-life è necessario indovinare alcuni numeri estratti rispetto ai primi 20 numeri da zero a 20. Si vince con 0, 1, 2, 3, 7, 8, 9 e 10. Uno può erroneamente pensare che si vinca nella maggior parte dei casi. Invece la statistica ci dice che nell'82% dei casi si perde. Indovinare 3 o 7 numeri (su 20) costituisce singolarmente il 7,4% delle probabilità. Di solito si fa 4, 5 o 6 (in totale nell'82,2% dei casi).
La cosa tricky del gioco è che nel 14.8% dei casi si vince quello che si è giocato, ossia 2 euro.
Se sommiamo il 14,8% all'82,2%, nel 97% dei casi non si vince nulla o si vince ciò che si è scommesso. La psicologia fa sì che se si sono scommessi due euro e si vincono due euro, si pensa di aver vinto, mentre non si è vinto alcunchè (2 meno 2=0).
E' molto probabile quindi che chi vinca due euro, torni a giocare perdendoli subito. La voglia di continuare, illudendo il giocatore a cui viene regalata l'illusione di vincere sta alla base del gioco. Non è stupido chi gioca. E' veramente geniale chi ha inventato Win-for-life. Anyway, la probabilità di fare 10 è 1 su 1.847.560. E' più probabile che un asteroride colpisca la Terra nel 2048.
Pagano i gonzi, però. E lo Stato, con l'ingente gettito tributario, incassa il bottino. Tra il 1999 e il 2009 le scommesse hanno fatto incassare in media all’erario il 4 per cento sul totale delle imposte indirette e, in termini assoluti, hanno contribuito alle casse statali con una media di 9,2 miliardi di euro all’anno.
Come hanno evidenziato Sarti e Trimenti sulla voce.info a giocare di più sono le classe più povere della popolazione: "le famiglie con redditi più bassi tendono a spendere una percentuale del loro reddito più alta rispetto alle famiglie più ricche. Le famiglie giocatrici più povere spendono circa il 3 per cento del loro reddito in questo tipo di giochi, mentre quelle più ricche spendono meno dell’1 per cento. Dato che i giochi di pura fortuna portano in media a una perdita di denaro perché sui grandi numeri “il banco” vince sempre, la spesa in giochi si traduce a tutti gli effetti in una sorta di “tassazione volontaria” di tipo regressivo e in un più generale fattore di disuguaglianza socio-economica".
giovedì 24 marzo 2016
Come reagire al terrorismo islamico? Come gli inglesi in biblioteca dopo le bombe tedesche
Dopo l'ennesimo attentato da parte dei terroristi islamici - questa volta, dopo Parigi, a Bruxelles - il centro dell'Europa e degli uffici della Commissione Europea, ci si chiede come reagire. Non uscire più di casa non ha senso, la vita va avanti.
A parte la necessità di coordinamento delle polizie europee e dell'intelligence (quella belga lascia a desiderare, vedi lo scandalo Dutroux), penso che a livello individuale sia necessario costruire strategie per contenere l'ansia. Come ha detto lo psicoanalista Massimo Ammaniti sul Corriere della Sera di ieri "di fronte a un terrorista che costituirà purtroppo una presenza costante, ci dobbiamo equipaggiare suo piano psicologico per non soccombere all'ansia".
Ammaniti suggerisce - e mi trova concorde - di prendere come modello di riferimento la Gran Bretagna guidata da Winston Churchill, tenace Prime Minister durante la battaglia contro Hitler: "Ho in mente un'immagine legata alla Seconda Guerra mondiale, la biblioteca (di Holland Park, ndr) dove ci sono persone che, tra le macerie, cercano libri per leggerli. E' una bellissima rappresentazione di ciò che si dovrebbe fare oggi".
Sta in noi reagire in modo costruttivo. Ma siamo in guerra. Ricordiamocelo. Diamoci da fare.
A parte la necessità di coordinamento delle polizie europee e dell'intelligence (quella belga lascia a desiderare, vedi lo scandalo Dutroux), penso che a livello individuale sia necessario costruire strategie per contenere l'ansia. Come ha detto lo psicoanalista Massimo Ammaniti sul Corriere della Sera di ieri "di fronte a un terrorista che costituirà purtroppo una presenza costante, ci dobbiamo equipaggiare suo piano psicologico per non soccombere all'ansia".
Ammaniti suggerisce - e mi trova concorde - di prendere come modello di riferimento la Gran Bretagna guidata da Winston Churchill, tenace Prime Minister durante la battaglia contro Hitler: "Ho in mente un'immagine legata alla Seconda Guerra mondiale, la biblioteca (di Holland Park, ndr) dove ci sono persone che, tra le macerie, cercano libri per leggerli. E' una bellissima rappresentazione di ciò che si dovrebbe fare oggi".
Sta in noi reagire in modo costruttivo. Ma siamo in guerra. Ricordiamocelo. Diamoci da fare.
lunedì 14 marzo 2016
Omaggio a Marco Biagi, giuslavorista di talento
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| Marco Biagi |
Visto che la memoria è l'arma dei deboli contro i forti, cogliamo l'occasione per ricordare Marco Biagi, professore di diritto del lavoro, ammazzato dalle cosiddette Nuove Brigate Rosse il 19 marzo di 14 anni fa.
Martedì 19 marzo 2002 Biagi tenne una lezione a Modena, e come sempre, se n'era tornato in treno a Bologna, poi con la bici fino a casa. Qui, mentre apriva il portone, s'era sentito chiamare alle spalle, neanche il tempo di voltarsi e si trovò colpito a morte da sei colpi di pistola.
L'arma usata è una calibro 9, la stessa usata il 20 Maggio 1999 per l'omicidio di Massimo D'Antona.
La vedova di Biagi, Marina Orlandi, tempo fa ha ricordato che il marito voleva proteggere i giovani precari: "Proprio nei giorni prima di essere ucciso, ricordo che Marco mi parlava di una cosa che riguardava i ragazzi. Era consapevole che la società si stava trasformando e che avere un lavoro per tutta la vita, lo stesso a tempo indeterminato, sarebbe stata una cosa praticamente impossibile, sarebbe arrivata tardi nella vita delle persone. Aveva in mente che bisognava difendere i lavori brevi. Purtroppo, ci sarà questa precarietà, diceva Marco, pero' dobbiamo renderla una precarietà protetta, fare in modo che le persone che hanno un lavoro protetto abbiano anche dei diritti, siano protette, che una persona non trovi un lavoro in nero".
Dobbiamo a Biagi il Libro bianco sul mercato del lavoro. Collaboratore del Sole 24 Ore, quella mattina, in prima pagina, comparve il suo ultimo articolo, dal titolo "Chi frena le riforme è contro l'Europa".
Dopo l'omicidio scoppiarono giustamente le polemiche per la mancata scorta. Se nel luglio 2000 i responsabili della sicurezza gli assegnarono un servizio di tutela, nel settembre 2001 quell servizio fu abbandonato per "cessate esigenze". Va detto che il Ministro del Lavoro di allora Roberto Maroni chiese più volte al Viminale di ripristinare la protezione a Biagi. Il ministro dell'Interno Scajola si dimise successivamente a seguito dell'indignazione popolare seguita alla tremenda dichiarazione riportata dal cronista del Corriere della Sera: "Marco Biagi era un rompicoglioni". Lo stesso Scajola che comprava immobili al Colosseo a "sua insaputa".
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| La bici di Biagi illumina il futuro (Il Sole 24 Ore) |
Dopo l'omicidio di Ezio Tarantelli, la gambizzazione di Gino Giugni, l'assassinio di Massimo D'Antona e di Marco Biagi. Povera Italia. Speriamo di non vederne più di questi atti di barbarie contro il pensiero libero.
martedì 8 marzo 2016
La Reggia di Caserta, un altro esempio nefasto del sindacalismo nostrano
In Italia la più grande stortura del mercato
del lavoro è la drastica differenziazione di diritti e doveri tra il dipendente
pubblico e il suo omologo privato.
Il dipendente pubblico può stare in malattia
(spesso immaginaria, vedasi Moliere), quanto vuole, timbrare l cartellino per poi andare in canoa (vedasi il Comune di Sanremo), organizzare pletore di assemblee sindacali in orario di lavoro (mentre
magari i turisti sono in coda al Colosseo in attesa di entrare), avere una
produttività di un bradipo (come magistralmente raffigurato in Zootropolis), avere degli orari di
lavoro a proprio piacimento (Checco Zalone ha dato il massimo in Quo Vado
).
L’ultima vicenda della Reggia di Caserta è
l’ultimo episodio a metà tra la farsa e la tragedia. Il neo direttore Mauro
Felicori è stato accusato da alcune sigle sindacali di mettere a rischio la
Reggia poiché resta in ufficio “fino a tarda ora senza che nessuno abbia
comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza”.
Il punto dolente è che il direttore bolognese
Felicori lavora troppo, si dà troppo da fare, è attivo, al contrario del suo
predecessore. Non essendo storico dell’arte (scelto dal governo con un bando
internazionale), Felicori ha stravolto l’organizzazione della Versailles
italiana (modificato organigrammi, uffici e compiti) portando risultati
eccellenti: +70% di presenze nel febbraio 2016 rispetto al 2015.
I sindacati non sopportano chi lavora,
dimostrando in tal modo di tutelare chi non ha voglia di lavorare. Fa specie
che mai alcuna parola si sia levata da parte dei sindacati per denunciare le
famiglie abusive che vivono dentro la Reggia di Caserta. Renzi ha avuto buon
gioco nel dire che “la pacchia è finita”. Magari fosse così. Questa gente se ne
può stare bellamente in malattia, con i medici compiacenti, per i mesi
invernali in attesa dell’estate quando si potrà timbrare e andare al mare in
Costiera.
Chiudiamo con le belle parole di Felicori: “Se
mi accusano di lavorare troppo mi fanno un complimento, c’è tanto da fare qui
che mi sento obbligato a lavorare molto. Lo richiede la situazione in cui si
trova la Reggia, ma anche la comunità casertana che sta riscoprendo l’orgoglio
civico…La pubblica amministrazione è il personale che ci lavora. Mi ritengo un
dirigente di idee…Sento una grande responsabilità, la Reggia è l’industria di
Caserta”.
A fronte dei tanti quaraquaqua (Leonardo
Sciascia, Il giorno della civetta, cit.)
abbiamo persone nel pubblico impiego che lavorano duramente e sentono dentro di
loro il fuoco del fare e dell’accountability.
Premiamoli e mandiamo a casa chi si ostina a pensare che gli asini volano.
lunedì 29 febbraio 2016
In Italia si legge poco e male. Cosa si può fare? Rivitalizzare le biblioteche
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| Illustrazione di Guido Scarabottolo |
In Italia si legge poco, le analisi fornite dal rapporto di Federculture ci dicono che siamo tra i peggiori d'Europa.
La crisi economica ha sicuramente contribuito e ha inciso sulla spesa delle famiglie in cultura e ricreazione, che ha continuato a puntare verso il basso: già nel 2012, dopo dieci anni di crescita continua, si era verificato un calo del 4,4% e l'anno scorso ci si è fermati a 66,5 milioni di euro, registrando un ulteriore -3,3 per cento. Siamo all'ultimo posto in Europa in termini di partecipazione culturale: nel 2013 solo il 30% degli italiani ha visitato un museo (rispetto al 52% degli inglesi, il 44% dei tedeschi e il 39% dei francesi) e quasi 6 su 10 non hanno letto neanche un libro. Segnalo il fatto paradossale per cui la Sicilia che ha dato i natali a Camilleri e il suo commissario Montalbano, è la regione dove si legge di di meno (fonte: Istat).
Il censimento del 1921 certificò la presenza del 16,2% di analfabeti su 38 milioni di abitanti, il Corriere arrivò tra il 1915 3 il 1918 a superare spesso il mezzo milioni di copie vendute, La Stampa le 200mila, il Resto del Carlino le 150mila. Sono numeri che i direttori di oggi si sognano di notte, con un'Italia (con 60 milioni di abitanti) non più completamente analfabeta, ma analfabeta di ritorno.
Cosa si può fare per uscire dalla palude della non lettura? Si devono mobilitare le risorse a favore delle biblioteche, che si devono aprire alle famiglie, ai quartieri, alla cittadinanza. Da luoghi tristi e impolverati, devono diventare spazi pubblici aperti e pieni di iniziative. Un luogo attrattivo dove andare spesso, non una volta nella vita, quando si fa la tesi di laurea.
Vale ciò che ha sostenuto Andrea Guerra, amministratore di Luxottica, che in un'intervista a Mario Calabresi sulla Stampa puntò l'attenzione sulla necessità di attrarre il pubblico nei negozi: «Cambiare mentalità significa anche ragionare in modo diverso: se tu vuoi vendere un paio di occhiali non devi ragionare come se il tuo concorrente fosse solo un altro produttore di occhiali, ma devi mettere a fuoco tutto ciò che è attrattivo in una fascia di prezzo tra 100 e 300 euro. In questo segmento c’è la più strepitosa competizione che esista oggi sul mercato: ci sono le scarpe, i telefonini, le borse, gli occhiali, la palestra, un fine settimana, un massaggio o un percorso in una spa. Insomma, non solo devi convincere una persona a spendere quei soldi ma devi fare una battaglia contro tutti gli altri. E’ una partita molto più complessa e le strategie tradizionali non funzionano più. Inoltre sono cambiati i modi di consumare»
Dal vostro osservatorio qual è il fenomeno nuovo più evidente? «E’ un fenomeno americano che porta a consumare e a comprare spinti dagli eventi: si entra nei negozi a San Valentino, per Natale, alla festa del papà o della mamma, e lo si fa meno nei periodi normali».
Secondo me, lo stesso discorso vale per le biblioteche, che dovrebbero organizzare eventi e incontri con scrittori, saggisti, professori per dibattere in pubblico sui temi che interessano alle persone.
In occasione dell'inaugurazione della sala di lettura e dell'intitolazione a Paolo Baffi della biblioteca della Banca d'Italia, il governatore di allora Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento citò Ortega Y Gasset (La missione del bibliotecario, Sugarco, 1984): "L'occuparsi di raccogliere, ordinare e catalogare i libri non è un comportamento meramente individuale, ma è un posto, un topos o luogo sociale indipendente dagli individui, sostenuto, richiesto o deciso dalla società come tale non soltanto dalla vocazione occasionale di questo o di quell'uomo".
Siamo d'accordo con Roberto Montroni, presidente del Centro per il Libro e la Lettura, che in un intervento sul Sole 24 Ore ha scritto che "per generare un cambiamento l'importante è cominciare a piantare subito l'albero che avremmo dovuto piantare vent'anni fa, iniziando dai bambini, dai ragazzi".
Ezio Raimondi, illustre filologo e letterato, ci ha lasciato un messaggio, non disperdiamolo: "Nei libri c'erano gli esseri umani, con la loro verità, le loro parole profonde, le parole che toccano, che lasciano nel lago del cuore una risonanza che si prolunga nel tempo e mobilita quel tanto che c'è nella nostra fantasia".
lunedì 22 febbraio 2016
Omaggio a Umberto Eco, straordinario cultore del libro, della curiosità e della conoscenza
La notizia della morte di Umberto Eco mi ha intristito molto. Un gigante, uno straordinario personaggio. Cultore del libro, curiosissimo, bibliofilo di vaglia. Non a caso uno dei più riusciti aforismi di Eco è il seguente:
Stamattina, appena giunto in ufficio sono andato subito a cercare la cartelletta di carta "U. Eco", dove ho raccolto alcuni articoli di Eco degli ultimi 20 anni. Ne scelgo uno. Una bustina di Minerva sull'Espresso del 1° dicembre 2011. Si intitola "L'importanza di essere classico", e tratta dell'aumento delle iscrizioni al liceo classico.
Eco scrive: "Tutti sappiamo che il futuro sarà sempre più dominato dal "software" a scapito dell'"hardware", ovvero della elaborazione dei programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l'applicazione. Steve Jobs è diventato quel che è diventato non perchè ha progettato degli oggetti che si chiamano computer o tavolette (che ormai li costruiscono i paesi del Terzo mondo) ma perchè ha ideato programmi innnovatori che hanno reso i computer più efficienti e creativi di quelli di Bill Gates, che fa peggio a ogni nuova versione di Windows".
Con tutti gli intellettuali italiani pesanti come mattoni, Eco ci regalava con leggerezza alcune riflessioni, che valgono bien sur a distanza di tempo.
"Quindi - scrive Eco - l'avvenire è di chi sappia ragionare in modo da inventare programmi. E si dà il caso che chi abbia fatto una tesi di logica formale, di filologia classica (come Carlo Azeglio Ciampi!, ndr), di filosofia, abbia allenato una mente più adatta a inventare programmi (che sono materia del tutto mentale) di chi abbia studiato come fabbricante di "ferraglia".
(...) C'era una volta un signore che si chiamava Adriano Olivetti (imprenditore sovversivo, secondo la perfetta definizione di Marco Vitale, ndr), il quale, quando ancora i computers occupavano ciascuno uno stanza - assumeva laureati in materie umanistiche, che magari avevano fatto una tesi (ma una buona rigorosa ricerca) su Aristotele o su Esiodo, poi li mandava per sei mesi in fabbrica, perchè capissero per chi dovevano lavorare, e alla fine ne faceva delle menti altamente produttive per un futuro tecnologico.
Italiani, allora, cercate certo di coltivare un poco di più le materie scientifiche, ma vi invite alle "humanitates" non abbandonate (e non condannate a morte) gli studi umanistici. Il future è di chi sappia con mente agile unire quelle che P. C. Snow (che non aveva capito gran che) chiamava le "due culture", ritenendole irrimediabilmente separate".
Chiudo con una battuta del suo amico jazzista Gianni Coscia, che ha raccontato una telefonata con la madre di Eco, la signora Rita, che gli disse al telefono: "Gianni, convinci Umberto a fare Giurisprudenza come te. Vuole fare Filosofia. Ho così paura che rimarrà senza lavoro e morirà di fame". Gianni, con ironia, ricorda di aver risposto: "Cara Signora Rita, può stare tranquilla, perchè qualsiasi cosa farà Umberto, non morirà di fame".
Che la terra ti sia lieve, caro Umberto Eco.
Lo leggevo fin da ragazzo. Ricordo ancora il momento in cui mio padre mi consigliò di leggere "Il nome della rosa": rimasi affascinato dalla figura di Bernardo Gui, terribile Inquisitore. Quando uscì il film tratto dal libro di Eco, mi convinse ancora di più il Gui interpretato da Murray Abraham, che poi vinse il premio Oscar con l'interpretazione di Salieri in Mozart. Oggi sul Corriere della Sera Abraham dice: "Sono orgoglioso del mio Inquisitore, che cercava colpevoli, ma in fondo, me lo ripetevo ogni giorno sul set, voleva penetrare il mistero della vita".
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| Eco disegnato da Tullio Pericoli |
Eco scrive: "Tutti sappiamo che il futuro sarà sempre più dominato dal "software" a scapito dell'"hardware", ovvero della elaborazione dei programmi più che dalla produzione di oggetti che ne consentono l'applicazione. Steve Jobs è diventato quel che è diventato non perchè ha progettato degli oggetti che si chiamano computer o tavolette (che ormai li costruiscono i paesi del Terzo mondo) ma perchè ha ideato programmi innnovatori che hanno reso i computer più efficienti e creativi di quelli di Bill Gates, che fa peggio a ogni nuova versione di Windows".
Con tutti gli intellettuali italiani pesanti come mattoni, Eco ci regalava con leggerezza alcune riflessioni, che valgono bien sur a distanza di tempo.
"Quindi - scrive Eco - l'avvenire è di chi sappia ragionare in modo da inventare programmi. E si dà il caso che chi abbia fatto una tesi di logica formale, di filologia classica (come Carlo Azeglio Ciampi!, ndr), di filosofia, abbia allenato una mente più adatta a inventare programmi (che sono materia del tutto mentale) di chi abbia studiato come fabbricante di "ferraglia".
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| Eco visto da Pericoli |
Italiani, allora, cercate certo di coltivare un poco di più le materie scientifiche, ma vi invite alle "humanitates" non abbandonate (e non condannate a morte) gli studi umanistici. Il future è di chi sappia con mente agile unire quelle che P. C. Snow (che non aveva capito gran che) chiamava le "due culture", ritenendole irrimediabilmente separate".
Chiudo con una battuta del suo amico jazzista Gianni Coscia, che ha raccontato una telefonata con la madre di Eco, la signora Rita, che gli disse al telefono: "Gianni, convinci Umberto a fare Giurisprudenza come te. Vuole fare Filosofia. Ho così paura che rimarrà senza lavoro e morirà di fame". Gianni, con ironia, ricorda di aver risposto: "Cara Signora Rita, può stare tranquilla, perchè qualsiasi cosa farà Umberto, non morirà di fame".
Che la terra ti sia lieve, caro Umberto Eco.
lunedì 15 febbraio 2016
Il grillismo è morto, lo diceva già Norberto Bobbio sessanta anni fa criticando l'iperdemocrazia
Le prossime elezioni comunali di giugno a Milano, Torino, Roma, Bologna e Napoli saranno molto interessanti. Potranno darci utili indicazioni sul polso dell'elettorato, gravato da sette lunghi anni di crisi economica, che sembra finita.
La ripresa è fragile (+0,7% il consuntivo della crescita del Pil nel 2015) e a macchia di leopardo; i mercati finanziari mondiali bastonando le banche renderanno ancor più difficile l'accesso al credito in questo complesso 2016.
Il politologo Roberto D'Alimonte, uno dei più grandi esperti di flussi elettorali, invita ad osservare con attenzione come si comporterà il popolo grillino (Movimento 5 Stelle), soprattutto nel caso del ballottaggio, che - come noto - avviene se il sindaco indicato dalla coalizione vincente non supera il 50% dei voti effettivi.
Sarà quindi curioso vedere come si comporteranno gli elettori del M5s, trasversali, che raccolgono consensi da tutto l'arco politico. D'Alimonte spiega così: "La ragione principale di questo successo sta nel fatto che è il M5s è il vero partito della nazione. Un partito traversale, né di destra né di sinistra. È sopra e oltre, come dice Grillo. In realtà su molti temi, dalle unioni civili alle tasse, all’immigrazione i suoi elettori si collocano a metà strada tra destra e sinistra. Ma soprattutto non ha rivali sulla lotta ai costi della politica e alla corruzione. Su questi temi è considerato di gran lunga più credibile di qualunque altro partito, compreso il Pd. E questi sono temi trasversali per eccellenza che continuano ad alimentare la rabbia contro la casta e una domanda di cambiamento radicale. Da qui la popolarità del vero partito anti-casta. Ma il M5s è anche il partito del reddito di cittadinanza e degli aiuti alle piccole imprese. Una formula efficace che accentua il suo messaggio di essere un partito capace di andare oltre la tradizionale dicotomia destra-sinistra. Ecco perché tanti elettori dei partiti di destra sono disposti a votare Di Maio, come seconda scelta, in un eventuale ballottaggio con Renzi".
Personalmente credo che l'elettorato del Movimento, quando si tratterà di scegliere il salto nel buio o un candidato di destra o di sinistra, sceglierà il secondo.
Già in passato abbiamo criticato il M5s - vedasi post - I grillini sono inscalfibili nelle loro certezze, come Mile Bongiorno nella Fenomenologia di Umberto Eco - , populista, becero, formato da persone impreparate, che, spesso, nella vita precedente all'elezione, non hanno combinato alcunchè.
La prova provata di questa affermazione è il candidato del Movimento a sindaco di Milano, Patrizia Bedori, non laureata, senza lavoro, nessuna esperienza significativa alle spalle, che è risultata votata da 60 attivisti (che numeri!) e quindi candidata a Palazzo Marino.
Norberto Bobbio, uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso, può aiutarci. In una discussione serrata con Aldo Capitini, Bobbio contestò alla radice la fattibilità di una democrazia diretta - obiettivo massimo del M5s - vale a dire il potere di tutti "attraverso la discussione e la decisione in gruppi ristretti".
Bobbio proseguiva così: "Chi organizza piccoli gruppi non lo fa per farli discutere o per sentire che cosa pensano, ma per indottrinarli. D'altra parte senza una dose di indottrinamento o di propaganda o peggio ancora di manipolazione non è possibile giungere a soluzioni non dico unanimi ma per lo meno maggioritarie e senza soluzioni maggioritarie non si può decider nulla".
Come ha scritto Paolo Bonetti in un bel volume - Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, Liberilibri, 2014 - "Bobbio non negava l'importanza della discussione dal basso, ma scorgeva chiaramente il pericolo, in questa iperdemocrazia agitata da innumerevoli gruppi e travagliata da interminabili discussion e contestazioni, di precipitare non solo nella paralisi deliberativa, ma in un confuse pullulare di istanze settoriali e personali per la "natural tendenza di ciascuno a mettere innanzi solo i propri interessi particolari".
Per Bobbio il grande limite della democrazia diretta è il particolarismo. Nella conclusione alla discussione epistolare con Capitini, Bobbio scrive: "Un potere è tanto più razionale quanto più è fondato su una conoscenza precisa dei problemi da risolvere. Un potere non è razionale solo perchè è di tutti. Non è razionale neppure presupponendo che tutti siano ragionevoli. Non basta essere ragionevoli, occorre anche conoscere come stanno le cose per non chiedere soluzioni impossibili e contraddittorie".
E' proprio questo che ci preoccupa. La mancanza totale di conoscenza dei problemi da parte dei vari Di Maio, Fico, Di Battista. I comici come Beppe Grillo facciano i comici.
La ripresa è fragile (+0,7% il consuntivo della crescita del Pil nel 2015) e a macchia di leopardo; i mercati finanziari mondiali bastonando le banche renderanno ancor più difficile l'accesso al credito in questo complesso 2016.
Il politologo Roberto D'Alimonte, uno dei più grandi esperti di flussi elettorali, invita ad osservare con attenzione come si comporterà il popolo grillino (Movimento 5 Stelle), soprattutto nel caso del ballottaggio, che - come noto - avviene se il sindaco indicato dalla coalizione vincente non supera il 50% dei voti effettivi.
Sarà quindi curioso vedere come si comporteranno gli elettori del M5s, trasversali, che raccolgono consensi da tutto l'arco politico. D'Alimonte spiega così: "La ragione principale di questo successo sta nel fatto che è il M5s è il vero partito della nazione. Un partito traversale, né di destra né di sinistra. È sopra e oltre, come dice Grillo. In realtà su molti temi, dalle unioni civili alle tasse, all’immigrazione i suoi elettori si collocano a metà strada tra destra e sinistra. Ma soprattutto non ha rivali sulla lotta ai costi della politica e alla corruzione. Su questi temi è considerato di gran lunga più credibile di qualunque altro partito, compreso il Pd. E questi sono temi trasversali per eccellenza che continuano ad alimentare la rabbia contro la casta e una domanda di cambiamento radicale. Da qui la popolarità del vero partito anti-casta. Ma il M5s è anche il partito del reddito di cittadinanza e degli aiuti alle piccole imprese. Una formula efficace che accentua il suo messaggio di essere un partito capace di andare oltre la tradizionale dicotomia destra-sinistra. Ecco perché tanti elettori dei partiti di destra sono disposti a votare Di Maio, come seconda scelta, in un eventuale ballottaggio con Renzi".
Personalmente credo che l'elettorato del Movimento, quando si tratterà di scegliere il salto nel buio o un candidato di destra o di sinistra, sceglierà il secondo.
Già in passato abbiamo criticato il M5s - vedasi post - I grillini sono inscalfibili nelle loro certezze, come Mile Bongiorno nella Fenomenologia di Umberto Eco - , populista, becero, formato da persone impreparate, che, spesso, nella vita precedente all'elezione, non hanno combinato alcunchè.
La prova provata di questa affermazione è il candidato del Movimento a sindaco di Milano, Patrizia Bedori, non laureata, senza lavoro, nessuna esperienza significativa alle spalle, che è risultata votata da 60 attivisti (che numeri!) e quindi candidata a Palazzo Marino.
Norberto Bobbio, uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso, può aiutarci. In una discussione serrata con Aldo Capitini, Bobbio contestò alla radice la fattibilità di una democrazia diretta - obiettivo massimo del M5s - vale a dire il potere di tutti "attraverso la discussione e la decisione in gruppi ristretti".
Bobbio proseguiva così: "Chi organizza piccoli gruppi non lo fa per farli discutere o per sentire che cosa pensano, ma per indottrinarli. D'altra parte senza una dose di indottrinamento o di propaganda o peggio ancora di manipolazione non è possibile giungere a soluzioni non dico unanimi ma per lo meno maggioritarie e senza soluzioni maggioritarie non si può decider nulla".
Come ha scritto Paolo Bonetti in un bel volume - Breve storia del liberalismo di sinistra. Da Gobetti a Bobbio, Liberilibri, 2014 - "Bobbio non negava l'importanza della discussione dal basso, ma scorgeva chiaramente il pericolo, in questa iperdemocrazia agitata da innumerevoli gruppi e travagliata da interminabili discussion e contestazioni, di precipitare non solo nella paralisi deliberativa, ma in un confuse pullulare di istanze settoriali e personali per la "natural tendenza di ciascuno a mettere innanzi solo i propri interessi particolari".
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| Norberto Bobbio |
E' proprio questo che ci preoccupa. La mancanza totale di conoscenza dei problemi da parte dei vari Di Maio, Fico, Di Battista. I comici come Beppe Grillo facciano i comici.
martedì 2 febbraio 2016
La protesta dei diplomatici è fuori luogo. Nostra diplomazia non brilla per efficienza, vedasi analisi di Perotti. Gli ambasciatori tedeschi guadagnano meno della metà dei nostri
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| Sede del Ministero degli Esteri |
Per poter criticare in modo documentato è necessario avere un patrimonio di credibilità da spendere. Cosa che pare completamente mancare al corpo diplomatico. Infatti tempo fa quando il prof. Roberto Perotti studio attentamente gli stipendi, i benefit scandalosi degli ambasciatori e dei diplomatici, dalla Farnesina vennero solo silenzi profondi.
Perotti pubblicò nel febbraio 2014 sulla voce.info un documentato dossier - Diplomazia dei privilegi, privilegi della diplomazia - dove si evidenziava come il nostro corpo diplomatico surclassa come stipendi tutti i nostri peers, dai tedeschi ai francesi agli inglesi. L'ambasciatore italiano a Tokyo guadagna 27.028 euro contro i 10.018 euro del suo omologo tedesco. Aggiungiamo che la nostra diplomazia non è nota per la sua efficienza e produttività.
Dopo essere stato nominato commissario alla spending review, vista l'opposizione delle parti interessate e l'apparente mancato appoggio del presidente del Consiglio, Perotti si dimise dicendo di non sentirsi molto utile.
Al termine del suo rapporto, Perotti scrisse: "Nessun governo può chiedere sacrifici ai cittadini se non dimostra di saper dare una spallata ai privilegi più assurdi". Questa incredibile verità potrebbe essere parafrasata per i nostri diplomatici: "Nessun ambasciatore può protestare con il governo se non dimostra di voler dare una spallata ai suoi assurdi privilegi".
martedì 26 gennaio 2016
Come contrastare il calo degli studenti universitari. Le famiglie devono leggere Visco per capire il valore della conoscenza
Quando si leggono i dati sconfortanti sul calo degli studenti universitari, vien voglia di piangere, per lo sconforto e il disagio. Questo non deve però indurci a rinunciare a dire che lo studio serve. Eccome.Il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ha trattato a lungo i temi del capitale umano. Di più. Il secondo capitolo del volume di Visco, Investire in conoscenza (il Mulino, 2009) si intitola: "Crescita, capitale umano, istruzione". Uno dei passaggi più interessanti è il seguente: "Valorizzare il merito non vuol dire richiedere un'organizzazione sociale esasperatamente meritocratica ma consente di avvicinarsi a un uso efficiente delle risorse produttice, senza nascondere i talenti. Ciò non esclude ma rafforza il momento redistributive, rendendo possibile l'uguaglianza delle opportunità. Ma se la valorizzazione del talent, necessaria nella promozione sociale, deve avvenire prima di tutto nelle scuole, al momento la nostra scuola non sembra in grado di farlo in maniera soddisfacente sotto il profilo dell'efficienza, dell'equità e dell'efficacia".
Quando Visco sottolinea l'importanza dell'uguaglianza delle opportunità di partenza si rifà a Luigi Einaudi - Governatore della Banca d'Italia dal 1945 al 1948 e successivamente Presidente della Repubblica - che nelle sue Prediche inutili rimarcò che l'egualitarismo delle condizioni non deve esserci in arrive ma in partenza. E quindi nulla è più importante della bontà del sistema scolastico.
Sempre il Governatore Visco, nel suo intervento a Bari del 19 ottobre 2013 in occasione del X Forum del libro Passaparola, scrive: "Per il sistema produttivo, un capitale umano adeguato facilita l’adozione e lo sviluppo di nuove tecnologie, costituendo un volano per l’innovazione e quindi per la crescita economica e l’occupazione. Formazione dei lavoratori, abilità manageriali e capacità organizzative rappresentano risorse fondamentali nell’ambito del cosiddetto "capitale basato sulla conoscenza" misurato dall’OCSE, da ultimo con riferimento al 2009, assieme ad altre risorse intangibili come il software, le banche dati, l’attività di ricerca e sviluppo, i brevetti, il design. L’incidenza sul PIL di questi investimenti è molto eterogenea tra i paesi dell’area dell’OCSE, oscillando tra l’11 per cento negli Stati Uniti e il 2 per cento in Grecia. L’Italia si colloca nelle ultime posizioni, con un valore di poco superiore al 4 per cento".
Un punto interessante toccato dal Governatore è che l'istruzione è lungimirante: "Più istruiti si vive meglio e più a lungo: dati riferiti ai paesi dell’OCSE mostrano che il grado di istruzione è negativamente associato a comportamenti e stili di vita che la scienza medica identifica come fattori di rischio per la salute, come il fumo e l’obesità. Capitale umano e conoscenza favoriscono inoltre la coesione sociale e il benessere dei cittadini, promuovendo la crescita del senso civico, il rispetto delle regole e l’affermazione del diritto, il contrasto della corruzione e della criminalità, tutti fattori che costituiscono un freno a una crescita economica sostenuta e continua".
Studiare conviene.
lunedì 18 gennaio 2016
Cari ragazzi, apprezzate il valore del confronto, l'apertura della mente. Notate delle differenze tra Paolo Baffi nel 1976 e la rettrice di Oxford nel 2016?
Louise Richardson, appena insediata nel ruolo di vice-chancellor di Oxford University (di fatto l'equivalente del titolo di rettore, visto che il cancelliere capo ha un ruolo solo formale) ha dovuto difendersi da una protesta degli student che vorrebbero rimuovere la statua del colonialist britanico Cecil Rhodes, generoso donator dell'università.Richardson ha ribattuto agli studenti:
"Le università sono luoghi in cui le idee, comprese le idee sgradevoli, hanno bisogno di essere ascoltate e se necessario vigorosamente contraddette, non luoghi dove le idee vengono spente, impedite o censurate".
La vice-chancellor ha proseguito: "Come possiamo far sì che gli studenti apprezzino il valore del confronto, anche con idee che reputano biasimevoli, cercando di convincere gli altri delle proprie ragioni ma restando aperti a cambiare opinione? Come possiamo garantire che capiscano la vera natura della libertà di ricerca e di pensiero?".
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| Paolo Baffi (Archivio ASBI, 1977) |
L'intervento di Baffi era la sintesi di un saggio - "Italy's narrow path" - pubblicato sul mensile britannico "The Banker".
Baffi fece avere una lettera al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari dove lo invitò a modificare il titolo da "il difficile sentiero dell'Italia", in "l'angusto sentiero dell'Italia": "Mi rendo conto che difficile è più dell'uso italiano ma preferirei tradurre letteralmente angusto che dà l'idea di quei sentieri su terreno friabile, in cresta alle morene, "stretti" fra opposti ripidi declivi (della inflazione e della deflazione: della disoccupazione e del disavanzo esterno".
La notazione filologica fa capire quanto fosse esigente e meticoloso il governatore della Vigilanza.
Un passaggio di Baffi al termine della sua dissertazione mi ha colpito. Eccolo: "I sindacati vanno dimostrando una maggiore consapevolezza delle necessità insite nelle situazioni, anche in termini di mobilità di lavoro. Un nuovo atteggiamento mentale è percettibile, nel quale l'ideologia cede il posto al riconoscimento analitico delle realtà, e ovunque si investiga di più nei propri animi, si riconsiderano le proprie idee e se ne cercano di nuove; ciò offre motive a sperare che il paese sappia trovare l'energia morale e il realismo per affrontare le difficoltà che sta incontrando sulla sua strada verso una società più moderna e più giusta".
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| Richardson con la Regina Elisabetta |
lunedì 11 gennaio 2016
Donare i propri libri ad una biblioteca è un gesto di enorme valore. L'esempio di Vittorio Coda
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| Vittorio Coda |
Il compito di Visconti non sarà facile perchè il suo predecessore Prof. Valter Lazzari, ha compiuto un lavoro enorme, consentendo alla LIUC di salire nelle classifiche italiane, oltre che offrire l'opportunità di un percorso all'estero a migliaia di studenti. Il discorso di Visconti mi ha sorpreso nella misura in cui i riferimenti a Marco Vitale, mio professore in Bocconi, erano numerosi quanto inaspettati. Siccome Vitale è stato tra i fondatori della LIUC, è stato giusto e doveroso ricordarlo per bene: "Nella presentazione alla cittadinanza di Castellanza, il 28 novembre 1990, Marco Vitale identificava gli indirizzi strategici del progetto universitario con queste parole: "Pluralismo culturale nell’autonomia dell’istituzione; severa preparazione tecnica ma inquadrata in un’ampia visione culturale e scientifica; ideologia dello sviluppo, dell’imprenditorialità e della responsabilità; ricerca di
collaborazione ed integrazione con altri istituti di formazione sia di livello universitario che di scuola media superiore che di altra natura speciale".
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| Federico Visconti inaugura l'anno accademico in LIUC |
Fin dalle prime volte che l'ho sentito parlare, Coda mi ha colpito per l'esattezza del linguaggio. Non va sprecata una parola. La ricerca del termine corretto è impressionante. Dopo tanti anni di frequentazione, Coda mi ha scritto una mail che ho conservato nel mio archivio per la sua pregnanza. La condivido perchè merita: "Il comportamento di ciascuno di noi va posto al vaglio di un attento discernimento". Da esegeta dei testi biblici, Vittorio Coda usa il termine, ormai desueto, "discernimento", a cui teneva in particolare Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.
A un certo punto del suo intervento (tutto da leggere con la matita in mano per riflettere sui diversi passaggi) Vittorio Coda ha annunciato di voler donare la sua biblioteca all'università Carlo Cattaneo-LIUC. Fioccano gli applausi. Io sono scosso da questa volontà di Coda (che ha compiuto 80 anni nel giugno scorso). Donare i propri libri alla generazione successiva è un gesto di enorme valore, reale e simbolico. Penso ai miei libri, al rapporto con loro, come fossero dei figli, soprattutto con alcuni di loro. E penso: "Sarò in grado un giorno di liberarmi della mia amata biblioteca"? Ci penserò.
Un'altra bella notizia di qualche settimana fa è che le vendite dei libri di carta negli Stati Uniti sono cresciute passando da 559 milioni di copie del 2014 ai 571 del 2015. E il mercato digitale è calato dal 22 al 20% del totale. Vengono quindi smentite le profezie negative. Il libro di carta è vivo e vegeto.
Nel meraviglioso "Memorie di Adriano", Marguerite Yourcenar scrive: "Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Ho ricostruito molto, e ricostruire significa collaborare con il tempo, nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti".
Grazie Vittorio per il tuo gesto. L'inverno dello spirito sarà meno gelido con i tuoi libri.
martedì 22 dicembre 2015
Arrivederci al 2016. Buon Natale a tutti i miei (affezionati) lettori
Il Natale non solo è una bella festa religiosa, ma è un'occasione per ricaricare le pile, per riflettere, per leggere qualche buon libro, per condividere con i nostri figli la serenità dei momenti migliori.
Il Natale ha un forte valore affettivo perchè ogni nuova nascita si accompagna a sentimenti di gioia, al fatto che la vita prosegue al di là delle singole esistenze.
Trovo sempre commoventi le parole del priore della comunità di Bose Enzo Bianchi, che invita tutti a vivere con gioia la convivialità del Natale: "Elemento essenziale è la convivialità attorno alla tavola, luogo straordinario di umanizzazione, di ascolto reciproco, di scambio della parola, luogo dove dire sì alla vita con le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue gioie e le sue speranze.
Convivialità a tavola significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate e di immagini create, racconti che seducono. Lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L' uno parla, l' altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciamo fino a spegnere ogni diffidenza.
E qui occorre l' arte di chi presiede la tavola: l'arte del favorire l' esprimersi di tutti, del disinnescare i rapporti di forza, del contenere con delicatezza i chiacchieroni, dello stimolare i più timidi; l' arte di creare quel clima festoso in cui possono spegnersi i ricordi non buoni, gli antichi contrasti, i rancori taciuti.
La convivialità è terreno fertile per esercitarsi in rapporti affettivi che diano gusto alla vita, che ci rallegrino nella faticosa quotidianità che appesantisce tanti nostri giorni... Questo clima non dovrebbe però limitarsi al pranzo di Natale: nei giorni successivi perché non accettare di non uscire troppo di casa, di dedicarsi nella lentezza dei giorni senza lavoro alle cose più semplici: godersi la casa, spazio che abitiamo e che durante l' anno fatichiamo a tenere in ordine e sentirlo nostro, leggere - quest' arte di viaggiare restando là dove siamo - ascoltare musica, invitare qualcuno per dialogare e porsi insieme domande di senso".
Buon Natale a tutti e arrivederci a gennaio.
Il Natale ha un forte valore affettivo perchè ogni nuova nascita si accompagna a sentimenti di gioia, al fatto che la vita prosegue al di là delle singole esistenze.
Trovo sempre commoventi le parole del priore della comunità di Bose Enzo Bianchi, che invita tutti a vivere con gioia la convivialità del Natale: "Elemento essenziale è la convivialità attorno alla tavola, luogo straordinario di umanizzazione, di ascolto reciproco, di scambio della parola, luogo dove dire sì alla vita con le sue fatiche, le sue sofferenze, le sue gioie e le sue speranze.
Convivialità a tavola significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate e di immagini create, racconti che seducono. Lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L' uno parla, l' altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciamo fino a spegnere ogni diffidenza.
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| Enzo Bianchi |
La convivialità è terreno fertile per esercitarsi in rapporti affettivi che diano gusto alla vita, che ci rallegrino nella faticosa quotidianità che appesantisce tanti nostri giorni... Questo clima non dovrebbe però limitarsi al pranzo di Natale: nei giorni successivi perché non accettare di non uscire troppo di casa, di dedicarsi nella lentezza dei giorni senza lavoro alle cose più semplici: godersi la casa, spazio che abitiamo e che durante l' anno fatichiamo a tenere in ordine e sentirlo nostro, leggere - quest' arte di viaggiare restando là dove siamo - ascoltare musica, invitare qualcuno per dialogare e porsi insieme domande di senso".
Buon Natale a tutti e arrivederci a gennaio.
lunedì 14 dicembre 2015
15 dicembre 1995: la Corte di Giustizia europea rivoluziona il mercato dei calciatori #Bosman
Il 15 dicembre di 20 anni fa la Corte di Giustizia europea pronunciò una sentenza destinata a sconvolgere il mercato del calcio. Il ricorrente di allora Jean-Marc Bosman fece causa al suo club, il Liegi, con cui 5 anni prima aveva firmato un contratto quinquennale. Alla scadenza Bosman pretese la libertà di svincolo e di trasferimento ad un altro club, il Dunkerque. La sentenza della Corte escluse la possibilità per un club di reclamare un indennizzo a contratto scaduto. Sulla base del principio della libera circolazione dei lavoratori nella UE, la Corte di fatto fece un gran favore ai calciatori, ai quali fu aumentato enormemente il potere di lasciare una squadra per andare in un'altra che gli offriga un ingaggio superiore. I club poterono quindi acquistare e mettere in campo fino a 11 stranieri (trovare un calciatore italiano nell'Inter di oggi è difficile, ma spesso vedendo i lisci di Ranocchia, forse è meglio così :-)).
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| Jean-Marc Bosman |
Gianni Rivera ha di recente ricordato , intervistato da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, che un giorno come primo sfizio si compro una macchina: "Una Porsche, una Lamborghini o una Ferrari? Macché: una Fiat 1300. Grigia. Che non desse troppo nell'occhio".
Jean-Marc Bosman, in un'intervista a Repubblica, ha accusato la Fifa di averlo distrutto e ha invitato a conoscere la sua storia alle giovani generazioni. Non ha mancato di dare una stoccata a Mario Monti: "All'epoca della sentenza il commissario europeo alla concorrenza era il compianto Karel van Miert (che firmò lo storico patto con il ministro del Tesoro Nino Andreatta, che avviò la chiusura della liquidazione dell'IRI, ndr). Lui fu molto fermo nel farne rispettare le conseguenze. Purtroppo non posso dire altrettanto del suo successore, Mario Monti. Non si è mai occupato di sport, lo ha gettato nella spazzatura. Così, durante il suo mandato, le pressioni politiche hanno avuto buon gioco e hanno permesso ai grandi club di plasmare le regole del mercato a proprio piacimento".
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| Gianni Rivera |
venerdì 11 dicembre 2015
12 dicembre, anniversario della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana: da apprezzare le parole del prefetto Marangoni sul caso Pinelli
Domani cade l'anniversario della strage di Piazza Fontana, dove persero la vita il 12 dicembre 1969 17 persone (oltre a 88 persone rimaste ferite). La strategia della tensione partì allora.
Su Piazza Fontana ha scritto pagine bellissime Corrado Stajano. Nel suo Destini (Archinto, 2014), nel ricordare Peppino Fiori, si legge: "Lo ricordo in piazza del Duomo, a Milano, il plumbeo mattino dei funerali delle vittime della strage di piazza Fontana, quando erano arrivati gli operai delle fabbriche, la Pirelli, la Falck, la Breda, la Magneti Marelli, a tenere il servizio d'ordine perchè dopo le bombe si temeva il golpe: centinaia di migliaia di uomini e donne, protetti da quelle tute bianche e blu, furono il segno che la comunità diceva di no all'avventurismo eversivo. Peppino con quel suo servizio visto da milioni di persone raccontò con chiarezza la paura di quei giorni e il coraggio di tutta una società pulita".
Settimana scorsa, in occasione della nomina a prefetto di Milano, l'ex questore Alessandro Marangoni, a pochi giorni da Piazza Fontana, è tornato sulla tragica vicenda di Pino Pinelli, accusato ingiustamente per la strage e morto tragicamente nei locali della Questura di Milano il 15 dicembre 1969.
Per chi non ricordasse, dopo la morte di Pinelli, si accese una violentissima campagna di stampa contro il commissario Luigi Calabresi, che verrà poi ucciso da Lotta Continua - sentenza passata in giudicato, Sofri, Bompressi e Pietrostefani condannati in via definitiva e poi graziati - la mattina del 17 Maggio 1972.
Il nuovo prefetto di Milano Marangoni ha detto: «Sono convintissimo che si debba ripensare al rapporto con la famiglia Pinelli. Viviamo un momento particolare, dove ci sono spazi di discussione e confronto, dove non dobbiamo temere di aprirci, di affrontare pagine di storia. Avremo risultati? Forse no. Ma mi piace citare la marcia degli alpini. La 33. Da valle a cima, sono sempre 33 i passi da tenere al minuto. La costanza premia, porta lontano».
Dopo che la meritoria azione dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha fatto incontrare - nel giorno della Memoria - le due vedove, Licia Pinelli e Gemma Capra Calabresi, è molto positivo, che il prefetto sia disponibile a fare luce su una vicenda che ha scosso l'Italia.
Se volete un consiglio di lettura per questo week-end, eccolo: Mario Calabresi (che a gennaio salperà come direttore sulla nave di Repubblica, auguri), Spingendo la notte più in là (Mondadori). Merita.
Su Piazza Fontana ha scritto pagine bellissime Corrado Stajano. Nel suo Destini (Archinto, 2014), nel ricordare Peppino Fiori, si legge: "Lo ricordo in piazza del Duomo, a Milano, il plumbeo mattino dei funerali delle vittime della strage di piazza Fontana, quando erano arrivati gli operai delle fabbriche, la Pirelli, la Falck, la Breda, la Magneti Marelli, a tenere il servizio d'ordine perchè dopo le bombe si temeva il golpe: centinaia di migliaia di uomini e donne, protetti da quelle tute bianche e blu, furono il segno che la comunità diceva di no all'avventurismo eversivo. Peppino con quel suo servizio visto da milioni di persone raccontò con chiarezza la paura di quei giorni e il coraggio di tutta una società pulita".
Settimana scorsa, in occasione della nomina a prefetto di Milano, l'ex questore Alessandro Marangoni, a pochi giorni da Piazza Fontana, è tornato sulla tragica vicenda di Pino Pinelli, accusato ingiustamente per la strage e morto tragicamente nei locali della Questura di Milano il 15 dicembre 1969.
Per chi non ricordasse, dopo la morte di Pinelli, si accese una violentissima campagna di stampa contro il commissario Luigi Calabresi, che verrà poi ucciso da Lotta Continua - sentenza passata in giudicato, Sofri, Bompressi e Pietrostefani condannati in via definitiva e poi graziati - la mattina del 17 Maggio 1972.
Il nuovo prefetto di Milano Marangoni ha detto: «Sono convintissimo che si debba ripensare al rapporto con la famiglia Pinelli. Viviamo un momento particolare, dove ci sono spazi di discussione e confronto, dove non dobbiamo temere di aprirci, di affrontare pagine di storia. Avremo risultati? Forse no. Ma mi piace citare la marcia degli alpini. La 33. Da valle a cima, sono sempre 33 i passi da tenere al minuto. La costanza premia, porta lontano». Dopo che la meritoria azione dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha fatto incontrare - nel giorno della Memoria - le due vedove, Licia Pinelli e Gemma Capra Calabresi, è molto positivo, che il prefetto sia disponibile a fare luce su una vicenda che ha scosso l'Italia.
Se volete un consiglio di lettura per questo week-end, eccolo: Mario Calabresi (che a gennaio salperà come direttore sulla nave di Repubblica, auguri), Spingendo la notte più in là (Mondadori). Merita.
lunedì 30 novembre 2015
30 novembre 1989, assassinato Alfred Herrhausen presidente della Deutsche Bank
Mentre siamo tutti preoccupati dal terrorismo islamico, i più giovani non possono ricordare la lunga stagione del terrorismo rosso e nero che ha colpito in Europa negli anni Settanta e Ottanta.
Il 30 novembre 1989, giusto 26 anni fa, Alfred Herrhausen, il presidente della più grande banca europea, la Deutsche Bank, venne assassinato. La prima rivendicazione fu fatta dal gruppo terroristico Rote Armee Fraktion (RAF).
All'indomani della caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989, i terroristi decidono di colpire uno dei massimi esponenti dell'establishment tedesco. Herrhausen, 69 anni, era infatti da tempo grande amico e consigliere del primo ministro Helmut Kohl.
Per suscitare il maggiore clamore possibile, i terroristi la mattina del 30 novembre 1989 piazzano una una bomba telecomandata in un veicolo fermo, e al passaggio della macchina blindata del banchiere - a Bad Homburg, ricco sobborgo di Francoforte- , fanno esplodere l'ordigno.
Herrhausen aveva una formazione da manager industriale e una visione aperta e innovativa dei rapporti internazionali: perseguiva una strategia diretta a ridisegnare il ruolo della Germania riunificata, assegnandole una nuova centralità.
Pochi giorni prima di morire, consegnò al Wall Street Journal la sua tesi di una Germania ponte fra Est ed Ovest, dove la Deutsche Bank avrebbe giocato il ruolo di motore della riconversione industriale e del nuovo sviluppo democratico.
"Entro dieci anni", spiegò proprio al WSJ, "la Germania Est sarà il complesso tecnologicamente più avanzato d'Europa e il trampolino di lancio economico verso l'Est", sì che "Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, e anche la Bulgaria avranno un ruolo essenziale nello sviluppo europeo".
Herrhausen confidò di essersi scontrato "contro massicce critiche" quando aveva proposto al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale di concedere ai Paesi dell'Est usciti dal comunismo una moratoria di qualche anno sul debito.
Il 4 dicembre 1989 sarebbe dovuto essere a New York a perorare, davanti all'establishment finanziario, la fondazione di una banca per lo sviluppo per l'Est Europa che finanziasse la ricostruzione e l'integrazione dell'Est con l'Ovest europeo.
Come intitolò la Bild il giorno dopo l'attentato, ci chiediamo il perchè dell'assassinio di Herrhausen.
Il corrispondente a Francoforte del Corriere della Sera Massimo Nava, a cinque anni dai fatti, nel 1994 scrisse: "La sua Mercedes blindata che salta in aria come un' auto giocattolo e' il simbolo della forza e della debolezza della Germania: che puo' stupire il mondo chiudendo in pochi mesi la "pratica" della riunificazione, ma indifesa di fronte al terrorismo, nonostante gli apparati di sicurezza e il formidabile servizio che protegge lo stesso Herrhausen, considerato il bersaglio piu' significativo dopo il presidente della Repubblica e il cancelliere. La reazione dei tedeschi e' composta, non ci sono isterie, il mondo finanziario e politico tengono bene. Gli anni di piombo sono alle spalle e si volta pagina subito, nella consapevolezza che il cammino del supremo interesse del Paese . la riunificazione . debba procedere senza intoppi. Pochi giorni dopo, il cancelliere Kohl presenta in Parlamento l' ambizioso piano in dieci punti e in dicembre trionfa nelle strade di Dresda, dove la gente dell' Est urla: "Siamo un solo popolo!". Nulla, nemmeno un clamoroso attentato, puo' fermare l' abbraccio delle due Germanie. Eppure qualcuno ci ha provato".
Fu un attentato contro l'unità tedesca, contro la Germania unita, DDR+BRD? Un delitto in nome della Storia? Nonostante l'attentato sia stato rivendicato dalla RAF, le successive indagini non sono riuscite a scoprire i responsabili. Siccome i capi storici del terrorismo rosso - come Andreas Bahder e Ulrike Meinhof - erano in carcere, si parlò della Stasi, dei servizi segreti della DDR, che avrebbero addestrato terroristi dell'Ovest. Si parlò anche della responsabilità della CIA, ma siamo nella fantapolitica.
Come nel nostro "affaire Moro", anche i tedeschi hanno parecchi nodi da sciogliere. Agli storici il duro compito di fare luce. Con gli archivi aperti.
Il 30 novembre 1989, giusto 26 anni fa, Alfred Herrhausen, il presidente della più grande banca europea, la Deutsche Bank, venne assassinato. La prima rivendicazione fu fatta dal gruppo terroristico Rote Armee Fraktion (RAF).
All'indomani della caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989, i terroristi decidono di colpire uno dei massimi esponenti dell'establishment tedesco. Herrhausen, 69 anni, era infatti da tempo grande amico e consigliere del primo ministro Helmut Kohl.
Per suscitare il maggiore clamore possibile, i terroristi la mattina del 30 novembre 1989 piazzano una una bomba telecomandata in un veicolo fermo, e al passaggio della macchina blindata del banchiere - a Bad Homburg, ricco sobborgo di Francoforte- , fanno esplodere l'ordigno.
Herrhausen aveva una formazione da manager industriale e una visione aperta e innovativa dei rapporti internazionali: perseguiva una strategia diretta a ridisegnare il ruolo della Germania riunificata, assegnandole una nuova centralità.
Pochi giorni prima di morire, consegnò al Wall Street Journal la sua tesi di una Germania ponte fra Est ed Ovest, dove la Deutsche Bank avrebbe giocato il ruolo di motore della riconversione industriale e del nuovo sviluppo democratico.
"Entro dieci anni", spiegò proprio al WSJ, "la Germania Est sarà il complesso tecnologicamente più avanzato d'Europa e il trampolino di lancio economico verso l'Est", sì che "Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, e anche la Bulgaria avranno un ruolo essenziale nello sviluppo europeo".
Herrhausen confidò di essersi scontrato "contro massicce critiche" quando aveva proposto al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale di concedere ai Paesi dell'Est usciti dal comunismo una moratoria di qualche anno sul debito.
Il 4 dicembre 1989 sarebbe dovuto essere a New York a perorare, davanti all'establishment finanziario, la fondazione di una banca per lo sviluppo per l'Est Europa che finanziasse la ricostruzione e l'integrazione dell'Est con l'Ovest europeo.
Come intitolò la Bild il giorno dopo l'attentato, ci chiediamo il perchè dell'assassinio di Herrhausen.
Il corrispondente a Francoforte del Corriere della Sera Massimo Nava, a cinque anni dai fatti, nel 1994 scrisse: "La sua Mercedes blindata che salta in aria come un' auto giocattolo e' il simbolo della forza e della debolezza della Germania: che puo' stupire il mondo chiudendo in pochi mesi la "pratica" della riunificazione, ma indifesa di fronte al terrorismo, nonostante gli apparati di sicurezza e il formidabile servizio che protegge lo stesso Herrhausen, considerato il bersaglio piu' significativo dopo il presidente della Repubblica e il cancelliere. La reazione dei tedeschi e' composta, non ci sono isterie, il mondo finanziario e politico tengono bene. Gli anni di piombo sono alle spalle e si volta pagina subito, nella consapevolezza che il cammino del supremo interesse del Paese . la riunificazione . debba procedere senza intoppi. Pochi giorni dopo, il cancelliere Kohl presenta in Parlamento l' ambizioso piano in dieci punti e in dicembre trionfa nelle strade di Dresda, dove la gente dell' Est urla: "Siamo un solo popolo!". Nulla, nemmeno un clamoroso attentato, puo' fermare l' abbraccio delle due Germanie. Eppure qualcuno ci ha provato". Fu un attentato contro l'unità tedesca, contro la Germania unita, DDR+BRD? Un delitto in nome della Storia? Nonostante l'attentato sia stato rivendicato dalla RAF, le successive indagini non sono riuscite a scoprire i responsabili. Siccome i capi storici del terrorismo rosso - come Andreas Bahder e Ulrike Meinhof - erano in carcere, si parlò della Stasi, dei servizi segreti della DDR, che avrebbero addestrato terroristi dell'Ovest. Si parlò anche della responsabilità della CIA, ma siamo nella fantapolitica.
Come nel nostro "affaire Moro", anche i tedeschi hanno parecchi nodi da sciogliere. Agli storici il duro compito di fare luce. Con gli archivi aperti.
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