martedì 16 novembre 2010

Lo spread BTP-Bund (Prima parte)

Quando sabato scorso sono andato in edicola, ho rivisto - dopo tanti anni - sui quotidiani nazionali un’apertura di prima pagina sullo spread BTP-BUND. “Il debito dell’Irlanda fa paura all’Europa. Italia, lo spread BTP ai massimi dal 1997”. Mi è sembrato di fare un salto indietro nel tempo.

Ma cos’è lo spread BTP-BUND? Cosa rappresenta? Perchè è così importante?


Lo spread BTP-BUND a 10 anni, da sempre il miglior termometro per valutare l'affidabilità finanziaria dell'Italia sui mercati internazionali. E’ il risultato della differenza tra rendimento del titolo a 10 anni tedesco (il riferimento europeo e mondiale) e il rendimento del titolo italiano (sempre a 10 anni, BTP sta per Buono Poliennale del Tesoro).

Lo spread o differenziale BTP-BUND si può ampliare o ridurre. L'ampliarsi dello spread si ha quando la preferenza degli investitori si dirige verso titoli di Stati ritenuti più affidabili, come la Germania, rispetto a quelli emessi dai paesi periferici (come l’Italia) e con rating inferiore. Il ridursi dello spread significa il miglioramento della percezione del rischio paese Italia da parte degli investitori.

Nel marzo 1995 l’Italia attraversò una grave crisi finanziaria, il marco tedesco raggiunse livelli prossimi a 1.250 lire, lo spread BTP-BUND toccò quasi 7 punti percentuali (i.e. quasi 700 basis point). Venerdì scorso il titolo a 10 anni dell’Irlanda - in difficoltà a seguito della bolla immobiliare scoppiata in mano alle banche irlandesi - ha raggiunto uno spread contro il bund di 5,68%. La Grecia viaggia su uno spread verso il Bund di 8,97%. Auguri!

Nel grafico sottostante trovate la storia dello spread italiano dal 1990 al 2004.

Nell’aprile 1996 a seguito delle elezioni si insedia a Palazzo Chigi il Governo Prodi, che vede Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi. Ciampi – europeista convinto – contribuì in maniera decisiva con la sua enorme credibilità - a convincere i mercati finanziari che l’Italia sarebbe entrata nell’Unione Economica e Monetaria e avrebbe rispettato i parametri di Maastricht.
Come evidenziano Spaventa e Chiorazzo - Astuzia o virtù?: come accadde che l'Italia fu ammessa all'Unione monetaria (Donzelli Editore, 2000) l’indicatore più significativo del processo di convergenza tra il tasso di rendimento italiano e quello tedesco di pari durata può essere separata in due componenti: una che riflette il rischio di cambio, ovvero le attese di svalutazione della lira rispetto al marco; un’altra imputabile al cosiddetto “rischio paese”, ovvero la percezione del mercato di un rischio che il debitore (pubblico) possa in futuro non fare fronte ai propri impegni.

Come si può apprezzare in Figura, con l’Unione monetaria – 1.1.1999 - si azzera per definizione il rischio di cambio: lira e marco sono in rapporto fisso con l’euro. Il rischio di cambio inizia a ridursi sin dal 1996, si approssima allo zero nel corso del 1998, quando diviene certa l’ammissione dell’Italia, e si annulla dalla data di inizio della moneta unica.

Per quasi tre anni, dal 1996 al 1999 i tassi di interesse tedeschi a lungo termine decrebbero con continuità, con una riduzione di quasi tre punti fra la metà del 1996 e il primo quadrimestre del 1999. Questo andamento agevolò il processo di convergenza.



La componente che rimane oggi dopo l'ingresso della lira nell'euro (grazie Ciampi!) è legata esclusivamente al “rischio paese”.

Nel dicembre del 1998 il differenziale tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi giunse a sfiorare i 2 centesimi di punto: «Un risultato storico», commentò a buon diritto l'allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi. Nello stesso mese di dicembre del 1998, il giorno 23, il BTp maggio 2009 regalò all'Italia un clamoroso sorpasso, portando lo spread a 4 centesimi di punto sotto il pari durata tedesco.

A domani per la seconda parte. Clicca qui per vederla.
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lunedì 15 novembre 2010

Gli italiani e il tempo: lentezza e velocità

Enrico Finzi
Settimana scorsa ho avuto la fortuna di ascoltare alla Kimbo Lounge in via Borgonuovo Enrico Finzi – uno dei più noti ricercatori sociali italiani. Ci sono persone – ed Enrico Finzi è tra queste – che in modo brillante, ironico, suadente, ci portano per mano nei meandri della conoscenza – e noi non ne usciamo “vergini e puri” come Mike Bongiorno (Fenomenologia di Mike Bongiorno, all’interno di Diario Minimo, Umberto Eco, Mondadori, 1963). Allora ho deciso di condividere con voi le mie note.

Il tema della Lectio Magistralis era “Assaporare o ingurgitare la vita. In questi tempi di elogio della lentezza scopriamo come in realtà il segreto della felicità sia poter vivere a due velocità”.

Esistono due tipologie di povertà. Di reddito e di tempo. Concentriamoci sulla seconda.

1. Il 42% degli italiani (dai 18 anni in su) denota un peggioramento della salute negli ultimi 5 anni. Ma è solo una percezione soggettiva. Perchè? Hanno risposto che la causa di tutto è lo stress, la mancanza di tempo.

Ma gli italiani vorrebbero veramente rallentare?

2. il 7% non sa rispondere: una fetta degli italiani non è in grado di comprendere frasi semplici. Non è analfabetismo di ritorno. E’ analfabetismo e basta.

3. il 18% vuol vivere più velocemente. Le donne in particolare – soprattutto al Sud - vorrebbero una vita meno ripetitiva, più eccitante, meno soffocata dalla famiglia e dall’ambiente sociale. Al "padre padrone" in alcuni casi si sostituisce il "marito padrone". La lentezza della vita è sofferta. Allora ci si concentra sui nipoti.

4. il 2% sono handicappati provvisori; se uno si rompe la gamba sciando, impazzisce a stare in casa e quindi vorrebbe accelerare, e di molto;

5. l’11% vivono sempre di fretta – i milanesi, per esempio – drogati, addicted dalla fretta, ma non saprebbero vivere altrimenti. Sono sempre connessi, always on, con il blackberry o l’I-phone in mano. La vera amante spesso è l’azienda;

Chiara Saraceno
6. il 40% vorrebbe vivere più lentamente. Le donne – sulle quali ricadono ancora la quasi totalità dei lavori di casa, la cura dei bambini e l’assistenza agli anziani – sono i soggetti deboli. Dove l’occupazione femminile è più alta e sui livelli europei – Emilia Romagna e Toscana – il livello di stress è molto alto. E qui bisogna rifarsi a Chiara Saraceno, la più grande studiosa di questi fenomeni. Questi sono alcuni stralci tratti dal suo ultimo articolo “Una tradizionale famiglia italiana” http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002002-351.html : “Manca, per altro, l’indicazione che i servizi per l’infanzia dovrebbero rientrare nei livelli essenziali dei servizi e manca, soprattutto, una riflessione sulla qualità e la dimensione educativa dei servizi per la prima infanzia, che non può essere garantita nello stesso modo da questo insieme variegato di servizi. Forse perché si vuole, come è scritto, “investire sulla famiglia”, non sugli individui, in primis i bambini. Bambini le cui necessità di cura, sorveglianza, organizzazione del tempo, per altro scompaiono una volta superati i tre anni. In particolare, nulla si dice degli orari delle scuole dell’obbligo… Più ancora della cura dei bambini, la cura degli anziani rimane un “affare di famiglia”, o meglio di donne nella famiglia”.

Poi ci si domanda perchè noi italiani facciamo pochi figli! Le donne sono sole. Se al Centro-Nord i servizi per le famiglie sono insufficienti, al Sud semplicemente non ci sono. Punto. Non esistono servizi, consultori, voucher per baby-sitter (come in Francia).

La natalità in Italia ha toccato il punto massimo nel lontano 1964 con 1.065.000 bambini nati. Nel 2010 saremo nell’intorno del 550.000, grazie all’apporto significativo degli immigrati;

Fausto Coppi
7. Il 12% vive una situazione insostenibile, sta letteralmente schiattando. Spesso si ammala, il corpo si mette a riposo come meccanismo di difesa. Mi sovviene un passaggio meraviglioso di Gianni Brera – il più grande giornalista italiano di ogni tempo - a proposito degli infortuni di Fausto Coppi, il Campionissimo di Castellania (AL): ”A mezzogiorno passa la corriera di Tortona: porta a Fausto la Gazzetta quotidiana. Una volta che si attarda in casa e teme che l’autista se ne riparta senza lasciargli il giornale, Fausto balza dalla soglia direttamente sulla strada fatta vetrosa dal gelo e ruzzolando si rompe il malleolo destro. E’ la prima frattura funzionale della sua vita. Deve ricaricarsi i nervi in pace accanto alla stufa...
Fausto Coppi a riposo
Riprende anche al Nord il Carro di Tespi degli arrotini. Tutti su un camioncino, con le macchine addosso. Centomila secche per riunione. Prendere o lasciare. E poi si spartisce. Fausto non azzecca una volata a spingerlo. Dicono che la guerra l’abbia svuotato. E’ vero al contrario, ma non si sa ancora. La guerra gli ha salvato la vita, come le fratture. Quando stava per ammattire sotto sforzo, un guaio che lo faceva scendere dalla bicicletta-tigre. E si ricaricava i nervi aspettando” (Gianni Brera, Coppi e il diavolo, Baldini e Castoldi, 2000, p. 56 e p. 77).

8. Il 10% non si pronuncia o non dà alcuna importanza alla questione del tempo.

Finzi fa una pausa, si concentra e torna a spiegare: “Non è vero che la lentezza è felicità. E’ vero piuttosto che la felicità è basata sull’alternarsi tra tempo veloce e tempo lento, sull’equilibrio tra la corsa e la riflessione”.

Le pause sono molto importanti. Gli italiani – anche con il famoso invito “Vieni a bere un caffè ?” – sono i più grandi consumatori di pause.

Viviamo di pause. E poi ripartiamo. Guai a stare “always connected” con il palmare in mano. Rischiamo di sbarellare.

La felicità è alternanza, tra momenti vissuti di corsa e momenti assaporati con calma, tra “pieno” e “vuoto”.
Il gioioso succedersi di sprint e stasi ci regala:

- flessibilità;
- momenti di relax;
- una vità più intensa: ti godi di più la partita allo stadio se dopo leggi un bel libro davanti al camino acceso; si frequentano persone diverse nella loro varietà;
- l’autonomia personale. E’ noto come potere significa controllo del tempo degli altri;
- l'allenamento per il prossimo invecchiamento.

Felicità è poter scegliere. E’ essere liberi. O come dice Layard – Felicità, la nuova scienza del benessere comune (Rizzoli, 2005) – “La felicità inizia dove finisce l’infelicità”.

Chiudiamo con il poeta W.H. Davies (Leisure, 1911): “Che cosa è mai questa vita se, pieni di preoccupazioni, non troviamo il tempo di fermarci a contemplare”.

venerdì 12 novembre 2010

Comandano in nove e lavorano in un miliardo e quattro

Shanghai
Nel mio recente viaggio a Shanghai ho conosciuto Alessandro Asperti, un giovane manager, 31 anni, con le strapalle, rappresentante in Cina della famiglia bresciana dei Lonati.

Alessandro è partito per l’avventura cinese alcuni anni or sono, a 25 anni e tanta voglia di imparare. Mentre eravamo a cena in uno splendido ristorante cinese vicino alla zona più trendy di Shanghai – il Bund – Alessandro ha preso la parola e ha detto con grande lucidità (dimostra molto più dei suoi anni): “Decidono in tre e lavorano in un miliardo e quattro”. Fulminante. Da qui il titolo del post di oggi.

Nel suo recente "The Party. The secret world of China’s Communist rulers" (Harper Collins, 2010), il giornalista statunitense Richard McGregor racconta il mondo segreto del vertice politico cinese. E conferma l’incipit di Asperti: “Comandano in nove. Nove sono i membri del Comitato permanente dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito comunista cinese. Hu Jintao fra questi nove è un primus inter pares, un primo tra pari. Io li descriverei seduti interno ad un tavolo rotondo del quale il presidente occupa il posto principale, ma in cerchio con gli altri”.

Giovedì scorso la nota rivista americana Forbes ha incoronato Hu Jintao come l’uomo più potente del mondo. Si chiude così un 2010 eccezionale per la Cina, che ha frantumato tutti i record ed è tornata dopo alcuni secoli ad essere l’epicentro del mondo. L’anno della Tigre si è aperto con il sorpasso sul Giappone a livello di PIL, poi la continua crescita delle esportazioni cinesi, la forza del renmimbi, la crescita delle riserve ufficiali di valuta estera, il successo dell’EXPO di Shanghai hanno fatto il resto.

Questa la motivazione di Forbes nell’attribuire il premio al presidente del partito comunista cinese: “Hu Jintao è il leader politico fondamentale più di qualunque altro per il maggior numero di persone, in quanto esercita un controllo dittatoriale su un quinto della popolazione mondiale, è alla guida del più grande esercito della Terra. E’ in grado di spostare fiumi, costruire e trasferire metropoli, mettere in carcere dissidenti, censurare internet senza ingerenze burocratiche”.

A tarda sera l’Agenzia di Stato ufficiale cinese ha risposto seccamente con il seguente comunicato: “All’imperialismo occidentale non restano che premi simbolici per tentare di fermare la crescita dell’Oriente”.

Vediamo più in dettaglio alcuni numeri sulla crescita cinese:

1. Cresce a livello di PIL di un 10% l'anno da più di un decennio;

2. è il più grande esportatore del mondo;

3. è il più grande importatore del mondo;

4. è il primo mercato di auto (Volkswagen e BMW fanno sfracelli in Cina), dei treni ad alta velocità del mondo;

5. ha il numero di laureati maggiore al mondo;

Il supercomputer Tianhe-1A
6. l’Università nazionale di Pechino per la tecnologia della difesa – un centro direttamente legato alle forze armate – ha di recente sviluppato un nuovo supercomputer made in China – denominato Tianhe-1A - che ha il 40% di potenza in più rispetto al precedente numero uno, un computer americano nato nei laboratori dell’University of Tennessee. Riportiamo un’agenzia di stampa: “The fully operational Tianhe-1A, located at the National Supercomputer Center in Tianjin, scored 2.507 petaflops as measured by the LINPACK benchmark. That moves it past Cray's 2.3 petaflops Jaguar located at Oak Ridge National Lab in Tennessee. Tianhe-1A achieved the record using 7,168 NVIDIA Tesla M2050 GPUs and 14,336 Intel Xeon CPUs consuming 4.04 megawatts”.

C’è ancora qualcuno che pensa che la Cina sia forte solo nei settori a basso valore aggiunto?

La reazione piccata di Pechino all’attribuzione del premio Nobel al dissidente cinese Liu Xiaobo ha mostrato al mondo la fragilità del sistema politico cinese, che dovrà dimostrare in futuro – specialmente il successore di Hu Jintao, Xi Jinping, che non appartiene alla classe di “tecnocrati riformisti”, ma a quella avversaria, formata dai “principi rossi conservatori” – di saper coniugare crescita economica e richieste della società civile.

Ma la Cina è lontana? No, vicinissima. Nel loro splendido articolo sul Corriere della Sera, Stella e Rizzo, link http://archiviostorico.corriere.it/2010/novembre/06/Arte_banchieri_capitale_che_perduta_co_9_101106011.shtml , ci raccontano come a Prato “Incalzano i cinesi (che non vivono di passato)”: “Prato ha 186mila abitanti. Un boom demografico senza precedenti: tra il 1951 e il 2010 la popolazione è cresciuta del 165%. Prima arrivarono i meridionali. Poi, ancora più numerosi i cinesi. Tutti o quasi dalla provincia contadina del Wenzhou. Quanti sono? Quelli legali, 12 mila. Quelli illegali, almeno 25 mila. Ma nessuno davvero lo sa. La più grande di clandestini sotto la luce del sole. Aumentano a dismisura prima con il tacito ammiccamento degli italiani, poi contro.
Capoluogo dal 1992 dell’omonima e inutile provincia italiana, Prato offre il 27% di tutta la produzione tessile italiana. Un giro di affari di quattro miliardi di euro, come il Pil della Somalia. Più altri due miliardi, però dei cinesi. Chiariamo: sono stime. Perchè qui il colore preferito è quello delle automobili - nella Chinatown pratese sfila ininterrotta la processione di Porsche Carrera, Suv Mercedes, e Audi R8, tutte rigorosamente nere".

Chiudiamo segnalandovi Silvia Pieraccini e il suo “L’assedio cinese” (Il Sole 24 Ore, 2010), dove si legge che un ufficio Money tranfer di Prato “Gestito da un immigrato, in 18 mesi di attività, ha trasferito in Cina 550 milioni di euro attraverso 60.000 operazioni di importo inferiore a 12.500 euro” (limite per la segnalazione all’Ufficio di Informazione Finanziaria UIF, di Banca d’Italia). Come vedete, i cinesi – che siano in Cina o in Italia – risparmiano oltre il 50% del reddito disponibile, con il quale aprono nuovi centri massaggi - "falegnamerie" per gli addetti ai lavori - nel centro di Milano, assai redditizi.

giovedì 11 novembre 2010

La crisi e le disuguaglianze. La distribuzione del reddito fattore decisivo

La causa delle cause della crisi dei Paesi Occidentali è la drammatica polarizzazione del reddito e della ricchezza.

Per i Paesi Emergenti valgono le considerazioni di Stephen Cecchetti - Economic Adviser and Head of Monetary and Economic Department della Banca dei Regolamenti Internazionali - http://www.bis.org/speeches/sp100903.pdf che ha messo in rilievo come overthere la crisi non è mai esistita o quasi - vedi post http://fausteilgovernatore.blogspot.com/2010/10/ma-quali-paesi-emergenti-sono-gia-belli.html -

I dati portati da Raghuram Rajan parlano da soli. In Fault lines (Princeton University Press, 2010) – premiato da Goldman Sachs e dal Financial Times come Book of the Year – nell’introduzione – Rising Inequality and the push for housing credit – i numeri sono tanto impressionanti quanto inconfutabili: “The top 1% of households accounted for only 8,9% of income in 1976, but this share grew to 23,5% of the total income generated in the United States in 2007. Put differently, of every dollar of real income growth that was generated between 1976 and 2007, 58 cents went to the top 1% of households. In 2007 the hedge fund manager John Paulson earned $3,7 billion, about 74.000 times the median household income in the United States.
Since the 1980s, the wages of workers at the 90th percentile (i più agiati, ndr) of the wage distribution in the United States have grown much faster than the wage of the 50th percentile worker (the median worker)”.

Le cause di questo cambiamento drastico nella distribuzione della ricchezza? “Technological progress requires the labor force to have ever greater skills, the education system has been unable to provide enough of the labor force with the necessary education..A mind is a terrible thing to waste, and the United States is wasting too many of them... The every day consequence for the middle class is a stagnant paycheck as well as growing job insecurity”.

Stiglitz – premio Nobel per l’economia nel 2001 – risponde in un’intervista recente: “Il Sogno americano non c’è più, è finito. Basta guardare al reddito di una famiglia media americana: quello del 2009 è inferiore a quello del 1997. Dunque gli americani stanno peggio rispetto a 12 anni fa. L’idea che questa fosse una terrà di opportunità per tutti, che si potesse passare dagli stracci alla ricchezza come nelle novelle di Horatio Alger, è evaporata”.

L'editorialista dell'FT Stephens scrive – “Angry America raises the barricades” November 5 2010: “Globalisation has been goog only for the few. It has enriched bankers and chief executives, but left the middle classes at once no better off today and more insecure about tomorrow

Qual è stata la risposta della politica alla “rising inequality”? Allargare e favorire la possibilità di indebitarsi, specialmente per i meno fortunati – low income households. Piovono illusioni. Beneficio immediato – più consumi e più lavoro – e le conseguenze a medio termine sono note a tutti dopo l’ultima crisi. Viva il credito facile, che bello potersi comprare una casa senza avere nè redditi, nè attività, nè lavoro! Ecco a voi dunque i mutui NINJA – no income, no asset, no jobs, erogati senza presentare alcun documento!

Rajan ci ricorda – smemorati che siamo! – che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Nei primi anni del secolo scorso, la deregulation e la rapida espansione del credito facile fu la risposta al successo del Populist Movement, sostenuto dagli agricoltori che vollero correre dietro i successi della prima classe industriale nascente: “Excessive rural credit was one of the important causes of bank failure during the Great Depression”.

Anche l’ultimo libro "Aftershock. The next economy and America’s Future" (Alfred Knopf Editor, 2010) di Robert Reich – Ministro del Lavoro dell’Amministrazione Clinton e docente a Berkeley – è sulla stessa linea.
L’uno per cento degli americani più ricchi negli anni Settanta contava per il 9% del reddito totale; nel 2007 la loro quota era salita al 23%, lo stesso valore del 1928. Mentre il reddito mediano è diminuito in termini reali negli ultimi 30 anni.

Conclusione: la maggior parte della popolazione americana è stata esclusa dalla distribuzione delle risorse generate negli ultimi 30 anni.

L’economista Marco Onado riassume felicemente così: “Come in una partita di poker in cui le fiches si concentrano nelle mani di pochi giocatori, gli altri potevano continuare a giocare solo a credito. Quando nessuno è stato più disposto a concederne, la partita è finita tragicamente”.

Quando abbiamo letto Alberto Alesina di Harvard UniversityUna stagione di riforme moderate, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-04/stagione-riforme-moderate-073959.shtml?uuid=AYga8sgC – siamo rimasti basiti. Alesina – nato a Broni (PV) come Paolo Baffi, integerrimo Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979, vedi post http://fausteilgovernatore.blogspot.com/2010/09/paolo-baffi-governatore-integerrimo.html – scrive: “In generale gli americani hanno detto no a una filosofia politica che voleva muovere lo stato sociale verso un modello europeo. In questo senso non conta solo quello che Obama ha fatto, ma anche la sua retorica su quello che avrebbe voluto fare, come la sua insistenza sulla redistribuzione della ricchezza. La vasta maggioranza degli americani, a torto o a ragione, non chiede questo. Vuole invece uno stato limitato, crede che gli individui debbano in generale farcela da soli (entro certi limiti ovviamente), non vogliono uno stato paternalista dalla culla alla tomba. E anche molti dei meno abbienti la pensano così. Gli americani vedono la ricchezza come un premio per il proprio lavoro e intelligenza, gli europei la considerano un privilegio ingiusto. Le motivazioni di questa differenza vengono da molto lontano, dalla diversa storia di Europa e America, già Tocqueville lo aveva capito. Non bastano due anni di team Obama-Pelosi per cambiare la storia”.

Michael Bloomberg
Ma caro Alesina, quali Americani hanno visto negli ultimi 20 anni crescere la loro ricchezza? I più ricchi. E gli altri? Ciccia, dicono a Roma. E la storia si ripete. Infatto il Movimento populista rinasce con i Tea Party guidati da Sarah Palin e dalla nuova stella Marco Rubio, 39 anni, neo Goverantore della Florida, due milioni e mezzo di voti.
Sapete cosa dice il sindaco di New York Michael Bloomberg dei Tea Party? “Sono ottusi, ignoranti, non sanno nulla del mondo. Scommetto che molti di loro non hanno neppure il passaporto. Se non stiamo attenti, si scatenerà una guerra commerciale con la Cina, anche perchè nessuno di loro sa dove sia la Cina”. La pensiamo come Bloomberg (che, per inciso, quando è entrato in politica, ha affidato il suo patrimonio a un blind trust, che è veramente cieco).

mercoledì 10 novembre 2010

L'incredibile dicotomia nella crescita mondiale - QE2 contro QT2

E’ incredibile come stia cambiando il mondo. E a quale velocità.

Sabato scorso è stato raggiunto – dopo lunghissime negoziazioni - un accordo sulle quote del Fondo Monetario Internazionale, con il raddoppio di peso per la Cina e un deciso aumento di rappresentanza per l’India. Gli Emergenti avanzano. Vengono loro trasferite il 6% dei diritti di voto, a scapito delle economie occidentali. “E’ il maggior cambiamento di governance nei 66 anni di storia del FMI”, ha dichiarato Strauss-Kahn, il Presidente. La Cina da sesto azionista del Fondo, si piazza al terzo, dopo Usa e Giappone, scavalcando Germania, Francia e Gran Bretagna.

Ma quello che più mi ha colpito nei giorni scorsi è l’apertura del Financial Times di settimana scorsa – “Emerging markets to counter QE2” – in cui emerge nitidamente la profonda dicotomia di crescita tra l’Asia e l’Occidente. Mentre la Banca centrale americana guidata da Ben Bernanke, insiste ancora con le manovre espansive – ancora perchè sono la seconda parte dell’easing quantitativo (da qui il nickname QE2) iniziato nel dicembre 2008 – le banche centrali di India e Australia il 2 novembre hanno alzato i tassi di interesse. Il Financial Times scrive con ironia: “After QE2? QT2? Quantitative tightening – measures by emerging markets countries to counter the sometimes pernicious effects of capital inflows”.

La Fed prende alla lettera il doppia mandato che le è stato assegnato nel tempo. Gli attuali compiti della Fed sono il composito risultato della Storia. A seguito della Great Depression fu introdotto come policy target il pieno impiego (Full Employment) attraverso l’approvazione dell’Employment Act nel 1946. A seguito della Great Inflation degli anni ’70 – attraverso l’Humphrey-Hawkins Act del 1978 – fu introdotto come policy target la stabilità dei prezzi (price stability).

La Fed ha deciso di agire in maniera poco ortodossa, acquistando nei prossimi 8 mesi – senza alcuna sterilizzazione – 600 miliardi di dollari di titoli di Stato e non sulla parte lunga della curva (10 anni e oltre). Gli economisti parlano di politica monetaria non convenzionale. In questo modo cerca di mantenere bassi i tassi a lunga – dal momento dell’annuncio a fine agosto a Jackson Hole i tassi a 30 anni del Treasury Bond sono saliti di mezzopunto percentuale, i tassi a 10 anni sono sugli stessi livelli.

Non tutti sono d’accordo sull’efficacia del nuovo piano espansivo eterodosso compiuto dalla Fed. Martin Feldstein dalle colonne del Financial Times sostiene che “QE2 is risky and should be limited”. Il Nobel Stiglitz dice: “Sono preoccupato per una nuova bolla che alla fine porterà più problemi di quanti ne possa risolvere”.

Lo stesso Financial Times in un commento il 5 novembre scrive: “Its well-advertised return to quantitative easing threatens most of all to show up the Fed’s impotence…Calls are growing for the Fed to make a stronger commitment to inflating the economy – by stating its willingness to overshoot on inflation or adopt a price level target that would require it to “catch up” after a period of low inflation”.

La pensiamo come l’economista Marcello De Cecco: “Quel che colpisce della politica monetaria americana è la patente indisponibilità a imparare dai fallimenti del passato... E’ stata proprio la politica dei tassi bassi, condotta nel ventennio di Greenspan e proseguita cnel quinquennio di Bernanke, ad aver portato al disastro prima la finanza e poi l’intera economia mondiale. Perseverare diabolicum, prof. Bernanke”.

Abbiamo visto che questa massa di dollari in circolazione, invece che aumentare la domanda di beni negli Stati Uniti, si è tradotta in un influsso di investimenti nei paesi emergenti, con conseguente rivalutazione delle loro monete. Il Ministro del Tesoro brasiliano Guido Mantega non è andato per il sottile: “It’s no use throwing dollars out of a helicopter (sappiamo che Bernanke viene soprannominato Helicopter man perchè nello studiare ex post la crisi del 1930, sostenne che sarebbe stato utile buttare giù dagli elicotteri banconote per invogliare gli americani a spendere, ndr). The only result is to devalue the dollar to achieve greater competitiveness on international markets. You have to combine that with fiscal policy. You have to stimulate consumption”.

Il presidente della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, di cui abbiamo parlato in un precedente post http://fausteilgovernatore.blogspot.com/2010/10/la-cina-non-e-oriente-e-occidente.html- ha sostenuto che “la mossa Americana può essere migliore per gli Stati Uniti ma non necessariamente per il mondo. Anzi, può creare effetti negativi per la crescita mondiale”.

Xia Bin, consigliere della banca centrale cinese, è stato ancora meno diplomatico: “As long as the world exercises no restrain in issuing global currencies such as the dollar, then the occurrence of another crisis is inevitable, as quite a few wise westerners lament”.

Una certezza i mercati sembrano averla. Il fiume di liquidità creato dalla Fed porterà il dollaro a indebolirsi – da fine agosto l’indebolimento è stato netto contro tutte le valute. E più le manovre quantitative si riveleranno prive di effetti, più il dollaro si indebolirà.

Che cosa può fare l’Occidente per uscire dalle secche della crescita anemica? Zingales sostiene che il problema non è tanto il renmimbi sottovalutato, bensì l’eccesso di risparmio cinese. Le famiglie cinesi risparmiano per supplire alla mancanza cronica di welfare. Ma sono soprattutto le imprese – molte pubbliche - che risparmiano molto di più di quanto investano. “Il problema quindi – chiosa Zingales, – è che le imprese cinesi pagano i loro operai troppo poco e sidtribuiscono troppo pochi dividendi. Se gli americani vogliono eliminare il rischio di deflazione a livello mondiale e fare ripartire la loro economia, la soluzione non è costringere i cinesi a rivalutare il renmimbi o aumentare l’offerta di dollari. La soluzione è quella di accelerare il processo di democratizzazione in Cina. Una Cina democratica distribuirebbe una fetta maggiore dei profitti alle famiglie sotto forma di dividendi e di aumenti salariali. Questo aumenterebbe il consumo di beni americani da parte dei cinesi, riequilibrando la bilancia dei pagamenti americana senza alcuna svalutazione”.

Caro Zingales, allora stiamo freschi. Leggo che Pechino ha inviato una lettera agli ambasciatori dei paesi europei a Oslo con l’invito a disertare la cerimonia di premiazione dei Premi Nobel il prossimo 10 dicembre.

Ora che la Cina diventa più democratica, siamo tutti vecchi. “Cucchi bacucchi”, direbbe mia figlia Allegra.

martedì 9 novembre 2010

Concorrenza e barriere all’ingresso: l’esempio negativo degli avvocati

Concorrenza significa competizione tra imprese. Competere viene da cum-petere, cercare insieme, quindi concetto dinamico di scoperta, che contribuisce a promuovere scelte agili e proattive. Dove c’è concorrenza c’è ricerca comune, in forma antagonistica, della soluzione migliore. Solo la concorrenza permette di reagire tempestivamente ai cambiamenti di contesto.

La Banca d’Italia in diverse occasioni ha evidenziato l’urgenza di interventi strutturali volti a rafforzare la capacità di crescita dell’economia, potenziando il capitale fisico e umano del nostro Paese e accrescendo la concorrenza nei settori e attività in cui essa è insufficiente, segnatamente nel caso dei servizi publici locali.

Economisti di vaglia di Banca d’Italia (Forni L., Gerali A., Pisani M.) - Effetti macroeconomici di un maggior grado di concorrenza nel settore dei servizi: il caso dell’Italia, Tema di discussione n. 706, marzo 2009 http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td09/td706_09/td_706_09 - sostengono che per tornare a vedere una crescita al pari dei nostri Paesi europei, abbiamo bisogno di una cosa sola, più concorrenza.

Nel suo intervento alla Camera, Fabrizio Saccomanni, direttore generale di Banca d’Italia, scrive http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/saccomanni_061010.pdf : “Per il prossimo biennio, in un quadro di ripresa dell’economia mondiale, la DFP (Schema di Decisione di Finanza Pubblica, ndr) prevede un aumento del tasso di crescita del prodotto italiano, all’1,3 per cento nel 2011 e al 2 per cento a partire dal 2012. Riguardo a quest’ultimo valore appare opportuna una nota di cautela, tenuto conto del fatto che esso è pressoché doppio di quello stimabile per il prodotto potenziale dell’Italia alla vigilia della crisi.
Una ripresa dell’economia meno intensa di quella prospettata nella Decisione di finanza pubblica renderebbe più arduo conseguire gli obiettivi indicati. Insieme al riequilibrio dei conti pubblici, occorre rafforzare il potenziale di crescita dell’economia. Solo un’elevata capacità competitiva del sistema produttivo, cui contribuisca un settore pubblico più efficiente, può assicurare il ritorno a più alti e sostenibili tassi di crescita... Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani”.

Emma Marcegaglia
Così la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia il 21 maggio 2009 nella sua Relazione annuale: “C’è una parola che nel dibattito della politica economica in Italia è sparita: liberalizzazioni. E’ urgente riprendere il cammino interrotto delle liberalizzazioni nei trasporti, nelle comunicazioni, nell’energia, nelle professioni”.

E ancora – fresco, fresco – l’intervento di Mario Draghi - http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2010/draghi_5nov10/draghi_51110_ancona.pdf - all’ISTAO di Ancona di venerdì scorso: “Si aggiunge un problema di concorrenza nei servizi. Studi condotti in Banca d’Italia mostrano da tempo come la mancanza di concorrenza nel settore terziario ne ostacoli lo sviluppo e crei inflazione; essa incide anche sulla produttività e competitività del settore manifatturiero. Nel 1998 si presero misure di liberalizzazione del commercio al dettaglio; documentammo come esse favorissero in quel comparto l’occupazione, la produttività e l’adozione di nuove tecnologie. Ma l’impegno a liberalizzare il settore dei servizi si è da tempo interrotto”.

Copertina "Allegro ma non troppo"
Draghi cita il grandissimo storico pavese Carlo Maria Cipolla, il quale riferendosi al periodo di “grande gelo” dell’economia italiana tra l’inizio del 1600 e il 1820 – in cui il PIL pro capite rimase fermo – scrive: “Il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia bloccarono i necessari mutamenti tecnologici e di qualità che avrebbero potuto permettere alle aziende italiane di competere con la concorrenza straniera”.

Cosa vuol dire più concorrenza? Parliamo di un caso concreto: gli avvocati. Analizziamo la proposta di legge sul riordino della professione forense, esaminata dalla Commissione Giustizia del Senato.

Una riforma – controriforma è la parola giusta – che ci disgusta. Entriamo nel dettaglio delle proposte:

Cesare Previti
1. si allarga l’ambito delle esclusive; solo gli avvocati potranno patrocinare davanti ai tribunali ma anche nei procedimenti delle autorità amministrative indipendenti come Consob e Antitrust, benché economisti, professori universitari, giuristi d’impresa potrebbero farlo benissimo. L’Ordine degli Avvocati rivendica la competenza degli iscritti e l’alta moralità del codice deontologico. Ci risulta da un controllo effettuato il 3 novembre che Cesare Previti (Avvocato personale del Presidente del Consiglio) – condannato con sentenza definitiva per corruzione in atti giudiziari – sia ancora iscritto all’Ordine degli Avvocati di Roma. Complimenti! Limpido esempio di correttezza della categoria.

2. anche la consulenza legale e stragiudiziale “in ogni campo del diritto” saranno di competenza esclusiva della casta degli avvocati; i quali, attraverso il loro presidente Guido Alpa, si scagliano contro gli arbitrati e le conciliazioni (oltre 100.000 domande) , molto apprezzate dalle imprese;

3. è sancito il divieto della possibilità per un avvocato di far parte di più associazioni professionali. Non troviamo alcuna logica. Inoltre in extremis è stato inserito un emendamento che colpisce i grandi studi legali. L’emendamento prevede che la responsabilità personale di ciascun professionista di uno studio associato si riversi su tutti gli altri. Un principio insolito, forse inserito per raccogliere voti degli avvocati più piccoli?

4. tariffe professionali: si cancella il decreto Bersani – le efficaci lenzuolate – e si reintroducono gli onorari minimi “inderogabili e vincolanti”; si vieta il patto di quota-lite, dove l’avvocato lavora in percentuale su quanto riesce a ottenere a favore del cliente. La misura è inefficiente e anticoncorrenziale. Infatti la quota-lite aiuta i clienti deboli che non possono permettersi le spese per la causa.

5. in altri punti si limita l’accesso all professione, si restringe la possibilità di pubblicità, si chiude l’Ordine a soggetti esterni, in sostanza di ha un rafforzamento delle barriere all’ingresso nella professione. Oltre all’esame di abilitazione e al lungo praticantato, sarà necessario anche superare un pre-test per l’iscrizione all’albo dei praticanti e frequentare un corsi di formazione organizzati dagli ordini.

Ci supporta nelle nostre considerazioni uno studio di Basso e Pellizzari, “Quelle barriere per gli aspiranti avvocati”, http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001982-351.html , in cui si può leggere: “Abbiamo messo in relazione l'età di iscrizione all'albo con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell'albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione... Si nota chiaramente che esiste tra queste due variabili una forte relazione negativa che è statisticamente significativa. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. Per esempio, chi non ha alcun omonimo nell'albo diventa avvocato con un trimestre di ritardo rispetto alla media”. Non possiamo non essere d’accordo con i due economisti: “...il che mette seriamente in dubbio che e barriere all’entrata servano a mantenere alta la qualità dei servizi legali”.

Guido Rossi
A fronte di tale controriforma, non possiamo che commentare con le parole di Guido Rossi, tra i maggiori giuristi italiani – Corriere della Sera, 31.10.10 - Basta con la politica barbarica. Serve un nuovo Illuminismo: “Vedo un’economia ancora soffocata da rapporti omertosi, una società oppressa dalle opacità che nascondono la sacralità del potere. Se mi critichi sei un nemico, si dice. E invece no, la critica costruttiva è uno stimolo, serrve più cultura della trasparenza”.




Mario Monti
 O se preferite Mario Monti – Quanto tempo abbiamo perso, Corriere della Sera, 31.10.10: “L’Italia ha accumulato molto ritardo, nella preparazione del proprio futuro di economia competitiva appartenente all’Eurozona...Come convinto sostenitore di un’”economia sociale di mercato altamente competitiva”, quale è voluta dal Trattato di Lisbona, sarei un po’ preoccupato da un mercato privo, da un lato, di serie regole e di efficaci autorità di enforcement; dall’altro esposto a una più o meno esplicita “superiorità della politica”: terreno ideale, temo per abusi privati (monopoli, oligopoli, abuso di posizione dominante, ndr), abusi pubblici e loro varie combinazioni”.

Se una figura pacata come Mario Monti invita il Presidente del Consiglio a guidare e indirizzare il “Piano nazionale delle riforme” (da presentare alla Commissione Europea entro il 12 novembre) – "giorno e notte" – siamo proprio messi male.

lunedì 8 novembre 2010

Numeri esoterici e Banca d’Italia

I numeri sono numeri. Sono chiari e forti. Tranne in Italia dove sono sempre fonte di discussione. Perchè noi amiamo chiacchierare. Mentre gli americani sostengono che talk is cheap, noi da mane a sera parliamo in continuazione, spesso senza alcun costrutto.


Il 15 ottobre scorso la Banca d’Italia ha pubblicato il Bollettino Economico mensile http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2010/bolleco62 . Ha fornito numeri, cifre, considerazioni, con la consueta precisione e meticolosità. Ma la chiarezza dà fastidio. Il Ministro del Lavoro Sacconi - in relazione ai dati sulla disoccupazione che comprendono secondo metodologie internazionali anche i cassintegrati e gli “sfiduciati” - ha subito dichiarato di non voler commentare dati “esoterici”. Citiamo dal Devoto Oli: “Esoterico, agg., destinato ai discepoli o agli iniziati, linguaggio e., incomprensibile (o quasi) ai più”.

Fabrizio Saccomanni
I numeri peraltro erano già stati comunicati al Parlamento. Il direttore generale di Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni – nella sua testimonianza alla Camera dei deputati e al Senato in Commissioni riunite il 6 ottobre 2010 http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/saccomanni_061010.pdf – scrive: “La manovra triennale di bilancio anticipata a maggio ha contribuito, insieme a un miglioramento del quadro finanziario internazionale, a ridurre l’incertezza per gli operatori. Essa si fonda soprattutto sul contenimento della spesa; le misure dal lato delle entrate si concentrano sul contrasto all’evasione. I tagli alle erogazioni in conto capitale sono significativi; si applicano a un andamento tendenziale già flettente di questa voce di spesa.
Nelle stime della DFP (Documento di Finanza Pubblica, il vecchio Documento di Programmazione Economica, per intenderci, ndr), la spesa complessiva è stata rivista lievemente al rialzo rispetto a quanto indicato nella Ruef lo scorso maggio: essa dovrebbe crescere dell’1,1 per cento rispetto al 2009 (0,9 per cento nelle stime della Ruef). Le spese primarie correnti aumenterebbero del 2,2 per cento, poco meno della metà del tasso medio annuo registrato nell’ultimo decennio. La loro incidenza sul prodotto rimarrebbe sui livelli massimi già raggiunti nel 2009 (43,5 per cento).
La spesa in conto capitale si ridurrebbe del 9,6 per cento (al 3,8 per cento del PIL), riportandosi su livelli prossimi, in termini nominali, a quelli del 2005. Secondo i dati dell’ISTAT, nei primi sei mesi del 2010 le spese complessive si sono ridotte dello 0,9 per cento, principalmente per il calo delle erogazioni in conto capitale (20,4 per cento). La spesa primaria corrente è invece aumentata dello 0,9 per cento”.
Nel Bollettino Economico n. 62 si legge (per chi abbia voglia di leggere, si intende): “Secondo le stime del Governo, il miglioramento dei conti pubblici si rafforzerebbe nel 2011, anno in cui il saldo primario tornerebbe positivo, allo 0,8 per cento del PIL. La correzione dei conti nei prossimi tre anni si fonda quasi per intero su misure di contenimento delle spese primarie, in particolare di quelle in conto capitale. Le spese primarie sono scese dello 0,9 per cento, riflettendo il netto calo delle erogazioni in conto capitale (20,4 per cento; 5,8 miliardi). In particolare, la spesa per investimenti è diminuita del 14,2 per cento. La crescita della spesa primaria corrente (0,9 per cento; 2,9 miliardi) è stata sostenuta dall’aumento delle prestazioni sociali (2,4 per cento), solo in parte compensato dalla contrazione dei redditi da lavoro dipendente e dei consumi intermedi (rispettivamente 0,4 e 2,2 per cento). La spesa per interessi si è ridotta dell’1,2 per cento”.

La spesa pubblica nel primo semestre 2010 si è ridotta, ma perchè sono stati tagliati 5.800 miliardi di spesa in conto capitale. Le spese correnti sono cresciute di oltre 2.800 miliardi. Ma il Governo non dice in continuazione che sta tagliando gli sprechi? Non si era detto che bisogna investire nelle infrastrutture e tagliare gli sprechi presenti nella spesa corrente? Che bisogna salvare le grandi opere?


 Veniamo giusto giusto da Shanghai dove le infrastrutture costruite negli ultimi anni non si contano. La cosa che ci ha fatto molto ridere – all’interno dello splendido Padiglione italiano all’EXPO – è una fantasmagorica riproduzione visiva del Ponte sullo Stretto di Messina. Secondo il mio amico shanghaiano Federico, si tratta della più grande opera al mondo mai realizzata! E se si taglia sugli investimenti in conto capitale (non siamo a favore del Ponte di Messina, non sia mai!), quando mai in Italia si renderanno disponibili per il sistema produttivo opere infrastrutturali di livello europeo?

Luigi Spaventa
Siamo completamente d’accordo con l’economista Luigi Spaventa – I conti di Bankitalia ansiogeni, ma veri, Repubblica, 18 ottobre 2010 - che riportiamo in toto: “Sfugge invece in che cosa possa consistere la esotericità di un dato, considerando che l´aggettivo, secondo i dizionari, sta a significare "riservato agli iniziati, misterioso, incomprensibile". Ora, non è che il Bollettino della Banca d´Italia abbia fatto uso di numeri a cui vengono attribuite una di siffatte caratteristiche...Eppure, di testi esoterici, nei tre sensi sopra indicati, e generatori di ansia provocata dalla difficoltà di decifrazione, ne esistono. Eccone uno fra i tanti: «L´articolo 20, comma 3-ter, del decreto-legge 4 luglio 2006 n. 223…e il comma 460 dell´articolo 1 della legge 23 dicembre 2005, n. 266, si intendono riferiti alle imprese e testate ivi indicate in possesso dei requisiti richiesti anche se abbiano mutato forma giuridica». Si tratta del comma 61 dell´articolo 2 della legge 23 dicembre 2009 n. 191, nota al volgo come legge finanziaria per il 2010: veramente destinato agli iniziati, ma incomprensibile e misterioso ai più”.

Si avvicina il Natale. Ci permettiamo di dare un consiglio al Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Se non sa cosa regalare al Ministro Sacconi – che venerdì 29 ottobre ha dato del militante e dell’ignorante a un giornalista di RAI News 24 - doni al Ministro il cd completo di Caterina Caselli, con incluso il successo sempiterno “La verità ti fa male lo so”. Così capirà che la Banca d’Italia svolge un servizio – eccellente, dico io - alla collettività, neutrale e indipendente. “Il principio di indipendenza è essenziale per il corretto svolgimento della funzione di vigilanza” e questo è particolarmente vero “nei periodi di crisi finanziaria ed economica, nei quali può talvolta rendersi necessario adottare nei confronti dei soggetti vigilati anche misure di notevole rigore”...”La Banca d’Italia, per le sue particolari garanzie, stabilite nelle fonti comunitarie, ha un’indipendenza rafforzata, così come grazie alla sua completa autonomia finanziaria, può operare senza oneri per il bilancio dello Stato”. (Audizione del direttore generale di Banca d’Italia F. Saccomanni presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, 27.10.10).

venerdì 5 novembre 2010

Spione, gola profonda o whistle-blower?

E’ notizia di settimana scorsa che GlaxoSmithKline (GSK), colosso farmaceutico mondiale, ha patteggiato con il Dipartimento di Giustizia americano per la somma di 750 milioni di dollari, tra multe e indennizzi.


La GSK ha sottovalutato le forti tutele federali statunitensi a favore dei whistle-blower (letteralmente coloro che soffiano il fischietto), cioè
colui o colei che fornisce informazioni a terzi relativamente ad azioni compiute dalla propria azienda, che potrebbero danneggiare altri o l'interesse pubblico, perché illegali o socialmente dannose. Corruzione, falso in bilancio, inquinamento, reati contro il diritto del lavoro, tanto per fare qualche esempio tra i casi più studiati.

Nel caso specifico Cheryl Eckard - direttrice responsabile dei controlli di qualità della filiale americana di GlaxoSmithKline – segnalò nel 2001 molte irregolarità nella produzione di farmaci nella filiale di Portorico, dove uscivano medicine di pessima qualità. Dall’antidepressivo Paxil al Coreg per le malattie cardiovascolari, alla pomata per bimbi Bactroban.

La Eckard non venne ascoltata. Anzi. Per la manager troppo zelante arrivò il licenziamento.

R. Redford e D. Hoffman
Ciò che vogliamo porre alla vostra attenzione è la norma federale statunitense che protegge le “gole profonde” – vi ricordate Robert Redford e Dustin Hoffman nel film “Tutti gli uomini del Presidente” sull’affaire Nixon- Watergate?

Dopo lo scandalo Enron http://it.wikipedia.org/wiki/Enron negli Stati Uniti nel gennaio del 2002 è stata varata una nuova legge, nota come "Sarbanes-Oxley Act", che ha come finalità dichiarata quella di proteggere gli investitori migliorando l'accuratezza e l'affidabilità delle informazioni offerte dalle aziende e più in generale della loro gestione contabile e finanziaria.

La Sarbanes-Oxley, oltre a prevedere fino a venticinque anni di galera per chi si rendesse colpevole di frodi al mercato azionario, parla della protezione del "whistle-blower".

Valori morali a parte, l’efficacia della norma sta nel calcolo dei benefici che si possono ottenere impedendo all'azienda di continuare nel proprio comportamento criminale in rapporto ai costi della denuncia. Costi in primo luogo determinati dalle ritorsioni che è lecito aspettarsi da parte dei manager responsabili dei comportamenti illeciti.

L’efficacia sta nei potenti incentivi al pentitismo per chi dall’interno dell’impresa assiste a comportamenti criminali. La legge stabilisce delle percentuali ben chiare a favore del denunciante. L’omertà vale fino a che non ci sono gli incentivi giusti.

Vediamo il caso italiano. Il caso Parmalat per esempio. Dove a distanza di anni dal fallimento Parmalat vediamo Calisto Tanzi girare in libertà – recentemente è rientrato in galera, ma siamo sicuri che presto ne uscirà - come se il buco di 14 miliardi di euro da lui prodotto fosse già bello che dimenticato.

L'economista Vincenzo Perrone in un suo articolo per lavoce.info – Il lato oscuro della forza http://www.lavoce.info/articoli/pagina881-351.html scrive efficacemente: “La storia di Parmalat sembra essere la conferma definitiva del noto proverbio: chi trova un amico trova un tesoro. Almeno fino a quando non arriva la Guardia di finanza. A Parma gli amici venivano tutti dallo stesso istituto di ragioneria, si conoscevano da anni, cambiavano società di revisione, ma mantenevano lo stesso cliente. Al centro di tutto vi era il nocciolo duro della famiglia: figli, zii, forse nipoti. Le relazioni economiche sono immerse in una rete di relazioni sociali. Legami di sangue, di amicizia, di fiducia e lealtà, di clan e dialetto, di comunanza culturale, religiosa o ideologica, aiutano a scegliere le parti con le quali preferibilmente scambiare, ci spingono a rischiare di più in queste relazioni economiche e ci consentono di farle durare nel tempo".

Calisto Tanzi
Come è potuto accadere” - si chiede Zingales http://www.lavoce.info/articoli/pagina842.html il 30 dicembre 2003 in “L’onestà non paga” – “nella nostra Parma, simbolo della laboriosità e dell'efficienza padana, a un industriale come Calisto Tanzi, famoso per il suo attaccamento ai fondamentali valori cattolici? Come è potuta, questa mega truffa finanziaria, continuare per quindici anni, come sembra trasparire dalle prime indagini?".

Zingales risponde così: “La verità è che il mondo della finanza si basa sulla fiducia e quindi si presta ad abusi da parte di chi, per disperazione o mancanza di scrupoli, è disposto a falsificare documenti, mentire, ingannare. Qualsiasi controllo esterno fa fatica a individuare un problema, quando esiste la connivenza dei dipendenti chiave. Per eliminare questi scandali, quindi, è necessario spezzare il muro di omertà interna. Il vero problema è che l'onestà non paga abbastanza.
A fronte degli enormi danni sociali causati da queste frodi, non esiste un adeguato compenso per le persone che contribuiscono a portarle alla luce. Non solo chi fa la soffiata spesso si attira (ingiustamente) l'odio delle vittime, ma in aggiunta vede la propria carriera compromessa. Chi vuole assumere uno "spione"?”.

Se l’onestà non paga abbastanza, negli Stati Uniti hanno deciso di aumentarne il rendimento per legge. Così si premiano gli onesti e si combatte la criminalità economica.

Come abbiamo visto, è una questione di incentivi. E di cultura. Perchè in Italia lo spione, il pentito, la gola profonda è considerata proprio una figura negativa. O di peggio. Un cornuto.

giovedì 4 novembre 2010

La determinazione cinese, Terzani e l’operazione Yao Ming

Ripensando al post precedente sulla Cina - La Cina non è Oriente, è Occidente avanzato - corre l’obbligo riportare la view di Gideon Rachman (ben più quotato del sottoscritto), editorialista del Financial TimesChina can no longer pread poverty, October 26 2010: “Anybody who talks regularly to Chinese officials will be familiar with the mantra that “China is a developing country”. But Shanghai, which I visited last week, mocks this modest description. With its eight-lane highways, its modern and efficient subway, its forest of neon-lit skyscrapers, giant new airport and chic hotels, China’s commercial capital is defiantly developed…China’s insistence that it is a poor, developing nation is beginning to wear a little thin”.


Il drago cinese – di cui Napoleone si era preoccupato che si svegliasse – si è svegliato alla morte di Mao - 1976. Le forze interne sono finalmente emerse. Il carattere cinese ha potuto finalmente esprimersi, a partire dal 1980 con l’inizio delle riforme portate avanti da Deng Xiaoping.

Tiziano Terzani
In relazione alla forza interiore cinese, ho trovato calzante un racconto tratto da Tiziano Terzani nel suo magistrale Un indovino mi disse (Tea, 1995), dove riporta il pensiero di un prete cattolico olandese, padre Willem: “Un indonesiano va a pescare e prende tantissimi pesci. E’ felice, torna a casa e si doge per giorni quel che ha guadagnato, pensando che può riposarsi. Un cinese va a pescare e prende tanti pesci; pensa che quella è una buona stagione, che ha trovato un punto ottimo; scarica la barca, ritorna a pescare e prende tantissimi altri pesci”.

Ho ripensato alla determinazione del popolo cinese. E mi è tornato alla mente un libro letto anni fa: Operation Yao Ming (Brook Larmer, Gotham Books, 2005), che descrive come Yao Ming – campione di basket cinese ingaggiato dagli Houston Rockets – sia stato progettato in laboratorio, programmato a tavolino.

Yao Ming
Il Governo cinese ha indotto i genitori (lei giocatrice di basket, altissima) a sposarsi poiché ritenuti “adatti” in seguito ad un complicato e ovviamente segretissimo processo di selezione “naturale” per talento, struttura fisica e atteggiamento mentale. Una sorta di Frankenstein del parquet dell’NBA (National Basket Association).

Insomma, è stata pianificata con grande commitment una gigantesca operazione commerciale su scala globale, per rendere più friendly la Cina da parte degli americani, che erano alla ricerca di un erede di Michael Jordan. Il giornalista Larmer, ex corrispondente di Newsweek, scrive: “Their mission was simple: to bring honor to the largest nation on earth, a country that passed centuries of insecurity”.

Penso che abbia ragione Terzani: “La cultura cinese, umiliata dal confronto con l’Occidente, è moribonda almeno da un secolo e Mao, non a caso cercando di fondare una “Nuova Cina”, ha finito per ammazzare quel poco della vecchia che restava. Senza più niente a cui rifarsi, i cinesi ora non sognano che di diventare americani”.

Napoleone Bonaparte
E la libertà di stampa? Non esiste. In Cina è vietato agli investitori esteri fondare società editoriali. E’ stato seguito l’insegnamento di Napoleone: “La stampa è un arsenale che occorre non mettere a disposizione di tutti”. Io leggendo il China Daily – che pubblicava un articolo di un senatore statunitense – ho pensato che avessero modificato il contenuto perchè è impossibile vedere un parlamentare statunitense plaudire all’assenza di libertà di stampa.

Nel mio viaggio a Shanghai sono rimasto colpito anche dalle piccole innovazioni, semplici, che potrebbero far comodo anche a noi italiani.

Sappiamo che l’evasione fiscale in Italia è un fenomeno diffuso, legittimato a livello sociale, inestirpabile (fino ad oggi), perchè ampiamente tollerato. Anche l’inflazione in Italia sembrava invincibile, poi a partire dal decreto di San Valentino del Governo Craxi (1984) che abolì il punto unico di contingenza (i.e. l’indicizzazione al 100% dei salari alla crescita dell’inflazione), grazie alle lucide analisi di Ezio Tarantelli – vedi post http://fausteilgovernatore.blogspot.com/2010/10/modigliani-baffi-e-tarantelli.html – applicate con l’accordo Trentin-Amato del 1992, poi formalizzato da Ciampi del 1993, l'inflazione è stata sconfitta.
E sorridiamo nel 2010 a leggere titoli assurdi sui giornali “E l’inflazione vola”, e parliamo dell’1,6% (non del 19% dei primi Anni ’80!).

I cinesi danno la possibilità ai cittadini di scaricare dall’imponibile numerose spese correnti, tra le quali le ricevute dei ristoranti. E quindi tutti porgono i loro dati al momento del pagamento per avere la ricevuta fiscale. E – sorpresa delle sorprese – nella ricevuta c’è una lotteria “Gratta e vinci” che dà la possibilità di vincere un montepremi significativo di renminbi cash. 

Luigi Zingales
Sono gli incentivi che governano l’economia. Bisogna solo avere la volontà politica di farne buon uso. Ah, se Berlusconi avesse tempo di leggere Zingales e Rajan! Ma ha altro da fare. Bunga bunga.