giovedì 31 luglio 2014

L'Italia è in crisi perchè leggiamo poco. Questa estate leggete insieme ai vostri figli!

Illustrazione di Guido Scarabottolo
L'Italia fa fatica a cambiare, il cambiamento è visto come negativo, l'immobilismo è la regola. Per cambiare è necessario sapere dove ci si trova e dove si vuole andare. E per saperlo, bisogna leggere, studiare, approfondire. Senza tregua.

Purtroppo gli italiani non leggono. Il linguista Tullio De Mauro recentemente ha scritto: "Negli ultimi decenni la vita sociale ci ha spinto ad acquistare l'uso parlato della lingua, ma non a leggere. La scuola di base ha svolto e continua a svolgere un grande lavoro, ma non così la scuola media superiore. Questa e poi l'università hanno ignorato e ignorano la pratica estesa della lettura e della scrittura come parti integranti e abituali dello studio. In queste condizioni è inevitabile che l'italiano parlato sia per molti un italiano orecchiato, ma non ben posseduto. Tale resterà finchè la scuola media superiore e l'università non cambieranno registro e finchè i libri non entreranno nella nostra vita quotidiana".

Sono andato a ripescare un intervento del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi - a cui facciamo i nostri auguri di pronta guarigione - nel corso della visita ufficiale in Cina nel dicembre 2004: "Se si investe nella cultura, il seme, una volta attecchito, è più sicuro, dà frutti per un periodo più lungo, crea comprensione reciproca, legami profondi e duraturi".

Quest'estate leggete con i vostri figli, educateli al valore della lettura: "I libri che si leggono da bambini non si dimenticano mai. Lasciano in noi molto più dei grandi libri che leggeremo più tardi" (Paul Léautaud, Il piccolo amico, 1903).
Augurando ai miei lettori buone vacanze, segnalo quali libri sto leggendo quest'estate e quali leggerò:
- Carlo M. Cipolla, I pidocchi del Granduca; Istruzione e sviluppo, il Mulino, 1979;
- Giorgio La Malfa, Enrico Cuccia e il peccato di Mediobanca, Feltrinelli, 2014;
- Enrico Cuccia (a cura di S. Gerbi e G. Piluso), Promemoria di un banchiere d'affari, Aragno Editore, 2013;
- Antoine Compagnon, Un'estate con Montaigne, Adelphi, 2014;
- Claudio Cerasa, Le catene della sinistra, Rizzoli, 2014;
- Federico Chabod, L'Italia contemporanea (1918-1948), Einaudi, 1961;
- Silvio Lanaro, Storia dell'Italia repubblicana, Marsilio, 1992;
- Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799,
- Emanuele Carrére, L'avversario; La settimana bianca, Adelphi, 2014;
- Mario Fossati, Coppi, il Saggiatore, 2014;
- Cass Sunstein, Semplice. L'arte del governo nel terzo millennio, Feltrinelli, 2014;
- Francesco Piccolo, Volevo essere come tutti, Feltrinelli, 2013;
- Arturo Carlo Jemolo (a cura di Bruno Quaranta), Il malpensante, Aragno, 2011;
- Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, 1964;
- Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti, 1986;
- Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli, 2014;
- Luigi Zingales, Europa o no, Rizzoli, 2014;
- Federico Carli (a cura di), La figura e l'opera di Guido Carli, Bollati Boringhieri, 2014.

Arrivederci a settembre!

lunedì 28 luglio 2014

La forza della memoria: 29 luglio 1983, un'autobomba mafiosa ammazza il giudice Rocco Chinnici

Se in passato c'era molto pudore da parte dei parenti delle vittime di mafia e di terrorismo, è un fatto molto positivo che molti figli siano usciti dall'ombra e che stiano facendo conoscere la storia di personaggi che hanno lottato fermamente affinchè la legalità vincesse.

Dopo i pregevoli Spingendo la notte più in là (Mondadori, 2007) di Mario Calabresi, Qualunque cosa succeda (Sironi, 2009) di Umberto Ambrosoli, Come mi batte forte il cuore (Einaudi, 2009) di Benedetta Tobagi, anche Caterina Chinnici - figlia del magistrato capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo Rocco Chinnici - ha meritoriamente portato alla conoscenza del pubblico la storia di suo padre nel volume E' così lieve il tuo bacio sulla fronte (Mondadori, 2013).

Rocco Chinnici è stato l'inventore del pool antimafia, la struttura organizzativa che ha consentito un cambio di passo nelle indagini sulla mafia e soprattutto di un metodo investigativo innovativo che ha consentito di scoprire i legami della mafia con il mondo politico.
Chinnici scelse a uno a uno i componenti del pool: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Giuseppe Di Lello. Allora ogni magistrato seguiva i suoi processi e basta. Chinnici aveva intuit che non si poteva combattere la mafia un reato per volta, che la parcelliazazione delle conoscenze non era fruttuosa, nè efficiente. L'Ufficio Istruzione di Palermo divenne un modello di efficienza e l'avamposto della criminalità organizzata.

Paolo Borsellino
E' opportuno ricordare la pessima campagna di stampa che il Corriere della Sera decise di compiere contro i magistrati siciliani impegnati nella lotta alla mafia. Leonardo Sciascia in prima pagina firmò un editoriale (10 gennaio 1987) dal titolo I professionisti dell'antimafia. Tutto nacque dalla promozione di merito quale Procuratore della Repubblica di Marsala – caso raro al Consiglio Superiore della Magistratura, che fonda le sue valutazioni sull’anzianità – di Paolo Borsellino.
Lo scrittore siciliano si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".
Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia". Bella carriera, dico io, hanno fatto Chinnici, Falcone e Borsellino!

Caterina Chinnici
Un altro punto interessante che Caterina Chinnici sottolinea nel suo libro è la consapevolezza del padre nella necessità di coinvolgere gli studenti: "Divulgando la sua attività intendeva sensibilizzare la cittadinanza, spiegare cos'è la mafia, raccontare i pericoli connessi all'uso della droga...e bisognava combatterla a livello sociale, portando in Sicilia lavoro e cultura. Diceva spesso che la cultura è libertà. L'illegalità trova terreno fertile dove prosperano l'ignoranza e la povertà, dove i giovani non vedono vie d'uscita: papà credeva nei ragazzi, diceva che, se li si mette in condizione di studiare, basta la forza della loro intelligenza a farne cittadini consapevoli, in grado di esercitare i propri diritti e di fare le proprie scelte".

Chinnici andava nelle scuole e parlava ai ragazzi dicendo loro che non bisogna avere paura della mafia, ma si deve conoscerla e combatterla insieme. "Lo faceva con il suo vocione e il suo sorriso, per far vedere che era il momento di smettere di avere paura: e se non ne aveva lui, che paura potevano provare gli altri?".
E' la stessa strategia divulgativa e di consapevolezza che seguì il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere ammazzato (3 settembre 1982) disse: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Invece di sparare a Chinnici, come in precedenza era stato fatto per Gaetano Costa, Cesare Terranova e Boris Giuliano, la mafia allestì la morte di Rocco Chinnici come se fosse uno spettacolo, per impressionare l'opinione pubblica e far arrivare il messaggio della sua potenza di fuoco.
Una volta che Chinnici si apprestava ad entrare nell'auto blindata, un'autobomba carica di tritolo scavò un cratere in mezzo alla strada: finestre rotte nel giro di 400 metri, alberi divelti, corpi sfigurati e mutilati. Uno scenario di Guerra. L'Ora di Palermo titolò Palermo come Beirut. Persero la vita, oltre a Chinnici, il portinaio dello stabile Stefano Li Sacchi e due uomini della scorta Salvatore Bartolotti e Mario Trapassi, che lasciarono orfani i loro bambini di tenera età.

Come dico spesso ai miei studenti, studiate, impegnatevi seriamente affinchè il futuro, con la memoria dei migliori dentro di noi, sia luminoso.

lunedì 21 luglio 2014

Paolo Borsellino: "Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola"

 
In modo paradossale e ironico, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, nel suo esilerante e toccante film La Mafia uccide solo d'estate, a un certo punto, mette in scena questo dialogo tra il piccolo Arturo - che sta andando a dormire - e il padre:

« - Ma la mafia ucciderà anche noi?
- Tranquillo. Ora siamo d'inverno. La mafia uccide solo d'estate ».
 
Purtroppo l'estate del 1992 è stata devastante. Dopo l'assassinio di Giovanni Falcone il 23 maggio 1992, il 19 luglio la mafia, non paga, fa saltare in aria Paolo Borsellino con tutti gli uomini della scorta.

Il 19 luglio del 1992 una autobomba in Via D’Amelio a Palermo annientò Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Borsellino tutte le domeniche andava a trovare - in Via D'Amelio - la madre. Cosa Nostra mise sotto controllo il telefono di casa Borsellino così da sapere con certezza quando il magistrato si sarebbe recato in Via D'Amelio.

Sul sedile posteriore della macchina di Borsellino è stata trovata intatta la sua borsa di pelle. Dentro però non si è trovata l'agenda rossa, da cui non si separava mai.

Io mi ricordo ancora i funerali di Paolo Borsellino. Non fu un funerale, ma una rivolta. Migliaia di carabinieri cercarono di tenere lontano la gente dalla chiesa. Ma non ce la fecero. La rabbia della gente era così forte che si passò agli spintoni, agli insulti verso la classe politica romana che scende a Palermo solo per i funerali.

Borsellino – dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone (vedi post Omaggio a Falcone) il 23 maggio 1992 – fino alla fine restò coerente con il suo motto: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

In tempi come gli attuali in cui per essere considerati colpevoli, la politica ci propina in continuazione la necessità della condanna definitiva, ricordiamo il pensiero di Borsellino:

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.


Via D'Amelio dopo l'esplosione
Protagonista del Pool di Palermo negli Anni ’80 – costituito dal giudice Chinnici insieme a Falcone, Di Lello, Borsellino, Guarnotta - Paolo Borsellino costituì il cuore pulsante della Procura di Palermo: insieme a Giovanni Falcone scrisse dentro le strutture del carcere dell’Asinara – per evitare attentati – la requisitoria al maxi-processo. Il processo si concluse con l'accoglimento delle tesi investigative del pool e l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena.

In virtù di una promozione di merito quale Procuratore della Repubblica di Marsala – caso raro al Consiglio Superiore della Magistratura, che fonda le sue valutazioni sull’anzianità – Paolo Borsellino fu attaccato dalle colonne del Corriere della Sera da Leonardo Sciascia.

Lo scrittore siciliano si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".

Borsellino fu definito "professionista dell'antimafia". Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia". Bella carriera, dico io, ha fatto il povero Borsellino!

All’inizio di luglio 1992, in un’intervista a Lamberto Sposini, Borsellino disse: “Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà (poliziotto eccezionale ammazzato dalla mafia nel 1985, ndr) - allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

Caro Paolo Borsellino, ti sia lieve la terra.

martedì 15 luglio 2014

L'Authority per l'energia, il gas e l'acqua è un centro di competenza. Il populismo fa perdere di vista la qualità del servizio

In Italia abbiamo dei centri di competenza di altissima qualità. Uno di questi è certamente la Banca d'Italia, definita dallo storico Alfredo Gigliobianco una "cittadella della competenza" (Via Nazionale. Banca d'Italia e classe dirigente. Cento anni di storia, 2006, cit.).

Un altro centro di qualità e di merito è l'Authority per l'energia, il gas e il sistema idrico, che ha sede a Milano.

L'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico è un organismo indipendente, istituito con la legge  14 novembre 1995, n. 481 con il compito di tutelare gli interessi dei consumatori e di promuovere la concorrenza, l'efficienza e la diffusione di servizi con adeguati livelli di qualità, attraverso l'attività di regolazione e di controllo. L'Autorità svolge inoltre una funzione consultiva nei confronti di Parlamento e Governo ai quali può formulare segnalazioni e proposte; presenta annualmente una Relazione Annuale sullo stato dei servizi e sull'attività svolta.
Con il decreto n.201/11, convertito nella legge n. 214/11, all'Autorità sono state attribuite competenze anche in materia di servizi idrici.

Nell'ambito del processo riduzione della spesa pubblica, alias spending review, il decreto per la semplificazione dalla Pubblica Amministrazione prevede all'art. 22 che entro la fine di giugno 2015 l'accorpamento in un'unica sede delle Autorità di trasporti, energia, comunicazioni, vigilanza sui fondi pensione e garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali.

L'obiettivo della razionalizzazione delle autorità indipendenti ha assolutamente senso, ma c'è un però. L'Autorità per l'energia è composta da giovani (età media 40 anni), la grande maggioranza dei quali (80% laureati, contro il 30,2% di laureati nella PA) provenienti da Politecnico, Bocconi e Cattolica, preparati, più di uno su tre ha nel curriculum master o dottorati.
Il rischio è che il trasferimento coatto a Roma porti all'abbandono del personale più qualificato, al quale peraltro - limitatamente al personale dirigente a tempo indeterminato - il decreto vuole applicare delle clausole di incompatibilità per cui non sarà più possibile lavorare nelle società vigilate del settore per i quattro anni successivi alle dimissioni. Il che significa togliere attrattività a lavorare nell'Authorità visto che il merito e la carriera sono di fatto "controproducenti".

Nel suo intervento alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, il presidente dell'Autorità per l'energia Guido Bortoni ha fatto presente che "ci sono disposizioni che minano l'indipendenza e la competenza tecnica dell'Autorità con pesanti ricadute per i consumatori, famiglie e imprese".

Il governo guidato da Mario Monti considerò l'Autorità per l'energia meritevole di essere valorizzata, infatti dopo il referendum sull'acqua - che abrogò alcune norme portando in auge la legislazione europea, mantenendo di fatto lo status quo nei servizi idrici - gli conferì i poteri di regolazione del sistema idrico.

Sul tema acqua, gli uffici dell'Autorità di regolazione indipendente hanno provveduto con saggezza a rivedere il meccanismo di calcolo tariffario. In passato le tariffe dell'acqua - le più basse d'Europa - erano legate agli impegni (tipicamente disattese) di investimento sulla rete idrica. Da due anni le tariffe dipendono esclusivamente dall'ammortamento degli impianti in esercizio.
Questo è un esempio della validità del discorso di Bortoni, perchè i consumatori sono tutelati dall'efficacia dei meccanismi tariffari, su cui in passato non veniva effettuata alcuna verifica sugli investimenti promessi.

Si fa così fatica a creare un metodo, uno stile di lavoro, un'istituzione di qualità con al centro persone di valore, che dispiace vedere la spending review intervenire con il taglione e il piede di porco, perché poi il rischio è depauperare i centri di eccellenza, dove conta il merito. 

Si sta creando un clima politico-sociale dove sembra conti solo il risparmio dei costi, come se la qualità del servizio non fosse più rilevante. L'importante è il cost saving, il resto #chissenefrega. Ma così non va bene. La qualità è importante. Il populismo porta alla povertà, come ci insegna il caso di Peron in Argentina.

Cari Renzi e Cottarelli, ripensateci!

venerdì 4 luglio 2014

Omaggio a Giorgio Ambrosoli, simbolo dell'altra Italia

35 anni fa, nella notte tra l'11 e il 12 luglio 1979 il killer William J. Arico assassinava con tre colpi di pistola l'Avv. Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.

Michele Sindona - finanziere siciliano vicino a Cosa Nostra, vedi post a lui dedicato - nel marzo 1986 verrà condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano quale mandante dell' omicidio dell' avvocato Ambrosoli.

In un Paese dove spesso "Trionfano il sotterfugio, la furbizia, la forza, la disonestà sotto l'apparenza delle leggi uguali per tutti, coloro che si attengono alle leggi formali sono scavalcati ogni giorno da chi non le osserva" (Gherardo Colombo, Sulle Regole, Feltrinelli, 2008).

E' per questo motivo che oggi ricordiamo Giorgio Ambrosoli, professionista integerrimo di grande levatura.
Quando penso ad Ambrosoli, mi tornano in mente le parole di Giovanni Spadolini, che alla Bocconi, spiegò la lotta tra due forze, dell'ombra e della luce, definendo quest'ultima "l'altra Italia": "Baffi non era stato scelto a caso dagli autori del complotto del quale egli era rimasto vittima: egli simboleggiava quell'altra Italia che si opponeva in quelle ore drammatiche all'intreccio di trame e cospirazioni contro la Repubblica". Le considerazioni del primo presidente del Consiglio non democristiano ricomprendono senza dubbio anche Giorgio Ambrosoli, tenace e libero servitore dello Stato.

A Paolo Baffi - Governatore della Banca d’Italia e vero riformatore del sistema bancario italiano negli anni ’70, unico rappresentante delle istituzioni ai funerali di Giorgio Ambrosoli – toccò una sorte simile. Baffi e Sarcinelli - che respingono improbabili piani di salvataggio (delle banche di Sindona) presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti - pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale.


A Umberto Ambrosoli - autore dell'emozionante Qualunque cosa succeda (Sironi, 2009) - e alla Signora Annalori va incondizionato il nostro caloroso messaggio: la memoria di Giorgio Ambrosoli è intatta.

A lezione i miei studenti sanno a chi rivolgersi nel cielo degli onesti. Come dice Corrado Stajano – autore dell’imprescindibile Eroe borghese (Einaudi, 1991): “Giorgio Ambrosoli non è stato dimenticato. Trentadue anni dopo il suo assassinio nel centro di Milano, le ragioni della memoria di quel che accadde — un uomo che si fa uccidere nel nome dell’onestà — sono rimaste intatte. Il suo nome è diventato infatti un modello morale e civile”.

Sandro Gerbi - nel suo Giorgio Ambrosoli. Nel nome di un'Italia pulita (a cura di, Aragno, 2010) - scrive: "Nemmeno oggi i "Sindona sono delle eccezioni, e per questo la testimonianza e il rigore dell'avvocato vanno rimeditati. La battaglia non è stata vinta, anzi: c'è un'Italia che forse non la vuole vincere e gira colpevolmente la testa da un'altra parte. Non per nulla una quindicina di anni fa Alessandro Galante Garrone parlava del perdurare di una "stagnante inerzia" e di una "questione morale" irrisolta".

Qualche mese fa il Comune di Milano ha posto una targa in via Morozzo della Rocca, dove è stato ucciso Ambrosoli. Le parole scelte sono quelle di Carlo Azeglio Ciampi: "Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all'incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all'estremo sacrificio".

Caro Giorgio Ambrosoli, ti sia lieve la terra.

lunedì 30 giugno 2014

La maestria di Mario #Draghi, che surclassa Jean-Claude Trichet 4 a 0


Nel luglio 2012 Mario Draghi salvò l'euro e l'Unione Europea dichiarando che avrebbe fatto tutto il possibile come banchiere centrale per rinsaldare la fiducia nell'euro. E ci riuscì. Basto l'annuncio "whatever it takes".
Il 5 giugno 2014 Draghi si è ripetuto. Nell'assenza di politica fiscale comune, tocca alla politica monetaria prendere provvedimenti per combattere la deflazione europea.
Draghi in conferenza stampa ha sorpreso tutti dicendo: "We are not finished here". In altre parole, il nostro lavoro è appena iniziato e andremo avanti fino a che le aspettative inflazionistiche si siano portate verso l'alto.
E' un lavoro difficile perchè i banchieri centrali sono abituati a sconfiggere l'inflazione. La Bundesbank è sempre stata considerata un "inflation buster", un cacciatore di inflazione. Ora che l'inflazione - ampiamente sotto il 2% - la si deve alimentare, i banchieri si sentono un po' spiazzati.

Jean-Claude Trichet
Voglio ricordare un epidodio che fa capire la gravità di questa deflazione. Solo qualche anno fa, il 23 luglio 2010, il predecessore di Draghi, il francese Jean-Claude Trichet in un articolo sul Financial Times dal titolo "Stimulate no more. It is now time for all to tighten" disse che era tempo di abbandonare le politiche monetarie accomodanti e alzare i tassi di interesse. Quanta acqua è passata sotto i ponti!
Vale la pena di rileggere Trichet: "With hindsight, we see how unfortunate was the oversimplified message of fiscal stimulus given to all industrial economies under the motto: "stimulate", "activate", "spend"!. A large number fortunately had room for menoeuvre; other had little room. And some had no room, at all and should have already started to consolidate. Specific strategies should be tailored to individual economies. But there is little doubt that the need to implement a credible medium-term fiscal consolidation strategy is valid for all countries now".

Non dobbiamo dimenticare l'enorme errore che fece la Banca centrale europea quando il 2 luglio 2008, per paura di un rialzo ulteriore dell'inflazione via prezzo del petrolio, alzò i tassi di interesse al 4,25%, solo due mesi prima del collasso di Lehman Brothers.

Trichet è un allievo dell'ENA, l'Ecole National di Administration fondata da Charles De Gaulle. Ma non è stato fortunato come Draghi che ha avuto come maestri Paolo Baffi e Federico Caffè.
Visto che ci sono i Mondiali di calcio in corso, ci permettiamo di usare il gergo calcistico: Draghi batte Trichet 4 a 0.

mercoledì 25 giugno 2014

Wimbledon, fragole con panna, fair play e gesti bianchi

Per chi come me è stato più volte sul Campo Centrale di Wimbledon, l'inizio del torneo di tennis più antico del mondo è fonte di ricordi, emozioni, nostalgia.

Entrare sul Centrale toglie il fiato. Un momento magico. Il manto erboso curato dai migliori giardinieri del mondo, gli inchini al Royal Box, le code all’alba, gli Honorary Stewart con il cappello ornato di verde e viola - i colori del Club - le fragole con panna, l’educazione del pubblico e dei giocatori in campo, con le dovute eccezioni per miti assoluti come John McEnroe, The Genius. Stiamo parlando dei Gesti Bianchi (Baldini e Castoldi, 1995), libro meraviglioso del nostro amato Gianni Clerici.

Il torneo più antico del mondo è iniziato qualche giorno fa con Andy Murray, scozzese, campione uscente, che ha nella sorpresa generale ingaggiato una coach donna, la tostissima Amelie Mauresmo.
Il favorito del torneo è Nole Djokovic, testa di serie n. 1, che si fa forza della nuova dieta, che non comprende la presenza di glutine, contenuto in pane, pizze e pasta, mangiate da bambino e adolescente a Kopaonik, una località sciistica dove trascorreva l'estate e i genitori avevano una pizzeria.

Per entrare nel clima dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club, vi segnalo un mirabile racconto sul capo giardiniere del torneo,  Robert Twynam (all'interno del volume - a cura di Matteo Codignola - di John Mcphee, Tennis, Adelphi, 2013), il quale, secondo un membro del Wimbledon's Committee of Management "considera ogni filo d'erba un individuo, con le sue esigenze, un suo destino, e soprattutto il diritto inalienabile di crescere su quel prato benedetto".
Secondo Twynam "questi non sono prati ornamentali. E' una bella superficie dura, fatta per giocarci a tennis. L'erba che viene su è vera, e come cresce, la tagliamo. Qui non c'è niente da guardare. Qui si gioca il campionato del mondo".
L'erba, per la cronaca, è tagliata a 8 millimetri e seminata solo a loglio per favorire il rimbalzo più alto, compatto e commestibile anche dai tennisti meno vegetariani (Rafa Nadal, per esempio).

Per chiudere, credo che la cosa migliore sia riprendere in mano una poesia dello Scriba, al secolo Gianni Clerici, il più grande giornalista di tennis al mondo, premiato anni fa e insignito della Hall of Fame of tennis, massimo riconoscimento mondiale, autore - tra i diversi volume - degli imprescindibili Divina. Suzanne Lenglen, la più grande tennista del mondo 500 anni di tennis.

Nel suo Il suono del colore (Fandango libri, 2011), Clerici dedica un sonetto alla bellissima tennista di colore Venus Williams:

Fragole con panna
nella tua bocca rosa
tra le tue labbra
Venus
tornata a dominare
su chi ti rese schiava
ti imprigionò su navi
destinate al cotone
Riscattata dal genio
di gesti bianchi usciti
dalla tue mani nere
Tu Venere regale
prodigio suscitato
dalla schiuma del mare

Carissimi lettori, buona visione di Wimbledon!

lunedì 9 giugno 2014

Cricche e tangenti: la storia dell'austerità è una favola

Come ci ha insegnato Nanni Moretti in Palombella Rossa - "chi parla male, pensa male e vive male" - l'uso delle parole è decisivo. Per cui ritengo opportuno analizzare con attenzione la parola austerità, che la stampa nazionale ha ormai tradotto in austerity, perchè fa tendenza.

In passato ho scritto chiaramente da che parte sto, dalla parte di Angela Merkel e quindi #austerity tutta la vita.

Nella sua ultima relazione da Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi scrive: "Il semestre di presidenza italiana deve essere l'occasione per ridurre gli eccessi di una austerità applicata in modo asimmetrico". Non sono dello stesso avviso. Quale austerità?

Franco Tatò
Io sono d'accordo, invece, che con Franco Tatò, manager di lungo corso, che in un'intervista all'Espresso - Basta, lascio questa Italia malata - scrive: "La storia dell'austerità è una favola. Si è creata artificialmente una dicotomia crescita-austerità. Cos'è l'austerità se non rigore, tenere i conti in ordine, applicare la buona amministrazione, tagliare i costi, non fare spese inutili? Forse sperperando si cresce? Non credo. Allora perchè crescere se non c'è profitto?".

Crescita economica ed equilibrio del bilancio pubblico sono da perseguire congiuntamente. Nella lectio magistralis tenuta a Pavia nel marzo scorso il Governatore Ignazio Visco ha scritto con saggezza: "La politica monetaria unica è in grado di garantire la stabilità solo se i fondamentali economici e l’architettura istituzionale dell’area sono con essa coerenti...
Ignazio Visco
La fragilità delle finanze pubbliche di alcuni paesi è il risultato di politiche di bilancio a lungo imprudenti, di una colpevole sottovalutazione delle conseguenze di ampie, protratte perdite di competitività. La politica di bilancio deve garantire la sostenibilità del debito, il pieno accesso al mercato. Le regole concordate in sede europea sono il mezzo, non il fine.

Per il nostro paese il vero vincolo di bilancio è dato dalla necessità di garantire la sostenibilità del debito pubblico e di mantenere il pieno accesso al mercato finanziario. Ho sottolineato più volte come il ricorso annuo del Tesoro ai mercati sia dell'ordine di 400 miliardi. In un contesto ancora carico di tensioni, basta poco a incrinare la fiducia degli investitori. È successo tra l'estate del 2011 e la primavera del 2012, quando la quota di titoli pubblici italiani in mani estere scese drasticamente...

I ritardi nell’attuazione di riforme strutturali in diversi paesi sono all’origine dell’accumulo degli
squilibri macroeconomici che hanno alimentato la crisi attuale".

Concetto ribadito anche nelle ultime Considerazioni finali, dove si legge: "Crescita economica ed equilibrio del bilancio pubblico non possono che essere perseguiti congiuntamente".

Non diamo sempre la colpa alla Merkel. Guardiamo in casa nostra ai disastri che abbiamo compiuto.

Tatò prosegue la sua analisi: "La pesantissima crisi economica suscita grande apprensione. Ma io sono più preoccupato dai comportamenti della classe dirigente. In situazioni di crisi bisogna lavorare in manierà più che concentrata. Eppure invece di impegnarci puntanto sulle competenze, cercando persone capaci e serie si continua a credere che le aziende possano andare da sole e che la bravura dei manager conti meno del potere di lobby, parentele, nepotismi, cricche. E' un criterio profondamente sbagliato che il Paese non può permettersi più".

I recenti arresti sul colossale magna-magna sul Mose di Venezia sono l'ennesima conferma che cricche e becero capitalismo di relazione sono insostenibili se vogliamo sopravvivere in un mondo supercompetitivo.

martedì 3 giugno 2014

I debitori di riferimento nelle Considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia: i non velati riferimenti a #Carige

E' un rito nazionale. Il 31 Maggio di ogni anno - quest'anno il 30 - la Banca d'Italia, rappresentata dal suo massimo esponente, il governatore, esprime le sue valutazioni su crescita economica, intermediari creditizi e finanziari, competitività del sistema Italia,Vigilanza e politica monetaria.

Anche quest'anno l'analisi di Ignazio Visco è stata piena di verità, esattezza, chiarezza, in tempi dove l'opacità, l'ipocrisia, il dire e il non dire ha la meglio.

Tra i tanti messaggi presenti nelle Considerazioni finali, porto alla vostra attenzione un passaggio che necessita di una spiegazione: "Bisogna operare per rafforzare la separazione tra fondazione e banca, non consentendo il passaggio dai vertici dell’una agli organi dell’altra ed estendendo il divieto di controllo ai casi in cui esso è esercitato di fatto, anche congiuntamente con altri azionisti. Rapporti stretti con il territorio di riferimento sono, per molte banche medie e piccole, una fonte di stabilità, che si riverbera a beneficio dell’economia locale. Tuttavia, un’interpretazione fuorviante di questi rapporti può distorcere l’erogazione del credito, mettendo a rischio la solidità dei bilanci bancari e l’allocazione efficiente delle risorse. Casi di questo genere divengono più probabili in presenza di una recessione prolungata come quella che abbiamo attraversato. Operiamo per indurre le banche a rafforzare i presidi aziendali, organizzativi e di governo societario al fine di prevenire degenerazioni nei rapporti di credito con la clientela, a correre ai ripari quando queste si siano manifestate" (a voce Visco li ha definiti "comportamenti inaccettabili").


Ogni riferimento a Banca Carige non è casuale. Lo scandalo della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, dove il settantasettenne Giovanni Berneschi - dominus incontrastato, prima Presidente della Banca e poi della Fondazione - ha fatto quello che ha voluto per trent'anni, è emerso nelle ultime settimane.
Grazie a Berneschi - arrestato con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e al riciclaggio - sono stati finanziati senza garanzie gruppi imprenditoriali - "amici" di Berneschi - che non avrebbero superato un'analisi seria di merito di credito. Alcune banche hanno trasformato la bandiera della vocazione trerritoriale nella coperta del peggior capitalismo di relazione.


Solo la consegna in Procura, nell'autunno scorso, della relazione ispettiva di Banca d'Italia ha fatto partire le indagini che in passato erano state bloccate da giudici amici. Visco ha aggiunto: "Nella debita distinzione di funzioni e strumenti, la collaborazione con la magistratura è intensa".

A me è tornata in mente una superba definizione di Sergio Siglienti nel suo mirabile Una privatizzazione molto privata (Mondadori, 1996), dove definì debitori di riferimento i membri dei consigli di amministrazione delle banche a sua volta finanziati dalle banche stesse: "Quando una decisione è affidata (anche a livello di comitato esecutivo) a esponenti di imprese clienti della banca, essa può trovarsi a essere di fatto controllata dai suoi debitori" (p. 95).
Ecco il busillis. Per anni in Italia abbiamo avuto "debitori di riferimento", invece che seri "azionisti di riferimento".


Le Considerazioni finali si chiudono sempre con un messaggio di speranza. L'anno scorso era un invito agli imprenditori a tornare ad investire. Quest'anno il Governatore ha sottolineato l'importanza della dinamica delle aspettative e della fiducia nel futuro:
"La via della ripresa, non solo economica, non sarà breve, né facile. L’incertezza è insita nella transizione, rapida, verso un mondo molto diverso, più mobile e aperto, dove la tutela dei deboli deve coniugarsi con l’offerta di opportunità per i giovani. Politiche di ampio respiro vanno inserite in un quadro chiaro e organico di interventi. Chi investe, chi lavora e consuma, deve potersi confrontare con un programma che consideri tutti gli aspetti da riformare nella società e nell’economia, che promuova l’innovazione e il rispetto della legge, ispirandosi a principi di efficienza ed equità, che premi il merito e la responsabilità. Anche se le singole misure potranno essere attuate
in tempi diversi, non solo per i vincoli di bilancio, la visibilità di un disegno coerente rassicurerà i cittadini, rafforzerà quella fiducia nel futuro senza di cui ogni progresso è impossibile" (sottolineature mie, ndr).

Caro #Renzi, il Governatore ti ha passato la palla, ora devi fare goal con le riforme strutturali.

mercoledì 28 maggio 2014

L'insuccesso dei fondi pensioni nell'ultima relazione COVIP. Necessario puntare sull'educazione finanziaria

L'odierna relazione dell'autorità di vigilanza sui fondi pensione, la COVIP, è piena di informazioni utili per chiunque, ma soprattutto per coloro che sanno che la pensione calcolata con il metodo contributivo sarà nell'intorno del 50% dell'ultimo stipendio (se il Pil riprende a crescere, poichè i contribute maturati sono rivalutati alla crescita media del pil degli ultimi 5 anni). E quindi è assolutamente rilevante pensarci presto per evitare di subire un calo del tenore di vita al momento della pensione.
I fondi pensione sono uno strumento formidabile, a basso costo, con un forte credito fiscale, per tutti i lavoratori italiani. Peccato che solo pochi li utilizzino.

Qualche informazione di base.

Quanto gestiscono complessivamente i fondi pensione italiani?

"Alla fine del 2013, le risorse destinate alle prestazioni erano pari a 116,4 miliardi di euro, l’11,6 per cento in più rispetto al 2012; esse si ragguagliavano al 7,5 per cento del PIL e al 3 per cento delle attività finanziarie delle famiglie".

Dove è investito il patrimonio dei fondi pensione?


Soprattutto in obbligazioni governative. La storica avversione al rischio dei lavoratori italiani porta ad avere dei portafogli dove i titoli di Stato la fanno da padrone.

"Alla fine del 2013 il patrimonio delle forme pensionistiche complementari era per il 61 per cento impiegato in titoli di debito, percentuale stabile rispetto al 2012; i quattro quinti delle obbligazioni totali era formato da titoli di Stato.
L’esposizione azionaria, calcolata includendo anche i titoli di capitale detenuti per il tramite degli OICR, è salita al 24,9 per cento". Sempre poco rispetto ai fondi pensione di matrice anglosassone.
Con il forte calo dei rendimenti delle obbligazioni degli ultimi anni, nel prossimo futuro i fondi pensione avranno grossi problemi nel garantire un rendimento soddisfacente. Solo con quote maggiori di azioni, sarà possibile avere delle pensioni degne di questo nome.

Che rendimenti hanno dato i fondi pensione nel 2012?

"I rendimenti sono stati pari al 5,4 per cento nei fondi pensione negoziali e all’8,1 nei fondi pensione aperti. I PIP attuati tramite prodotti unit linked di ramo III hanno reso il 12,2 per cento mentre un risultato inferiore, pari al 3,6 per cento, è stato registrato dalle gestioni separate di ramo I, caratterizzate tipicamente da una gestione prudenziale degli investimenti.

A fronte di rendimenti complessivamente positivi, le differenze riscontrabili nelle performance delle diverse forme pensionistiche complementari sono state determinate soprattutto dalla diversa asset allocation adottata. Risultati migliori sono stati conseguiti dalle forme pensionistiche con una maggiore esposizione azionaria, sostenute dal buon andamento dei principali mercati azionari mondiali: l’indice delle azioni mondiali in valuta locale, calcolato tenendo conto dei dividendi, è cresciuto del 21,9 per cento".
 
Credo che il dato più rilevante presente nella relazione COVIP sia la bassa partecipazione dei giovani: "Soltanto il 15 per cento delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare. Il tasso di partecipazione sale al 23 per cento per i lavoratori di età compresa tra 35 e 44 anni e al 30 per cento per quelli tra 45 e 64 anni. Nel complesso, l’età media degli aderenti è di 45,2 anni, rispetto ai 42,1 delle forze di lavoro".


Le cause di questo disastro?
1. scarsa conoscenza della previdenza complementare;
2. bassissima cultura finanziaria;
3. incapacità di risparmiare con contratti a tempo determinato;
4. diffidenza atavica verso i mercati finanziari;
5. mancata conoscenza dell'incredibile beneficio fiscale.

In relazione alla cultura finanziaria, io faccio il possibile partendo dal basso e andando nelle scuole elementari e medie - oltrechè in Università - per portare un po' di consapevolezza finanziaria in un Paese crescituo troppo rapidamente come reddito e ricchezza per poter studiare in modo accorto il mondo della finanza complementare.


Sul tema dei benefici fiscali, il lavoratore non si deve focalizzare sull'andamento dei mercati, ma sulla deducibilità fiscale del contributo annuo che ha un limite annuo di 5.165 euro. Con un'aliquota media del 35%, significa che ogni anno, se si versano 5.165 euro in un fondo pensione aperto, il beneficio fiscale cash è 1.807 euro, senza contare la crescita degli asset all'interno del fondo. Anche la tassazione al momento del riscatto è molto più favorevole rispetto ad altre forme di risparmio.
Analoghe considerazioni valgono per il TFR, ma rimando a post precedenti.

Conoscere per deliberare, diceva Einaudi. Quindi stasera a cena, subito discutetene con il vostro partner. Chi pensa in advance, si regalerà una pensione piena di viaggi in giro per il mondo.

giovedì 22 maggio 2014

#ElezioniEuropee2014: "Nel Paese della bugia, la verità è una malattia"

Domenica 25 maggio l'italiano, spesso in altre faccende affacendato, sarà tenuto - votare è un dovere civico - a recarsi alle urne per le elezioni del Parlamento Europeo.

In Lombardia, inoltre, si torna alle urne per eleggere nuove amministrazioni. Saranno coinvolti 1.144 Comuni. I votanti potenziali saranno 4.240.000 persone. Segnalo che si vota nei capoluoghi di Bergamo, Cremona e Pavia.

Ricordiamo a questo proposito che la percentuale minima indispensabile da raggiungere affinchè una lista possa entrare nel Parlamento europeo conquistando almeno 1 seggio, è pari al 4%, la cosiddetta soglia di sbarramento.

Sarà possibile esprimere le preferenze ai candidati, il massimo consentito è quello di indicare tre nomi, in questo caso entra in gioco la parità di genere, per cui non si potranno votare tre uomini ma neanche tre donne. In caso di violazione della norma, il 3° candidato sarà annullato. Il nome del candidato deve essere scritto (basta il cognome).


Elezioni Europee 2014: seggi totali e seggi assegnati all'Italia

Il Parlamento europeo sarà composto da 751 seggi, quelli disponibili per l'Italia sono 73. E' importante precisare che nel nostro Paese si voterà per circoscrizioni, ecco il numero di seggi che ognuna potrà designare, sono cinque in totale.
Nord-Est 14
Nord-Ovest 20
Centro 14
Sud 17
Isole 8

La legge elettorale vigente per le Elezioni Europee 2014 in Italia è il sistema proporzionale, per cui a seconda della quantità di voti ci sarà in proporzione l'assegnazione dei seggi.

Visto che a ridosso delle elezioni, l'elettore si distrae, meglio prepararsi in anticipo, studiando i programmi e il profilo delle persone candidate.

Torna attuale Gianni Rodari.

Sempre, no: alla fine del libro anche Pinocchio impara a dire la verità, che è la cosa più bella del mondo. E poi, povero sfortunato, quando diceva una bugia tutti potevano accorgersene perchè gli si allungava il naso...

Se a tutti i bugiardi, come Pinocchio, crescesse il naso a vista d'occhio, come farebbero certi oratori a fare i discorsi agli elettori?

Sempre Rodari in un altro passaggio scrisse: "Nel Paese della bugia, la verità è una malattia". Stava per caso parlando dell'Italia?

Buon voto.

lunedì 19 maggio 2014

L'attualità del pensiero di Carlo Cattaneo, formidabile maestro: "Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza"

E' da due anni che insegno Sistema Finanziario all’Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza. La LIUC è stata fondata nel 1991 per iniziativa di 300 imprenditori della Provincia di Varese e dell’Alto Milanese che desideravano una università in grado di coniugare le esigenze del mondo del lavoro con la cultura e il sapere accademico. E' un'università privata, efficiente, attenta alla didattica, dove il merito ha una valenza assoluta.
L'intitolazione a Cattaneo è quanto mai azzeccata. L’economista d’impresa Marco Vitale, tra i promotori della Carlo Cattaneo LIUC, non manca mai di citarlo. Pochi, purtroppo, conoscono Cattaneo, figura poliedrica: patriota, scrittore, insegnante, federalista, pensatore. Allora cerchiamo di colmare una lacuna e parliamone.

Cattaneo, verso la fine del 1820, “trovandosi per sopravvenute angustie di famiglia impotente a proseguire la già tanto avanzata carriera degli studi”, rinunziò a frequentare l’Università di Pavia ed entrò insegnante di grammatica latina in una scuola comunale di Milano.

Nel 1839 fondò, in compagnia di alcuni amici, la rivista "Il Politecnico" e ne fu redattore e direttore per tutti i cinque anni di vita.

Il Politecnico voleva diffondere la cultura scientifica (quanto ne abbiamo ancora bisogno in questo Paese dove ancora in molti credono al Prof. Vannoni e alla cura Di Bella) e promuovere le applicazioni pratiche della scienza. Cattaneo pensava che le discipline che riguardano la società non debbano essere escluse. E la letteratura non era esclusa.

Quando nel 1860 riprese la pubblicazione del “Politecnico”, scrisse mirabilmente: “Ragionar di scienza e d’arte non è sviare le menti dal supremo pensiero della salvezza e dell’onore della patria. La legislazione è scienza; la milizia è scienza; la navigazione è scienza. L’agricoltura, vetusta madre della nostra nazione, sta per tradursi tutta in calcolo scientifico. Scienza è forza”.

E’ da rileggersi con attenzione, quando la finanza viene attaccata, questo passaggio di Cattaneo sull'abolizione del capitale:

Immaginatevi che oggidì d’un sol colpo si annullassero tutti i prestiti, le accomandite, le ipoteche, i vitalizi, gli sconti, i respiri, i cambi marittimi, le assicurazioni, le sicurtà dei fittajuoli, le sovvenzioni ai possidenti ed ai filatori, le operazioni bancarie, le casse di risparmio, i monti di pietà. Che avverrebbe nelle nostre case mercantili, delle banche, delle manifatture, degli affitti rurali, delle costruzioni e delle speculazioni d’ogni sorta? Si arresterebbe ogni circolazione; la vita economica della società rimarrebbe spunta; una irruzione orrenda di miseria e disperazione divorerebbe i popoli e ridurrebbe in poche generazioni l’Europa a una landa inculta sparsa di ruinosi abituri”.

Quando si entra al bar della LIUC si viene subito colpiti dalle citazioni a muro di Cattaneo, che considerava giustamente l’intelligenza e la volontà come fonti di ricchezza: "Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale, quando le cose giacciono ancora non curate e ignote in seno alla natura, è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza":

Cattaneo invita ad osservare la storia e spesso, la ricchezza è cresciuta in ragione inversa dalla fatica, se prima c’è stato un atto d’intelligenza: "Ricchezza e riposo sono frutti d’un atto di intelligenza. Se il pastore è più agiato del selvaggio, ciò avvenne solamente per la scoperta deli animali pastorecci. La nuova ricchezza fu dunque il frutto d’un nuovo atto d’intelligenza. E nuovamente la ricchezza crebbe in ragione inversa del lavoro".

Infatti Cattaneo scrive: “Falso è dunque che il lavoro per sé sia il padre della ricchezza, come pensò Adamo Smith e come dopo di lui viene ripetuto dal vulgo. La vita del selvaggio è sommamente faticosa e sommamente povera. La fonte d’ogni progressiva ricchezza è l’intelligenza: l’intelligenza tende con perpetuo sforzo a procacciare a un dato numero d’uomini una maggior quantità di cose utili, o la stessa quantità di cose utili a un numero d’uomini sempre maggiore”.

 
Nelle lezioni tenute al Liceo cantonale di Lugano nel 1853-54 Cattaneo esaltò l’intelligenza come “la fonte d’ogni progressiva ricchezza”. Come scrisse nel 1857, nei trattati d’economia gli atti d’intelligenza avrebbero dovuto essere classificati come atti “di valore per sé, quanto il lavoro e il capitale”.

Il capitale, quindi , non è frutto del risparmio, ma di atti d’intelligenza. Il lavoro, senza l’intelligenza è impotente a creare nuovo valore senza l’applicazione del pensiero creativo.

Quindi vediamo quanto sia erroneo il detto comune degli economisti che il capitale si forma con il risparmio. Egli è come dire il frumento nasce sul granaio. Se l’atto d’intelligenza non avesse dato l’acquisto del capitale, non si avrebbe avuto l’occasione di farne risparmio. Il risparmio conserva ciò che l’intelligenza acquista”.

Nulla accade nella sfera delle ricchezza che non riverberi in essa dalla sfera delle idee”.

 Per approfondimenti si consiglia:

Luca Meldolesi, Carlo Cattaneo e lo spirito italiano, Rubbettino, 2013
Carlo Cattaneo, Le più belle pagine scelte da Gaetano Salvemini, Donzelli, 1993
Franco Della Peruta, Carlo Cattaneo politico, Franco Angeli, 2001 

lunedì 12 maggio 2014

Dopo gli arresti di #Expo2015, di Scajola e C., che dire? La corruzione è il male del Paese. Il merito è l'unica arma in mano a poveri per riscattarsi.

Nel dicembre 2013 Transparency International - l'organizzazione non governativa che si propone di combattere la corruzione - ha pubblicato il rapporto sulla corruzione nel mondo, che sinteticamente illustra il grado di corruzione dei singoli Paesi. L'indice costruito da TI è stato chiamato Corruption perceptions index.
Tra i Paesi più virtuosi che si collocano nelle prime posizioni della classifica troviamo i Paesi del Nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e la Nuova Zelanda. L'Italia risulta soltanto al 69° posto, dietro Ghana, Arabia Saudita e Giordania. Nel 1995 eravano al 33esimo posto.

Chi legge come me i report di Transparency e legge con attenzione la stampa quotidiana da anni e anni, non può certo dirsi sorpreso per gli ultimi arresti avvenuti settimana scorsa. Che in Lombardia si rubi a man salva nel mondo della sanità (vorremmo vedere le immagini in aula del processo per associazione a delinquere ai fini di corruzione contro il Celeste Formigoni, ma Roby ha detto di essere "puro come l'acqua di fonte" ma di non volere le telecamere, bontà sua) e delle infrastrutture regionali è cosa nota. Solo i gonzi o le anime belle possono far finta di sorprendersi.

Gian Antonio Stella sul Corriere di venerdì scorso scrive "Come prima, più di prima": "Il solito copione. Recitato per i Mondiali di nuoto, le Universiadi, la World Cup di calico, l'Anno Santo...Anni perduti nei preliminari, discussioni infinite sui progetti, liti e ripicche sulla gestione e poi, di copo, l'allarme: oddio, non ce la faremo mai! Ed ecco l'affannosa accelerazione, le deroghe, le scorciatoie per aggirare lacci e lacciuoli, le commesse strapagate, i costosissimi cantieri notturni non stop".

Piero Bassetti fa notare, con giustezza, che la moltiplicazione normativa per contrastare la corruzione ci ha portato dentro una spirale del tutto inefficace.

Fa sorridere vedere che le persone coinvolte sono le stesse di 20 anni fa, ai tempi di Tangentopoli. Gian Stefano Frigerio era il segretario della Dc lombarda negli anni '80 e Primo Greganti il collettore delle tangenti rosse. Un altro politico imputato è Luigi Grillo, ex deputato Dc e strenuo difensore dell'indifendibile governatore Fazio, amicissimo di Gianpy Fiorani, ai tempi dei "furbetti del quartierino", sui cui abbiamo scritto anni fa.
Sembra che il tempo non passi in Italia, che tutto si ripeta. Non è vero che a volte ritornano. E' che non se ne sono mai andati. Esattamente come l'onorevole Scajola, forse tornando in galera (nel 1983 fu emesso un ordine di cattura da parte del giudice Davigo) a sua insaputa.

Che dire, a parte il disgusto, l'amarezza? Valgono le affermazioni nette del magistrato Roberto Scarpinato in Il ritorno del Principe (con Saverio Lodato, Chiarelettere, 2008): "L'abolizione della selezione per meriti sostituita da quella per cooptazione collusiva e per fedeltà sta creando una società di sudditi, cortigiani e giullari (anticipava già #BeppeGrillo?, ndr), riportando indietro l'orologio della storia e precludendo ai poveri qualsiasi possibilità di riscatto sociale. Il merito infatti è l'unica carta che i poveri hanno per riscattarsi".

lunedì 5 maggio 2014

Usain Bolt, la competition e la forza della concorrenza

Nella sua autobiografia, Usain Bolt. Come un fulmine (Tre60 Tea Editore, 2014), il formidabile velocista giamaicano scrive (o meglio, detta al suo ghostwriter Matt Allen): "Datemi un grande palcoscenico, una gara una sfida da vincere, e allora sì che faccio sul serio. Drizzo le spalle e accelero il passo. Sarei disposto a infortunarmi pur di vincere la gara. Piazzatemi davanti un ostacolo - magari un titolo olimpico, o un avversario difficile come lo sprinter giamaicano Yohan Blake - e io mi faccio Avanti: divento famelico".

Un passaggio del libro mi ha particolarmente colpito: "Un grande atleta non può presentarsi ai blocchi di partenza e aspettarsi di vincere senza essersi preparato a dovere. Senza disciplina non si vincono medaglie d'oro e non si stabiliscono primati...Il peggior nemico di me stesso ero io".

E' così per tutti, la disciplina e la consistency sono imprescindibili. Ne abbiamo parlato poco tempo fa nel post sulla perserveranza.
Bolt racconta come dovesse fare 700 addominali al giorno col suo allenatore-sergente Mr Barnett. Un massacro.

Nel caso delle imprese il nemico è l'assenza di concorrenza. Omnitel in Italia non sarebbe diventata la costola fondamentale di Vodafone se non ci fosse stata l'incumbent TIM. E viceversa Mediaset è stata ampiamente danneggiata dall'oligopolio collusive con la RAI.

Per compiere una valutazione dei benefici possibili di una maggior concorrenza nel nostro Paese ci affidiamo all’efficiente Servizio Studi di Banca d’Italia, che ha pubblicato nei Temi di Discussione (Working Paper n. 709) uno studio dal titolo: “Macroeconomic effects of greater competition in the service sector: the case of Italy”.


Gli autori - Lorenzo Forni, Andrea Gerali e Massimiliano Pisani - forniscono una valutazione quantitativa degli effetti macroeconomici di un incremento in Italia del grado di concorrenza nei settori dei servizi non commerciabili internazionalmente. La sintesi è così chiara che la pubblichiamo integralmente.


In Italia i settori che producono servizi non commerciabili internazionalmente commercio, trasporti e comunicazioni, credito e assicurazioni,costruzioni, elettricità, gas, acqua, hotel e ristoranti) rappresentano circa il 50 per cento del valore aggiunto complessivo. In questi settori il grado di concorrenza, sulla base di confronti tra paesi OCSE, è relativamente basso. Barriere all’entrata, regolamentazioni sui prezzi e/o limitazioni alle forme di impresa garantiscono alle imprese potere di mercato, permettendo loro di applicare margini di profitto (markup) elevati rispetto ai costi. Secondo i dati OCSE, per l’Italia il markup medio nei settori dei servizi sarebbe pari al 61 per cento, contro il 35 per cento nel resto dell’area dell’euro e il 17 per cento nei settori che producono beni e servizi sottoposti alla concorrenza internazionale.
La presenza di un elevato potere di mercato costituisce una distorsione alla concorrenza,
con conseguenze sulle variabili macroeconomiche ben note in letteratura: prezzi più elevati e livelli di produzione, consumo, investimento e occupazione più bassi rispetto a quelli conseguibili con mercati più concorrenziali.
Sulla base delle simulazioni presentate nel lavoro, un aumento del grado di concorrenza
che porti il markup nel settore dei servizi in Italia al livello medio del resto dell’area – attuato gradualmente in un periodo di cinque anni – avrebbe effetti macroeconomici significativi.
Nel lungo periodo il prodotto crescerebbe di quasi l’11 per cento, il consumo privato e
l’occupazione dell’8, gli investimenti del 18; i salari reali ne beneficerebbero significativamente, con un incremento di quasi il 12 per cento. Si registrerebbe un forte aumento delle esportazioni (favorito dal calo dei prezzi italiani rispetto a quelli del resto dell’area) a fronte di un modesto incremento delle importazioni (dovuto all’aumento della domanda aggregata). Gli effetti sul benessere delle famiglie italiane sarebbero positivi e consistenti. Tali effetti benèfici sarebbero rilevanti anche nel breve periodo
”.


Draghi in passato ha citato il grandissimo storico pavese Carlo Maria Cipolla, il quale riferendosi al periodo di “grande gelo” dell’economia italiana tra l’inizio del 1600 e il 1820 – in cui il PIL pro capite rimase fermo – scrive: “Il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia bloccarono i necessari mutamenti tecnologici e di qualità che avrebbero potuto permettere alle aziende italiane di competere con la concorrenza straniera”.
Se l'Italia vuole tornare a crescere deve rompere le incrostazioni, aumentare il grado di concorrenza nei settori dove il mark-up stellare è indice di oligopolio collusivo. Infatti quando c'è da competere, non siamo secondi a nessuno nei settori aperti alla concorrenza internazionale. Lì le imprese italiane si sono fatte le ossa e sono diventate le multinazionali tascabili che il mondo ci invidia.