martedì 1 ottobre 2013

Nessun dubbio: Letta ce la fa tranquillamente. I grillini lo votano

Domani il Presidente del Consiglio va in Parlamento, prima al Senato poi alla Camera, per chiedere la fiducia dopo le dimissioni dei cinque ministri del Pdl, innescate dalla reazione di Berlusconi dopo la sentenza di condanna per frode fiscale che ha previsto anche la pena accessoria di interdizione ai pubblici uffici.

Oggi Severgnini sul Corriere esprime con ironia cosa pensano di noi all'estero: "È inutile nasconderselo. In ogni altra democrazia sarebbe inconcepibile che un leader colpito da una condanna definitiva per frode fiscale, e coinvolto in altri processi per gravi reati, possa continuare a dettare condizioni. Fuori d'Italia avrebbero capito - e forse segretamente ammirato - un'uscita di scena dignitosa, accettando le leggi del proprio Paese. Non capiscono invece - non a Londra e non a Washington, non a Berlino e nemmeno a Pechino - che la seconda potenza industriale europea sia in balia dei fantasmi di un uomo «incapace di separare il proprio destino da quello della nazione» (The Guardian ).
Nessun leader, per nessun motivo, può usare la propria gente come scudo. Silvio Berlusconi non è il colonnello Kurtz. Niente Apocalypse Now . L'Italia non vuole l'apocalisse: né ora né mai. Vuole invece vedere l'alba di una convivenza nuova, e deve convincere partner e alleati che manca poco: la notte è stata abbastanza lunga".
Mentre alla Camera il Governo con PD e Scelta Civica ha una maggioranza ampia, al Senato la situazione è ben diversa. Tutto nasce dal Porcellum. Ma quale Paese al mondo, mi fa notare il mio amico Leo, ha una legge elettorale definita una "PORCATA" dal suo creatore (Calderoli, ndr)?
Il Porcellum prevede un premio di maggioranza su base regionale. In questo modo ogni elezione ha una alta probabilità di non vedere un vincitore, come è successo alle ultime elezioni. E lo stallo governativo non è bello per nessuno. Non si decide e si rimanda, strategia tipicamente italiana.

Al Senato con 315 senatori, 5 senatori a vita (Monti, Piano, Abbado, Cattaneo e Rubbia)  e l'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, i voti disponibili sono 321 e la maggioranza si ottiene con 161 voti. PD+Scelta civica raggiungono 137 voti, 24 in meno dei 161 necessari a tenere in piedi l'esecutivo. Con i 6 senatori a vita si va a 143. Ne mancano 18.

Al di là delle manovre interne al Pdl, guidate da Cicchitto e Lupi, credo non ci siano problemi per il Governo perchè i parlamentari grillini - che al Senato sono 50, 4 sono usciti e sono entrati nel gruppo misto - hanno il forte timore di tornare al loro mesto passato, ben diverso dalla vita in Parlamento piena di comfort, diarie e stipendi stellari.
In una magnifica intervista al Corriere della Sera, qualche tempo fa, Giuliano Amato così rispose a Cazzullo: "Siamo passati dal Governo dei Professori al Parlamento dei fuoricorso", dove il riferimento era ad alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle che prima di entrare in Parlamento non avevano un lavoro o non avevamo finito l'Università. Amato prosegue: "Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l'uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l''esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l'arrivo del presidente Deng».


Con il Porcellum i parlamentari non vengono eletti dagli elettori, ma scelti dai partiti. Grillo, se dovesse cadere il Governo, è pronto a sostituire immediatamente i parlamentari che hanno dimostrato indipendenza e diverse visioni rispetto alle sue, per cui gli attuali senatori del Movimento 5 Stelle voteranno in gran parte per Letta.

Lunga vita al Governo Letta. Ma faccia, agisca, non tergiversi. Riforme strutturali, please.

giovedì 26 settembre 2013

Il caso Telecom Italia: l'azionista di minoranza sempre gabbato. Siamo al solito parco buoi

Il controllo di Telecom Italia è passato la Telco - holding controllata da Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali - agli spagnoli di Telefonica.
Non è corretto mettersi a piangere sul fatto che gli stranieri investano in Italia - benvenuti!, ci si dovrebbe meravigliare che ci sia ancora qualche investitore fiducioso sul sistema Italia - ma vale la pena sottolineare che l'operazione è ancora una volta lesiva degli interessi degli azionisti di minoranza, i quali vedono il controllo passare di mano a 1 euro, ma l'azione - dopo un calo pauroso - tratta a poco più della metà, 0,60 euro.

Abbiamo una legge sull'OPA ma i grandi gruppi italiani architettano strutture societarie dirette all'elusione. Non sorprendono le analisi sulla fiducia degli italiani prodotte da Mannheimer che evidenziano come la fiducia nella Borsa in Italia è agli stessi infimi livelli di gradimento dei politici e del Parlamento italiano.

Il 15 marzo 2007 l'economista Luigi Zingales  (oggi consigliere indipendente di Telecom Italia, suo il commento "stupisce che la partecipazione di maggioranza relativa di Telecom venga trasferita a sostanziale vantaggio di pochi, senza alcuna considerazione per la maggioranza degli azionisti", ndr) intervenne a Palazzo Mezzanotte all'assemblea di Assogestioni. Il titolo del suo intervento era: "Frutti senza rischio: la sindrome italiana". Nel paper si sostenne che la bassa partecipazione degli italiani al mercato borsistico poteva essere spiegata dalla mancanza di fiducia nel mercato azionario.
La lack of trust ha una base oggettiva e soggettiva, ma mentre negli altri Paesi la fiducia cresce con la ricchezza, in Italia le persone agiate non hanno alcuna fiducia nei mercati azionari. Certamente, l'operazione Telecom-Telefonica non farà che peggiorare l'indice di fiducia.

Gli azionisti di minoranza sono stati definiti carne da macello, il parco buoi. Lo scrittore Giuseppe Pontiggia, – di cui si consiglia La morte in banca, Mondadori, titolo vagamente indicativo - mirabilmente scrisse – Le sabbie immobili, Mondadori, 2007): “Il parco buoi è formato da quei minuscoli investitori – ovvero la quota più alta degli azionisti - che ha la tendenza perversa a comperare quando la Borsa sale e a vendere quando scende. L’euforia per una ascesa che si spera infinita è pari al panico per una flessione che si teme illimitata. Nessuno è mai diventato ricco in questo modo”.

Investire in Italia è molto complesso. Spesso le società con elevata capitalizzazione - come era Telecom Italia tempo fa, ora capitalizza circa solo circa 11 miliardi di euro sono dei pessimi investimenti.
Sempre Pontiggia scrisse: “Una peculiarità che differenzia i professionisti dal parco buoi è il rifiuto del verbo giocare. “In Borsa non si gioca”, mi disse una volta uno di loro, con aria assorta. “Si opera”. Verbo indubbiamente dotato di maggiore dignità, anche se non esente da connotazioni cliniche e chirurgiche. Si potrebbe dire che la differenza linguistica tra operare in Borsa e giocare in Borsa segna il discrimine tra due mondi: quello dei professionisti e quello di coloro che perdono”. 

Amarissimo il commento di Alessandro Penati, che da anni illumina con i suoi commenti le vicende tristi del capitalismo italiano: "È il fallimento di Italia S. p. a. Inutile scatenare la caccia ai colpevoli. Lo sono tutti: governi e ministri, banchieri, imprenditori nobilie meno nobili, sindacati. Ci vorrebbe una Norimberga per i crimini contro il capitalismo in Italia: ma forse l'Europa e i mercati ci stanno già giudicando".

P.S: mentre scriviamo è arrivato questo lancio di agenzia da Radiocor *ITALY TREASURY STUDYING TAKEOVER LAW CHANGES*. Vuoi vedere che Telefonica deve lanciare l'OPA su Telecom Italia?

martedì 24 settembre 2013

Altro che giudice ragazzino! Rosario Livatino magistrato coi fiocchi

Il 21 settembre 1990 il giovane magistrato Rosario Livatino, 38 anni, sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento, viene ammazzato dalla mafia. Il 21 settembre di 23 anni fa, mentre percorre senza scorta la SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta rossa, sicari mafiosi speronano l'auto, lo inseguono mentre cerca di scappare, per poi finirlo spietatamente.

Grazie a un testimone - Pietro Nava, milanese di Sesto San Giovanni, costretto a vivere blindato in una località segreta - gli esecutori del delitto furono condannati. 

E' opportuno ricordare quanto disse il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga - esempio massimo della gerontocrazia italiana - riguardo a Livatino: "Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perchè ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga". 

Dopo questa sbalorditiva affermazione, il giudice Livatino verrà ricordato come il giudice ragazzino, titolo del pregevole libro di Nando Dalla Chiesa.

I dati OCSE presentati sono incontrovertibili. In Italia, un giovane che non abbia un genitore almeno diplomato ha il 10% delle possibilità di laurearsi, contro il 35% della Francia e oltre il 40% della Gran Bretagna. Circa il 70% dei ragazzi che hanno i migliori risultati provengono da famiglie agiate. In Italia il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza. 

Lo scrittore Gianni Biondillo spassosamente racconta: “Proprio quell’estate del 1984 lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: “Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi”.

Sebastiano Vassalli , nel suo romanzo “Marco e Mattio”, ambientato nel Veneto nel 1775, scrive: “Suo padre, Marco Lovat, era lo scarpèr cioè il calzolaio di Casal, e il destino del figlio primogenito era quello di fare lo scarpèr, anche se avrebbe preferito continuare a studiare per diventare dottore: la vita, a Zoldo, non permetteva quel genere di cambiamenti e chi nasceva oste doveva fare l’oste, chi nasceva scarpèr doveva fare lo scarpèr; altre alternative non c’erano!”. Ogni tanto sembra che in questo Paese siamo rimasti a fine ‘700.

Antonio Schizzerotto - professore focalizzato sullo studio delle disparità inter/intragenerazionali - sottolinea come le persone nate tra la prima metà degli Anni 60 e la fine degli Anni '70 costituiscono le prime due generazioni di italiani che non sono riuscite, come invece era sempre accaduto nel corso del Novecento, a migliorare le proprie aspettative di vita rispetto a quelle dei rispettivi genitori.

Chiudo con la visione del giudice espressa dal mite Rosario Livatino - tratta dalla relazione "Il ruolo del giudice nella società che cambia" (7.4.1984):
« Il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile; l’immagine di un uomo capace di condannare ma anche di capire; solo così egli potrà essere accettato dalla società: questo e solo questo è il Giudice di ogni tempo. Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato ». 

P.S.: si consiglia la lettura di:
- Il giudice ragazzino, Nando Dalla Chiesa, Einaudi, 1992
L'avventura di un uomo tranquillo, Pietro Calderoni, Rizzoli, 1995
- "Vite ineguali", Antonio Schizzerotto, Il Mulino, 2002
- www.livatino.it

venerdì 13 settembre 2013

La sfida Italia-Spagna - attraverso lo spread - prosegue e fa bene al Belpaese

La stampa nazionale ha dato molto risalto nei giorni scorso al fatto che la Spagna ha superato l'Italia nella gara dello spread contro il Bund a 10 anni.  BTP decennali dal 20 agosto hanno visto il rendimento salire dal 4,36% al 4,53% mentre quello dei Bonos a dieci anni è sceso dal 4,53% al 4,49%.

Nel corso degli ultimi anni lo spread BTP-Bonos ha avuto un percorso altalenante. Dopo il disastro di credibilità del Governo Berlusconi, lo spread Italia-Spagna ha iniziato ad allargarsi a favore degli iberici. Siccome lo spread verso il Bund tedesco è un indice sintetico di credibilità - vedi mio post lo spread Btp-Bund - il Governo Monti, percepito molto reliable dagli investitori, è riuscito a far rientrare lo spread BTP-Bonos a nostro favore.
Poi gradualmente la Spagna ha ridotto lo spread verso di noi fino a superarci.

La sfida Italia-Spagna è avvincente ed è molto positiva. La competizione migliora i contendenti. Abbiamo uno sparring partner nel Sud Europa che ci stimola a fare meglio e a intraprendere la strada delle riforme strutturali, che vogliamo sempre rimandare. La soluzione italiana ai problemi è rimandarli. Invece la Spagna è da prendere come riferimento positivo: la riforma del mercato del lavoro sta consentendo una riduzione della disoccupazione. In Italia la disoccupazione continua ad aumentare, per non parlare di quella giovanile che ha superato il 40%.

Il ruolo positivo di enforcement della Spagna è una costante nella storia economica. Torniamo allora al 1996 per mettere ordine.

Il 17-18 settembre del 1996, a pochi mesi dalle elezioni e dalla formazione del suo governo, Romano Prodi andò a Valencia per un incontro con il presidente del Consiglio spagnolo, José Maria Aznar. Il 30 settembre Aznar spiegò al Financial Times che Prodi aveva cercato di convincerlo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht. Il virgolettato del FT fu: "Prodi asked Aznar to bend the criteria or the timetable"
Ma la Spagna aveva i conti in ordine e non intendeva prendere iniziative che avrebbero intaccato la sua credibilità economico-finanziaria. Prodi negò di avere avanzato richieste ed ebbe una tempestosa conversazione telefonica con Aznar. 
Il 20 maggio 2010, "provocato" da una risposta dell'Ambasciatore Romano a un lettore, Prodi si sente in dovere di intervenire per chiarire la questione: "Le cose, in realtà, come già altre volte ho chiarito ma vale evidentemente la pena di ribadire, andarono così. Formato nel maggio del 1996 il governo da me presieduto, decisi subito che dovevamo fare di tutto per entrare nell' euro insieme al primo gruppo dei paesi europei. L' Italia che, dopo le distruzioni della guerra, aveva costruito il proprio benessere scegliendo la strada dell' apertura all' Europa e dell' Europa unita, non poteva in alcun modo mancare questo decisivo appuntamento della storia.
Con il ministro del Tesoro, che da appassionato europeista condivise immediatamente ed in pieno questa scelta, decidemmo, tuttavia, che, senza un' approfondita analisi dei conti, non sarebbe stato responsabile, e dunque in alcun modo possibile, modificare l' evoluzione della finanza pubblica disegnata dal precedente esecutivo e che, per l' Italia, prevedeva il raggiungimento dei parametri di Maastricht con un anno di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Trascorsi i mesi di giugno, luglio ed agosto a studiare insieme al ministro Ciampi tutti i conti, arrivai alla conclusione, sempre in piena sintonia con il ministro del Tesoro, che ce l' avremmo potuta fare. Fu così che ai primi di settembre, cioè una decina di giorni prima dell' incontro di Valencia con Aznar, ritornando in aereo dalla Turchia all' Italia insieme al mio consigliere diplomatico Enzo Perlot e al direttore degli affari economici del Ministero degli Esteri, Roberto Nigido, che di lì a poche ore avrebbe preso al mio fianco il posto dell' ambasciatore Perlot, scrissi due lettere identiche, indirizzate l' una al cancelliere tedesco Helmut Kohl e l' altra al presidente francese Jacques Chirac. In quelle lettere comunicavo ai governi di Germania e Francia, le due grandi potenze ed i veri «motori» dell' Unione Europea, il fermo impegno del mio governo ad adottare tutte le misure necessarie per portare l' Italia nell' euro sin dal suo avvio. Questo, auspicando un' azione comune tra Italia e Spagna, fu ciò che dissi anche al presidente del governo spagnolo quando lo incontrai alla metà di quel mese di settembre di quattordici anni fa. Glielo dissi in italiano, avendo insieme deciso che il colloquio avvenisse senza interpreti, fidandoci, forse a torto, delle nostre rispettive capacità di intendere l' uno la lingua dell' altro. Il raddoppio, approvato dal Parlamento, da 32.500 a 62.500 miliardi di lire, della manovra economica della Finanziaria per l' anno 1997, correttamente ricordato dall' ambasciatore Romano, fu proprio la traduzione concreta dell' impegno dichiarato nelle lettere al cancelliere tedesco e al presidente francese. Il seguito della vicenda, cioè l' ingresso dell' Italia nell' euro, mi sento di poter dire che rimane come uno dei punti più alti della nostra recente storia nazionale".

E Prodi torna a smentire il Financial Times sul Corriere il 3 luglio 2012: "Poiché questa leggenda riemerge continuamente, sento la necessità di ribadire, giusto per rispetto della storia nazionale più che mia personale, che la notizia era e resta falsa. Si trattò di una furba ma non veritiera informazione che Aznar diede al Financial Times in un' intervista. L' autorevolezza della testata, ahimè, le ha attribuito credibilità internazionale ma sempre falsa resta".


Non può mancare, a questo punto, la testimonianza del ministro del Tesoro del 1996, Carlo Azeglio Ciampi , che nel suo "Da Livorno al Quirinale" (Il mulino, 2010, p. 161-2),  sottolinea il ruolo positivo della sfida spagnola, e risponde così ad Arrigo Levi: "La spinta finale venne in occasione del vertice bilaterale italo-spagnolo; ritenevamo che la Spagna puntasse a entrare nell'euro in un secondo momento come noi; invece ci rendemmo conto che la Spagna sarebbe entrata subito. Io proposi a Prodi - e Prodi fu subito d'accordo - di anticipare anche noi l'obiettivo di scendere sotto il 3 per cento del rapporto deficit/Pil. Il piccolo miracolo consistette nel prendere alcune misure credibili di politica economica, che produssero un rapido ridursi del differenziale del tasso di interesse tra l'Italia e la Germania e quindi una riduzione dell'onere complessivo per interessi. Questo permise il di portare il fabbisogno in un solo anno dal 7,5 per cento al 2,7 per cento del Pil".


Sempre Ciampi sente la necessità di tornare a quel decisivo vertice italo-spagnolo del settembre 1996. Nel volume   "Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi 1992-1996", Ciampi  (Laterza, 2013, p. 77), Umberto Gentiloni Silveri così descrive la questione: "Il colloquio di Ciampi con il suo omologo spagnolo Rato y Figaredo rappresenta il punto di non ritorno, la molla che fa scattare la reazione da parte italiana. Ciampi non si limita a registrare il contenuto del suo prezioso interlocutore: "Per me fu un vero e proprio shock, un colpo inatteso. Il tutto avvenne verso ora di cena; a conclusione di una giornata terribile. Mi sembrava di essere giunto fuori tempo massimo, di non poter opporre nulla a ciò che sembrava ineluttabile".  La notte invece portò consiglio; si poteva tentare di rovesciare un esito annunciato con troppo anticipo. Ciampi annoda i fili dei suoi ricordi, quasi in seguenza:  "La mattina seguente sul presto verso le sette telefono a Prodi, che era in un'altra stanza dello stesso hotel. Gli dissi: "Romano, ti devo parlare urgentemente". Lui mi rispose pregandomi di raggiungerlo nel suo appartamento. Gli spiegai quanto la situazione fosse complicata. Avevo incontrato il ministro dell'Economia spagnolo che mi aveva comunicato la loro situazione; ma anche il suo incontro con il capo del governo, Aznar, aveva avuto lo stesso esito. Noi rimanevamo fuori, la Spagna era dentro. Ci trovammo immediatamente d'accordo, non si poteva stare fermi o minimizzare la situazione. Dovevamo portare subito il nostro obiettivo di deficit sotto il 3% del Pil. E in viaggio, immediatamente, lo comunicammo ai ministri presenti...Si trattava di un cambiamento repentino di strategia e di politica che ci avrebbe condizionato e guidato nelle settimane e nei mesi successivi". 


Le reazioni della Spagna nel 1996 e nel 2013 smentiscono drasticamente le opinioni euroscettiche del Financial Times, che attraverso la penna di Wolfgang Munchau, il 19 marzo 2012 scrisse: "There is no Spanish siesta for eurozone crisis". 

Ci sarà anche da ringraziare Mario Draghi con il suo monito "Whatever it takes", ma il pungolo reciproco tra Paesi del Sud Europa porta risultati sicuramente positivi.

lunedì 9 settembre 2013

Perchè si deve studiare? La risposta ce la dà Gianni Rodari

Immerso sempre nelle mie letture cerco di convincere i miei figli a fare altrettanto, se non altro per imitazione. Per stimolarli mi metto a leggere io, così si scherza e si commenta insieme ciò che si legge.

Mi è capitato tra le mani il Libro dei perchè di Gianni Rodari del lontano 1980. Mai testo tanto attuale. Nel rispondere a "Perchè si deve studiare?", Rodari scrive: "Per conoscere il mondo e per farlo diventare più bello e più buono. Attenta, però: non si studia soltanto sui libri. Mi ricordo di un Topo che viveva in biblioteca e amava tanto l'istruzione che si mangiava due libri al giorno. Una volta trovò in un libro l'immagine del Gatto e subito dopo la divorò. Mentre digeriva tranquillamente, convinto di aver distrutto il suo nemico, il Gatto in carne e ossa gli saltò addosso e ne fece due bocconi. Tra un boccone e l'altro, però, si fermò per dire - Topolino mio, bisognava studiare anche dal vero".


Enzo Biagi
Il sempiterno Enzo Biagi amava dire ai giovani: "Attenzione alle biblioteche senza finestre".

martedì 3 settembre 2013

Essere sudditi o cittadini? L'esempio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Quest'estate mi sono piacevolmente immerso nella lettura. Tra i tanti, mi sono intrattenuto in compagnia del Discorso sulla servitù volontaria, di Etienne de la Boetie (1533-1653).
In tempi dove la servitù volontaria è visibilmente presente interno a noi  - gli esempi sono innumerevoli - credo valga la pena rileggere insieme alcuni passaggi: "Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. E' il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca".

A me la lettura di Etienne de la Boetie ha fatto tornare in mente il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che proprio 31 anni fa cadde assassinato insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e a un uomo della scorta, Domenico Russo.
Dalla Chiesa a Palermo nei suoi 100 giorni trovò il tempo per andare nelle scuole a dire ai giovani che i diritti devono essere fatti valere, altrimenti si diventa sudditi.
In un suo intervento del 1° maggio 1982, il Generale disse: "Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere nè ai prevaricatori, nè ai prepotenti, nè ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti

Tanti mi chiedono come mai torno su personaggi insigni della storia italiana. Lo faccio perchè sono di esempio per il presente, perchè possono essere di stimolo personale per ognuno noi.


Ho un ricordo nitido. Era il 4 settembre 1982. Entro in cucina, sento dei singhiozzi. Vedo mia madre piangere. Le dico: “Mamma, perchè piangi?”. E lei: “Hanno ucciso il Generale Dalla Chiesa”. E la foto della prima pagina di Repubblica con la A112 bianca crivellata di colpi e il Generale proteso per proteggere sua moglie Emmanuela rimase per sempre nel mio archivio mentale.

Il grandissimo Gianni Brera disse: “Dalla Chiesa era così intelligente che per fargli un degno piropo' non mancavo mai di esprimergli la mia meraviglia: come aveva potuto fare tanta carriera in Italia con un cervello così fino?”.

Cosa è cambiato dal 1982? Quando Marco Vitale nel suo Passaggio al futuro (EGEA, 2010) dice saggiamente che noi non dobbiamo fare riforme – inconcludenti – ma risolvere problemi, la prima piaga biblica che invita ad affrontare è il peso abnorme della malavita organizzata.

Le cifre fanno impressione: l’insieme della attività illegali in Italia ammonterebbe a 419 miliardi di euro l’anno, secondo le stime più accreditate. Nessun Paese ha, nel suo tessuto sociale ed economico, una presenza di tale spessore della malavita organizzata. 13 dei quasi 17 milioni di italiani che vivono in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia convivono con le mafie. Parliamo del 22% della popolazione italiana, non quisquilie.

E aggiungiamo che la corruzione diffusa rappresenta l’humus ideale per la malavita organizzata.


Il giudice Davigo ironicamente ha affermato che se la “cricca” degli appalti della Protezione Civile – per intenderci Anemone, Verdini, Bertolaso, Carboni - si fa pagare con assegni circolari (e non con il consueto contante) poi incassati nella banca allora guidata – ora con pesanti motivazioni commissariata dalla Banca d’Italia – da Verdini, significa che la convinzione di impunità regna serena.

Un sano sviluppo economico non è compatibile con un alto e diffuso livello di corruzione e di malavita. La mafia è arretratezza, non sviluppo.

Il giudice Gian Carlo Caselli ha ricordato: “Dalla Chiesa ha occupato gran parte dei suoi 100 giorni come Prefetto di Palermo a parlare ai ragazzi delle scuole, agli operai dei cantieri navali, alla cittadinanza. Perchè sapeva che l’antimafia “delle manette” deve intrecciarsi con l’antimafia “dei diritti”. Altrimenti non si risolve nulla”. Caselli ha definito in passato il Generale Dalla Chiesa "un servitore dello Stato fino all'estremo sacrificio".

Nell’intervista – testamento spirituale - a Giorgio Bocca pochi giorni prima di essere ucciso, il Generale Dalla Chiesa disse: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Paolo Baffi
Nella mia ricerca storica sulla figura di Paolo Baffi - è uscito nel 2013 un saggio introduttivo al volume curato da me e Sandro Gerbi - ho trovato una significativa analisi di Marco Vitale, che in una Relazione del 1989 scrive: "Il potere è connaturato all'uomo; non esiste attività umana senza potere, e che non esiste potere senza responsabilità. La scelta è piuttosto tra i fini per i quali esercitare il piccolo o grande potere  che ci viene assegnato, tra potere responsabile e potere irresponsabile. Non dobbiamo fuggire il potere, anzi addestrarci a gestirlo, nelle grandi e nelle piccole cose, con responsabilità e per finalità positive. Paolo Baffi, il Generale Dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli: questi uomini, semplicemente facendo fino il fondo il loro dovere professionale, esercitavano un potere. Ed è una grande fortuna, che, anche nei momenti più neri, vi siano uomini che non fuggono davanti alla necessità di esercitare, con responsabilità e per con l'accettazione consapevole dei rischi connessi, il loro potere".

Ti sia lieve la terra, caro Generale Dalla Chiesa.

venerdì 2 agosto 2013

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 e la bella iniziativa di intitolare alle vittime le vie della città

Alle 10.25 di 33 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta "Compound B", potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).

La città di Bologna recentemente ha portato avanti una iniziativa che prevede l'intitolazione di una strada a Bologna di ogni persona morta nella strage del 2 agosto 1980.
In questo modo la memoria rimane viva e si inducono le prossime generazioni di non dimenticare quanto si è sofferto per sconfiggere il terrorismo di destra (responsabile della strage).

La responsabile dell'Italia Dei Diritti per l' Emilia Romagna, Luana Cinti, ha detto: "L'idea di intitolare alcune strade o piazze ed altri spazi cittadini alla memoria delle vittime, è parte integrante di un progetto che si propone l' importante obiettivo di informare e far conoscere il senso di quella tragedia, in modo particolare ai giovani, molti dei quali a quel tempo non erano di sicuro ancora nati, nel contempo sedimentando nella memoria di ciascuno il segno lasciato dalla scomparsa di quelle 85 persone, strappate alla vita in modo crudele e inaspettato"

Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi di qualche anno fa:
"I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).


Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità".

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l'ex capo della P2 Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d'Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari - gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell'esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l'assassinio del giudice Mario Amato - che indagava come il giudice Occorsio sui NAR - con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell'ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l'impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S.: Faust va in vacanza. Auguro a tutti i miei lettori e le loro family delle bellissime vacanze.

lunedì 29 luglio 2013

Il fondo sovrano dell’Alaska, l’ENI e il fondo che non c’è della Regione Basilicata

Nel suo ottimo pamphlet Crescere insieme (Laterza, 2013), l’economista Bernardo Bortolotti spiega in modo chiaro come l’Alaska ha deciso di investire le risorse petrolifere del sottosuolo a favore delle nuove generazioni attraverso la creazione di un fondo sovrano.
Così Bortolotti: “L’Alaska Permanent Fund è un esempio di trust. Introdotto con un emendamento costituzionale nel 1976, il fondo si basa sul principio che le tutte risorse naturali dello Stato, inclusi gli idrocarburi presenti sottosuolo, appartengono al popolo e ogni anno viene alimentato con il 25 per cento degli introiti che lo Stato dell’Alaska riceve dall’estrazione del petrolio. Il board of trustees del Fondo investe in maniera prudente il proprio capitale e distribuisce di dividendi annuali identici a tutta la popolazione residente dello Stato, inclusi i bambini. Avviato con un patrimonio iniziale di circa 700 milioni di dollari che oggi supera i 35 miliardi di dollari, il fondo dello stato dell’Alaska è diventato un modello di riferimento per i fondi sovrani internazionali grazie i suoi elevati standard di trasparenza e di prudenza nella gestione patrimoniale”.


Sono denominati fondi sovrani alcuni speciali veicoli di investimento pubblici controllati direttamente dai governi dei relativi paesi, che vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, immobili) e altre attività i surplus fiscali o le riserve di valuta estera.

Il primo fondo sovrano è nato in Kuwait nel 1953 con la costituzione della Kuwait Investment Authority (entrato nella compagine sociale di Merrill Lynch nel 2008). Altri fondi sovrani sono nati nei paesi esportatori di petrolio: Emirati Arabi Uniti, Qatar (entrato in Porsche nell’agosto 2009), Norvegia (dopo la scoperta nel 1990 di un maxi giacimento di petrolio nel Mare del Nord) ma anche Singapore, dove, grazie al rilevante surplus fiscale, il governo ha costituito il fondo Temasek, uno dei primi nati e uno dei più attivi, soprattutto nelle imprese del Sud-Est asiatico. I fondi sovrani sono fondi di investimento gestiti dagli Stati con obiettivi di rendimento a lunghissimo termine. Il primo fondo sovrano è stato il fondo del Kuwait. Poi altri sono seguiti. In Europa un ottimo esempio è il fondo sovrano della Norvegia.

La ratio della costituzione dei fondi sovrani è trasferire risorse finanziarie alle generazioni successive. Il contrario della creazione di debito pubblico che trasferisce debiti al prossimo, ai nipoti.

L’ENI quando ha scoperto il petrolio in Val D’Agri, in Basilicata, ha dovuto accordarsi con la Regione per poter avere il diritto all’estrazione di petrolio. Nel protocollo d’Intenti tra Eni e Regione Basilicata sulla Val d’Agri, si prevedeva a regime una produzione giornaliera di 104.000 barili al giorno. La Regione Basilicata incassa di diritti/royalties annuali per circa 40 milioni di euro. Avrebbe senso creare un fondo sovrano regionale come ha ben fatto l’Alaska, visto che le risorse energetiche prima o poi si esauriscono.

Sono andato sul web a cercare informazioni sulla destinazione in bilancio delle risorse fornite dall’ENI alla regione. L’ultimo bilancio pubblicato – fino a pochi giorni fa era quello del 2010. Il documento ha 750 pagine. Spesso la miglior censura è l’informazione senza filtri. Come sostiene Umberto Eco, la Pravda e il New York Times domenicale di 250 pagine hanno lo stesso livello di censura.

Nelle prime 50 pagine però ci sono già informazioni che fanno capire come la Regione Basilicata sta letteralmente buttando via le risorse “donate” dalla natura.

Ecco tre esempi di spesa senza senso:

- Art. 17 – Contributo ai maestri di sci, quantificato in 20.000 €; Come è noto in Basilicata si scia tutto l’anno e nascono campioni nazionali, come Gustavo Thoni, Piero Gross e il compianto Leonardo David.

- Art. 45 – Contributo ai Comuni per la gestione dei canili, quantificato in 600.000 €;

- Art. 48 – Processo completamento sisma ’80. “Al fine di sostenere il processo di completamento delle ricostruzione post sisma ’80, la Regione Basilicata si impegna a contratte un mutuo decennale da destinare ai comuni per far fronte alle esidenze di cui all’art. 3 dela legge n. 32/1992”.
Sono esterreffatto. A 33 anni dal terremoto in Irpinia, peraltro, siamo ancora a finanziare la ricostruzione! Rob de matt.

Nei Paesi seri si investono le risorse – per definizione scarse e in via di progressivo esaurimento – derivanti dall’estrazione del petrolio in attività di lungo termine. In Italia si finanziano a pioggia progetti obsoleti o ricostruzioni a 30 anni dal terremoto. Serve altro?

Ignazio Visco

Cadono nel vuoto assoluto le Considerazioni Finali del Governatore Visco, lette il 31 maggio scorso, in cui si legge in chiusura: “Le riforme non possono essere chieste sempre a chi è altro da noi; tutti dobbiamo impegnarci....Non bisogna avere paura del futuro, del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti”.
Prediche inutili (Einaudi, cit.).

lunedì 22 luglio 2013

La sconfitta cocente del sindacato

Dopo aver letto il bel libro di Luca Tarantelli Il sogno che ha ucciso mio padre. Storia di Ezio Tarantelli che voleva lavoro per tutti (Rizzoli, 2013), mi è sembrato giusto esprimere qualche idea sulla cocente sconfitta storica dei sindacati italiani.

Ezio Tarantelli credeva nella forza riformatrice del sindacato. Nel 1978 scrisse Il ruolo economico del sindacato. Il caso italiano (Laterza). Tarantelli desiderava mettere al servizio del sindacato le sue competenze economiche ed econometriche acquisite al Mit (Massachussets Institute of Technology di Boston) e alla Banca d’Italia. Avrebbe voluto che il sindacato rappresentasse il fulcro di un progetto di trasformazione degli equilibri economici e sociali. Non ci riuscì e come tutti i riformisti veri fu osteggiato. Il leader della Cgil Luciano Lama non lo ascoltò. Lo stesso Lama che firmò nel 1975 con Agnelli il disatroso accordo sul punto unico di contingenza.
Il Patto firmato all'Eur tra Lama e Agnelli ci portò a uno spread di inflazione verso la Germania di 17 punti percentuali.

Il 27 marzo 1985, nel cortile della Sapienza di Roma, le Brigate Rosse uccisero Tarantelli mentre saliva in macchina. Lo reputarono il responsabile del decreto di San Valentino, voluto – correttamente – dal presidente del Consiglio Craxi per fermare la spirale inflazionistica.

Ci sono voluti altri lustri per vedere il sindacato firmare un accordo dove vengono applicate le idee di Tarantelli sull'inflazione programmata. Era il 1993, Accordo Amato-Ciampi-Trentin, con Trentin poi costretto a dimettersi.

Il dramma dell’Italia è l’attualità di libri scritti 35 anni fa. Non abbiamo fatto se non pochi passi avanti. E chi sta fermo, in un mondo di cambiamenti vorticosi, va indietro in modo perenne.

E’ notizia di qualche settimana fa che la Joint & Welding – 30 addetti - di Sedico in provincia di Belluno, al fine di superare una fase durissima di congiuntura economica e di produttività, ha proposto ai lavoratori di rinunciare gratuitamente a due pause di 15 minuti ciascuna. I lavoratori hanno aderito per il bene dell’impresa ma i sindacati Fiom-Cgil provinciale hanno tuonato contro l’accordo definendolo illegale.

A fronte di un costo per unità di prodotto – il CLUP italiano – sempre crescente a fronte di una moderazione nel tempo in Germania, l’unica strategia sensata è fare accordi di questo tipo con i lavoratori, i quali sanno benissimo che il loro “padrone”, l’imprenditore, di pause non ne fa e lavora fino a mezzanotte pur di far sopravvivere l’impresa.

Nei lontani anni ’90 l’inascoltato Franco Modigliani dagli Stati Uniti scrisse: “Occorre accettare che per un certo periodo di tempo l’aumento dei prezzi sia superiore all’aumento dei salari, in modo da consentire alle imprese la ricostituzione dei profitti e dare quindi l’incentivo necessario agli investimenti”.

E non si può dimenticare l’ammonimento ai sindacati del 1962 da parte di Ugo La Malfa, il quale nella Nota Aggiuntiva ammonì le forze politiche e sindacali sul rischio derivante dallo spendere gran parte delle risorse dell’Italia nell’aumento indiscriminato dei consumi individuali, sacrificando invece gli investimenti in infrastrutture e nella scuola che avrebbero dovuto colmare il divario con le altre nazioni europee. E infatti la “Nota” fu accolta dai sindacati con un silenzio glaciale.

I sindacati negli ultimi 30 anni hanno cercato di tutelare gli insiders, ossia coloro che il lavoro già ce l’hanno, ma nessuna parola o atto è stato mai speso per tutelare gli outsiders, coloro che il lavoro lo cercano. Talvolta i sindacati hanno difeso i fannulloni, coloro che il posto di lavoro ce l’hanno ma il cui rendimento è zero virgola zero, dove magari il tasso di assenteismo è stellare.

Conclusione. In Italia abbiamo il mercato del lavoro più rigido del mondo, gli stipendi più bassi d’Europa e il tasso di occupazione più basso. Complimenti.

venerdì 19 luglio 2013

Omaggio a Paolo Borsellino, magistrato straordinario

Nel duro e struggente romanzo di Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, 2008, il padre trasmette al figlio una testimonianza di cosa puo' fare un legame in un'epoca di pura violenza e di assenza di legami umani.

Al figlio risponde cosi': "E' cosi' che fanno I buoni. Continuano a provarci, non si arrendono mai".

Ecco, Paolo Borsellino era cosi'. Sapeva di dover morire. Dopo la morte del suo migliore amico, il giudice Giovanni Falcone, trucidato il 23 maggio 1992, si autodefiniva "Un morto che cammina". Ma fino all'ultimo giorno agì senza arrendersi mai, con una determinazione pazzesca. Che solo la morte violenta poteva interrompere.

Il 19 luglio del 1992 una autobomba in Via D’Amelio a Palermo annientò Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Borsellino tutte le domeniche andava a trovare - in Via D'Amelio - la madre. Cosa Nostra mise sotto controllo il telefono di casa Borsellino così da sapere con certezza quando il magistrato si sarebbe recato in Via D'Amelio.

Sul sedile posteriore della macchina di Borsellino è stata trovata intatta la sua borsa di pelle. Dentro però non si è trovata l'agenda rossa, da cui non si separava mai.

Io mi ricordo ancora i funerali di Paolo Borsellino. Non fu un funerale, ma una rivolta. Migliaia di carabinieri cercarono di tenere lontano la gente dalla chiesa. Ma non ce la fecero. La rabbia della gente era così forte che si passò agli spintoni, agli insulti verso la classe politica romana che scende a Palermo solo per i funerali.

Borsellino – dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone (vedi post Omaggio a Falcone) il 23 maggio 1992 – fino alla fine restò coerente con il suo motto: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

In tempi come gli attuali in cui per essere considerati colpevoli, la politica ci propina in continuazione la necessità della condanna definitiva, ricordiamo il pensiero di Borsellino:

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.


Via D'Amelio dopo l'esplosione
 Protagonista del Pool di Palermo negli Anni ’80 – costituito dal giudice Chinnici insieme a Falcone, Di Lello, Borsellino, Guarnotta - Paolo Borsellino costituì il cuore pulsante della Procura di Palermo: insieme a Giovanni Falcone scrisse dentro le strutture del carcere dell’Asinara – per evitare attentati – la requisitoria al maxi-processo. Il processo si concluse con l'accoglimento delle tesi investigative del pool e l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena.

In virtù di una promozione di merito quale Procuratore della Repubblica di Marsala – caso raro al Consiglio Superiore della Magistratura, che fonda le sue valutazioni sull’anzianità – Paolo Borsellino fu attaccato dalle colonne del Corriere della Sera da Leonardo Sciascia.

Lo scrittore siciliano si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso".

Borsellino fu definito "professionista dell'antimafia". Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia". Bella carriera, dico io, ha fatto il povero Borsellino!

All’inizio di luglio 1992, in un’intervista a Lamberto Sposini, Borsellino disse: “Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà (poliziotto eccezionale ammazzato dalla mafia nel 1985, ndr) - allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

Caro Paolo Borsellino, ti sia lieve la terra.

lunedì 15 luglio 2013

Siete contenti delle pagelle dei vostri figli? L'importanza del contesto e della prospettiva giusta

A fine giugno sono andato a scuola a ritirare le pagelle dei miei due figli, che fanno la seconda e la quarta elementare. Sono bravi, nulla da dire. Bei voti, tutti contenti torniamo a casa a festeggiare la promozione.

Il giorno dopo, nel rimettere ordine nella mia tumultuosa scrivania, ho ritrovato un libro che vi consiglio: "Le armi della persuasione" di Robert Cialdini (Giunti, 1989). Sfoglio il volume e trovo qualche sottolineatura a pagina 28, dove il titolo è "Lettera spedita ai genitori da una studentessa". Leggiamola insieme.

"Cari mamma e papà,
da quando sono partita per il collegio ho trascurato di scrivervi e mi dispiace della mia negligenza per non aver scritto prima d'ora. Adesso voglio informarvi di tutto, ma prima di leggere, per piacere mettetevi a sedere. Non leggete più avanti se non siete seduti, d'accordo?

Bene, allora, sto abbastanza bene ormai. La frattura del cranio con commozione cerebrale che mi sono fatta saltando dalla finestra del dormitorio quando è andato a fuoco, podo dopo il mio arrivo, ora è guarita discretamente. All'ospedale sono rimasta appena due settimane e ora ci vedo quasi normalmente; ho solo mal di testa una volta al giorno. Per fortuna, all'incendio del dormitorio e al mio salto dalla finestra assistè un benzinario che lavora qui accanto: è stato lui a chiamare i pompieri e l'ambulanza. E' venuto anche a trovarmi in ospedale e siccome non sapevo dove andare per via dell'incendio, è stato tanto carino da invitarmi a dividere con lui il suo appartamento. A dire la verità è una stanza nello scantinato, ma è piuttosto graziosa. E' un gran bel ragazzo e ci siamo innamorati alla follia e abbiamo intenzione di sposarci. Non abbiamo ancora deciso il giorno esatto, ma sarà prima che si cominci a vedere la mia gravidanza.
Ebbene sì, mamma e papà, sono incinta. Lo so che non vedete l'ora di diventare nonni e so che avrete per il bambino lo stesso affetto e la stessa tenerezza che avete avuto per me quando ero piccola. La ragione del ritardo del nostro matrimonio è che il mio ragazzo ha una piccola infezione che ci impedisce di fare gli esami del sangue prematrimoniali; per disattenzione l'ha attaccata anche a me. So che lo accoglierete in famiglia a braccia aperte. E' gentile e benchè non sia tanto istruito, ha una grande ambizione. Anche se è di razza e religione diverse dalle nostre, so che la tolleranza che avete manifestato così spesso non vi permetterà di prendervela per questo.

Ora che vi ho aggiornati, voglio dirvi che non c'è stato nessun incendio, non ho avuto fratture del cranio o commozioni cerebrali, non sono stata all'ospedale, non sono incinta, non sono fidanzata, non ho preso alcuna infezione non ho nemmeno il ragazzo. Però, ho avuto appena la sufficienza in storia e sono stata bocciata in chimica, ma voglio che questi voti li vediate nella prospettiva giusta.
Con tanto affetto, vostra figlia, Carla".

Meravigliosa. In psicologia la studentessa merita il massimo dei voti.

giovedì 4 luglio 2013

La forza di Israele sta nella Silicon Wadi e nel venture capital: il caso Waze

Nel lontano marzo del 2000, in pieno boom della New Economy, col Nasdaq sui massimi storici, lavoravo come equity sales per Lehman Brothers. Col mercato impazzito alla ricerca di nuove società high tech dove investire, organizzammo un viaggio in Israele con alcuni dei gestori italiani a capo dei fondi azionari azionari europei.
Milano-Tel Aviv volo diretto con Alitalia. Disbrigo complesso delle pratiche doganali - dove veniamo invitati dai funzionari israeliani a documentarci meticolosamente per ragioni di sicurezza in occasione del viaggio di ritorno, dove saremo interrogati per ore.

Il giorno dopo siamo partiti subito di buona lena verso la Silicon Wadi - la Silicon Valley israeliana - per visitare le maggiori società israeliane quotate sui mercati europei o americani.
La forza di Israele sta nella combinazione tra clima favorevole all'impresa, centri di ricerca universitari di livello eccelso e presenza forte dei capitalisti di ventura, alias venture capital. 

L'Economist ha riassunto così: "When it comes to entrepreneurial infrastructure, the similarities between the Valley and the Wadi are certainly striking. In both places corporate hierarchies are despised, risk-taking is rewarded and failure tolerated. Israel also boasts several elite universities, such as Technion in Haifa, and research centres run by big technology firms such as Cisco and Intel. Entrepreneurs have their pick of providers if they need legal or other services. And, as in California, there are plenty of well-funded venture-capital (VC) firms providing cash".

Ogni giorno nascono nuove start-up ch ein poco tempo vengono quotate sul Nasdaq e diventano colossi mondiali. Qualche esempio? Checkpoint Software, colosso della sicurezza dei software; Broadcom, leader nel settore dei semiconduttori; Teva Pharmaceutical, leader mondiale dei farmaci generici.


Pochi giorni fa mi ha colpito la notizia dell'acquisizione da parte di Google di una start-up israeliana, Waze, per un miliardo di dollari. Waze è nata nel 2008, 5 anni fa, e vale 1 miliardo $! Waze ha sviluppato una app che ti dice in tempo reale lo stato del traffico sule strade grazie alle segnalazioni inviate con il telefoninodagli utenti.

Appena si entra sul sito web di Waze, si legge: "Waze è l'applicazione gps per evitare il traffico, basata sulla community più diffusa e in veloce crescita nel mondo! Presto, unisciti agli altri guidatori nel tuo territorio, per condividere in tempo reale informazioni sul traffico e aiutare tutti a risparmiare tempo e benzina, durante la guida di tutti i giorni".

Non per caso Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del MIt di Boston, uno dei più grandi esperti di smart cities, ha detto: "Ogni volta che mi chiamano per un progetto vedo che sono tutti lì che aspettano un finanziamento di Roma o di Bruxelles per cambiare le cose e invece la storia di Waze dimostra che per migliorare la vita nelle città non bisogna aspettare niente e nessuno. La vera innovazione parte dal basso e non ha bisogno di grandi investimenti, anzi, è un generatore di ricchezza che va attivato nei momenti di crisi come questo". La cultura dell'aiuto pubblico distoglie le energie dal prodotto, dall'innovazione, dal focus sul cliente. Molto meglio il venture capital e l'innovazione dal basso. Il successo dell'economia israeliana parte da qui.