lunedì 5 gennaio 2026

Omaggio a Sergio Flamigni, memoria storica del rapimento Moro (e tanto altro)


Sergio Flamigni
Il 10 dicembre scorso è scomparso, alla tenera età di 100 anni, Sergio Flamigni, l'uomo degli archivi, colui che ha fatto della ricerca storica sul rapimento di Aldo Moro e sulla loggia segreta P2 una ragione di vita.

Grazie alla sua collaboratrice Valentina Stazzi, il 5 maggio 2018 ho avuto la fortuna di conoscere Sergio Flamigni quando mi ha accompagnato dentro la sua ex casa di Oriolo Romano, destinata all'archivio privato più importante d'Italia, un luogo dove sono conservate tutte le sentenze delle stragi, degli attentati, dei rapimenti, degli assassini che hanno costellato le vicende italiane. Un punto di riferimento obbligato per coloro che intendono studiare la storia dell'Italia repubblicana.

Nella dedica alla "Tela del ragno. Il delitto Moro" (edizioni Kaos, 1988), uno dei suoi libri più noti, Flamigni mi scrisse: "All'amico Beniamino con tanta stima e gratitudine". Ma siamo noi a dover essere grati a lui!

Ora vi spiego il perchè.

Sergio Flamigni è stato partigiano accanto a Luciano Lama nella brigata Militante "Gastone Sozzi" sotto la guida di Arrigo Boldrini, il leggendario comandante "Bulow", in una terra, la Romagna, come scrive lo storico Miguel Gotor, "in cui la Resistenza si era combattuta palmo a palmo fino all'ultimo sangue".

Parlamentare comunista dal 1968 al 1987, ha fatto parte delle Commissioni d'inchiesta sul caso Moro, sulla Loggia P2 e dell'Antimafia. Nel 1969 ha pubblicato, con Luciano Mazzocchi, Resistenza in Romagna, al quale sono seguiti numerosi saggi, (tutti pubblicati da Kaos edizioni) tra cui Trame atlantiche, Storia della Loggia massonica segreta P2 (1996); Il mio sangue ricadrà su di loro, Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br (1997); Il covo di Stato (1999); I fantasmi del passato. La carriera politica di Francesco Cossiga (2001), che lo fece incazzare tantissimo, accusandolo di essere un dietrologo stalinista e La sfinge delle Brigate rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti (2018).

Flamigni è un uomo che ha dedicato un’intera vita alla ricerca instancabile della verità.


Il caso Moro segnò la sua vita, quasi un’ossessione per lui da quando nel gennaio del 1980, da senatore Pci, entrò a far parte della Commissione di inchiesta che investigava sul quel pezzo oscuro di storia italiana. 

Nell'epigrafe della Tela del ragno, Flamigni cita Solone: "La giustizia è come una tela del ragno, trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi". Nella premessa si spiega come "la contrapposizione determinata dalla "guerra fredda" fermò in Italia la prevista democratizzazione degli apparati dello Stato e la piena attuazione dei principi costituzionali. La riorganizzazione dei servizi di sicurezza, in particolare, fu dettata dagli Stati Uniti e affidata a personaggi legati al passato regime fascista; la Cia preparò piani finalizzati a contrastare l'eventuale ritorno del Pci al governo del Paese. Quella italiana era una sovranità sempre più limitata dalle esigenze atlantiche della "guerra fredda". 

Gotor ha evidenziato come Flamigni abbia messo a fuoco, "con una vera e propria controinchiesta, i tanti lati oscuri di un passaggio fondamentale della storia della Repubblica, sia sul versante brigatista, evidenziando incongruenze testimoniali e relazioni ambigue, sia sul versante di quella parte degli apparati dello Stato infedeli".



Lettere alla famiglia Moro

La tela del ragno
è denso di racconti inquietanti che rivelano come Aldo Moro - rapito in via Fani dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 - non dovesse essere trovato per nessuna ragione al mondo. Doveva morire, insieme al "compromesso storico" - l'accordo di governo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista italiano - osteggiato in ogni modo da Henry Kissinger, potentissimo segretario di Stato, colui che minacciò Aldo Moro durante la sua visita negli Stati Uniti nel 1974: "Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara" (successivamente Moro, scosso, anticipò il ritorno in Italia e confidò al suo stretto collaboratore Corrado Guerzoni di volersi ritirare dalla vita politica.

Il giornalista Claudio Gatti sintetizzò 15 anni dopo la situazione sull'Espresso del 25 ottobre 1993 con un pezzo dal titolo "Se non torna è meglio".

"Valerio Morucci e Mario Moretti hanno sempre negato che i due motociclisti in sella alla Honda fossero delle Br. Se i due capi hanno detto il vero (e c'è da dubitarne) occorre prendere atto che sulla scena dell'attentato non c'erano solo le Br: parteciparono all'azione, contribuendo alla sua riuscita, anche altre "entità" rimaste ignote...decisiva la presenza di un tiratore scelto in grado di sparare con precisione", probabilmente un killer di nazionalità tedesca, che mise a segno ben 49 colpi. Persero la vita i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino.
"Sabato 18 marzo. Gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo, guidati dal brigadiere Domenico Merola, si recano al numero 96 di via Gradoli per perquisire l'edificio; vengono perquisiti tutti gli appartamenti, salvo quello abitato dal capo delle Br Mario Moretti (sotto la falsa identità di "ingegner Borghi") perchè l'inquilino non risponde al campanello e gli agenti presumono sia assente".

Mercoledì 22 marzo. Il sostituto procuratore Luciano Infelisi riceve un rullino di fotografie scattate qualche minuto dopo la strage...rullino che verrà poi smarrito dal magistrato". Si tratta dello stesso sostituto procuratore che fu uno degli esecutori - insieme al giudice istruttore Antonio Alibrandi - nel 1979 dell'attacco alla Banca d'Italia guidata da Paolo Baffi.


All'indomani della strage di Via Fani, Baffi prese carta e penna e scrisse alla moglie Eleonora Moro una lettera bellissima che qui riporto (ASBI, Carte Baffi, Monte Oppio, cart. 9, fasc. 5):

Gentile Signora,

sono certo di esprimere il sentimento di tutti i miei colleghi della Banca, oltre che il mio, nel manifestarLe il senso si angoscia e trepidazione con cui seguiamo in questi tristi giorni la sorte del Suo illustre consorte. La sua auspicata sollecita liberazione segnerà un momento di unità nel quale tutta l’Italia si ritroverà commossa come una grande famiglia. Con l’altezza dell’ingegno e con l’esempio morale, Egli è assurto nella dignità massima guida spirituale non solo del suo partito, ma di una moltitudine di cittadini onesti e preoccupati della sorte della Patria che in Lui si riconoscono.

Personalmente, ho l’onore di essere suo collega di insegnamento alla Facoltà di scienze politiche, dove più di una volta, con viva ammirazione e una punta di commozione, mi è accaduto di incontrarlo, intento a pazientemente e dottamente argomentare con gruppi di allievi che attenti gli facevano corona. Possa egli presto ritrovarsi tra quei giovani, a guidarne gli slanci ed arricchirne le menti.

Con tali sentimenti La prego di credermi.

Suo, Paolo Baffi


Quando Flamigni mi guidò all'interno del suo centro di documentazione, mi fece vedere le migliaia di lettere che l'Italia intera - scuole soprattutto - mandò alla famiglia Moro nei 55 giorni del rapimento. Spesso la scrittura era semplice, rivelando un'alfabetizzazione precaria e incerta, marcata da errori e imprecisioni (mi ricordo una lettera indirizzata in via Fani.

Non potete capire con quanto amore Flamigni mi apriva faldoni e faldoni per farmi vedere le lettere del Carteggio di solidarietà, alla ricerca dei disegni degli allievi delle scuole elementari, delle lettere più toccanti. Per me fu una grande emozione che ricordo ancora oggi con grande gratitudine.


Le lettere, da tutta Italia, talvolta erano indirizzate a Moro, in via Fani, luogo dell'eccidio. Lo storico Umberto Gentiloni Silveri, nel suo volume Il giorno più lungo della Repubblica (Mondadori, 2016) ha descritto con precisione "lo spaccato di un Paese smarrito, di un tempo perduto: lettere, messaggi, telegrammi provenienti da ogni parte d'Italia e rimasti per anni in scatole o buste di plastica, conservati con premura, sono sopravvissuti ai traslochi e all'oblio.

Con Sergio Flamigni perdiamo un Giusto, un uomo d’altri tempi. Una persona che ha fatto della ricerca storica indipendente una ragione di vita. Un esempio per tutti.

Ti sia lieve la terra, caro Sergio.


martedì 9 settembre 2025

Julio Velasco, il segreto di un grande coach: dare fiducia, autonomia e autorevolezza

La pazzesca vittoria della nazionale femminile di pallavolo ai Mondiali in Thailandia ha portato ancora una volta all'attenzione del pubblico la straordinaria persona di Julio Velasco, il coach argentino capace di vincere le Olimpiadi con la nazionale femminile e Olimpiadi e Mondiali, anni dopo, con la nazionale femminile.

Non solo un leader eccezionale, ma anche una persona da cui si può imparare moltissimo. In una significativa intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del settembre 2024 Velasco - nato a La Plata il 9 febbraio 1952 - ripercorre la sua giovinezza in Argentina:

Poi, il 24 marzo 1976, il golpe. 

«Il peggiore della nostra storia, il più spietato, sanguinoso, retrogrado. I militari iniziarono ad arrestare persone, a torturarle, a farsi dare nomi di altre persone e a farle scomparire. Facevano partorire le ragazze incinte, ammazzavano la mamma e regalavano o vendevano i bimbi. Arrestavano illegalmente le persone delle liste che davano i torturati, le torturavano e si facevano dare altri nomi. Qualcuno indicò ex militanti che ormai avevano lasciato: mio fratello Luis fu preso così. Viveva con nostra madre, andarono a prenderlo a casa, alle tre del mattino».


Chi era suo fratello?

«Uno studente di medicina. Scomparve per un mese e mezzo. Fu terribile, ne uscì devastato. Quando tornò non era più lo stesso. E neppure la mamma era più lei. Luis si esiliò prima in Perù e dopo in Spagna. È morto giovane, per malattie che secondo me erano anche causate da qualcosa che si era rotto dentro di lui. Mio fratello fu testimone nei processi che si svolsero con il ritorno della democrazia nel 1983».

Lei ha perso amici nella repressione?

«Ho perso i miei due migliori amici. Con Rafael Tello eravamo insieme al liceo: anarchico, figlio di italiani, sparì con i due fratelli. Con Guillermo Micelli studiavamo insieme Filosofia: giocatore di rugby e pallavolo, lo uccisero davanti alla moglie incinta e al figlio di due anni. E poi Miguel Lombardi, mio compagno di squadra di volley, e tanti altri...».

Lei come si è salvato?

«Lasciai La Plata per Buenos Aires, dov’era più facile passare inosservati. Pochi sapevano che ero andato nella capitale e nessuno conosceva il mio indirizzo. I primi due anni sono stati molto duri, poi la pallavolo mi ha salvato: ho cominciato ad allenare bambini e a innamorarmi del mio lavoro. All’inizio per mantenermi ho fatto di tutto, anche le pulizie».


Velasco venne in Italia ad allenare a Jesi nel 1983, poi andò a Modena dove vinse 4 scudetti consecutivi. Nel 1989 passa ad allenare la nazionale italiana maschile. Ottiene subito l'oro ai Campionati europei, disputati in Svezia, il primo nella storia della pallavolo italiana. È solo il primo di una lunga striscia di successi: fino al 1996, quando Velasco lascia la panchina azzurra, l'Italia colleziona 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League.

Dal gennaio 2024 gli viene riaffidato l'incarico di commissario tecnico della nazionale italiana femminile. Nell'estate seguente conduce la squadra alle vittorie della Volleyball Nations League e della medaglia d'oro ai Giochi della XXXIII Olimpiade di Parigi, e domenica la vittoria del campionato mondiale in Thailandia.

Velasco con Paola Egonu

Qual è il segreto di Velasco? Mette i giocatori/trici nella migliore condizione di fare la loro parte: "Ho sempre detto che le volevo autonome e autorevoli". Nel secondo time-out del tie-break contro la Turchia Velasco ha detto loro: "Decidete cosa fare e fatelo bene".

"Un allenatore, e in genere un leader, non fa nulla. Fa fare le cose agli altri. E deve convincerli. L’allenatore è prima di tutto un insegnante; per questo deve uccidere il giocatore che è stato. Se non lo fa, rischia di fallire; e più forte è stato, più il rischio è alto. Capello, Cruijff, Guardiola, Ancelotti ci sono riusciti; Maradona e Platini no. Si convince con l’empatia. Devi capire che l’altro è altro, è diverso da te, e motivarlo con la sua motivazione, non con la tua. Devi fare un po’ come Socrate, che con le domande faceva ragionare, guidava".


Questi ragionamenti di Velasco mi hanno ricordato i ragionamenti di Massimo Recalcati che nel volume "La luce delle stelle morte" (Feltrinelli, 2022) ricorda quando la sua professoressa all'esame di maturità lo ha affiancato al banco e gli ha detto: "Resta lucido", un invito a essere pienamente se stesso, a coltivare quello che egli veramente è, un concentrato di fiducia.

Abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi, che ci aiuti a tirare fuori quello che di meglio abbiamo dentro. Quando lo troviamo, diamo il massimo. Come le pallavoliste domenica in Thailandia. E così diamo senso alla nostra vita.