giovedì 15 marzo 2018

A 40 anni dal rapimento di Aldo Moro permangono molti misteri

Il rapimento del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro il 16 marzo 1978 è il nostro 11 settembre. A 40 anni dall'attacco militare delle Brigate Rosse, siamo ancora qui a parlarne con trasporto. In via Fani rimasero sul terreno i cinque uomini della scorta di Moro, impreparati al momento dell'imboscata. Nessuno aveva la pistola in pugno. Solo uno dei cinque, Raffaele Iozzino, riuscì a sparare due colpi, prima di rimanere ucciso. I colpi sparati dal commando (probabilmente cinque, ma forse nove) spararono oltre cento colpi. Sono 91 i bossoli rinvenuti all'incrocio tra via Fani e via Stresa. Eravano ancora lontani dal mondo dei Ris, che raccomandano di non inficiare la scena del crimine. Per cui giornalisti, passanti, poliziotti, cameramen passarono tranquillamente sopra i bossoli, rendendo poi difficile la ricostruzione esatta dei fatti. La cosa che sorprende è che il volume incredibile di fuoco lascia illeso Moro
E' giusto ricordare i nomi dei componenti della scorta: l'appuntato Domenico Ricci, al posto di guida della Fiat 130 blu (non blindata, al contrario della macchina di Cossiga), il maresciallo dell'Arma Oreste Leonardi, guardia personale di Moro (secondo il racconto di Morucci, prima di morire riuscì a girarsi per far abbassare il president e proteggere la sua incolumità). Nella macchina di scorta i tre agenti di pubblica sicurezza, il vice brigadiere Francesco Zizzi, e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera. Un bel libro li ricorda: Gli eroi di via Fani, di Filippo Boni, con la prefazione di Mario Calabresi, direttore di Repubblica.
Moro venne fatto salire sulla macchina dei brigatisti e portato nella "prigione del popolo" in via Montalcini, dove rimarrà per tutti i 55 giorni della prigionia, prima di essere ammazzato il 9 maggio 1978 (recentemente i Ris, incaricati dalla Commissione Moro, hanno messo nero sui bianco che lo statista non è stato ucciso coricato nel portabagagli come hanno sempre dichiarato i brigatisti, ma era seduto e avrebbe guardato il suo assassino negli occhi), e fatto ritrovare dentro il bagagliaio di una macchina rossa in Via Caetani, a due passi dalla sede della DC (Piazza del Gesù) e del PCI (via delle Botteghe Oscure). Come dire: siete stati voi i responsabili del misfatto.
Quella mattina Moro si sarebbe dovuto recare a votare la fiducia al governo Andreotti, frutto di un elaborato piano di "solidarietà nazionale", diretto a gestire la transizione italiana con l'appoggio dei due maggiori partiti italiani. Lo storico Guido Formigoni ha scritto: "Moro voleva consolidare il sistema democratico e accompagnare l'evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del compromesso storico".
Nel suo recente Un atomo di verità, il direttore dell'Espresso Marco Damilano dedica molte pagine all'ultimo discorso di Moro del 28 febbraio 1978, quando Moro invitò a guardare fuori dal Palazzo, nel cuore dell'emergenza italiana, "l'emergenza reale che è nella nostra società". Mentre oggi la politica gioca e sfrutta la rabbia degli esclusi, dei meno fortunati, Moro rifletteva sulla necessità dell'inclusione: "Immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno ala prova di una opposizione condotta fino in fondo". Cosa fa la politica oggi? Genera frustrazione negli elettori e non coltiva più la speranza. Non c'è più il futuro di una volta.

Umberto Gentiloni Silveri ha scritto un libro - Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) - raccogliendo molte delle lettere che vennero spedite dagli italiani dopo il rapimento. Si mobilitarono le scuole, semplici cittadini, famiglie, persone umilissime, anche emigrati. Una comunità smarrita. Attonita, incapace di reazione.
Mentre vanno in onda le edizioni speciali dei telegiornali, la famiglia Moro è sommersa dalle lettere.
Una corrispondenza spontanea e disordinata, che in alcuni casi scrive come destinatario Famiglia Moro in Via Fani, il luogo del rapimento. Pacchi di temi, scrive Gentiloni, arrivano dalle scuole di ogni ordine e grado. Iniziative nate dalla voglia di partecipare, di condividere la speranza di una soluzione positiva, di essere presenti in un passaggio cruciale della vita democratica.
In alcuni casi la scrittura è semplice, rivela una alfabetizzazione precaria, incerta, con errori e imprecisioni. Spesso i messaggi sono pervasi dall'orgoglio dell'appartenenza. Si vuole rimarcare il fatto di essere italiani.
Per dare un'idea del contesto, gli anni che vanno dal 1976 al 1979 rappresentano il picco della parabola terroristica. Si contano nel triennio 23 vittime per mano del terrorismo di destra, 91 per mano del terrorismo di sinistra e 85 in conseguenza di stragi di vario genere. In totale 199 morti in poco più di 36 mesi.
Alcune lettere dei bambini sono commoventi.
Cara Signora Moro,
sono una bambina di otto anni siciliana e sento parlare sempre di Aldo Moro. Sono brutti e cattivi quelli che lo lasciano in prigione.
Un'altra:
Gentile signora io sono una bimba di 6 anni e voglio dire 3 cose. 1. Deve avere tanto coraggio e tanta pazienza. 2. Non dovete piangere tanto perché si sciupano gli occhi. 3. Dovete dire a quelli della polizia perché la pistola ce l'hanno nella cintura? La devono portare sempre in mano per essere pronti quando si avvicina quella gente tanto cattiva.

Grazie all'ottimo libro di Andrea Galli - giornalista del Corriere della Sera - Dalla Chiesa (Mondadori, 2017) ho scoperto una cosa che non sapevo. Durante il sequestro Moro il generale Carlo Alberto dalla Chiesa è stato tenuto fuori da qualsiasi operazione. Come mai? Perché non si voleva trovare Moro? Il Comitato costituito presso il ministero degli Interni - guidato da Francesco Cossiga - si è scoperto poi essere formato quasi esclusivamente da membri della loggia P2 di Licio Gelli.
Solo il 30 agosto 1978 il presidente del Consiglio decretò che dalla Chiesa fosse "posto a disposizione per la durata di un anno, per l'espletamento ai fini della lotta contro il terrorismo delle funzioni di coordinamento e cooperazione tra le forze di polizia e gli agenti dei servizi informativi".
E le cose cambiarono profondamente. Uno dei maggiori collaboratori del generale, Domenico Di Petrillo, ha detto: "Partimmo quasi da zero... Fu fondamentale il metodo del nostro generale. L'uso della testa, l'analisi, la conoscenza: inquadrammo il fenomeno e i soggetti da monitorare, decidemmo un piano di azione, stabilimmo delle priorità, e seguimmo quel piano in modo organico e perentorio. Un passo dopo l'altro". Purtroppo Aldo Moro era già morto. Ucciso da aguzzini, così descritti da Giuliano Vassalli il 24 marzo 1978 ("Pensando a Moro oggi", Il Giorno): Non riesco a vederli diversi dai nazisti. Leggo e rileggo il messaggio finora tramesso e vi riconosco la stessa follia ideological, lo stello linguaggio brutale ed unilaterale, le stesse rivendicazioni di distruzione e di morte".

P.S.: I terroristi rossi, graziati da un ergastolo vero, non solo non stanno zitti, ma provocano. Una brutta pagina. Ancora. Aver dato voce ai brigatisti senza adeguato contraddittorio non è stata una bella pagina di tv. Barbara Balzerani, ancora presa da deliri, ha addirittura dichiarato che "fare la vittima è diventato un mestiere". Non una parola di pentimento, di pietà per le loro vittime, non un commento sulla robaccia scritta nei loro comunicati infernali. Cari giornalisti tv, date la parola ai parenti delle vittime, che sono stati privati per sempre dei loro cari.
P.S.: Coloro che hanno scritto sui muri a Bologna "Marco Biagi non pedala più" sono dei casi clinici. Come ha scritto Michele Serra su Repubblica, "Uno che gode della morte violentea di un inerme e trova spiritoso sottolineare con sarcasmo che l'inerme andava a lavorare in bicicletta è indiscutibilmente un sadico. Non è un giudizio politico. Basta una valutazione medica".

Caro Aldo Moro, che la terra ti sia lieve.

4 commenti:

  1. Ricevo e pubblico:

    De mortibus nihil sed bonum...ma nel caso di un uomo politico mi sembra che il metro debba essere diverso. Il pezzo di verità sgradevole che ti ho segnalato (ossia che Moro era corrotto, ufficiale, venne fuori in un processo e la moglie disse che doveva cautelarsi), NON una opinione dissenziente sull'operato di Moro). Anche Cesare era corrotto...e Lincoln comprava gli oppositori, e ha dichiarato a Gettysburg che i negri sono una razza inferiore, ma non per questo bisogna tenerli schiavi. E rimane sempre Lincoln, solo umano e storicamente collocato. Non può valere per Moro?
    Marco

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  2. Ricevo e pubblico:

    lucido articolo che come sempre condivido: la trasmissione Atlantide sulla 7 è stata davvero ignobile

    Adriana Faranda ha fatto di peggio: quando lei e Morucci erano in rotta con le BR, Franco Piperno li aiutò a rifugiarsi da Giuliana Conforto: ma quasi subito, ben conscio che piazzare due brigatisti armati in una casa in cui la Conforto viveva con una bambina di un anno o poco più non era cosa da fare, aveva trovato un'altra sistemazione per i due fuggitivi. Poi i due erano stati cacciati dalla nuova base ed erano tornati dalla Conforto, dove poi furono arrestati: beh, la Faranda, non sapendo dove nascondere la Skorpio con cui era stato ucciso Moro, l'aveva messa sotto il letto della bimba con un arsenale di proiettili

    Chapeau!

    Lorenzo E.

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  3. Vedere terroristi più o meno pentiti, o non pentiti affatto, che diventano commentatori in TV o autorevoli relatori in convegni, è ignobile. Ci sono mogli, figli e fratelli che non sanno ancora il perché della morte violenta inferta ai propri familiari. Di molti la Stampa ha anche dimenticato il nome. Diamo voce a queste persone e facciamo parlare i terroristi solo quando avranno finalmente voglia di dire la verità.

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  4. In relazione alla mancanza di senso di colpa dei terroristi, una riflessione meritevole è quella dello psicanalista Massimo Recalcati, che su Repubblica del 6 aprile scrive: "Il terrorismo manifesta l'essenza più propria della violenza fondamentalista: nell'epoca del terrore tutti diveniamo bersagli dei fanatici della Verità perché noi non siamo nulla in confronto alla Verità della loro Causa. Per questo non è raro trovare terroristi privi di ogni senso di colpa. La loro mano è stata guidata direttamente da Dio o dalla Causa che essi hanno servito sacrificamente. Non si dovrebbe mai dimenticare il nucleo sadomasochista della mentalità terrorista: sacrifico la mia vita alla Causa (masochismo) ma questo sacrifico mi attribuisce il diritto di fare della vita degli altri quello che voglio (sadismo). Il terrorista agisce nella più totale trasparenza della Verità perché vuole sfuggire dalla vertigine del dubbio nei confronti della Verità".

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