venerdì 17 dicembre 2010

Germania rullo compressore

La porta di Brandeburgo a Berlino
Era dal 1990 – anno della riunificazione di Est e Ovest - che il Pil in Germania non saliva così. Nel 2010 dovrebbe crescere del 3,6%. Ma gli analisti di Deutsche Bank prevedono un +3,8%. Crescita da tigre asiatica. Nonostante una crisi finanziaria gravissima tra l'inizio del 2005 e l'autunno 2010, il numero dei disoccupati tedeschi è sceso da 5 milioni a meno di tre. L'Ocse ha appena previsto che nei prossimi anni il surplus con l'estero della Germania tornerà a superare quello della Cina.

Traino del boom, le esportazioni. La Germania è il secondo esportatore mondiale dopo la Cina. Da gennaio a giugno l’export di auto made in Germany è salito del 41%, del 25% quello di prodotti chimici. Un recente report della Bundesbank dice: “L’export continuerà ad avere un ruolo determinante nella crescita dell’economia federale, ma i suoi successi e i miglioramenti sul fronte dell’occupazione rafforzano in modo considerevole la domanda interna e la sua parte nell’andamento della congiuntura”.

L’IFO Institute di Monaco – noto sui mercati per l'elaborazione dell'indice di fiducia IFO – ha scritto di recente che “Retailers had become significanly more optimistic about prospetcs for next year, almost certainly because sharp falls in unemployment are likely to boost high street spending”.

Il comparto automobilistico – da Bmw a Volkswagen a Porsche fino a i big dell’indotto tagliano le ferie natalizie e aumentano gli straordinari per far fronte alla domanda in volo. “The German sports car maker (Porsche, ndr) said it would pay its 13.000 employees a performance bonus of 2.100 euro for the past financial year…Car sales rose by 86,4% year on year in the first quarter of its ramp financial year” (“Porsche reports 19% profit margin, FT, 25.11.10). Nel primo semestre 2010 l’export ha raggiunto i 458 miliardi di euro.

A fine giugno i disoccupati erano oltre 3 milioni, pari a un tasso di disoccupazione del 7,5%, mentre la media Ue viaggia intorno al 10%. Il rapporto deficit/pil nel 2011 andrà saldamente sotto il 3% (contro il 3,5% di quest’anno) - indicato dal Trattato di Maastricht e dal patto di stabilità.


I consumi – punto debole storico tedesco – sembrano risvegliarsi. Nel 2010 aumenteranno dello 0,5%, e nel 2011 e 2012 la Bundesbank stima una crescita dell’1,4%. Rimangono sul lato della domanda interna delle perplessità. Mr Cordes, ceo di Metro: “Let’s be honest – the German consumer is and remain a difficult animal. In the past, retail sales have neither soared nor nosedived on the swings in Geramn macroeconomics but have always been reassuringly stable”. Il Ceo di Gfk, società di ricerche di mercato ha detto: “Germans have suddently become the optimists of Europe in terms of propensity to purchase”. L’associazione dei distributori tedeschi si aspetta il miglior Natale in termini di consumo degli ultimi 5 anni.

Sintetizziamo i punti di forza del rullo compressore tedesco:

a) Export industriale al alto contenuto di eccellenze tecnologiche; il made in Germany è fortissimo in quattro settori: automobilistico, meccanica, chimico, farmaceutico. Le aziende tedesche vantano gli investimenti più alti al mondo in ricerca e sviluppo. Tra il gennaio 2007 e oggi, l'export tedesco verso la Cina è cresciuto dell'80%, quello verso l'India del 40%, quello verso la Francia non è variato e quello verso la Spagna è sceso del 20 per cento. Secondo i calcoli di Goldman Sachs, alla fine del 2011 la Cina sarà per la Germania un partner commerciale più importante della Francia.

b) Moderazione salariale e concertazione con i sindacati; la Mitbestimmung (cogestione) consente grandi ristrutturazioni senza costi sociali; come ha sottolineato di recente Lorenzo Bini Smaghi, nel comitato esecutivo della BCE: “Un aspetto essenziale è il funzionamento del mercato del lavoro in Germania. Tramite accordi sia a livello di settore che di azienda in Germania c’è un meccanismo che consente di remunerare di più i lavoratori delle aziende che hanno incrementi di produttività”.

c) Stabilità politica e rigore di bilancio. La Germania è la dimostrazione che il rigore di bilancio è compatibile con la crescita, con più export e con la fiducia di famiglie e imprese. “La Merkel è una donna di grande intelligenza e di eccezionale abilità politica. Ha puntualmente schiacciato e messo da parte tutti quelli che l’avevano sottovalutata e anche colui che l’aveva scoperta e valorizzata, Helmut Kohl. La Merkel non ha nessuna intenzione di abbandonare il progetto europeo e l’euro. Non intende espellere nessuno. Se succedesse lo considererebbe una sconfitta. E’ disponibile al salvataggio dei paesi in difficoltà, ma a condizione che si sottopongano a penitenze molto dure” (A. Fugnoli docet).

d) Grandi global player: Bmw, Volkswagen, Hoechst, Schering, Basf, Siemens;

e) Sicurezza del welfare. Uno strumento su tutti, il Kurze Arbeit, che permette nelle fasi di congiuntura negativa di ridurre l’orario di lavoro senza licenziare, con integrazioni dello stipendio da parte dello Stato;

f) Investimenti in capitale umano. Il governo ha consolidato e ridotto la spesa ovunque tranne che nella ricerca e nell’istruzione.

Anche le banche tedesche – punto debole nazionale, soprattutto le Landesbanken – beneficiano della ripresa. Il Financial Times scrive: “The country’s strong economic recovery meant writedowns from bad loans would be at the lower end of original expectations”. In ogni caso, secondo le stime della Bundesbank, per adempiere alle nuove regole di Basilea III dovranno aumentare il capitale di 50 miliardi di euro. “German banks face bad loan lossed of about 23bn euro this year and a similar amount in 2011, compared with 37bn euro in 2009”.

Mario Draghi
Non possiamo che essere d’accordo con Mario Draghi, che nell’intervista al Financial Times del 10 dicembre dice: “The german recent restructuring and reaction to the crisis is a role model for a variety of reasons”.

giovedì 16 dicembre 2010

Banchieri, politici e militari

Due notizie mi hanno colpito nelle ultime settimane. Il taglio dei fondi del cinque per mille a favore delle associazioni non profit - per intenderci l’Associazione per la ricerca sul cancro (AIRC) , Emergency, il Fondo per l’Ambiente Italiano...- e la contemporanea decisione del governo di investire nei prossimi anni 11 miliardi di euro (21 mila miliardi delle vecchie lire!, come ci suggerisce Legrenzi) per l’acquisto di 131 cacciabombardieri.

Nel 2010 erano 400 milioni di euro le somme destinate alle associazioni non profit. Durante l’esame della legge di Stabilità, la Camera ha dirottato 300 milioni di euro (il 75%) ad altre voci di spesa. Solo per l’AIRC da 60 milioni, il finanziamento – scelto dai contribuenti con la scelta sul 740 in dichiarazione dei redditi – verrebbe a ridursi a soli 15 milioni. Sarebbero tagliati i progetti sulle cellule staminali tumorali, sulla leucemia legata all’attivazione delle cellule “natural born killer”.

L'oncologo Umberto Veronesi scrive: “Per la ricerca contro il cancro, malattia che causa 150 mila morti ogni anno, il nostro Paese spende annualmente l'equivalente di circa 225 milioni di dollari, mentre si designano 30 miliardi per le spese militari. Viene da chiedersi se in Italia abbiamo più a cuore le armi che i malati”.

Umberto Veronesi
Veronesi ha presentato nei mesi scorsi in Senato una mozione per fermare il progetto, al quale partecipa anche l'Italia, per la costruzione di 2.700 cacciabombardieri 'joint Strike Fighter F-35' a un costo complessivo stimato in 250 miliardi di dollari. Se l'Italia volesse dotarsi di 131 aerei F-35, il costo sarebbe di 14,8 miliardi di dollari.

Si tratta di velivoli ‘stealth’ di quinta generazione che dal 2014 dovrebbero progressivamente sostituire tutta la flotta aerea d’attacco italiana, attualmente composta dai Tornado e dagli Amx dell’Aeronautica e dagli Harrier-II della Marina. 69 F-35A a decollo convenzionale verrebbero destinati alle forze aeree, mentre 62 F-35B a decollo rapido o verticale andrebbero a finire sui ponti delle portaerei ‘Garibaldi’ e ‘Cavour’.

Innocenzo Cipolletta
Colgo quindi l’occasione per portare alla vostra attenzione l’ultimo saggio di Innocenzo Cipolletta - grande congiunturalista e Presidente del Cda dell’ottima Università degli studi di Trento – dal titolo “Banchieri, politici e militari. Passato e futuro delle crisi globali (Laterza, 2010).

Cipolletta cerca di dimostrare la tesi che le ultime grandi crisi economiche sono nate da squilibri macroeconomici della potenza egemone - gli Stati Uniti d’America - determinati dalle ingenti spese belliche sostenute per le campagne militari.

Dal secondo dopoguerra, ogni grande conflitto ha creato le condizioni per una successiva crisi economica.

La Guerra del Vietnam (1962-1975) costò complessivamente 500 miliardi di dollari di allora. Una somma enorme che fu la condizione di base per la formazione dei twin deficit, dei deficit gemelli, deficit pubblico e deficit con l’estero. Cipolletta: “Il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagementi statunitense, che era ancora positivo nel 1966 per 2,1 miliardi di dollari, diventò negativo nel 1968, fino a raggiungere nel 1972 un disavanzo di circa 8 miliardi di dollari. Il saldo globale, compresi i movimenti di capitale, divenne passivo per ben 30 miliardi di dollari nel 1971 in seguito alla crescente uscita di capitali dagli USA...I mercati odoravano nell’aria una svalutazione del dollaro...Il 15 agosto 1971 il presidente degli USA, Richard Nixon, annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Era la fine del Gold Exchange Standard ideato a Bretton Woods nel 1944, alla vigilia della conclusione della seconda Guerra Mondiale”.

Nel 1973 l’Egitto e la Siria decisero di organizzare un attacco ad Israele per riconquistare i territori persi durante la Guerra dei Sei Giorni (1967). L’attacco fu sferrato il giorno di preghiera per il popolo ebraico (da qui il nome Guerra del Kippur), il 6 ottobre 1973. Israele respinse l’attacco e sconfisse sia i siriani che gli egiziani.

Ma all’indomani della vittoria israeliana, i paesi arabi – che avevano sostenuto finanziariamente l’offensiva di Egitto e Siria - aderenti all’OPEC decretarono il blocco delle esportazioni di petrolio greggio nei confronti di tutti i Paesi che avevano sostenuto Israele. Il prezzo del petrolio quadruplicò (da 1 a 4 dollari). L’Occidente, di fronte alla scelta di ridurre le importazioni di petrolio o indebitarsi per comprare petrolio, scelse la seconda opzione: “Si trattò della più vasta e devastante modifica della distribuzione internazionale del reddito nel dopoguerra. Il vecchio mondo era terminato”.

Per la cronaca congiunturale, la recessione che ne seguì nel 1974 e 1975 ebbe proporzioni mai viste. La produzione industriale scese del 18%. Ci vollero 25 mesi per recuperare i livelli produttivi precedenti.

La sequenza è sempre la stessa: guerra, debiti, recessioni. Le crisi sistemiche sono quindi strettamente legate alla politica internazionale e agli interventi militari, i quali sono possibili grazie alla capacità che hanno gli Stati Uniti di indebitarsi sui mercati finanziarsi internazionali, grazie al fatto che il dollaro è una moneta di riserva.

Potendosi indebitare, gli Stati Uniti fanno fatica a capire le implicazioni dello sforzo bellico e lo accetta supinamente, pensando di non doverne pagare i costi. Se non gli States non potessero indebitarsi, il costo vivo sarebbe molto più visibile e non trasmesso alle generazioni future. Più trasparenza verso i cittadini contribuenti vorrebbe dire meno guerre. Come disse Louis Brandeis, Consigliere della Corte Suprema Americana negli anni '30, “La luce del sole è il miglior disinfettante, la luce elettrica il miglior poliziotto”.

L’ultima crisi non è un’eccezione, visto che prima della crisi dei subprime ci sono state le due invasioni in Iraq e Afghanistan, seguite al terribile attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001. La spesa militare venne fatta crescere in modo eccezionale, grazie alle pressioni del Pentagono che trovarono ascolto nell’Amministrazione Bush, sotto shock per l’attentato. Dal 2001 al 2007 gli USA hanno impegnato oltre 600 miliardi di dollari per la sola guerra in Iraq.

Cipolletta: “Le guerre hanno pesato sensibilmente sulle politiche di bilancio americane, con risvolti pesanti sui conti pubblici. Questi disavanzi hanno sostenuto l’economia e contribuito a produrre squilibri nei conti con l’estero. Il protrarsi degli squilibri ha generato forti afflussi di liquidità sul mercato finanziario internazionale. Questa abbondante liquidità ha suscitato l’offerta di nuovi strumenti finanziari da parte delle banche internazionali (che hanno realizzato rilevanti profitti), e ciò ha prodotto bolle speculative. Ne sono derivate bolle speculative la cui esplosione ha prodotto una recessione mondiale”.

Carl Von Clausewitz sosteneva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Noi preferiremmo che le spese militari fossero ridotte. Così gli squilibri macroeconomici sarebbero quantomeno tenuti sotto controllo. E magari con i miliardi di euro disponibili si potrebbe finanziare il terzo settore, la ricerca sul cancro, i beni culturali cadenti, premiare il merito....

mercoledì 15 dicembre 2010

Autorità per l'energia, concorrenza e rendite (CIP6)

Il Presidente dell’Autorità per l’Energia, Alessandro Ortis, conclude oggi il suo mandato settennale. Ci sarà una prorogatio tecnica di 60 giorni poichè il successore designato Antonio Catricalà – attuale Presidente dell’Authority per la concorrenza – ha rinunciato alla designazione e ha deciso di rimanere dove sta (è un bene che non ci siano corsie preferenziali per i presidenti in scadenza).

Ma qual è il ruolo dell’Authority per l’Energia elettrica e il gas? Pochi ne sono consapevoli. Molti ne ignorano addirittura l’esistenza.

Sul sito web http://www.autoritaenergia.it/ leggiamo: “L'Autorità per l'energia elettrica e il gas è un'autorità indipendente con funzioni di regolazione e di controllo dei settori dell'energia elettrica e del gas...I poteri di regolazione settoriale fanno riferimento alla determinazione delle tariffe, dei livelli di qualità dei servizi e delle condizioni tecnico-economiche di accesso e interconnessione alle reti, in servizi in cui il mercato non sarebbe in grado di garantire l'interesse di utenti e consumatori a causa di vincoli tecnici, legali o altre restrizioni che limitano il normale funzionamento dei meccanismi concorrenziali.
L'Autorità opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio nel quadro degli indirizzi di politica generale formulati dal Governo e dal Parlamento e tenuto conto delle normative dell'Unione europea in materia. L'Autorità formula osservazioni e proposte da trasmettere al Governo e al Parlamento, presenta annualmente al Parlamento e al Presidente del Consiglio dei ministri una relazione sullo stato dei servizi e sull'attività svolta.
L'Autorità ha il compito di "garantire la promozione della concorrenza e dell'efficienza" nei settori dell'energia elettrica e del gas, nonché "assicurare adeguati livelli di qualità" dei servizi".

Luigi Einaudi
Il Presidente uscente - in carica dal 2003 - Alessandro Ortis è un ingegnere friulano, tosto e determinato. Sentiamolo. In una recente intervista a Il Sole 24 Ore, Ortis dice: “Il mercato deve essere mercato, non può essere una savana selvaggia dove chiunque possa operare in qualsiasi modo. Un mercato, diceva Einaudi, è un mercato quando ci sono regole e quando le regole sono rispettate. L’abbiamo visto con la crisi del sistema finanziario negli Stati Uniti che ha innescato la crisi globale, il cui inizio è stato generato da “bad regulation”, scarsa regolazione. Servono buone regole; monitoraggio del mercato; se del caso, fare rispettare le regole, anche ahimé con sanzioni e prescrizioni. Ci vuole un regolatore indipendente e attento. L’autorità ha due missioni: competizione e consumatori. Tutelare il consumatore significa garantire di fatto ai nostri concittadini delle scelte libere, consapevoli e convenienti. Il potere dei consumatori è uno strumento veramente forte che consente di sostenere di continuo la migliore efficienza del mercato. La vera libertà di scelta, il vero potere del consumatore, trascina l’efficienza, la sana competizione tra le imprese e in definitiva la competitività del sistema”.

Spesso, è opportuno dirlo, il consumatore è pigro – per approfondimenti, si consiglia la lettura di R. Petrini, L’economia della pigrizia (Laterza, 2007) - per cui a fronte della possibilità di scegliere, l’italiano rimane avvinghiato a doppio filo con l'ex monopolista di turno, di cui è decisamente scontento. Ma finita la litanìa e il lamento, non segue mai l’azione conseguente, ossia l’anglosassone “votare con i piedi”, cioè cambiare e passare a un altro operatore.

Prosegue Ortis: “Una soddisfazione è constatare che in sette anni con la liberalizzazione ed una migliore efficienza del mercato elettrico, abbiamo portato a casa minori costi per i consumatori pari a 4,5 miliardi di euro l’anno e significativi miglioramenti della qualità del servizio, con risultati tra i migliori d’Europa”.

Nel suo ultimo libro Them and Us. Changing Britain. Why we need a fair society, il politologo inglese Will Hutton sostiene che il capitalismo vincente deve essere inteso in modo diverso dal capitalismo oligarchico e di relazione, dove le rendite sono la risultante finale. Nelle sue parole: “Capitalism is indeed the uniquely productive its proponents claim. But it must be the capitalism of the innovative entrepreneur operating in a competitive economy open to all the talents. All productive economies depend on entrepreneurship; but not all entrepreneurship is productive. Too often it is wasted on rent-seeking”.

Facciamo un auspicio. Che il prossimo futuro veda scomparire i disastrosi CIP6 (per chi non lo sapesse, il CIP6 è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi adottata il 29 aprile 1992, con cui sono stabiliti prezzi incentivati per l'energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e "assimilate") – che non dipendono certo dall’Authority ma dalla politica - di fatto sussidi ai petrolieri nostrani, che non ne hanno alcun bisogno. I consumatori ne fanno volentieri a meno, visto che il costo annuo in bolletta per il sistema Italia è di 830 milioni di Euro (Fonte: relazione annuale 2010 Autorità dell’Energia).

Nel caso dei CIP6, sembra di essere tornati nel Medioevo, quando – secondo le parole del nostro più grande storico Carlo Maria Cipolla – “Tramite la costituzione di corporazioni professionali si vieta l’accesso ai più e si difendono i privilegi dei propri membri”.

Va il nostro plauso all’operato di Alessandro Ortis che ha avuto il coraggio di compiere una battaglia durissima con ENI/SNAM RETE GAS al fine della separazione tra proprietà della rete e distribuzione in monopolio. L’ex Ministro Scajola – fino alle dimissioni legate alla vicenda dell’appartamento romano di Via del Fagutale alle spalle del Colosseo, pagato (su un totale di 1.5mio Euro) con 900mila euro forniti in nero dall’Architetto Zampolini (fiduciario del costruttore Anemone, parte della cosiddetta Cricca) – ha cercato di contrastare in tutti i modi Ortis. Non ce l’ha fatta.

martedì 14 dicembre 2010

Il Nobel a una sedia vuota. Ma la Cina non è una dittatura

Quando venerdì scorso è stato consegnato il Nobel per la pace, la sedia di Liu Xiaobo, dissidente, promotore di “Charta 08”, è rimasta vuota. Xiaobo è stato condannato a undici anni per “istigazione alla sovversione” e rinchiuso nel carcere della Manciuria.

E’ stato un brutto spettacolo. E’ brutto che i primi ministri europei si siano fatti intimidire dalla Cina e non abbiamo osato chiedere la liberazione di Xiaobo.

L'architetto Ai Weiwei
L’archistar e artista dissidente Ai Weiwei – arrestato perchè voleva festeggiare con un party la demolizione forzata del suo studio a Shanghai, liberato dopo tre giorni ai domiciliari - ha dichiarato: “Humour is a necessary ingredient when you are living under an authoritarian society. I’m in a battle against any system that tries to limit our imagination. Only with humour and art do we have a superior advantage, and we sill win every time....La Cina è un luogo dove non esiste libertà di espressione, dove l’accesso alle informazioni è limitato dalla censura, dove non si svolgono elezioni e dove la giustizia dipende dalla violenza del potere. Il mondo deve capire cosa significa trasformare un luogo simile nella prima potenza del pianeta”. E prosegue – decisamente incazzato: “L’atteggiamento internazionale fa pietà. Arrivano in Cina capi di Stato e di governo e nessuno osa pronunciare in pubblico le parole “diritti umani”. Come possono essere così miopi? I grandi leader, dopo il Nobel per la pace, non si arrischiano nemmeno a dire il nome di Liu Xiaobo. I figli dell’Occidente malediranno questo errore”.

A fronte della sedia vuota di Xiaobo e delle affermazioni di Weiwei, la reazione sarebbe di considerare la Cina una dittatura. Non è così.

Il nostro sempiterno riferimento Marco Vitale in un recente commento scrive: “In primo luogo la Cina è un paese governato da una classe dirigente che coltiva una cultura del fare vera e non parolaia, come da noi. In secondo luogo la peculiare democrazia cinese, così diversa dalla nostra, con il ruolo centrale del partito, facilita il processo decisionale anche se in Cina vi sono talora divergenze forti fra autorità locali e centrali e se la presenza di un’opinione pubblica attenta è in crescita. Immagino che molti si risentano del fatto che ho usato la parola democrazia cinese, ma penso che sia un grande errore continuare a classificare la Cina come un Paese totalitario. Nell’interno del partito esiste una forte dialettica e forme di competizione democratica. L’opinione pubblica incomincia a contare. Gran parte della strada verso un Paese di diritto è stata percorsa. Molti meccanismi di bilanciamento di poteri sono in atto, che rendono possibile parlare di democrazia sia pure controllata e fortemente guidata dalle oligarchie del partito che resta tetragono ad ogni democratizzazione. Forse, provocatoriamente, si potrebbe parlare di autoritarismo democratico”.


Slavoj Zizek
 Interessanti anche alcune considerazioni del filosofo sloveno – gran provocatore, visiting professor in numerose università dal mondo - Slavoj Zizek: “Dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue tra un secolo, penso a Lee Kwan Yew, per oltre trent’anni primo ministro di Singapore. E’ stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare “capitalismo asiatico”: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro, ma che può fare a meno della democrazia, e anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le sue riforme, e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina”.

Poi Zizek tocca un punto importante, la fine della connessione tra democrazia e capitalismo: “Credo che i meccanismi democratici non siano più sufficienti ad affrontare il tipo di conflitti che si prospettano all’orizzonte. Sembrano richiedere un “governo di esperti” molto decisionista, che si esprima su quel che occorre fare, e lo metta rapidamente in atto senza tanti salamelecchi. Ma il punto non è criticare la democrazia in sè; bisogna comprendere come la democrazia si stia autodistruggendo, ed è importante sottolinearne l’aspetto strutturale: non si tratta delle decisioni di singoli pessimi leader, della loro brama di potere o simili: è il sistema stesso che non può più riprodursi in modo autenticamente democratico”.

Io sono indotto a pensare che non bisogna prendere scorciatoie. Noi europei ci abbiamo messo circa duemila anni per approdare alla democrazia, non possiamo pretendere che questo salto storico altri lo facciano in un solo giorno. Abbiamo visto come esportare la democrazia sia assai complicato e nefasto. Ogni popolo deve trovare dentro di sè le energie per liberarsi dei propri tiranni, altrimenti diventerà schiavo del suo liberatore.

Si sbaglia di grosso chi pensa che la guerra sia la via più veloce per risolvere un problema. Dopo una guerra il problema è ancora intatto. E la guerra per esportare la democrazia è stata un fallimento clamoroso. Dopo l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001, la situazione è migliorata?

Consiglio a tutti la visione del film Bhutto sulla storia della famiglia Bhutto e in particolare di Benazir, gran donna, con un coraggio ammirevole, primo ministro due volte del Pakistan, assassinata il 27 dicembre 2007.

lunedì 13 dicembre 2010

Faust, il Governatore Carli e il ritorno da Maastricht

Eravamo tornati nella notte da Maastricht. Ricordo il freddo secco, pungente. Per la mattina dopo – era l’11 dicembre 1991  (19 anni fa, dunque, ndr) – avevo convocato un gruppo di cronisti al Ministero del Tesoro. Preparai il testo del Trattato, da portare e commentare. Poi, all’ultimo momento cambiai idea. E presi dalla biblioteca una vecchia copia del Faust di Goethe, parte seconda, sulla quale avevo studiato nel 1936 all’Università di Monaco di Baviera. Portai quel libretto ingiallito nel mio incontro con i giornalisti, destando un’increspatura di stupore.

Entrai nella sala della Maggioranza...posi sul tavolo rotondo il testo del Faust, e spiegai il valore simbolico di quel gesto. Nella seconda parte del Faust, Mefistofele consiglia all’Imperatore di finanziare le proprie guerre contro l’Antimperatore stampando banconote senza preoccuparsi della loro quantità. La Corte è in preda all’euforia per l’invenzione della banconota e per la possibilità di moltiplicare magicamente il potere d’acquisto, con il solo atto della firma dell’Imperatore....Il denaro risveglia la città imperiale “già quasi muffita e mezza morta” come il soffio rivitalizzante del favonio. Il popolo è felice. Consuma. La crescita dell’economia riparte. Il Medioevo finisce. E’ il Rinascimento. L’Imperatore è stordito dalle meraviglie che gli vengono prospettate. Obietta: ma che cosa garantirà il valore di quelle banconote? Faust replica: se mancherà l’oro e l’argento con i quali riscattare i biglietti al portatore, basterà garantirli con il sottosuolo ricco di miniere, di tesori, di gemme. E Mefistofele commenta: “Se manca moneta, basta scavare un po’...
Quella sussurrata da Mefistofele è la tentazione che tutti i Principi, tutti i potenti della storia hanno avuto: finanziare le proprie guerre, i propri fasti, stampando moneta senza preoccuparsi di garantirne il valore, la stabilità. Finanziandoli con l’inflazione. Il Trattato di Maastricht si propone proprio di allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania, che proibisce al Principe, vale a dire al governo, di stampare moneta a proprio piacimento. Costringe tutti ad assumere comportamenti non inflazionistici.
Mostrai il libricino e dissi: “Questo volume venne stampato per le scuole tedesche negli anni Trenta, e in esse diffuso e commentato. Questo vi testimonia quanto sia radicata nell’animo dei tedeschi l’ostilità per l’inflazione, dopo Weimar. Questo pilastro si estende oggi anche all’Europa”.

Guido Carli
Questa la testimonianza di Guido Carli nell’Epilogo di Cinquant’anni di vita italiana (Laterza, 1993). E’ da questo passaggio che deriva il nome di questo blog, Faust e il Governatore.

Maastricht è una piccola città sulla Mosa al confine tra l’Olanda, il Belgio e la Germania. A Maastricht si apriva il 9 dicembre 1991 lo storico Consiglio europeo che avrebbe dato vita al nuovo Trattato.

Nella prima giornata furono sciolti gli ultimi nodi sull'Unione economica e monetaria: entro il 1º gennaio 1999 si sarebbe avviata la terza tappa del calendario, con l'introduzione della moneta unica. Più difficile fu superare l'opposizione britannica a questa soluzione e sulle questioni sociali. Venne sancita così la clausola di opting-out attraverso la quale la Gran Bretagna avrebbe potuto rimanere nella futura Unione europea pur senza accogliere le innovazioni che il suo governo avesse rifiutato.

L’11 dicembre i dodici Paesi della Comunità Europea sottoscrissero il trattato di Maastricht, che perfezionato nel febbraio 1992 e ratificato nel 1993, porterà alla nascita dell’Unione Europea (1° novembre 1993).

Dopo la creazione dell'Istituto monetario europeo (IME), sarebbe nata da esso la Banca centrale europea (BCE) e il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Venivano distinte due ulteriori tappe: nella prima le moneta nazionali sarebbero continuate a circolare pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi con il futuro Euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite dalla moneta unica. Per passare alla fase finale ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare cinque parametri di convergenza (denominati parametri di Maastricht, per l’appunto):

• Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%.
• Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%.
• Tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
• Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi.
• Permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale.

Secondo Carli “Nel trattato confluiscono le idee di Luigi Einaudi, idee contraddistinte dall’obiettivo di consolidare la pace in Europa organizzando il vecchio continente secondo il principio federalista, ossia secondo il principio che ogni Stato membro mantiene la propria identità, ma ammette di restringere la sovranità nazionale nei campi della difesa e della moneta”.

Sempre Carli: “Il Trattato di Maastricht è incompatibile con l’idea stessa della “programmazione economica”. Ad essa si vengono a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta, e il principio di pareggio del bilancio.
Tangentopoli non è che un’imprevista opera di disinflazione di un’economia drogata, un completamento inconsapevole del trattato di Maastricht”.

Chiudiamo con l’opinione del Governatore Paolo Baffi – delegittimato e costretto a dimettersi nel 1979 a seguito dell’attacco di esponenti della Democrazia Cristiana corrotti e della P2 - il quale in una lettera allo stesso Carli scrisse: “Sarà forse uno scossone violento, quello che scuoterà un giorno il Paese dal suo torpore”. Ciampi sarà il suo successore.

Quando arriverà questo scossone? Fasten seat belt, dice il comandante prima della partenza dell’aereo.

venerdì 10 dicembre 2010

Guadagna di più Barack Obama o il presidente del Molise Michele Iorio?

Nell’ultima prova scritta per i miei studenti dell’Università di Bergamo – dove insegno Economia e Tecnica degli Scambi Internazionali, la domanda per il 30 e lode recitava: “Guadagna di più il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama o il presidente del Molise, Michele Iorio?”

Voi direte: ma cosa c'entra Iorio con il corso di finanza internazionale? Conta tantissimo invece, perchè se lo spread BTP-Bund si allarga non è certo colpa degli speculatori cattivi. La colpa è nostra che ci teniamo stretta gente come Michele Iorio.

Figuratevi il mio compiacimento quando sabato scorso 4 dicembre, il Corriere della Sera con due delle sue firme più prestigiose – Stella e Rizzo – ha dedicato due pagine intere alle gesta di Iorio: “Viceré Michele e la Regione “pigliatutto” http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/04/Vicere_Michele_Regione_pigliatutto__co_9_101204079.shtml.


Michele Iorio
Ma chi è Michele Iorio? Più che un barone, un viceré.
Michele Iorio è saldamente alla guida del Molise da tempo immemorabile. Prima assessore provinciale di Isernia, poi sindaco della città, poi assessore regionale di centrosinistra, poi candidato (trombato) dell’Ulivo appoggiato da Rifondazione comunista, poi governatore berlusconiano.

Il 20,4% dei molisani lavora nella pubblica amministrazione. Stella e Rizzo: “I soli uffici della Regione pagano un migliaio di dipendenti: con la stessa proporzione, per capirci, la Regione Lombardia dovrebbe avere oltre 30 mila dipendenti ancziché quattromila. Con tutti quei dipendenti pubblici, dovrebbe essere un modello di efficienza. Non è così. Prendiamo la spazzatura: la regione è in coda alla classifica della raccolta differenziata con il 4,8%:meno ancora della Sicilia (6,1%), della Calabria (9,1%) e addirittura della Campania (13,5%)....E la sanità? Il deficit 2009 è astronomico:225 euro per abitante. Più pesante, Lazio a parte, di ogni altra regione.
Il vicerè Michele Iorio non si è scomposto....Governatore, leader del Popolo delle libertà, commissario alla sanità, commissario al terremoto, commissario all’alluvione: un patriarca”.

Con il terremoto di Campobasso, la maggior parte dei finanziamenti è finito nella zona di Isernia, il bacino elettorale di Iorio nemmeno sfiorato dal sisma. Un esempio di lucido investimento di ricostruzione? 200mila euro per il Museo del Profumo a Sant’Elena Sannita.

Con il decreto 314 del 2007, Iorio, commissario per il terremoto e l’alluvione (uno dei suoi tanti incarichi), ha destinato 40mila euro quale contributo per la esecuzione di n. 3 serate regionali del concorso Miss Italia.

La parentopoli di Michele Iorio? Ce la raccontano sempre Rizzo e Stella: “Il fratello Nicola Iorio, primario, ha visto il suo reparto ricevere un contributo di un milione di euro a dispetto del buco regionale salito in otto anni a 600 milioni. La sorella Rosa Iorio direttrice del distretto sanitario. Il figlio Luca Iorio medito ospedaliero. L’altro figlio Raffaele Iorio, direttore medico di un centro privato convenzionato con la Regione del papà. Il cognato Sergio Tartaglione, marito di Rosa Iorio, primario di psichiatria e presidente dell’ordine dei medici isernini”.

Aspettiamo con ansia il prossimo editoriale televisivo – TG1 sei pronto? – che – raccontando il “contagio” europeo e la supposta crisi dell’euro (mai uno che dica che l’euro è nato a 1,17 contro dollaro e ora ci vogliono molti più dollari, 1,33 per avere un euro) - accusa la “perfida speculazione internazionale”, il complotto “giudo-plutaico-massonico”, che osa vendere i nostri titoli di Stato e quindi contribuisce all’allargamento dello spread Btp-Bund. Ma non lo vedete che lo spread si allarga perchè in Italia siamo pieni di Michele Iorio? Perchè buttiamo via il denaro dei contribuenti in modo scandaloso e siamo amministrati da viceré senza un minimo di competenza. E poi la colpa è degli speculatori. Ma va là!

Sentiamo cosa dice il nostro miglior riferimento, Carlo Azeglio Ciampi (intervista a Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2010): “Il paese viene giudicato nel suo insieme. I mercati hanno bisogno di messaggi chiari e semplici. La fiducia è la conseguenza di scelte coerenti con gli impegni assunti. Certo vi è il rischio che venga meno la fiducia dei mercati. Ricordo Gerrit Zalm, il ministro delle finanze olandese: fu il più duro di tutti, tra il 1997 e il 1998, nel pretendere che l'Italia assumesse impegni precisi nel risanamento dei conti pubblici. Poi, quando questo impegno venne assunto, divenne uno dei nostri più accesi sostenitori. Ero a una riunione dell'Ecofin a Bruxelles. Un ministro espresse dubbi sull'Italia, e fu proprio Zalm a tacitarlo con queste parole: Carlo ha preso questo impegno e per me è sufficiente”.

Torniamo all’esame:

“Domanda valida per il 30 e lode:

GUADAGNA DI PIU’ IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA BARACK OBAMA O IL PRESIDENTE DEL MOLISE, MICHELE IORIO?

a) Ovviamente guadagna di più Obama, Iorio non so chi sia
b) Dipende dal cambio del dollaro; se il dollaro raggiungesse la parità con l’euro, come auspicano Giavazzi e Caballero, Obama guadagnerebbe di più
c) Non ho parole, ma guadagna di più Iorio “

Naturalmente la risposta al quesito d’esame è la c) “Non ho parole, ma guadagna di più Iorio” (più di Obama, avete capito bene).

giovedì 9 dicembre 2010

Buon compleanno Carlo Azeglio!

Oggi uno dei più grandi italiani viventi, Carlo Azeglio Ciampi – Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993, Presidente del Consiglio e Ministro del Tesoro, Presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, nato a Livorno il 9 dicembre 1920 - compie 90 anni. Gli facciamo gli auguri, ricordando alcune sue riflessioni e punti di vista, ritratti da “Da Livorno al Quirinale” (Il Mulino, 2010).

Non c’è dubbio che la vita scorre e ti offre tante occasioni. L’importante è riuscire a coglierle nel modo giusto e al momento giusto. Non mi sono mai lamentato di quello che mi ha offerto la vita. Posso dire che per inclinazione naturale mi sono sempre sentito pronto a cogliere l’occasione che in un certo momento si offriva”.

Sono convinto che nella vita si debba sempre cercare di utilizzare al meglio il tempo...fai le cose che ritieni di dover fare; dovendole fare, cerchi di farle rapidamente...io ho preso da mia madre: “Non rinviare a domani quello che potresti fare oggi, il tempo è breve”.

Io parto da questa idea: non prendere impegni che sono al di là delle tue forze. Ma se li devi prendere, bando ad ogni incertezza o timidezza, rimboccati le maniche e mettiti a lavorare"."La mia filosofia è questa. Quando si profilano impegni difficili, importanti, se puoi farlo, evitali; ma se non puoi evitarli, affrontali con pienezza di energie, con freddezza, con libertà di mente, con onestà di propositi”.

Molte volte mi chiedo se ci sia oggi una generazione di trentenni che abbia la forza di “ricostruire”, la volontà e l’impegno necessari, come li avemmo noi, provati dalla guerra, anzi con la guerra ancora alle porte di casa. Mi dico anche che se questa generazione non c’è, la colpa è nostra, è dei padri; vuol dire che non siamo capaci di passare la mano al futuro. E’ un pensiero che quasi mi ossessiona; ma non perdo la fiducia”.

Servire la Banca d’Italia vuol dire servire, imparare a servire una grande istituzione. Quindi l’istituzione viene prima della persona. Secondo, ti insegna ad avere valori precisi, ti insegna a non accettare compromessi, ti insegna a tenere fermo il punto di fronte a chiunque prema. Ti insegna a non dipendere da nessuno, da nessun potere politico esterno

Studiare come un forsennato vuol dire scavare problemi, capirli, non mandare meccanicamente a mente nozioni. In questo mi aiutò molto la mia familiarità con il metodo della filologia classica...Bisogna rendersi conto delle origini delle cose, approfondire, scavare, per capire il testo base

Nella vita si studia sempre fino all’ultimo giorno. In forme diverse. La curiosità, il desiderio di capitre, di darsi una spiegazione delle cose, non cessano mai. Il mondo non lo si conosce mai abbastanza. A parte le conoscenze tecniche, è la vita stessa, nei suoi valori, nelle sue manifestazioni, nelle nostre reazioni a esse, che si presenta come un apprendistato continuo. Anche a novant’anni compiuti

Nella discussione si affinano le idee, si migliora il contenuto della soluzione che uno può avere in mente già in partenza, ma poi si deve chiudere. La discussione non è mai fine a se stessa e non è mai senza fine, deve finire, ci sono tempi da rispettare. Questo è, per me, il famoso problema del rapporto fra conoscenza e atto volitivo. Ci vuole il massimo della conoscenza. Ma poi c’è l’esigenza di smettere, di mettere la parola fine a un processo conoscitivo, altrimenti senza fine, e di chiudere con la decisione, con la scelta”.

La fiducia e la speranza mi vengono dai giovani, che pure vivono un presente difficile e nutrono d’incertezza il loro futuro...Frequenti sono le occasioni che ho di incontrare ragazzi, studenti, giovanii impegnati nello studio e nel lavoro...mi conforta osservarne la forza,la determinazione a non lasciarsi andare; il loro saper guardare avanti. Con molta lucidità non coltivano illusioni, ma non cadono nel disincanto o peggio nel cinismo. Affrontano la realtà per quello che è e si adoperano a cambiarla. Questo è per me il punto: il ricambio generazionale. Quando questi giovani chiederanno con vigore, perentoriamente, ai loro padri: “E ora, fatevi da parte”. E’ ciò che fece la mia generazione all’indomani della guerra. Tra mille difficoltà, senza molte certezze circa il nostro futuro, salvo una: “Ora tocca a noi”. Ce la facemmo. Ce la faranno”.

Domenica scorsa sul Sole 24 Ore Ciampi ha invitato i lettori a riprendere in mano Leopardi. Lo riporto integralmente: “Sia di auspicio la convinzione del Passeggere leopardiano, “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”. E il futuro è speranza”.

Auguri Carlo Azeglio!

P.S.: Per chi non l’avesse ancora fatto, invito caldamente alla lettura del post “Il capolavoro di Carlo Azeglio Ciampi”. E’ lì, il 24 novembre 1996 che “Ciampi gave the performance of his life”.

martedì 7 dicembre 2010

Omaggio a sant'Ambrogio


Sant'Ambrogio

Oggi a Milano si festeggia Sant'Ambrogio, vescovo di Milano.
Tra un'ora - come da tradizione - il palco della Scala si aprirà e verrà dato inizio alla "Prima" con Die Walkure - La Valchiria - di Richard Wagner, diretta da Daniel Barenboim.

Io voglio rendere omaggio a sant'Ambrogio. Aurelio Ambrogio, meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, 339 – Milano, 397), vescovo, scrittore e uomo politico, fu una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo d.C.
Conosciuto anche come Ambrogio di Milano, assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino è patrono della città, della quale fu vescovo dal 374 fino alla sua morte e nella quale è presente la basilica a lui dedicata che ne conserva le spoglie.

Viviamo tempi tristi e difficili.
Ma Ambrogio ci invita a non mollare. Così usava affermare: "Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi”.

Sta in noi.

lunedì 6 dicembre 2010

In Italia "solo chiacchiere e distintivo", in Cina "cultura del fare vera"

Mentre in Italia dibattiamo su tutto senza alcun costrutto, in modo prevalentemente ideologico, la Cina avanza beata con una crescita anche quest’anno nell’intorno dell’8% di Pil.

Ma qual è il segreto dietro questa straordinaria capacità di realizzazione cinese che ha stupito il mondo?

Marco Vitale, economista d’impresa, una risposta ce l’ha: “In primo luogo la Cina è un paese governato da una classe dirigente che coltiva una cultura del fare vera e non parolaia, come da noi.

In secondo luogo la peculiare democrazia cinese, così diversa dalla nostra, con il ruolo centrale del partito, facilita il processo decisionale anche se in Cina vi sono talora divergenze forti fra autorità locali e centrali e se la presenza di un’opinione pubblica attenta è in crescita. Immagino che molti si risentano del fatto che ho usato la parola democrazia cinese, ma penso che sia un grande errore continuare a classificare la Cina come un Paese totalitario. Nell’interno del partito esiste una forte dialettica e forme di competizione democratica. L’opinione pubblica incomincia a contare. Gran parte della strada verso un Paese di diritto è stata percorsa. Molti meccanismi di bilanciamento di poteri sono in atto, che rendono possibile parlare di democrazia sia pure controllata e fortemente guidata dalle oligarchie del partito che resta tetragono ad ogni democratizzazione. Forse, provocatoriamente, si potrebbe parlare di autoritarismo democratico.


In terzo luogo la grandissima parte della popolazione non solo è contenta di queste realizzazioni ma ne è orgogliosa e le vive come una straordinaria epopea nazionale. Come spiegare altrimenti gli oltre settemila volontari, per lo più giovani studentesse universitarie, impegnati, gratuitamente, a contribuire al buon funzionamento dell’Expo?

Da non sottovalutare come quarto fattore, l’alta competenza ingegneristica accumulata in certi settori e certi grandi centri universitari. Ad esempio la facoltà di ingegneria di Shanghai è considerata la prima al mondo per la progettazione di grattacieli con basamento in terreni molto umidi.

“Last but not least” metterei il regime dei suoli. Tutti i suoli sono pubblici e chiunque vuole utilizzarli per scopi industriali o produttivi deve ottenerli in concessione a lungo termine, spesso attraverso vere e proprie aste”.

Marco Vitale
Sempre il grande Marco Vitale ci ricorda le parole del primo presidente della repubblica cinese Sun Yat Sen (primi anni del ‘900), che pose fine alla millenaria storia degli imperatori: “Il mondo ha ricevuto grandi benefici dallo sviluppo dell’America. Allo stesso modo una Cina sviluppata sarà un altro Nuovo Mondo. Le nazioni che sapranno prendere parte a questo sviluppo ne trarranno immensi benefici. E una collaborazione internazionale di questo tipo non potrà non contribuire a rafforzare la fratellanza tra i popoli”. La profezia di Sun Yat Sen si sta realizzando.

Robert De Niro ne "The Untouchables"


E noi italiani sempre chiacchiere e distintivo.

venerdì 3 dicembre 2010

Marchionne e l'Italia "solo chiacchiere e distintivo" (prima parte)

Sergio Marchionne
L’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato l’altro giorno: “Negli Stati Uniti si agisce, in Italia si parla”.

Caro Sergio, siamo completamente d’accordo con te. E te ne diamo subito la dimostrazione. Riportiamo integralmente la lettera di Marco Dalla Dea “Noi veneti di Casalserugo alluvionati e presi in giro” a Mario Calabresi, direttore de “La Stampa” il 9 novembre scorso. Vale interi manuali scolastici sul vero mantra italiano: “Chiacchiere e distintivo”. 

Sei solo chiacchiere e distintivo” e' una frase tratta da un film "Gli intoccabili" (1987) di Brian De Palma, dove Al Capone interpretato da uno splendido Robert De Niro insulta l'agente federale Eliott Ness (Kevin Kostner) dopo la sentenza a lui sfavorevole - clicca qui per vedere il filmato. E' diventata una frase nel linguaggio comune per indicare persone bravissime a pontificare e chiacchierare ma pessime quando si tratta di mettere in pratica le cose di cui parlano.

"Gentile Direttore, ho imparato che gli animali sono i primi a scappare, sotto l’alluvione. Le coccinelle si inerpicano sul muro. I gatti salgono in alto. I labrador nuotano verso la banchina della strada, così come le talpe, sorprendenti mezzofondiste a pelo d’acqua. Le vacche no. Quelle vanno a fondo.
«Affogano per il culo», precisa un allevatore. Piange. Sta cercando di mettere in salvo le mucche da latte della sua stalla a conduzione familiare. «Non riescono a chiudere lo sfintere, si riempiono d’acqua, e vanno sotto». Verità o leggenda? Non lo so, ma cosa non si sente, durante un’alluvione. E gli uomini? Loro provano a mettere in salvo un po’ di roba, prima di scappare.
Casalserugo (PD)
Siamo a Casalserugo, provincia di Padova, 12 chilometri e 100 metri esatti da piazza dei Signori, il centro del capoluogo veneto, una delle città più ricche d’Italia, ma sembra un altro mondo.
Alle 10 di mattina di martedì 2 novembre, ci sono già 60 centimetri d’acqua nei punti più bassi del comune. E sale. Il fiume Bacchiglione, grossissimo per la piena, ha rotto gli argini. Uno squarcio: 14 metri di argine venuti giù, e il fiume si getta fuori a tutta forza. Da lì alle case è un tiro di schioppo.
Alle 11 la melma è sulla soglia di casa. Alle 12, la gente dice addio ai divani del salotto buono.
Il genio civile prova a tappare il buco a suon di rocce, terra e inerti. Dopo i primi tentativi, è chiaro che non c’è niente da fare: «Troppa pressione! Troppa pressione!», grida un vigile del fuoco, uno di quelli delle Marche, venuti qui a dar man forte. Gli ingegneri del Genio, più composti, si limitano a scuoter la testa.
Tra le 10 e le 13, transitano 12 camion rimorchio pieni di massi e terra, sversano nello squarcio, il fiume gorgoglia, si ingobbisce, e porta via tutto. Rimorchio dopo rimorchio, la storia è la stessa: «Troppa pressione! Troppa pressione!». A sera, il buco è di oltre 45 metri, mezzo campo da calcio.
Ci saranno 150-200 case, nelle immediate vicinanze dello squarcio. Ma la zona interessata è più ampia, si parla di oltre 1500 persone, nonni compresi. Le famiglie vengono evacuate al palazzetto di Casalserugo fin dalle 5 di mattina, ma alle 10 l’acqua è troppo vicina e arriva il contrordine: «Viene giù l’argine, vi portiamo tutti a Legnaro».
Ma la gente non vuole andare. C’è da salvare la casa. Provare a fermar l’acqua. Servirebbero delle barriere, sacchetti di sabbia. Ma non c’è niente. «Se riuscite, arrangiatevi, perché mi sa che non arriva nessuno…», dice costernato il carabiniere alla guida di una Punto che fatica a venir fuori dall’acqua.
Ha torto, almeno in parte.
Dopo poco, infatti, la Protezione Civile scarica dei sacchi di juta con su scritto: «Magistrato alle Acque di Venezia». Quelli che dovrebbero proteggerti dall’acqua. Già, ma la sabbia? Con cosa dovrei riempirli, questi dannati sacchi? Non lo sanno. «Provate a chiamare giù in Comune!», suggerisce il Sindaco di Casalserugo, Elisa Venturini, sconvolta per la notte passata in bianco, sul sedile di una Land Rover del Genio. Signor Sindaco, ma non avete una radio? Non potreste chiamar qualcuno voi? «Ma che radio! Abbiamo i cellulari, quando prendono…».
Ognuno si arrangia come può, gambe nell’acqua a spostare mobili e vecchi. Ognuno per conto suo, alla veneta maniera: «Con 'ste braccia gò spostà 50 sacchi de sabia», dice uno, intanto che la casa gli affonda sotto i piedi. Quello che manca è il coordinamento. Nessuno sa niente. Non ci sono informazioni. Le strade vengono chiuse e poi riaperte. I pompieri vengono da fuori, e se gli chiedi «è praticabile via Sperona?», quelli ti rispondono: «Son di Ancona, non lo so». Ci si aiuta tra vicini. Uno salva una televisione al plasma, l’altro prova a spostare la macchina. «Troppo tardi, è nel pantano, non vedo più dov’è il fosso», dice M.D., che abbandona la sua Fiat Punto Evo «sperando che non salga troppo fango…».
I sacchetti della Protezione Civile continuano a galleggiare vuoti, finché N.F., commerciante in materiali edili, non apre le porte del suo magazzino alla gente: «Prendete, usate tutto quello che serve». Ecco la sabbia per i sacchetti. Ecco che si può cercar di tappare qualche porta. Ma sono le 12, e l’acqua è alle finestre. E l’acqua, si sa, non si ferma. Muri di sabbia crollano. La melma avanza, entra nelle logge e poi fin dentro casa.


«Si è rotto l’argine e ora son problemi!», scrive su Facebook il vicesindaco di Padova, Ivo Rossi. Altro che problemi. «Cucina da buttare: 3000 euro. Casetta in legno: 2000 euro. Moto Guzzi sotto acqua: 4000 euro. Medicine di nonna: 500 euro». La gente comincia a farsi i conti in tasca, una bestemmia e un segno della croce sempre a portata di mano, d’altronde siamo in Veneto.
La gente si ricorda del ’66 e non ha bisogno di dichiarare lo stato di calamità: se lo trova in casa, allo stato liquido, freddo, inarrestabile all’altezza delle ginocchia, della cintura, del petto… «È ora di scappare!».


La gente si chiede: come mai non c’è nessuno ad aiutare, qui a Casalserugo? Siamo in una delle province più ricche d’Italia, abbiamo 2000 sfollati, come mai il TG1 non ne parla? Perché non mandano qualcuno?


La gente si guarda attorno e vede tre pompieri, un signore del Genio, due carabinieri, un sindaco senza radio e un municipale col motorino, che fanno su e giù per argini sotto i quali vivono 2000 persone. Vanno avanti col cuore… ma il cervello dov’è? C’è da qualche parte qualcuno che abbia una visione d’insieme? Pare proprio di no.
«Bertolaso e quegli altri che comandano sono tutti a far le passerelle davanti alle tv locali...», constata il poliziotto municipale, prima di andarsene col Piaggio che quasi gli galleggia via da sotto il sedere.
La gente si arrabbia. «Ma cosa dobbiamo fare?», chiede M.P., casa comprata un anno e tre mesi fa a pochi passi dal Ponte della Riviera, un mutuo trentennale al collo. Tutto sotto acqua: i pavimenti del piano terra son da buttare, il parquet si gonfia e salta, 8000 euro di listoni che spariscono giù per la melma, e tanti saluti.
«Signori, state calmi!», dice uno da una camionetta bianca. «Ma dobbiamo andarcene?», gli chiedono di rimando quelli, nell’acqua fino alla cintola, il cappotto buono addosso e un gatto sotto il braccio. «Non lo sappiamo – si sentono rispondere dalla camionetta - Non ci hanno comunicato niente. Oddio, in linea di massima sarebbe meglio se ve ne andaste, ma prima conviene che mettiate un po’ di sacchetti davanti alle porte…».
Ci si sente come le mucche, nei pressi dell’argine di Casalserugo. Bagnati e presi per il culo.


PS: Tra l’1 e il 4 novembre, nella provincia di Padova ci sono stati più di 2000 sfollati. Oltre 5000 in tutto il Veneto".

MARCO DALLA DEA



In Cina parlano i fatti, in Italia “solo chiacchiere e distintivo”. A lunedì per la seconda parte.

giovedì 2 dicembre 2010

La Cina, l'inflazione e la Fed sotto attacco

In Cina l’inflazione rialza la testa e raggiunge il 4,4% - il livello più alto degli ultimi due anni. La causa principale sta nel rialzo dei prezzi delle derrate alimentari (le agenzie segnalano in particolare il rialzo di patate, cavoli e cetrioli; lo zucchero è introvabile), saliti del 10% nel corso del mese di ottobre. Fuori città, in assenza della grande distribuzione, i rincari sarebbero ancora maggiori. Nelle zone remote del paese, dove vivono centinaia di milioni di persone, i flussi delle derrate sono affidate a fragili e inefficienti operatori locali.

Prosegue anche la corsa dei prezzi delle case, alimentata dai maxi piani di urbanizzazioni annunciati dalle autorità.

La Commissione Nazionale per le riforme e lo sviluppo ha subito dichiarato che “Qualora fosse necessario, l‘autorità pubblica non esiterà a intervenire direttamente sui prezzi dei beni di prima necessità”.

Il governo cinese ha in mano un altro strumento a disposizione, la politica monetaria,che è pronta a tornare in azione, alzando i tassi di interesse, o aumentando la riserva obbligatoria per le banche – come ha fatto settimana scorsa.

Morgan Stanley si aspetta che i prezzi nei paesi avanzati si mantengano nell’intorno dell’1,5% nel 2010, mentre lo vede tra volte tanto al 5,4% nei Paesi emergenti. La “great divergence” può portare le autorità monetarie ad aumentare i tassi per fermare il surriscaldamento dei prezzi. E questo accresce l’appeal per la carta dei Paesi Emersi via rialzo tassi. E il circolo vizioso prezzi al rialzo-afflussi di capitale-prezzi su si può perpetuare.

Oltreoceano ci troviamo nella situazione opposta, negli Stati Uniti l’indice CPI – consumer price index – tocca i minimi degli ultimi 53 anni a 1,2%. Il core CPI – che sclude alimentari ed energia è a zero da tre mesi e ha raggiunto il minimo degli ultimi 70 anni (0,6%). In una situazione di generale debolezza della domanda, in ottobre sono scesi i prezzi delle auto, dell’elettronica, dell’abbigliamento, degli alberghi, della verduta. Sono saliti i prezzi della benzina e di alcune materie prime.

Uno dei Governatori regionali della Federal Reserve – James Bullard della Fed di St. Louis - ha detto: “Occorre difendersi non solo dall’inflazione troppo alta, ma anche da quella troppo bassa”.

Sul sito www.federalreserve.gov possiamo vedere insieme quale siano gli obiettivi della Federal Reserve: “The goals of monetary policy are spelled out in the Federal Reserve Act, which specifies that the Board of Governors and the Federal Open Market Committee should seek “to promote effectively the goals of maxi¬mum employment, stable prices, and moderate long-term interest rates”.

Gli attuali compiti della Fed sono il composito risultato della Storia. A seguito della Great Depression fu introdotto come policy target il pieno impiego (Full Employment) attraverso l’approvazione dell’Employment Act nel 1946.

A seguito della Great Inflation degli anni ’70 – attraverso l’Humphrey-Hawkins Act del 1978 – fu introdotto come policy target la stabilità dei prezzi (price stability).

Milton Friedman
A pochi anni dal centenario della Fed (1913) ci troviamo in una fase storica nella quale la banca centrale guidata da Bernanke acquisisce sempre più poteri e centralità nella politica americana. E non tutti sono d’accordo. Significativa la citazione di Milton Friedman: “Nessuna istituzione americana ha avuto una simile performance negativa per un periodo così lungo, eppure una reputazione pubblica così alta”.

La pensano allo stesso modo i Repubblicani - forti della loro vittoria alle elezioni di Mid-term – a cui la manovra espansiva non convenzionale (QE2) non è assolutamente piaciuta. Bob Corker, un tenace senatore repubblicano, è tornato alla carica chiedendo di ridurre il mandato della Fed a un solo obiettivo, come la Banca Centrale Europea: “It is time that we work to clarify the mandate of the Federal Reserve. Providing our central bank with a clear and explicit focus on keeping inflation low will serve America better than the broader mandate approach we have today”.

Paul Krugman
Noi siamo più d'accordo con il Premio Nobel Paul Krugman, che di recente ha scritto: “La cattiva notizia relativa all’America è che una potente fazione politica sta cercando di ostacolare in tutti i modi la Federal Reserve, di fatto privando il Paese del grande vantaggio che abbiamo nei confronti degli spagnoli impelagati. Gli attacchi dei repubblicani alla Fed – la richiesta per esempio di smettere di promuovere la crescita economicia, per concentrarsi piuttosto sul compito di mantenere forte il dollaro e contrastare inesistenti rischi di inflazione – equivalgono a chiedere di essere volontariamente rinchiusi nella prigione spagnola (che una volta entrata nell’euro non può svalutare e quindi è costretta a una “svalutazione interna, ndr). Speriamo soltanto che la Fed non stia a sentire. Le cose in America vanno male, ma potrebbero andare di gran lunga peggio. E se avrà la meglio la fazione dell’”hard money” di sicuro andrà peggio”.

Certo è che da quando è stato annunciato il QE2 a Jackson Hole ad agosto, i tassi a 10 anni dei government bonds negli States sono passati dal 2,49% al 2,96%. Altro che quantitative easing, per adesso possiamo parlare di quantitative tightening!

mercoledì 1 dicembre 2010

L’Irlanda e la zoppìa dell’Europa (copyright Carlo Azeglio Ciampi)

Così come l’Europa si è realizzata sulla spinta del ricordo della terribile guerra tra Paesi Europei, così l'ultimo "contagio" europeo a seguito del salvataggio di Grecia e Irlanda (quale sarà il prossimo Paese in difficoltà?) potrà farci passi avanti e superare la dicotomia insanabile tra sovranità monetaria e assenza di sovranità fiscale.

Cos’è la zoppìa? La zoppìa è il non completamento dell’Unione politica europea, dopo aver creato l’Unione Monetaria. Non si è riusciti a completare il progetto istituzionale dei padri fondatori dell’Europa. E se non c’è governo europeo, la costruzione europea scricchiola. Come tutte le crisi, anche questa ultima dell’Irlanda – la cui crisi è una crisi delle banche, non una crisi da deficit pubblico (nel 2007 il debito pubblico netto dell’Irlanda era il 12% del Pil) – può servire per sensibilizzare i cittadini europei che bisogna fare un salto in avanti e colmare la zoppìa.

Carlo Azeglio Ciampi
Approfondiamo il termine zoppìa, rifacendoci all’imprescindibile Carlo Azeglio Ciampi (Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano, Il Mulino, 2010, p. 163): “Alla moneta unica, cioè a un fatto squisitamente europeo, non si è accompagnato un coordinamento della politica economica europea. Si è fatto l’eurogruppo, il gruppo dei paesi dell’Unione europea membri dell’Unione monetaria, e aventi tutti come moneta l’euro. Ma l’eurogruppo non si è mai istituzionalizzato in maniera piena; l’eurogruppo non ha assunto poteri maggiori. All’interno dell’Ecofin, l’eurogruppo funziona come un organo di consultazione; ma, ripeto, non ha mai avuto poteri decisionali, a cui debbano adeguarsi tutti i paesi dell’euro. Io penso che se fossero rimasti in carica per qualche anno in più alcuni ministri che hanno vissuto la creazione dell’euro, avremmo compiuto questo passo necessario, indispensabile: far corrispondere ad una Banca Centrale Europea un unico governo coordinato dell’economia europea, con alcuni poteri sovranazionali”.

Guido Tabellini
L’economista Guido Tabellini  ha scritto: “Alla base di questa seconda crisi dell’euro vi sono due problemi comuni. Il primo, più fondamentale, è la separazione tra politica fiscale e politica monetaria...Non c’è lcun dubbio che questa ormai sia diventata una crisi sistemica, e non più il problema isolato di uno o due paesi. Ma questo vuol dire sospendere il principio della separazione tra politica fiscale e monetaria, uno dei pilastri su cui è costruita l’Unione monetaria europea. Se non si è disposti a farlo, tuttavia, il contagio rischia di andare avanti".

Sebbene non ci sia ancora stato un full disclosure sulle condizioni del salvataggio UE dell’Irlanda, sembra che “The EU will have to power to override the government on aspects of the budget - in particular the agreement by the government with public sector unions that there wouldn't be any further job cuts or wage reductions”.

Jim o’Neill di Goldman Sachs ha scritto recentemente: “In my judgment the key issues are the governance of EMU and the leadership of it. If Germany and, to a lesser degree France, want to support all the current members and demonstrate their clear belief of this, then the debt and deficits can be resolved…The next few weeks, and perhaps beyond, will be all about how Germany is going to continue to support EMU and at what price. The question of whether or not German will support the EMU is not really the main question, it is at what price”.

Come dice Wolfgang Műnchau del Financial Times, “The European Union chose not to act during the euro’s fair-weather decade. The longer you wait, the more radical the solution has to become”. La rendo più semplice. Più aspettiamo a metter mano alla zoppìa - ma abbiamo bisogno di leader come Monnet, De Gasperi, Kohl, di cui non si vede l'ombra - più sono cazzi.