L'Italia è il Paese del lamento, del mugugno, della protesta non costruttiva. Forse che si migliorano le cose? Giammai.
Detto ciò, mi ha veramente colpito la lettera di Nadia Cementero a Concita De Gregorio di Repubblica del 21 gennaio scorso.
Ve la ripropongo, con un commento finale
Ho ventisette anni e ho da poco cambiato lavoro. Mi sono laureata in lingue e letterature straniere, poi ho fatto un master a Siena per diventare insegnante di italiano per stranieri. Ben presto mi sono accorta che non sarei riuscita a lavorare nel settore per il quale avevo studiato (la maggior parte di questi impieghi sono poco retribuiti o addirittura di volontariato) così ho cercato altro; ho trovato quasi subito un lavoro che c'entrava poco con quello che avevo studiato. Stage di 4 mesi, assunzione di 8 mesi con un contratto di sostituzione maternità e poi contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti del buon Matteo, che voi quaranta- cinquantenni odiate tanto ma che ha permesso a noi venti-trentenni di essere assunti, altrimenti ci toccava passare dai contratti di somministrazione per almeno 3 anni.
Inizialmente facevo la segretaria. Non è quello per cui ho studiato, ma essendo ambiziosa e curiosa mi sono costruita una conoscenza tecnica che non avevo e sono stata promossa. Mi è stato dato un budget, che ho sempre rispettato e con il tempo ho acquisito moltissime conoscenze che mi sono servite per trovare il secondo lavoro che sto svolgendo ora. Per questi tre anni ho fatto parallelamente attività di volontariato come l'insegnamento di italiano a stranieri, aiuto compiti a bambini stranieri e all'interno di ospedali con un'associazione che porta musica e cucina ( per chi fosse interessato: www. officinebuone. it).
Avere esperienze in queste realtà da un po' di prospettiva. I problemi sono altri. Ovviamente nulla è semplice.
Molti dei ragazzi della mia età che si lamentano perché in Italia non c'è speranza, ma non sanno chi sia il presidente del Consiglio, non sanno cos'è la Bce e non sono capaci di pagarsi le bollette da soli o compilare i moduli per il 730. Come pensano di essere promossi al lavoro se sono poco interessanti alle cose che stanno intorno a loro? Nessuno ti fa trovare la pappa pronta e ti imbocca. Se il datore di lavoro vi dice che potete entrare in ufficio dalle 8.30 alle 9.00 significa che dovete essere lì tutti i giorni alle 8.30 e quella delle 9.00 deve essere un'eccezione, quindi poi non vi potete sorprendere se non vi promuovono.
Se analizzo le cose direi che non posso proprio lamentarmi. È giusto non accontentarsi ma quando sento una mia coetanea che dice "di non esistere più" rimango esterrefatta. È proprio un modo per non guardare ai veri problemi della vita.
Visto che conosco già alcuni dei commenti che arriveranno vi informo che i miei genitori non sono ricchi, non sono mai stata raccomandata sul lavoro, ma ho fatto colloqui come tutti i comuni mortali. Volevo dirvi anche che la fortuna non esiste, le cose si ottengono lavorando. Rimbocchiamoci le maniche, fortunatamente non siamo nati in tempo di guerra.
Tutti ovviamente possono lamentarsi, è un diritto sacrosanto. Ma se uno non è soddisfatto della sua vita vada veramente all'estero. Lo hanno fatto tutte le generazioni prima di noi, ci sono più italiani all'estero che nella penisola.
Vi vogliamo vedere con le vostre valigie negli aeroporti, non dietro una tastiera a piagnucolare!».
Firmato: Nadia Cementero
Cara Nadia,
che bella lettera. Hai preso esempio da Papa Francescp che ha attaccato sulla porta del suo studio il cartello "Vietato lamentarsi".
Che iniezione di fiducia. Come diceva Sant'Ambrogio: “Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi".
lunedì 26 marzo 2018
giovedì 15 marzo 2018
A 40 anni dal rapimento di Aldo Moro permangono molti misteri
Il rapimento del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro il 16 marzo 1978 è il nostro 11 settembre. A 40 anni dall'attacco militare delle Brigate Rosse, siamo ancora qui a parlarne con trasporto. In via Fani rimasero sul terreno i cinque uomini della scorta di Moro, impreparati al momento dell'imboscata. Nessuno aveva la pistola in pugno. Solo uno dei cinque, Raffaele Iozzino, riuscì a sparare due colpi, prima di rimanere ucciso. I colpi sparati dal commando (probabilmente cinque, ma forse nove) spararono oltre cento colpi. Sono 91 i bossoli rinvenuti all'incrocio tra via Fani e via Stresa. Eravano ancora lontani dal mondo dei Ris, che raccomandano di non inficiare la scena del crimine. Per cui giornalisti, passanti, poliziotti, cameramen passarono tranquillamente sopra i bossoli, rendendo poi difficile la ricostruzione esatta dei fatti. La cosa che sorprende è che il volume incredibile di fuoco lascia illeso Moro
E' giusto ricordare i nomi dei componenti della scorta: l'appuntato Domenico Ricci, al posto di guida della Fiat 130 blu (non blindata, al contrario della macchina di Cossiga), il maresciallo dell'Arma Oreste Leonardi, guardia personale di Moro (secondo il racconto di Morucci, prima di morire riuscì a girarsi per far abbassare il president e proteggere la sua incolumità). Nella macchina di scorta i tre agenti di pubblica sicurezza, il vice brigadiere Francesco Zizzi, e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Un bel libro li ricorda: Gli eroi di via Fani, di Filippo Boni, con la prefazione di Mario Calabresi, direttore di Repubblica.
Moro venne fatto salire sulla macchina dei brigatisti e portato nella "prigione del popolo" in via Montalcini, dove rimarrà per tutti i 55 giorni della prigionia, prima di essere ammazzato il 9 maggio 1978 (recentemente i Ris, incaricati dalla Commissione Moro, hanno messo nero sui bianco che lo statista non è stato ucciso coricato nel portabagagli come hanno sempre dichiarato i brigatisti, ma era seduto e avrebbe guardato il suo assassino negli occhi), e fatto ritrovare dentro il bagagliaio di una macchina rossa in Via Caetani, a due passi dalla sede della DC (Piazza del Gesù) e del PCI (via delle Botteghe Oscure). Come dire: siete stati voi i responsabili del misfatto.
Quella mattina Moro si sarebbe dovuto recare a votare la fiducia al governo Andreotti, frutto di un elaborato piano di "solidarietà nazionale", diretto a gestire la transizione italiana con l'appoggio dei due maggiori partiti italiani. Lo storico Guido Formigoni ha scritto: "Moro voleva consolidare il sistema democratico e accompagnare l'evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico".
Nel suo recente Un atomo di verità, il direttore dell'Espresso Marco Damilano dedica molte pagine all'ultimo discorso di Moro del 28 febbraio 1978, quando Moro invitò a guardare fuori dal Palazzo, nel cuore dell'emergenza italiana, "l'emergenza reale che è nella nostra società". Mentre oggi la politica gioca e sfrutta la rabbia degli esclusi, dei meno fortunati, Moro rifletteva sulla necessità dell'inclusione: "Immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno ala prova di una opposizione condotta fino in fondo". Cosa fa la politica oggi? Genera frustrazione negli elettori e non coltiva più la speranza. Non c'è più il futuro di una volta.
Umberto Gentiloni Silveri ha scritto un libro - Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) - raccogliendo molte delle lettere che vennero spedite dagli italiani dopo il rapimento. Si mobilitarono le scuole, semplici cittadini, famiglie, persone umilissime, anche emigrati. Una comunità smarrita. Attonita, incapace di reazione.
Mentre vanno in onda le edizioni speciali dei telegiornali, la famiglia Moro è sommersa dalle lettere.
Una corrispondenza spontanea e disordinata, che in alcuni casi scrive come destinatario Famiglia Moro in Via Fani, il luogo del rapimento. Pacchi di temi, scrive Gentiloni, arrivano dalle scuole di ogni ordine e grado. Iniziative nate dalla voglia di partecipare, di condividere la speranza di una soluzione positiva, di essere presenti in un passaggio cruciale della vita democratica.
In alcuni casi la scrittura è semplice, rivela una alfabetizzazione precaria, incerta, con errori e imprecisioni. Spesso i messaggi sono pervasi dall'orgoglio dell'appartenenza. Si vuole rimarcare il fatto di essere italiani.
Per dare un'idea del contesto, gli anni che vanno dal 1976 al 1979 rappresentano il picco della parabola terroristica. Si contano nel triennio 23 vittime per mano del terrorismo di destra, 91 per mano del terrorismo di sinistra e 85 in conseguenza di stragi di vario genere. In totale 199 morti in poco più di 36 mesi.
Alcune lettere dei bambini sono commoventi.
Cara Signora Moro,
sono una bambina di otto anni siciliana e sento parlare sempre di Aldo Moro. Sono brutti e cattivi quelli che lo lasciano in prigione.
Un'altra:
Gentile signora io sono una bimba di 6 anni e voglio dire 3 cose. 1. Deve avere tanto coraggio e tanta pazienza. 2. Non dovete piangere tanto perché si sciupano gli occhi. 3. Dovete dire a quelli della polizia perché la pistola ce l'hanno nella cintura? La devono portare sempre in mano per essere pronti quando si avvicina quella gente tanto cattiva.
Grazie all'ottimo libro di Andrea Galli - giornalista del Corriere della Sera - Dalla Chiesa (Mondadori, 2017) ho scoperto una cosa che non sapevo. Durante il sequestro Moro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato tenuto fuori da qualsiasi operazione. Come mai? Perché non si voleva trovare Moro? Il Comitato costituito presso il ministero degli Interni - guidato da Francesco Cossiga - si è scoperto poi essere formato quasi esclusivamente da membri della loggia P2 di Licio Gelli.
Solo il 30 agosto 1978 il presidente del Consiglio decretò che dalla Chiesa fosse "posto a disposizione per la durata di un anno, per l'espletamento ai fini della lotta contro il terrorismo delle funzioni di coordinamento e cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi".
E le cose cambiarono profondamente. Uno dei maggiori collaboratori del generale, Domenico Di Petrillo, ha detto: "Partimmo quasi da zero... Fu fondamentale il metodo del nostro generale. L'uso della testa, l'analisi, la conoscenza: inquadrammo il fenomeno e i soggetti da monitorare, decidemmo un piano di azione, stabilimmo delle priorità, e seguimmo quel piano in modo organico e perentorio. Un passo dopo l'altro". Purtroppo Aldo Moro era già morto. Ucciso da aguzzini, così descritti da Giuliano Vassalli il 24 marzo 1978 ("Pensando a Moro oggi", Il Giorno): Non riesco a vederli diversi dai nazisti. Leggo e rileggo il messaggio finora tramesso e vi riconosco la stessa follia ideological, lo stello linguaggio brutale ed unilaterale, le stesse rivendicazioni di distruzione e di morte".
P.S.: I terroristi rossi, graziati da un ergastolo vero, non solo non stanno zitti, ma provocano. Una brutta pagina. Ancora. Aver dato voce ai brigatisti senza adeguato contraddittorio non è stata una bella pagina di tv. Barbara Balzerani, ancora presa da deliri, ha addirittura dichiarato che "fare la vittima è diventato un mestiere". Non una parola di pentimento, di pietà per le loro vittime, non un commento sulla robaccia scritta nei loro comunicati infernali. Cari giornalisti tv, date la parola ai parenti delle vittime, che sono stati privati per sempre dei loro cari.
P.S.: Coloro che hanno scritto sui muri a Bologna "Marco Biagi non pedala più" sono dei casi clinici. Come ha scritto Michele Serra su Repubblica, "Uno che gode della morte violentea di un inerme e trova spiritoso sottolineare con sarcasmo che l'inerme andava a lavorare in bicicletta è indiscutibilmente un sadico. Non è un giudizio politico. Basta una valutazione medica".
Caro Aldo Moro, che la terra ti sia lieve.
E' giusto ricordare i nomi dei componenti della scorta: l'appuntato Domenico Ricci, al posto di guida della Fiat 130 blu (non blindata, al contrario della macchina di Cossiga), il maresciallo dell'Arma Oreste Leonardi, guardia personale di Moro (secondo il racconto di Morucci, prima di morire riuscì a girarsi per far abbassare il president e proteggere la sua incolumità). Nella macchina di scorta i tre agenti di pubblica sicurezza, il vice brigadiere Francesco Zizzi, e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Un bel libro li ricorda: Gli eroi di via Fani, di Filippo Boni, con la prefazione di Mario Calabresi, direttore di Repubblica.
Moro venne fatto salire sulla macchina dei brigatisti e portato nella "prigione del popolo" in via Montalcini, dove rimarrà per tutti i 55 giorni della prigionia, prima di essere ammazzato il 9 maggio 1978 (recentemente i Ris, incaricati dalla Commissione Moro, hanno messo nero sui bianco che lo statista non è stato ucciso coricato nel portabagagli come hanno sempre dichiarato i brigatisti, ma era seduto e avrebbe guardato il suo assassino negli occhi), e fatto ritrovare dentro il bagagliaio di una macchina rossa in Via Caetani, a due passi dalla sede della DC (Piazza del Gesù) e del PCI (via delle Botteghe Oscure). Come dire: siete stati voi i responsabili del misfatto.
Quella mattina Moro si sarebbe dovuto recare a votare la fiducia al governo Andreotti, frutto di un elaborato piano di "solidarietà nazionale", diretto a gestire la transizione italiana con l'appoggio dei due maggiori partiti italiani. Lo storico Guido Formigoni ha scritto: "Moro voleva consolidare il sistema democratico e accompagnare l'evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico".
Nel suo recente Un atomo di verità, il direttore dell'Espresso Marco Damilano dedica molte pagine all'ultimo discorso di Moro del 28 febbraio 1978, quando Moro invitò a guardare fuori dal Palazzo, nel cuore dell'emergenza italiana, "l'emergenza reale che è nella nostra società". Mentre oggi la politica gioca e sfrutta la rabbia degli esclusi, dei meno fortunati, Moro rifletteva sulla necessità dell'inclusione: "Immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno ala prova di una opposizione condotta fino in fondo". Cosa fa la politica oggi? Genera frustrazione negli elettori e non coltiva più la speranza. Non c'è più il futuro di una volta.
Umberto Gentiloni Silveri ha scritto un libro - Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) - raccogliendo molte delle lettere che vennero spedite dagli italiani dopo il rapimento. Si mobilitarono le scuole, semplici cittadini, famiglie, persone umilissime, anche emigrati. Una comunità smarrita. Attonita, incapace di reazione.
Mentre vanno in onda le edizioni speciali dei telegiornali, la famiglia Moro è sommersa dalle lettere.
Una corrispondenza spontanea e disordinata, che in alcuni casi scrive come destinatario Famiglia Moro in Via Fani, il luogo del rapimento. Pacchi di temi, scrive Gentiloni, arrivano dalle scuole di ogni ordine e grado. Iniziative nate dalla voglia di partecipare, di condividere la speranza di una soluzione positiva, di essere presenti in un passaggio cruciale della vita democratica.
In alcuni casi la scrittura è semplice, rivela una alfabetizzazione precaria, incerta, con errori e imprecisioni. Spesso i messaggi sono pervasi dall'orgoglio dell'appartenenza. Si vuole rimarcare il fatto di essere italiani.
Per dare un'idea del contesto, gli anni che vanno dal 1976 al 1979 rappresentano il picco della parabola terroristica. Si contano nel triennio 23 vittime per mano del terrorismo di destra, 91 per mano del terrorismo di sinistra e 85 in conseguenza di stragi di vario genere. In totale 199 morti in poco più di 36 mesi.
Alcune lettere dei bambini sono commoventi.
Cara Signora Moro,
sono una bambina di otto anni siciliana e sento parlare sempre di Aldo Moro. Sono brutti e cattivi quelli che lo lasciano in prigione.
Un'altra:
Gentile signora io sono una bimba di 6 anni e voglio dire 3 cose. 1. Deve avere tanto coraggio e tanta pazienza. 2. Non dovete piangere tanto perché si sciupano gli occhi. 3. Dovete dire a quelli della polizia perché la pistola ce l'hanno nella cintura? La devono portare sempre in mano per essere pronti quando si avvicina quella gente tanto cattiva.
Grazie all'ottimo libro di Andrea Galli - giornalista del Corriere della Sera - Dalla Chiesa (Mondadori, 2017) ho scoperto una cosa che non sapevo. Durante il sequestro Moro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato tenuto fuori da qualsiasi operazione. Come mai? Perché non si voleva trovare Moro? Il Comitato costituito presso il ministero degli Interni - guidato da Francesco Cossiga - si è scoperto poi essere formato quasi esclusivamente da membri della loggia P2 di Licio Gelli.
Solo il 30 agosto 1978 il presidente del Consiglio decretò che dalla Chiesa fosse "posto a disposizione per la durata di un anno, per l'espletamento ai fini della lotta contro il terrorismo delle funzioni di coordinamento e cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi".
E le cose cambiarono profondamente. Uno dei maggiori collaboratori del generale, Domenico Di Petrillo, ha detto: "Partimmo quasi da zero... Fu fondamentale il metodo del nostro generale. L'uso della testa, l'analisi, la conoscenza: inquadrammo il fenomeno e i soggetti da monitorare, decidemmo un piano di azione, stabilimmo delle priorità, e seguimmo quel piano in modo organico e perentorio. Un passo dopo l'altro". Purtroppo Aldo Moro era già morto. Ucciso da aguzzini, così descritti da Giuliano Vassalli il 24 marzo 1978 ("Pensando a Moro oggi", Il Giorno): Non riesco a vederli diversi dai nazisti. Leggo e rileggo il messaggio finora tramesso e vi riconosco la stessa follia ideological, lo stello linguaggio brutale ed unilaterale, le stesse rivendicazioni di distruzione e di morte".
P.S.: I terroristi rossi, graziati da un ergastolo vero, non solo non stanno zitti, ma provocano. Una brutta pagina. Ancora. Aver dato voce ai brigatisti senza adeguato contraddittorio non è stata una bella pagina di tv. Barbara Balzerani, ancora presa da deliri, ha addirittura dichiarato che "fare la vittima è diventato un mestiere". Non una parola di pentimento, di pietà per le loro vittime, non un commento sulla robaccia scritta nei loro comunicati infernali. Cari giornalisti tv, date la parola ai parenti delle vittime, che sono stati privati per sempre dei loro cari.
P.S.: Coloro che hanno scritto sui muri a Bologna "Marco Biagi non pedala più" sono dei casi clinici. Come ha scritto Michele Serra su Repubblica, "Uno che gode della morte violentea di un inerme e trova spiritoso sottolineare con sarcasmo che l'inerme andava a lavorare in bicicletta è indiscutibilmente un sadico. Non è un giudizio politico. Basta una valutazione medica".
Caro Aldo Moro, che la terra ti sia lieve.
lunedì 26 febbraio 2018
Votate chi volete ma non i grillini, incompetenti, presuntuosi, arroganti. Uno vale uno è una boiata pazzesca
Scoraggiati, disincantati, senza speranze. Sono molti gli italiani che non pensano di andare a votare. Dopo essere stati delusi dalla destra e dalla sinistra, tanti si sono gettati nelle mani del Movimento 5 Stelle, la demagogia ai massimi livelli.
Il leader del M5s è Gigi di Maio, il cui curriculum parla da solo. E' un miracolato dalla politica. Da stewart allo stadio San Paolo di Napoli alla vicepresidenza della Camera. Ogni sera credo che guardandosi allo specchio, rida come un pazzo, gridando "Ma come ho fatto ad avere tanto seguito con le banalità che dico!".
Uno vale uno: questo è il motto senza senso del Movimento 5 Stelle. Per dire, Ciampi, Baffi Federico Caffè, Raffaele Mattioli, Enrico Mattei, valgono la Taverna, Di Battista, o Giggino di Maio. La demagogia al potere. Come diceva Eugene Ionesco ai giovani manifestanti nel 1968: "Tornate a casa, tra qualche anno sarete tutti notai".
Ultimamente il M5s si è superato. Ha bocciato la richiesta di intitolare una piazza a Livorno a Carlo Azeglio Ciampi, un grande italiano, perchè "banchiere". Una carriera inadeguata. Non tutti sanno che Ciampi non si laureò in economia, ma il lettere, con una tesi su Favorino d'Arelate, filosofo e oratore Greco antico. Successivamente Ciampi prese la seconda laurea in giurisprudenza scrivendo una tesi sul diritto delle minoranze religiose.
Riprendo Mattia Feltri che sulla Stampa ha riassunto bene la vicenda Ciampi:
Che cosa è la democrazia? La democrazia è quel sistema che, per esempio, attribuisce a sedici stimabilissimi signori, il cui contributo alla causa dell’umanità è momentaneamente ignoto, ed eletti sulla fiducia, o sulla sfiducia per gli altri, al consiglio comunale di Livorno per i Cinque Stelle, di decretare il concittadino Carlo Azeglio Ciampi indegno dell’intitolazione di una rotonda sul lungomare.
Non lo si dice per instillare dubbi sulla democrazia. Lo si dice, anzi, per esaltarne le virtù. Che altro, se non la democrazia, avrebbe consentito a questi sedici volenterosi escursionisti delle istituzioni di ergersi a giudici di Carlo Azeglio Ciampi? Si doveva dunque decidere se intitolare la rotonda livornese al candidato e, analizzato il curriculum (diploma alla Normale di Pisa, allievo di Guido Calogero, renitente alla Repubblica di Salò, partigiano, fondatore del partito d’Azione a Livorno, segretario generale di Bankitalia poi vicedirettore generale poi direttore generale poi governatore, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica) il Movimento lo ha ritenuto insoddisfacente. Che ci volete fare? Un po’ lacunoso, poco cristallino.
«Ha lavorato per le banche». «Ha contribuito all’ingresso nell’euro». Un po’ troppe macchie, insomma. Ha persino «reintrodotto la parata militare», e lì nemmeno Perry Mason avrebbe salvato la reputazione dell’aspirante. E se trovate tutto ciò molto ridicolo, trattenetevi. E’ solo la democrazia che conferisce alcune facoltà. Non quelle mentali, però.
Ciampi, secondo i grillini, rappresenta la "finanza brutta e cattiva". Senza un efficiente sistema finanziario, non c'è sviluppo economico, come la storia italiana degli ultimi 30 anni dimostra. A furia di considerare la finanza un nemico, siamo qui a misurare ogni anno il differenziale di crescita rispetto a tutti i Paesi europei e mondiali.
Tempo fa Filippo Ceccarelli su Repubblica ha ripreso il parallelo di Di Maio, che con uno slancio interiore si è paragonato a Sandro Pertini. Gustatevi le analogie:
"Il mio modello è Sandro Pertini" ha dichiarato Luigi Di Maio a Vanity Fair.
Aggiungendo: "È stato presidente qui alla Camera e io ho l'onore di sedere sullo stesso scranno". Il proposito di imitare il Presidente più amato dagli italiani è lodevole, e in effetti non si può negare che lui oggi ogni tanto si sieda nello stesso posto dove quarant'anni fa sedeva Pertini. Solo che quello era presidente della Camera e lui solo il vicepresidente di turno: ma non mettiamoci a spaccare il capello in quattro.
Ora, non sappiamo cosa farà in futuro il deputato Di Maio, candidato in pectore a Palazzo Chigi. Però sappiamo quello che ha fatto finora. Proviamo a confrontare la sua biografia con quella del suo modello politico, perché magari qualche dettaglio rivelatore ci è sfuggito, e siamo davvero di fronte al nuovo Pertini. Vediamo.
A 20 anni Pertini combatteva come sottotenente, e guidando un assalto nella battaglia della Bainsizza ottenne una medaglia d'argento al valor militare.
A 20 anni Di Maio faceva lo steward allo stadio San Paolo, e a volte accompagnò al suo posto persino il presidente del Napoli, De Laurentiis.
A 24 anni Pertini, ispirandosi alle posizioni di Filippo Turati, aderiva al Partito Socialista e veniva eletto consigliere comunale a Stella.
A 24 anni Di Maio, ispirandosi ai Vaffa-Day di Beppe Grillo, aderiva al Movimento 5 Stelle e si candidava al Consiglio comunale di Pomigliano d'Arco, ma non veniva eletto, ottenendo solo 59 preferenze.
A 26 anni Pertini prendeva la sua prima laurea, in Giurisprudenza. La seconda, in Scienze sociali, l'avrebbe presa due anni dopo.
A 26 anni Di Maio era iscritto alla sua prima facoltà, Ingegneria. La seconda sarebbe stata Giurisprudenza. La laurea non l'avrebbe presa in nessuna delle due.
A 27 anni (dopo la marcia su Roma) Pertini cominciava la sua militanza antifascista, che gli sarebbe costata l'arresto, sei anni di prigione e otto anni di confino.
A 27 anni Di Maio, dopo aver raccolto 189 preferenze alle "parlamentarie" del M5S, cominciava la sua carriera alla Camera che gli sarebbe valsa cinque anni di indennità parlamentare.
A 30 anni Pertini, dopo un comizio, veniva assalito dagli squadristi, che gli ruppero il braccio destro.
A 30 anni Di Maio, dopo un comizio, trovava la fiancata sinistra della macchina rigata con un chiodo.
A 31 anni Pertini era in esilio in Francia, adattandosi a fare anche il muratore pur di continuare la sua battaglia contro Mussolini, e intanto stampava volantini e giornali contro il fascismo.
A 31 anni Di Maio era in missione permanente in tv, adattandosi a fare anche l'ospite fisso nei talk show pur di combattere la dittatura del Pd, e intanto accusava esplicitamente Renzi di aver occupato lo Stato "come Pinochet in Venezuela ".
Fermiamoci qui, perché soltanto questi anni possiamo confrontare. Provate voi a farlo da soli. Ricordate "Trova le differenze" sulla Settimana Enigmistica? Ecco, qui bisogna fare al contrario: "Trova le analogie". In bocca al lupo.
Cari amici e amiche,
chi si candida a ruoli importanti senza avere la benchè minima competenza è disonesto dentro. Altro che portare avanti il messaggio di "Onestà". L'imbarazzante mediocrità della giunta romana guidata da Virginia Raggi è davanti ai nostril occhi.
Il reddito di cittadinanza è l'ennesima illusione per i nullafacenti (leggasi intervento di Francesco Giubileo su lavoce.info). E' un incentivo a non darsi da fare. Saranno in molti a sognare di vivere alle spalle degli altri. Chi paga per tutti questi sussidi non condizionati? Pantalone, ossia il contribuente.
Buon voto.
Il leader del M5s è Gigi di Maio, il cui curriculum parla da solo. E' un miracolato dalla politica. Da stewart allo stadio San Paolo di Napoli alla vicepresidenza della Camera. Ogni sera credo che guardandosi allo specchio, rida come un pazzo, gridando "Ma come ho fatto ad avere tanto seguito con le banalità che dico!".
Uno vale uno: questo è il motto senza senso del Movimento 5 Stelle. Per dire, Ciampi, Baffi Federico Caffè, Raffaele Mattioli, Enrico Mattei, valgono la Taverna, Di Battista, o Giggino di Maio. La demagogia al potere. Come diceva Eugene Ionesco ai giovani manifestanti nel 1968: "Tornate a casa, tra qualche anno sarete tutti notai".
Ultimamente il M5s si è superato. Ha bocciato la richiesta di intitolare una piazza a Livorno a Carlo Azeglio Ciampi, un grande italiano, perchè "banchiere". Una carriera inadeguata. Non tutti sanno che Ciampi non si laureò in economia, ma il lettere, con una tesi su Favorino d'Arelate, filosofo e oratore Greco antico. Successivamente Ciampi prese la seconda laurea in giurisprudenza scrivendo una tesi sul diritto delle minoranze religiose.
Riprendo Mattia Feltri che sulla Stampa ha riassunto bene la vicenda Ciampi:
Che cosa è la democrazia? La democrazia è quel sistema che, per esempio, attribuisce a sedici stimabilissimi signori, il cui contributo alla causa dell’umanità è momentaneamente ignoto, ed eletti sulla fiducia, o sulla sfiducia per gli altri, al consiglio comunale di Livorno per i Cinque Stelle, di decretare il concittadino Carlo Azeglio Ciampi indegno dell’intitolazione di una rotonda sul lungomare.
Non lo si dice per instillare dubbi sulla democrazia. Lo si dice, anzi, per esaltarne le virtù. Che altro, se non la democrazia, avrebbe consentito a questi sedici volenterosi escursionisti delle istituzioni di ergersi a giudici di Carlo Azeglio Ciampi? Si doveva dunque decidere se intitolare la rotonda livornese al candidato e, analizzato il curriculum (diploma alla Normale di Pisa, allievo di Guido Calogero, renitente alla Repubblica di Salò, partigiano, fondatore del partito d’Azione a Livorno, segretario generale di Bankitalia poi vicedirettore generale poi direttore generale poi governatore, ministro del Tesoro, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica) il Movimento lo ha ritenuto insoddisfacente. Che ci volete fare? Un po’ lacunoso, poco cristallino.
«Ha lavorato per le banche». «Ha contribuito all’ingresso nell’euro». Un po’ troppe macchie, insomma. Ha persino «reintrodotto la parata militare», e lì nemmeno Perry Mason avrebbe salvato la reputazione dell’aspirante. E se trovate tutto ciò molto ridicolo, trattenetevi. E’ solo la democrazia che conferisce alcune facoltà. Non quelle mentali, però.
Ciampi, secondo i grillini, rappresenta la "finanza brutta e cattiva". Senza un efficiente sistema finanziario, non c'è sviluppo economico, come la storia italiana degli ultimi 30 anni dimostra. A furia di considerare la finanza un nemico, siamo qui a misurare ogni anno il differenziale di crescita rispetto a tutti i Paesi europei e mondiali.
Tempo fa Filippo Ceccarelli su Repubblica ha ripreso il parallelo di Di Maio, che con uno slancio interiore si è paragonato a Sandro Pertini. Gustatevi le analogie:
"Il mio modello è Sandro Pertini" ha dichiarato Luigi Di Maio a Vanity Fair.
Aggiungendo: "È stato presidente qui alla Camera e io ho l'onore di sedere sullo stesso scranno". Il proposito di imitare il Presidente più amato dagli italiani è lodevole, e in effetti non si può negare che lui oggi ogni tanto si sieda nello stesso posto dove quarant'anni fa sedeva Pertini. Solo che quello era presidente della Camera e lui solo il vicepresidente di turno: ma non mettiamoci a spaccare il capello in quattro.
Ora, non sappiamo cosa farà in futuro il deputato Di Maio, candidato in pectore a Palazzo Chigi. Però sappiamo quello che ha fatto finora. Proviamo a confrontare la sua biografia con quella del suo modello politico, perché magari qualche dettaglio rivelatore ci è sfuggito, e siamo davvero di fronte al nuovo Pertini. Vediamo.
A 20 anni Pertini combatteva come sottotenente, e guidando un assalto nella battaglia della Bainsizza ottenne una medaglia d'argento al valor militare.
A 20 anni Di Maio faceva lo steward allo stadio San Paolo, e a volte accompagnò al suo posto persino il presidente del Napoli, De Laurentiis.
A 24 anni Pertini, ispirandosi alle posizioni di Filippo Turati, aderiva al Partito Socialista e veniva eletto consigliere comunale a Stella.
A 24 anni Di Maio, ispirandosi ai Vaffa-Day di Beppe Grillo, aderiva al Movimento 5 Stelle e si candidava al Consiglio comunale di Pomigliano d'Arco, ma non veniva eletto, ottenendo solo 59 preferenze.
A 26 anni Pertini prendeva la sua prima laurea, in Giurisprudenza. La seconda, in Scienze sociali, l'avrebbe presa due anni dopo.
A 26 anni Di Maio era iscritto alla sua prima facoltà, Ingegneria. La seconda sarebbe stata Giurisprudenza. La laurea non l'avrebbe presa in nessuna delle due.
A 27 anni (dopo la marcia su Roma) Pertini cominciava la sua militanza antifascista, che gli sarebbe costata l'arresto, sei anni di prigione e otto anni di confino.
A 27 anni Di Maio, dopo aver raccolto 189 preferenze alle "parlamentarie" del M5S, cominciava la sua carriera alla Camera che gli sarebbe valsa cinque anni di indennità parlamentare.
A 30 anni Pertini, dopo un comizio, veniva assalito dagli squadristi, che gli ruppero il braccio destro.
A 30 anni Di Maio, dopo un comizio, trovava la fiancata sinistra della macchina rigata con un chiodo.
A 31 anni Pertini era in esilio in Francia, adattandosi a fare anche il muratore pur di continuare la sua battaglia contro Mussolini, e intanto stampava volantini e giornali contro il fascismo.
A 31 anni Di Maio era in missione permanente in tv, adattandosi a fare anche l'ospite fisso nei talk show pur di combattere la dittatura del Pd, e intanto accusava esplicitamente Renzi di aver occupato lo Stato "come Pinochet in Venezuela ".
Fermiamoci qui, perché soltanto questi anni possiamo confrontare. Provate voi a farlo da soli. Ricordate "Trova le differenze" sulla Settimana Enigmistica? Ecco, qui bisogna fare al contrario: "Trova le analogie". In bocca al lupo.
Cari amici e amiche,
chi si candida a ruoli importanti senza avere la benchè minima competenza è disonesto dentro. Altro che portare avanti il messaggio di "Onestà". L'imbarazzante mediocrità della giunta romana guidata da Virginia Raggi è davanti ai nostril occhi.
Il reddito di cittadinanza è l'ennesima illusione per i nullafacenti (leggasi intervento di Francesco Giubileo su lavoce.info). E' un incentivo a non darsi da fare. Saranno in molti a sognare di vivere alle spalle degli altri. Chi paga per tutti questi sussidi non condizionati? Pantalone, ossia il contribuente.
Buon voto.
lunedì 12 febbraio 2018
Le occasioni perdute dall'Italia: la cessione della Divisione Elettronica dell'Olivetti alla General Electric nel 1965
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| Roberto Olivetti |
Sono tre gli eventi decisivi di quegli anni:
1) L'omicidio da parte della mafia di Enrico Mattei, fondatore dell'ENI (27 ottobre 1962).
2) L'attacco giudiziario al presidente del Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare (Cnen), Felice Ippolito;
3) La morte di Adriano Olivetti nel febbraio 1960. L'imprenditore di Ivrea, vero visionario, aveva appena acquisito l'americana Underwood, che si dimostrerà un bagno di sangue. La contabilità direzionale in Olivetti era certamente un punto debole. Si racconta che si tenessero i conti per cassa e non per competenza, impedendo di capire per tempo se la società facesse margini o perdesse soldi.
La famiglia, costretta a numerosi aumenti di capitale, nel 1962 (dopo la irreparabile morte di Mario Tchou, testa pensante nell'elettronica) veniva invitata da Roberto Olivetti a sostenere un progetto dettagliato, il cui obiettivo strategico era la definizione di un nuovo assetto della governance d'impresa. Nel bel volume di Nerio Nesi - Le passioni degli Olivetti (Nino Aragno editore, 2017) si entra nel vivo delle vicende.
Roberto avviò con Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, concrete trattative per trovare un compratore per il 50% delle azioni, che la famiglia aveva messo in pegno. Ma la famiglia si oppose e le trattative caddero, per timore che Mattioli venisse nominato fiduciario. Mal gliene incolse. Gianluigi Gabetti ricorda: "Dovetti prendere atto di una situazione compromessa in buona misura dalla concorrenza tra gli azionisti (cioè la Famiglia) per il controllo dell'azienda".
La conseguenza dei dissidi familiari fu l'accettazione di un "gruppo di intervento", guidato da Bruno Visentini, che malauguratamente decise di non puntare sul settore dell'elettronica, su cui Roberto Olivetti puntava pancia a terra.
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| Roberto Olivetti e Mario Tchou |
La risposta di Vittorio Valletta - capo indiscusso della Fiat - nella relazione
al bilancio Fiat del 30 aprile 1964 non ammette repliche: «La società di Ivrea
è strutturalmente solida e potrà superaare, senza grosse difficoltà, il momento
critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi
inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che
nessuna azienda italiana potrà affrontare».
Michele Mezza - nel pregevole volume "Avevamo la luna" (Donzelli, 2015) commenta: «Una lapide più che un’opinione per il futuro della Olivetti.
Valletta anche semanticamente sceglie i vocaboli in modo da dare tutti i
messaggi necessari: nell’elettronica l’Olivetti si è “inserita”, intromessa,
indebitamente mescolata con i più grandi. Questo è il peccato originale che
bisogna sanare».
Giorgio Fuà (fondatore dell'Ufficio Studi dell'Olivetti, e successivamente collaboratore di Mattei all'ENI) scrisse: "Roberto fu messo in disparte da Visentini in malo modo. Egli puntava sull'informatica in cui vedeva la via del futuro. Visentini non lo capì e stroncò tutto. Tagliò il ramo verde". Elserino Piol nel 1968 disse a Visentini: "Oggi la fine delle macchine a logica meccanica è fin troppo evidente: la meccanica sarà confinata a funzioni periferiche".
Mentre Nerio Nesi critica lo Stato, incapace di sostituirsi, quando necessario, al ruolo delle grandi (sic!) famiglie proprietarie, lo storico Beppe Berta, nel volume "Che fine ha fatto il capitalismo italiano?" è molto più realista: le storie di Olivetti, Mattei e Ippolito "erano storie imprenditoriali di eccezione, nel significato preciso della parola. Erano eccezionali rispetto alla imprenditorialità diffusa. Le loro esperienze non potevano dar luogo a modelli replicabili. Quelle imprese era state anomale, a dir poco, anche come rappresentanti di un capitalismo a cui non avevano mai appartenuto fino in fondo".
Il capitalismo dinastico ha fallito, le grandi imprese sono scomparse, rimangono solo le grandi imprese pubbliche. C'è poco da fare. Il capitalismo pubblico ha fatto meglio del privato, per quanto riguarda le grandi imprese. Non ci rimane che il quarto capitalismo, così ben raccontato da Giorgio Fuà, e successivamente da Giacomo Beccattini. E ora da Fulvio Coltorti, già direttore dal 1973 al 2012 dell'Area Studi di Mediobanca (ASM).
venerdì 2 febbraio 2018
Cronaca di una giornata all'insegna di Paolo Baffi, a cui il Comune di Fiumicino ha dedicato una piazza
Martedì scorso a Maccarese, nel comune di Fiumicino, si è svolta la cerimonia di intitolazione di Piazza Paolo Baffi. Tra via della Muratella Nuova e via di Maccarese lo slargo è ora dedicato alla memoria dell’ex Governatore della Banca d’Italia.
Con Umberto Ambrosoli sono stato invitato dalla preside Antonella Maucioni, vera cultrice della memoria, dell'I.I.S. Leonardo da Vinci, dove nell’Aula Magna abbiamo spiegato agli studenti perchè Paolo Baffi è ancora vivo tra noi.
I suoi pensieri, le riflessioni, il metodo rimane. Eccome. Anche se Baffi è morto nell'agosto 1989. Ma i grandi non muoiono mai.
Ambrosoli, alla presenza della moglie di Baffi Maria Alessandra, dei figli Giuseppina ed Enrico, di Antonella Maucioni e del sindaco Esterino Montino, ha preso la parola partendo dalla storia di due soggetti: suo padre, Giorgio Ambrosoli, e Michele Sindona.
Tutti e due avevano delle capacità, uno le spese per il bene della collettività, l'altro per portare avanti disegni criminosi. Non basta studiare e applicarsi. Bisogna indirizzare i propri sforzi nella direzione giusta.
Paolo Baffi, vittima nel 1979 di un vergognoso attacco politico, affaristico e giudiziario quando era alla guida della Banca d’Italia, non è mai stato dimenticato per il suo alto impegno civile e morale.
Dopo aver lasciato la Banca d'Italia, si è speso con la moglie Alessandra, vera "locomotiva", a favore del territorio. Baffi è stato tra i promotori della realizzazione dell'attuale Istituto scolastico Leonardo da Vinci di Maccarese, nonchè dell'istituto alberghiero a lui intitolato.
Fregene deve molto a Baffi perché il Governatore si è molto impegnato per migliorare la qualità delle strutture comunali giacché negli anni Settanta-Ottanta la cittadina era profondamente degradata e priva dei servizi primari. Grazie a Baffi a Fregene si aprirono le scuole e fu decisivo il suo intervento nel convincere l’Iri a cedere l’Oasi naturalistica di Maccarese – oggi una delle maggiori attrattive locali – in comodato al WWF: a lui è dedicata una targa all’ingresso.
La preside Maucioni mi ha chiesto di cercare tra i suoi scritti un passaggio di Baffi così da realizzare un segnalibro. Allora le ho fornito un passo di una lettera del 1969 al giornalista, poi senatore, Cesare Zappulli:
“Contro le forze ostili della demagogia e dell’ignoranza, va difeso il contenuto di libertà di una società civile”. Quanta attualità nel pensiero di Baffi! Quando ascoltiamo le promesse elettorali del politico di turno, siamo pronti a citarlo.
Se a Livorno il Movimento 5 Stelle ritiene Carlo Azeglio Ciampi indegno di una Piazza, meno male che in altri territori i banchieri centrali sono più apprezzati. Quando i cittadini passeranno lungo quella strada, alzando gli occhi verso Piazza Baffi, speriamo trovino qualcuno che spieghi - in questo Paese senza memoria - chi fosse Baffi, nato a Broni il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. La terra gli sia lieve.
Con Umberto Ambrosoli sono stato invitato dalla preside Antonella Maucioni, vera cultrice della memoria, dell'I.I.S. Leonardo da Vinci, dove nell’Aula Magna abbiamo spiegato agli studenti perchè Paolo Baffi è ancora vivo tra noi.
I suoi pensieri, le riflessioni, il metodo rimane. Eccome. Anche se Baffi è morto nell'agosto 1989. Ma i grandi non muoiono mai.
Ambrosoli, alla presenza della moglie di Baffi Maria Alessandra, dei figli Giuseppina ed Enrico, di Antonella Maucioni e del sindaco Esterino Montino, ha preso la parola partendo dalla storia di due soggetti: suo padre, Giorgio Ambrosoli, e Michele Sindona.
Tutti e due avevano delle capacità, uno le spese per il bene della collettività, l'altro per portare avanti disegni criminosi. Non basta studiare e applicarsi. Bisogna indirizzare i propri sforzi nella direzione giusta.
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| U. Ambrosoli e B. Piccone |
Dopo aver lasciato la Banca d'Italia, si è speso con la moglie Alessandra, vera "locomotiva", a favore del territorio. Baffi è stato tra i promotori della realizzazione dell'attuale Istituto scolastico Leonardo da Vinci di Maccarese, nonchè dell'istituto alberghiero a lui intitolato.
Fregene deve molto a Baffi perché il Governatore si è molto impegnato per migliorare la qualità delle strutture comunali giacché negli anni Settanta-Ottanta la cittadina era profondamente degradata e priva dei servizi primari. Grazie a Baffi a Fregene si aprirono le scuole e fu decisivo il suo intervento nel convincere l’Iri a cedere l’Oasi naturalistica di Maccarese – oggi una delle maggiori attrattive locali – in comodato al WWF: a lui è dedicata una targa all’ingresso.
La preside Maucioni mi ha chiesto di cercare tra i suoi scritti un passaggio di Baffi così da realizzare un segnalibro. Allora le ho fornito un passo di una lettera del 1969 al giornalista, poi senatore, Cesare Zappulli:
“Contro le forze ostili della demagogia e dell’ignoranza, va difeso il contenuto di libertà di una società civile”. Quanta attualità nel pensiero di Baffi! Quando ascoltiamo le promesse elettorali del politico di turno, siamo pronti a citarlo.
Se a Livorno il Movimento 5 Stelle ritiene Carlo Azeglio Ciampi indegno di una Piazza, meno male che in altri territori i banchieri centrali sono più apprezzati. Quando i cittadini passeranno lungo quella strada, alzando gli occhi verso Piazza Baffi, speriamo trovino qualcuno che spieghi - in questo Paese senza memoria - chi fosse Baffi, nato a Broni il 5 agosto 1911 e morto a Roma il 4 agosto 1989. La terra gli sia lieve.
mercoledì 24 gennaio 2018
"L'ora più buia", un film da vedere per capire l'Inghilterra, gli inglesi e quello statista di Winston Churchill
Dopo il bellissimo "Dunkerque", uscito qualche tempo fa, al cinema è in programma "L'ora più buia", il racconto dei giorni decisivi del maggio 1940, quando l'Inghilterra non si arrese ad Adolf Hitler e creò le basi per la vittoria dell'Occidente sul nefasto impero nazista.
Nei primi giorni di maggio, oltre trecentomila soldati inglesi sono bloccati in Belgio, a Dunkerque, circondati dai carri armati tedeschi. I belgi e poi i francesi si sono arresi. Manca solo che lo facciano gli inglesi.
Il governo inglese - dal maggio 1937 - è guidato da Neville Chamberlain, membro del partito conservatore e molto vicino al re, Giorgio VI, il re balbuziente, molto amato dagli inglesi.
In politica estera Chamberlain tentò di neutralizzare l'aggressività di Hitler e Mussolini praticando la politica dell'appeasement (pacificazione a prezzo di concessioni) nonostante l'opposizione del suo ministro degli Esteri Anthony Eden, che si dimise il 21 febbraio 1938 e fu sostituito da Edward Wood, I conte di Halifax.
Winston Churchill, non risparmiò le critiche verso l'ottimismo di Chamberlain, commentando gli accordi di Monaco con la celebre frase: "... potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore ed avranno la guerra" . Dopo l'annessione dei territori slavi della Cecoslovacchia, in spregio ai patti sottoscritti, divenne chiaro che la Germania nazista si stava prendendo gioco delle diplomazie europee. Ciò nonostante Chamberlain tentò comunque di trovare una linea di dialogo con la Germania, al fine di scongiurare una guerra.
Chamberlain rassegnò le dimissioni il 10 maggio 1940, dopo l'invasione tedesca della Norvegia.
Suo successore divenne Winston Churchill, ma Chamberlain conservò un posto di primo piano sia nel Gabinetto di Guerra, sia nel Partito Conservatore.
Churchill, spendidamente interpretato da Gary Oldman, una volta sulla plancia si trova a dover gestire la possibile disfatta di Dunkerque. Forte della sua esperienza di ammiraglio, Churchill dà l'ordine al comandante della marina inglese di chiedere a tutti i proprietari di barche civili inglesi di andare a recuperare i soldati sulle coste del Belgio.
L'operazione è decisiva. Funziona. Più di trecentomila soldati vengono riportati a casa.
In quei giorni convulsi, Churchill è pressato da Chamberlain, che spinge per un accordo con Hitler. Churchill è contrario: "Come fai ad accordarti con una tigre quando hai la testa nella sua bocca?". Anche il re in un primo momento spinge per avviare le trattative con i tedeschi, tramite l'ambasciatore italiano a Londra.
Churchill entra nella testa degli inglesi, che sono battaglieri, non si arrendono mai. Non vogliono l'appeasement con Hitler. Nel film si vede Churchill - che non è mai stato in metrò prima d'ora, le sue origini nobili glielo impedivano - entrare nel Tube londinese e confrontarsi con i passeggeri, che lo convincono a non mollare (in una sola fermata è difficile!).
Churchill va in Parlamento e promette "lacrime e sangue", battaglie di terra e di mare. E ottiene la fiducia. Pochi mesi dopo, nel settembre 1940, i piloti della Royal Air Force (RAF) si difenderanno alla grande nei cieli di Londra nella famosa Battaglia d'Inghilterra. Più di mille aerei della Luftwaffe lanciarono attacchi devastanti. «Sembrava un’immensa e nera nube di tempesta» narrarono i testimoni. Incursioni notturne, milioni di bombe incendiarie. Londra, in quel momento la più grande città del mondo, era il centro dell’Impero. Hitler la sognava a pezzi. Churchill disse: «La gratitudine di ogni casa della nostra isola, del nostro Impero, e in verità di tutto il mondo, va agli aviatori britannici, che sfidando tutte le probabilità, affrontando instancabilmente una sfida incessante e un estremo pericolo, stanno invertendo le sorti della guerra con la loro prodezza e la loro tenacia. Mai tanti hanno dovuto tanto a così pochi».
Il film "L'ora più buia" merita, va visto. Una cosa che mi è piaciuta in particolare è l'amore per i libri di Churchill. Spesso va alla ricerca della citazione giusta per il prossimo discorso da dettare alla dattilografa (la bella attrice Lily James). Una volta impreca e se la prende con la moglie perchè non trova un volume di Cicerone.
A me è tornata in mente "La meglio gioventù", l'epico film di Marco Tullio Giordana, dove chi fa carriera - in Banca d'Italia, guarda caso - ha una casa piena di libri. La cultura come base del vivere e della civile convivenza. La biblioteca come strumento per abbeverarsi nei momenti importanti, la compagna di vita. "Con la cultura non si mangia", diceva il ministro Tremonti. Sir Winston Churchill la pensava all'opposto, e, grazie a una serie di volumi sulla Seconda Guerra Mondiale, nel 1953 vinse il premio Nobel per la letteratura.
Qualche anno fa il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi rese un tributo a Winston Churchill. Il 25 marzo 2014 tenne una lezione a Parigi a Sciences Po dal titolo "A consistent strategy for a sustained recovery" riproponendo una sua considerazione: "Winston Churchill said that "to achieve great things, two things are needed: a plan, and not quite enough time". Draghi ribadì con ottimismo (con gli occhi di oggi, ne aveva ben donde): "I hope that I have made clear today that we do have a plan. And since we certainly have no time to spare, I trust that, if we remain resolute, great things for the euro area and its citizens can become possible".
Bisogna agire. Alla fine, in mancanza di scelte politiche, la decisione forte l'ha presa il Governing Council della BCE comprando miliardate di titoli obbligazionari, governativi e corporate, sbaragliando al ribasso la curva dei tassi di interesse. Non c'è tempo da perdere, come pensava Churchill.
Tornando a Churchill. Singolare che per raggiungere grandi traguardi dobbiamo avere non troppo tempo a disposizione. Perchè altrimenti lo perdiamo, lo sprechiamo, tendiamo a rimandare. Ci vuole il coraggio di agire subito, senza tentennamenti, perchè il tempo perduto non torna più.
Nei primi giorni di maggio, oltre trecentomila soldati inglesi sono bloccati in Belgio, a Dunkerque, circondati dai carri armati tedeschi. I belgi e poi i francesi si sono arresi. Manca solo che lo facciano gli inglesi.
Il governo inglese - dal maggio 1937 - è guidato da Neville Chamberlain, membro del partito conservatore e molto vicino al re, Giorgio VI, il re balbuziente, molto amato dagli inglesi.
In politica estera Chamberlain tentò di neutralizzare l'aggressività di Hitler e Mussolini praticando la politica dell'appeasement (pacificazione a prezzo di concessioni) nonostante l'opposizione del suo ministro degli Esteri Anthony Eden, che si dimise il 21 febbraio 1938 e fu sostituito da Edward Wood, I conte di Halifax.
Winston Churchill, non risparmiò le critiche verso l'ottimismo di Chamberlain, commentando gli accordi di Monaco con la celebre frase: "... potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore ed avranno la guerra" . Dopo l'annessione dei territori slavi della Cecoslovacchia, in spregio ai patti sottoscritti, divenne chiaro che la Germania nazista si stava prendendo gioco delle diplomazie europee. Ciò nonostante Chamberlain tentò comunque di trovare una linea di dialogo con la Germania, al fine di scongiurare una guerra.
Chamberlain rassegnò le dimissioni il 10 maggio 1940, dopo l'invasione tedesca della Norvegia.
Suo successore divenne Winston Churchill, ma Chamberlain conservò un posto di primo piano sia nel Gabinetto di Guerra, sia nel Partito Conservatore.
Churchill, spendidamente interpretato da Gary Oldman, una volta sulla plancia si trova a dover gestire la possibile disfatta di Dunkerque. Forte della sua esperienza di ammiraglio, Churchill dà l'ordine al comandante della marina inglese di chiedere a tutti i proprietari di barche civili inglesi di andare a recuperare i soldati sulle coste del Belgio.
L'operazione è decisiva. Funziona. Più di trecentomila soldati vengono riportati a casa.
In quei giorni convulsi, Churchill è pressato da Chamberlain, che spinge per un accordo con Hitler. Churchill è contrario: "Come fai ad accordarti con una tigre quando hai la testa nella sua bocca?". Anche il re in un primo momento spinge per avviare le trattative con i tedeschi, tramite l'ambasciatore italiano a Londra.
Churchill entra nella testa degli inglesi, che sono battaglieri, non si arrendono mai. Non vogliono l'appeasement con Hitler. Nel film si vede Churchill - che non è mai stato in metrò prima d'ora, le sue origini nobili glielo impedivano - entrare nel Tube londinese e confrontarsi con i passeggeri, che lo convincono a non mollare (in una sola fermata è difficile!).
Churchill va in Parlamento e promette "lacrime e sangue", battaglie di terra e di mare. E ottiene la fiducia. Pochi mesi dopo, nel settembre 1940, i piloti della Royal Air Force (RAF) si difenderanno alla grande nei cieli di Londra nella famosa Battaglia d'Inghilterra. Più di mille aerei della Luftwaffe lanciarono attacchi devastanti. «Sembrava un’immensa e nera nube di tempesta» narrarono i testimoni. Incursioni notturne, milioni di bombe incendiarie. Londra, in quel momento la più grande città del mondo, era il centro dell’Impero. Hitler la sognava a pezzi. Churchill disse: «La gratitudine di ogni casa della nostra isola, del nostro Impero, e in verità di tutto il mondo, va agli aviatori britannici, che sfidando tutte le probabilità, affrontando instancabilmente una sfida incessante e un estremo pericolo, stanno invertendo le sorti della guerra con la loro prodezza e la loro tenacia. Mai tanti hanno dovuto tanto a così pochi».
Il film "L'ora più buia" merita, va visto. Una cosa che mi è piaciuta in particolare è l'amore per i libri di Churchill. Spesso va alla ricerca della citazione giusta per il prossimo discorso da dettare alla dattilografa (la bella attrice Lily James). Una volta impreca e se la prende con la moglie perchè non trova un volume di Cicerone.
Qualche anno fa il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi rese un tributo a Winston Churchill. Il 25 marzo 2014 tenne una lezione a Parigi a Sciences Po dal titolo "A consistent strategy for a sustained recovery" riproponendo una sua considerazione: "Winston Churchill said that "to achieve great things, two things are needed: a plan, and not quite enough time". Draghi ribadì con ottimismo (con gli occhi di oggi, ne aveva ben donde): "I hope that I have made clear today that we do have a plan. And since we certainly have no time to spare, I trust that, if we remain resolute, great things for the euro area and its citizens can become possible".
Bisogna agire. Alla fine, in mancanza di scelte politiche, la decisione forte l'ha presa il Governing Council della BCE comprando miliardate di titoli obbligazionari, governativi e corporate, sbaragliando al ribasso la curva dei tassi di interesse. Non c'è tempo da perdere, come pensava Churchill.
Tornando a Churchill. Singolare che per raggiungere grandi traguardi dobbiamo avere non troppo tempo a disposizione. Perchè altrimenti lo perdiamo, lo sprechiamo, tendiamo a rimandare. Ci vuole il coraggio di agire subito, senza tentennamenti, perchè il tempo perduto non torna più.
giovedì 11 gennaio 2018
"Democracy dies in darkness", la democrazia muore nelle tenebre, il bellissimo payoff del Washington Post
Se
andate sul sito del Washington Post, vedete che sotto la testata vi è un
payoff, un motto di colore bianco su fondo nero: "democracy dies in darkness", la
democrazia muore nelle tenebre.
Lo
ha voluto Jeff Bezos, fondatore di Amazon, l'uomo più ricco del mondo (ha superato con 105 miliardi di dollari Bill Gates, "fermo" a quota 93, oltre ai 65 miliardi donate alla Fondazione Bill e Melinda Gates) dopo aver acquistato nell'agosto 2013 il più grande quotidiano
americano (dopo il New York Times), e dopo averne parlato con la direzione.
Secondo
Joby Warrick, cronista del Washington Post e vincitore di 2 premi Pulitzer, "è il
giornalismo che fa luce nelle tenebre, anche se c'è chi fa di tutto per
denigrarlo".
A me
è tornato in mente Louis Brandeis, membro della Corte Suprema americana per molti anni (nominato nel 1916) che sosteneva come "la luce del sole e' il miglior disinfettante, la luce elettrica il miglior poliziotto".
P.S.: di Brandeis vi consiglio "Other people's money", attualissimo.
P.S.: di Brandeis vi consiglio "Other people's money", attualissimo.
martedì 19 dicembre 2017
Buon Natale a tutti i miei lettori con le parole sagge di Adriano Olivetti
Adriano Olivetti è stato un imprenditore straordinario. Alle sue capacità manageriali che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio, unì un'instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potessero armonizzare lo sviluppo industriale con la affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica.
Prese le redini della società dal padre Camillo, trasformò l'impresa in un colosso con filiali in tutto il mondo. Come ha scritto Marco Vitale, Adriano Olivetti può essere considerato (come venne scritto in un rapporto della Prefettura di Aosta durante il fascismo) un sovversivo: "E come può non essere sovversivo un imprenditore che entra nella fabbrica paterna a 23 anni (nel 1924) quando questa produce 4.000 macchine da scrivere all’anno con 400 dipendenti – dunque 10 macchine all’anno per addetto – e che quando muore prematuramente, lascia un gruppo che nel 1958 festeggia il cinquantesimo anniversario con circa 25.000 dipendenti, con cinque stabilimenti in Italia e cinque all’estero, dai quali escono sei macchine al minuto; i cui dipendenti hanno un livello di vita superiore dell’80% a quello dei dipendenti di industrie similari; che si prepara a digerire, sia pure con fatica, l’acquisizione della mitica Underwood americana; che sta già affrontando la nuova sfida dell’elettronica; cha ha saputo imporre al mondo intero uno stile e un design che sono diventati un riferimento per tutti; che ha creato la più ricca e significativa scuola di management della storia italiana?".
E' meritorio il lavoro che la Fondazione Adriano Olivetti sta portando avanti al fine di promuovere la figura e il pensiero di Adriano. Tra queste iniziative, vi è una pubblicazione appena uscita che raccoglie i "Discorsi per il Natale", relativi agli anni 1949, 1955 e 1957.
Vi segnalo alcuni passaggi veramente meritevoli.
"Con pazienza e tenacia cercheremo - insieme - i necessari accorgimenti, appresteremo i rimedi, costruiremo ancora qualcosa che ci porti più in alto, sulla lunga via che conduce a fare della nostra fabbrica un luogo civile e umana convivenza". La fabbrica come luogo di elevazione, perchè l'impresa non deve puntare solo al profitto, ma tutelare i diversi stakeholders.
"Organizzandole biblioteche, le borse di studio e i corsi di molta natura in una misura che nessuna fabbrica ha mai operato abbiamo volute indicare la nostra fede nella virtù liberatrice della cultura , affinchè i lavoratori, ancora troppo sacrificati da mille difficoltà, superassero giorno per giorno una inferiorità di cui è colpevole la società italiana.
Anche gli istruttori e i maestri e i giovani del nostro Centro Formazione Meccanici sanno che importa costruire degli uomini, forgiare dei caratteri senza i quali è vana e istruzione e cultura, perchè il volto degli uomini onesti è così importante come il nodo divino che annoda tutte le cose del mondo".
Quante volte su questo blog abbiamo elogiato il valore della lettura e delle biblioteche!A fronte di coloro i quali parlano e parlano - talk is cheap, dicono in America - Adriano Olivetti ricorda che "la luce della verità, usava dirmi mio padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole". Agire è necessario, ed etico.
Con questo ricordo natalizio di Adriano Olivetti, congedo i miei lettori per il periodo natalizio, augurando a tutti buon Natale e un 2018 ricco di soddisfazioni.
martedì 12 dicembre 2017
Trump compiace i banchieri con la deregulation. I suoi elettori del ceto medio cosa pensavano quando l'hanno votato?
Donald Trump viaggia spedito, sostenuto da una borsa in gran spolvero (oltre il 20% di rialzo in questo 2017). I banchieri americani, non solo si prenderanno dei bonus stellari, ma sono pronti a una nuova "bonanza", grazie a uno scenario molto favorevole a livello regolatorio.
Infatti l'Amministrazione Trump sta smantellando le regole introdotte da Obama per diminuire la probabilità di una nuova crisi finanziaria. Salvatore Bragantini qualche giorno fa sul Corriere della Sera ha scritto: "Obama, consigliato da Paul Volcker, ex presidente della Fed, aveva proibito alle banche di operare in proprio (cioè speculare) usando l’implicita garanzia statale. Di qui nascono le prescrizioni della legge Dodd-Frank, bestia nera delle banche Usa, e l’Ufficio per la Protezione Finanziaria dei Consumatori (Upfc), per evitare nuove truffe". La candidata democratica Elisabeth Warren sarebbe stata un ottimo presidente.
Il candidato di Trump alla presidenza della Fed Jerome Powell attacca il Dodd-Frank Act (che limitava il trading delle banche) e non crede che le banche siano troppo grandi per fallire, per cui, così chiosa Bragantini "Altro che «cattura dei regolatori»; qui la volpe va a guardia del pollaio. La nave degli ebbri avanza cieca nella notte; a bordo ci siamo anche noi".
Nell'ultima intervista di Isidoro Albertini (dicembre 1995), decano degli agenti di cambio, al Sole 24 Ore si legge tanta saggezza: «L'ingordigia è alla base di tutto, una spinta che alla fine ha rotto gli argini».
Ricordiamoci come definì il governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King nell'estate 2012 i banchieri di Barclays, Royal Bank of Scotland, HSBC e Lloyds - accusandoli di "trattamento meschino dei clienti, e manipolazione fraudolenta" - "cinici, manipolatori e strapagati".
In un successivo intervento King, parafrasando Winston Churchill e la battaglia d'Inghilterra del 1940, disse: "Mai nel campo dell’intrapresa finanziaria, così poche persone (i banchieri, ndr) hanno dovuto così tanto denaro a così tante persone (i contribuenti, ndr)”.
Churchill - Prime Minister durante la Guerra nonchè premio Nobel per la letteratura nel 1953 per i suoi scritti storici - così ringraziò i piloti della Royal Air Force (RAF), eroici durante la Battaglia d'Inghilterra, combattuta nei cieli inglesi tra l'estate e l'autunno 1940: “Mai così tanti uomini (popolo inglese, ndr) dovettero così tanto a cosi pochi uomini (i piloti della RAF)".
Il massimo è la fregatura che si prende il ceto medio che lo ha sostenuto. In campagna elettorale Trump accusò i grandi banchieri di ogni nefandezza per poi circondarsi degli stessi. I ricchi da che mondo è mondo favoriscono il loro mondo.
Una nota di colore su Trump. Il New York Times ha raccontato la giornata tipo del Presidente: si sveglia alle 5 e mezza, accende subito la tv, si collega alla Cnn per guardare le notizie, poi passa su Fox & Friends per trovare conforto e qualche idea per i suoi messaggi, quindi inizia a twittare. I suoi collaboratori più stretti calcolano che Trump trascorre almeno quattro ore al giorno, di fronte alla tv. E si beve decine di Diet Coke. Ma come fa a non gonfiarsi come un otre?
Infatti l'Amministrazione Trump sta smantellando le regole introdotte da Obama per diminuire la probabilità di una nuova crisi finanziaria. Salvatore Bragantini qualche giorno fa sul Corriere della Sera ha scritto: "Obama, consigliato da Paul Volcker, ex presidente della Fed, aveva proibito alle banche di operare in proprio (cioè speculare) usando l’implicita garanzia statale. Di qui nascono le prescrizioni della legge Dodd-Frank, bestia nera delle banche Usa, e l’Ufficio per la Protezione Finanziaria dei Consumatori (Upfc), per evitare nuove truffe". La candidata democratica Elisabeth Warren sarebbe stata un ottimo presidente.
Il candidato di Trump alla presidenza della Fed Jerome Powell attacca il Dodd-Frank Act (che limitava il trading delle banche) e non crede che le banche siano troppo grandi per fallire, per cui, così chiosa Bragantini "Altro che «cattura dei regolatori»; qui la volpe va a guardia del pollaio. La nave degli ebbri avanza cieca nella notte; a bordo ci siamo anche noi".
Nell'ultima intervista di Isidoro Albertini (dicembre 1995), decano degli agenti di cambio, al Sole 24 Ore si legge tanta saggezza: «L'ingordigia è alla base di tutto, una spinta che alla fine ha rotto gli argini».
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| Winston Churchill |
In un successivo intervento King, parafrasando Winston Churchill e la battaglia d'Inghilterra del 1940, disse: "Mai nel campo dell’intrapresa finanziaria, così poche persone (i banchieri, ndr) hanno dovuto così tanto denaro a così tante persone (i contribuenti, ndr)”.
Churchill - Prime Minister durante la Guerra nonchè premio Nobel per la letteratura nel 1953 per i suoi scritti storici - così ringraziò i piloti della Royal Air Force (RAF), eroici durante la Battaglia d'Inghilterra, combattuta nei cieli inglesi tra l'estate e l'autunno 1940: “Mai così tanti uomini (popolo inglese, ndr) dovettero così tanto a cosi pochi uomini (i piloti della RAF)".
Il massimo è la fregatura che si prende il ceto medio che lo ha sostenuto. In campagna elettorale Trump accusò i grandi banchieri di ogni nefandezza per poi circondarsi degli stessi. I ricchi da che mondo è mondo favoriscono il loro mondo.
Una nota di colore su Trump. Il New York Times ha raccontato la giornata tipo del Presidente: si sveglia alle 5 e mezza, accende subito la tv, si collega alla Cnn per guardare le notizie, poi passa su Fox & Friends per trovare conforto e qualche idea per i suoi messaggi, quindi inizia a twittare. I suoi collaboratori più stretti calcolano che Trump trascorre almeno quattro ore al giorno, di fronte alla tv. E si beve decine di Diet Coke. Ma come fa a non gonfiarsi come un otre?
venerdì 1 dicembre 2017
L'Argentina dei desaparesidos, una storia che va raccontata
E' di qualche giorno fa la notizia della condanna in Argentina di numerosi responsabili della sparizione di intere comunità di persone. Il maxiprocesso per la morte dei desaparecidos e per tutti i crimini commessi durante gli anni della dittatura in Argentina si è chiuso a Buenos Aires dopo cinque anni di udienze con 48 condanne. E 29 dei 54 imputati sconteranno l'ergastolo.
Tra i condannati vi è anche Alfredo Astiz, oggi 67enne, noto come l'angelo della morte. Era un agente sotto copertura del regime che in quegli anni si infiltrò in gruppi di attivisti, compresa l'associazione delle Madri di Plaza de Mayo, che chiedevano la verità sui loro figli scomparsi.
Sono 789 le vittime prese in considerazione dal processo, che è il terzo più grande mai tenuto per i casi di rapimenti, torture e omicidi consumati all'interno dell'Esma (Escuela de Mecanica de la Armada), la scuola tecnica della marina a Buenos Aires, dove, negli anni del regime - tra il 1976 e il 1983 - passarono oltre 5.000 prigionieri politici e la maggior parte di loro fu ucciso dalle violenze o scomparve nei voli della morte.
Quando anni fa presi in mano "Il volo" di Horacio Verbinsky, rimasi di sasso. Interruppi la lettura più volte. Il racconto delle torture e dei voli della morte mi angosciava.
Per non parlare di "Garage Olimpo" di Marco Bechis.
Tra i condannati vi è anche Alfredo Astiz, oggi 67enne, noto come l'angelo della morte. Era un agente sotto copertura del regime che in quegli anni si infiltrò in gruppi di attivisti, compresa l'associazione delle Madri di Plaza de Mayo, che chiedevano la verità sui loro figli scomparsi.
Sono 789 le vittime prese in considerazione dal processo, che è il terzo più grande mai tenuto per i casi di rapimenti, torture e omicidi consumati all'interno dell'Esma (Escuela de Mecanica de la Armada), la scuola tecnica della marina a Buenos Aires, dove, negli anni del regime - tra il 1976 e il 1983 - passarono oltre 5.000 prigionieri politici e la maggior parte di loro fu ucciso dalle violenze o scomparve nei voli della morte.
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| Jorge Rafael Videla, dittatore argentino |
Per non parlare di "Garage Olimpo" di Marco Bechis.
"Si renderà conto che abbiamo fatto cose peggiori dei nazisti." Con queste agghiaccianti parole si apre la confessione del capitano della Marina militare argentina Adolfo Scilingo al giornalista Horacio Verbitsky. Dopo quasi vent'anni di silenzio, sopraffatto dall'angoscia insostenibile del ricordo, Scilingo si decide a raccontare come, nel 1976, iniziò il più terrificante genocidio della storia dell'Argentina che portò alla sparizione di trentamila persone, tristemente ricordati nel mondo come i desaparecidos.
Per due anni, ogni mercoledì, dalla base militare della Scuola di meccanica della Marina, aerei carichi di oppositori del regime si levavano in volo diretti verso l'oceano; migliaia di persone, prima torturate e poi narcotizzate, venivano lanciate in mare ancora vive. Un durissimo atto d'accusa contro chi partecipò al terrorismo di stato in un paese dove, a tutt'oggi i responsabili di questa strage sono ancora in libertà.
Mi ha colpito la storia - raccontata da Repubblica - di Pablo Verna, avvocato argentino di 44 anni, che ha inziato a 12 anni a dubitare del padre, al servizio della dittatura militare di Jorge R. Videla: "Si diceva che avesse partecipato al sequestro dei dissidenti politici, alle torture, perfino ai voli della morte. Ma erano accuse vaghe. Restavano nell'ombra. Erano un mistero. Dopo la caduta di Videla chiesi a mia madre, avevo bisogno di sapere. Lei lo ammise. Mi disse che quell'uomo docile, militare di carriera, aveva fatto cose terribili".
Allora il figlio mette alle strette il padre, che confessa e gli consegna un file audio. con la sua confessione. In quanto medico, Julio Alejandro Verna, ammette di essere stato nello squadrone di Campo de Majo, la caserma dell'esercito trasformata in un centro clandestino.
Come medico, sedava i prigionieri, li paralizzava, prima che venissero imbarcati sui voli della morte sul Rio della Plata.
Pablo si presenta alla segretaeria dei Diritti umani del governo e consegna il file audio. Il dossier viene trasmesso alla magistratura. Ma il giudice Alicia Vence non apre alcun procedimento poichè la legge argentina impedisce le testimonianze di accusa dei parenti stretti.
Pablo allora coinvolge altri carnefici che formano il collettino "Historias desobedientes" e chiedono l'abolizione di alcuni articoli di legge. L'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo scrive: "Vogliono tutti testimoniare. Figli contro padri: l'ultimo dramma di una tragedia infinita".
Mi ha colpito la storia - raccontata da Repubblica - di Pablo Verna, avvocato argentino di 44 anni, che ha inziato a 12 anni a dubitare del padre, al servizio della dittatura militare di Jorge R. Videla: "Si diceva che avesse partecipato al sequestro dei dissidenti politici, alle torture, perfino ai voli della morte. Ma erano accuse vaghe. Restavano nell'ombra. Erano un mistero. Dopo la caduta di Videla chiesi a mia madre, avevo bisogno di sapere. Lei lo ammise. Mi disse che quell'uomo docile, militare di carriera, aveva fatto cose terribili".
Allora il figlio mette alle strette il padre, che confessa e gli consegna un file audio. con la sua confessione. In quanto medico, Julio Alejandro Verna, ammette di essere stato nello squadrone di Campo de Majo, la caserma dell'esercito trasformata in un centro clandestino.
Come medico, sedava i prigionieri, li paralizzava, prima che venissero imbarcati sui voli della morte sul Rio della Plata.
Pablo si presenta alla segretaeria dei Diritti umani del governo e consegna il file audio. Il dossier viene trasmesso alla magistratura. Ma il giudice Alicia Vence non apre alcun procedimento poichè la legge argentina impedisce le testimonianze di accusa dei parenti stretti.
Pablo allora coinvolge altri carnefici che formano il collettino "Historias desobedientes" e chiedono l'abolizione di alcuni articoli di legge. L'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo scrive: "Vogliono tutti testimoniare. Figli contro padri: l'ultimo dramma di una tragedia infinita".
martedì 28 novembre 2017
Amadeo Peter Giannini. Il banchiere che investiva nel futuro
Il volume sulla
storia di Amadeo Peter Giannini, il banchiere che investiva nel futuro di Guido Crapanzano (Graphofeel editore, 2017) – numismatico di fama - arriva
in un momento propizio per parlare dell’ethos, dei valori, delle convinzioni e dei comportamenti necessari per fare il
banchiere.
2. Quanti italiani sono andati via
dall’Italia perchè non avevano da mangiare!. Anche la famiglia Bergoglio, come ho scritto sul Sole 24 Ore. Il papà del Papa lavorava in Banca d'Italia, assunto nel 1926, per poi dimettersi nel 1929 per seguire la famiglia in Argentina; Luigi, il padre di Amadeo Giannini,
era ligure, originario di Favale di Malvaro; Amadeo, nacque nei pressi di San Francisco (San Josè) nel 1870.
Appena tornato dall'esilio svizzero, nel gennaio 1945, Luigi Einaudi venne nominato Governatore della Banca d'Italia. Nell'aprile 1945 lesse - con qualche momento di commozione per i caduti in guerra - la relazione sul 1943. Un passaggio decisivo è il seguente: “Le banche non sono fatte per pagare
stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile,
ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo
il pubblico”.
Come ha scritto Marco Vitale, "queste parole rappresentano una efficace sintesi
della concezione della banca come servizio, contrapposta a quella della banca
come puro centro di profitto e di affari, che è diventata dominante nei decenni
più recenti. È la stessa concezione che ha guidato altri grandi banchieri
italiani che hanno contribuito a dare al Paese un sistema bancario sano e
capace di sostenerne lo sviluppo: i Beneduce, i Menichella, i Mattioli, i
Cingano, gli Arcuti, i Dell’Amore, i Baffi ed i grandi economisti italiani che
si sono battuti per la concezione della Banca come servizio ed, in primo luogo,
Federico Caffè".
1. Purtroppo Amadeo P.
Giannini in Italia lo conoscono in pochi. Sono molti di più coloro che
conoscono Don Vito Corleone del Padrino, interpretato in maniera sublime da
Marlon Brando. Italiani mai grati verso i migliori. Il male fa più notizia del
bene.
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| Jorge Bergoglio con i suoi genitori |
3. I commercianti di frutta, come la famiglia
Giannini, guadagnavano più degli agricoltori: “Quando compri bene, hai già guadagnato”, veniva insegnato ad Amadeo, che ne fece tesoro. Sono le stesse considerazioni che fece Leonardo Del Vecchio - cresciuto da orfano ai Martinitt - che nega il suo denaro per l’acquisizione da parte di Tronchetti Provera di Telecom Italia - a
debito - a prezzi di affezione: qui un botta e risposta tra il sottoscritto e Pirelli-Telecom;
4. Quando a Giannini il consiglio di amministrazione
della Bank of Italy propone un premio di 50mila dollari, Giannini rifiuta
affermando che “chiunque desiderasse possedere più di mezzo milione di dollari,
avrebbe docuto correre dallo psichiatra”. Nel libro “L’arte della mercatura” di Benedetto Cotrugli, mercante raguseo (di Ragusa, attuale Dubrovnik) del 1400, si legge che l’attività del
mercante giova al bene comune e, per avere successo, deve esercitarsi
nell’ambito rigoroso di uno stile di vita caratterizzato dalle virtù che sono
proprie anche dei dettami della morale religiosa, della quale Cotrugli è sicuro
conoscitore: operosità, frugalità, prudenza, onestà, moderazione, generosità.
Fine dell’attività del mercante è di “acquistare con honore”. Quello che vale
per i mercanti, vale anche per i banchieri.
5. Il banchiere Giannini appoggia la campagna
elettorale di James Phelan, brillante avvocato leader nella lotta alla
corruzione. E’ un bene che i banchieri si occupino della società, non devono
candidarsi, ma devono lavorare per una migliore civile convivenza (così in una lettera di Paolo Baffi a Giorgio Bocca del 1979, dopo i funerali, molto diversi, di Giorgio Ambrosoli e Antonio Varisco).
6. Giannini frequenta personalità e
protagonisti più interessanti dell’epoca, come Federico II di Svevia. Cenacoli
culturali. Brain storming molto utile. Il banchiere della Comit Raffaele Mattioli soleva dire: "Perchè dovrei pagare delle persone che la pensano come me?". La valenza del dissenso intelligente.
7. 17 ottobre 1904 aprono gli sportelli della
Bank of Italy, con un principio cardine, la banca presta atutti coloro che sono
onesti e hanno un progetto valido. Merito di credito, anche per gli emigrati
volenterosi e capaci che non avevano garanzie. Giannini si scontra alla
Columbus Saving & Loans ed esce dalla compagine azionaria (ereditata).
Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel, non ha inventato nulla. Si
devono chiedere referenze alla comunità di appartenenza del soggetto
imprenditore.”Giannini esaminava ogni richiesta, valutandola personalmente e
dedicando a queste attività gran parte
del suo tempo” (p. 96).
8. “Il prestito è garantito dalla parola di
chi lo riceve e come garanzia valgono i calli delle mani (p. 89). Inoltre, a
nessun funzionario o dirigente sarà permesso di prendere a prestito un solo
centesimo. Altro che debitori di riferimento!
9. “Nessuno di noi speculerà mai sul mercato
azionario. Ci dedicheremo solo all’attività bancaria”. Conta la gestione
caratteristica. Sana e prudente gestione, massima aurea.
10. 18 aprile 1906: terremoto biblico in California. Dopo
soli 6 giorni Bank of Italy riapre, Giannini esce con il carretto per prestare
a chi conosce di persona. Esce lui! Grande esempio, anche oggi.
11. Giannini finanzia Charlie Chaplin, così come Walt Disney. Come
Raffaele Mattioli con Enrico Mattei e l’Agip.
12. Giannini al termine della carriera si
autoridusse lo stipendio (p. 161). Come Donato Menichella. Il figlio Vincenzo
Il figlio Vincenzo ricorderà, anche con ironia, le numerose volte in cui il
padre aveva chiesto per sé l’autoriduzione dello stipendio: «Mio padre era uno
“specialista dell’autoriduzione”. Autoridusse il suo stipendio nell’anteguerra
a meno della metà. Non ritirò, quando fu reintegrato all’IRI, due anni e mezzo
di stipendio; al presidente Paratore rispose: “Dall’ottobre 1943 al febbraio
1946 non ho lavorato!”. Fissò il suo stipendio nel dopoguerra a meno della metà
di quanto gli veniva proposto; lo mantenne sempre basso. Se il
decoro del grado
si misura dallo stipendio, agì in modo spudoratamente indecoroso! Il 23 gennaio
1966, al compimento del settantesimo anno, chiese ed ottenne che gli
riducessero il trattamento di quiescenza, praticamente alla metà,
giustificandosi così: “Ho verificato che da pensionato mi servono molti meno
danari!”. Ai figli ha lasciato un opuscolo dal titolo: “Come è che non sono
diventato ricco”, documentandoci, con atti e lettere, queste ed altre rinunce a
posti, prebende e cariche. Voleva giustificarsi con noi: “Vedete, i denari non
me li sono spesi con le donne; non ci sono, e perciò non li trovate, perché non
li ho mai presi!”. Mia madre (gli voleva molto bene) ha sempre accettato, sia
pure con rassegnazione, tali sue peregrine iniziative (anche quando dovemmo
venderci la casa e consumare l’eredità di lei); però ogni tanto ci faceva un
gesto toccandosi la testa, come a dire: “Quest’uomo non è onesto, è da
interdire”, poi sorrideva e si capiva che era orgogliosa di lui».
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| Donato Menichella |
13. “Prima di decidere, rifletti”, chi compra
azioni od obbligazioni deve fare attenzione, studiare i numeri, i bilanci delle aziende. No ai paternalismi. “Il denaro non si crea con l’astuzia, ma prima con il lavoro e
poi con la saggezza”, diceva Giannini. “Tocca all’investitore indagare sulle
offerte” (ma chi ha voglia di leggere i prospetti informativi?), senza farsi prendere dall’avidità (p. 167). Urge informarsi, studiare, dotare i cittadini dei rudimenti dell'educazione finanziaria.
14. Giannini: politica del “give back”, con i
suoi soldi costruita la Giannini Hall, sede della Fondazione Giannini di
Economia Agraria - all'interno di Berkeley University, per finanziare ricerche, insegnamento e formazione di
laureati in tale disciplina.
Grazie a Guido Crapanzano che ci ha ricordato questo grande banchiere di origini italiane.
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