martedì 9 settembre 2025

Julio Velasco, il segreto di un grande coach: dare fiducia, autonomia e autorevolezza

La pazzesca vittoria della nazionale femminile di pallavolo ai Mondiali in Thailandia ha portato ancora una volta all'attenzione del pubblico la straordinaria persona di Julio Velasco, il coach argentino capace di vincere le Olimpiadi con la nazionale femminile e Olimpiadi e Mondiali, anni dopo, con la nazionale femminile.

Non solo un leader eccezionale, ma anche una persona da cui si può imparare moltissimo. In una significativa intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del settembre 2024 Velasco - nato a La Plata il 9 febbraio 1952 - ripercorre la sua giovinezza in Argentina:

Poi, il 24 marzo 1976, il golpe. 

«Il peggiore della nostra storia, il più spietato, sanguinoso, retrogrado. I militari iniziarono ad arrestare persone, a torturarle, a farsi dare nomi di altre persone e a farle scomparire. Facevano partorire le ragazze incinte, ammazzavano la mamma e regalavano o vendevano i bimbi. Arrestavano illegalmente le persone delle liste che davano i torturati, le torturavano e si facevano dare altri nomi. Qualcuno indicò ex militanti che ormai avevano lasciato: mio fratello Luis fu preso così. Viveva con nostra madre, andarono a prenderlo a casa, alle tre del mattino».


Chi era suo fratello?

«Uno studente di medicina. Scomparve per un mese e mezzo. Fu terribile, ne uscì devastato. Quando tornò non era più lo stesso. E neppure la mamma era più lei. Luis si esiliò prima in Perù e dopo in Spagna. È morto giovane, per malattie che secondo me erano anche causate da qualcosa che si era rotto dentro di lui. Mio fratello fu testimone nei processi che si svolsero con il ritorno della democrazia nel 1983».

Lei ha perso amici nella repressione?

«Ho perso i miei due migliori amici. Con Rafael Tello eravamo insieme al liceo: anarchico, figlio di italiani, sparì con i due fratelli. Con Guillermo Micelli studiavamo insieme Filosofia: giocatore di rugby e pallavolo, lo uccisero davanti alla moglie incinta e al figlio di due anni. E poi Miguel Lombardi, mio compagno di squadra di volley, e tanti altri...».

Lei come si è salvato?

«Lasciai La Plata per Buenos Aires, dov’era più facile passare inosservati. Pochi sapevano che ero andato nella capitale e nessuno conosceva il mio indirizzo. I primi due anni sono stati molto duri, poi la pallavolo mi ha salvato: ho cominciato ad allenare bambini e a innamorarmi del mio lavoro. All’inizio per mantenermi ho fatto di tutto, anche le pulizie».


Velasco venne in Italia ad allenare a Jesi nel 1983, poi andò a Modena dove vinse 4 scudetti consecutivi. Nel 1989 passa ad allenare la nazionale italiana maschile. Ottiene subito l'oro ai Campionati europei, disputati in Svezia, il primo nella storia della pallavolo italiana. È solo il primo di una lunga striscia di successi: fino al 1996, quando Velasco lascia la panchina azzurra, l'Italia colleziona 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League.

Dal gennaio 2024 gli viene riaffidato l'incarico di commissario tecnico della nazionale italiana femminile. Nell'estate seguente conduce la squadra alle vittorie della Volleyball Nations League e della medaglia d'oro ai Giochi della XXXIII Olimpiade di Parigi, e domenica la vittoria del campionato mondiale in Thailandia.

Velasco con Paola Egonu

Qual è il segreto di Velasco? Mette i giocatori/trici nella migliore condizione di fare la loro parte: "Ho sempre detto che le volevo autonome e autorevoli". Nel secondo time-out del tie-break contro la Turchia Velasco ha detto loro: "Decidete cosa fare e fatelo bene".

"Un allenatore, e in genere un leader, non fa nulla. Fa fare le cose agli altri. E deve convincerli. L’allenatore è prima di tutto un insegnante; per questo deve uccidere il giocatore che è stato. Se non lo fa, rischia di fallire; e più forte è stato, più il rischio è alto. Capello, Cruijff, Guardiola, Ancelotti ci sono riusciti; Maradona e Platini no. Si convince con l’empatia. Devi capire che l’altro è altro, è diverso da te, e motivarlo con la sua motivazione, non con la tua. Devi fare un po’ come Socrate, che con le domande faceva ragionare, guidava".


Questi ragionamenti di Velasco mi hanno ricordato i ragionamenti di Massimo Recalcati che nel volume "La luce delle stelle morte" (Feltrinelli, 2022) ricorda quando la sua professoressa all'esame di maturità lo ha affiancato al banco e gli ha detto: "Resta lucido", un invito a essere pienamente se stesso, a coltivare quello che egli veramente è, un concentrato di fiducia.

Abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi, che ci aiuti a tirare fuori quello che di meglio abbiamo dentro. Quando lo troviamo, diamo il massimo. Come le pallavoliste domenica in Thailandia. E così diamo senso alla nostra vita.


mercoledì 27 agosto 2025

Il generale Eisenhower e la necessità di documentare la Shoah. Abbiamo capito perchè Israele continua a uccidere i giornalisti a Gaza

 Giornalisti uccisi a Gaza dall'esercito israeliano


Dal vile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 - che costò la vita ad almeno 1.194 persone tra civili israeliani e militari - la risposta prevedibile di Israele è stata quanto mai cruenta, con un numero di morti al momento superiore alle 40mila persone (di cui 13.000 bambini).
Tra le cose sconvolgenti della situazione nella striscia di Gaza vi è il sistematico assassinio da parte dell'esercito israeliano (Idf) di oltre 192 giornalisti e fotografi, il cui obiettivo è solo quello di documentare la realtà. Senza testimoni il giudizio non è possibile. Eliminando i giornalisti e fotografi testimoni, Israele intende far credere che nulla sia accaduto.
L'ultimo attacco dell'altro giorno - dopo diverse versioni dell'Idf contradditorie tra di loro, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di "tragico errore" (ha anche detto che "rispetta il lavoro della stampa", ma qui siamo nel ridicolo), quando si è trattato di un "double tap", ossia di un doppio colpo da parte di un carro armato, il primo per colpire i giornalisti nell'ospedale Nasser a Khan Younis e il secondo per essere sicuri di aver ammazzato il target (il double tap è quanto di peggio possa esserci perchè prevede di ammazzare in modo subdolo i soccorritori) ma ormai all'Idf le regole sono saltate del tutto): 22 persone, di cui 5 giornalisti (che lavoravano per Associated Press e Reuters), 2 medici, e 8 operatori della Difesa civile palestinese.

Ciò che rimane di Gaza

Mariam Abu Dagga, reporter vittima dell'attacco israeliano, ha lasciato al figlio (scappato da Gaza, fortunatamente) una lettera testamento tutta da leggere: " Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio".
La giornalista di Euronews Ruwaida Kamal Asser, intervistata da Repubblica, dice i giornalisti a Gaza sono disposti a rischiare la vita poichè "non c'è alcun altro modo di raccontare e il mondo deve sapere Questa non è una guerra come le altre che duravano una settimana, due, un mese. No, sono 750 giorni, un tempo lunghissimo. Non dormiamo, non abbiamo casa, siamo nel mirino, perdiamo la gente che amiamo. Siamo umani, non ce la facciamo più: ma se ci fermiamo noi, chi racconterà questa guerra immorale? La stampa internazionale non può entrare, ci siamo solo noi palestinesi. E' nostra responsabilità raccontare".

Il fotografo di fama internazionale Paolo Pellegrin sfoga così la sua indignazione: "Sono stati ammazzati a Gaza più giornalisti che in tutte le guerre degli ultimi ottant'anni. Non è un aumento della ferocia, è una strategia che da alcuni anni imperversa su tutti i fronti: i giornalisti sono obiettivi da eliminare...Non vogliono che il mondo sappia...Stiamo assistendo allo smantellamento di regole di tutela dell'informazione e di protezione dei giornalisti che bene o male aveva retti dalla Seconda guerra mondiale". 
Ecco, siamo al punto decisivo. Gli israeliani da perseguitati sono diventati persecutori. Quando vennero liberati i campi di concentramento nel 1945 l'Occidente lavorò per realizzare tutte le immagini possibili, di modo che potesse essere tutto documentato, per i posteri. Cosa che oggi, incredibilmente, gli israeliani impediscono. Siamo nel paradosso dei paradossi.

Torniamo al 1945.

A livello storico va ricordato che furono i russi a liberare per primi i prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz. Non furono tanto i mucchi giganteschi di cadaveri – come accadrà nei campi occidentali liberati dagli anglo-americani – a rendere immediatamente comprensibile questa scala industriale anche perché Auschwitz-Birkenau funzionò principalmente come luogo di assassinio di massa degli ebrei europei, distruggendo completamente i corpi delle vittime e ogni loro traccia. La Shoah, in effetti, comprendeva secondo le intenzioni dei carnefici nazisti la distruzione totale dell’ebraismo, senza lasciare alcuna prova del crimine, né della presenza in quei luoghi delle vittime. A rendere conto dell’enormità del crimine furono quindi gli oggetti abbandonati dalle vittime prima di essere assassinate e i loro resti umani: pezzi di ossa, denti, occhiali, scarpe, oggetti, capelli, valigie.

Eisenhower visita il campo di Ohrdruf nell'aprile 1945
Fu la visita dei sopravvissuti denutriti e moribondi di Ohrdrurf, ma anche i numerosi resti di cadaveri bruciati in grande quantità e lasciati in putrefazione a cielo aperto, così come gli strumenti di tortura usati dalle guardie sui prigionieri, i resti delle vittime, a traumatizzare i soldati americani e i reporter al seguito dell’esercito, suscitando un’ondata di raccapriccio sia negli Stati Uniti che in Europa. Il generale Dwight Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate in Europa, fu chiamato dai soldati a visitare il campo (12 aprile 1945) e ne rimase così colpito da telefonare a Churchill per comunicargli l’orrore a cui aveva assistito, inviandogli personalmente anche delle fotografie che poi Churchill farà circolare in Inghilterra.

Eisenhower ordinò ai propri uomini di scattare il maggior numero di fotografie possibili alle fosse comuni, alle baracche, ai forni crematori, alle torri di controllo, alle armi, agli strumenti di tortura: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.


In numerosi campi sia a Est che a Ovest, gli Alleati costrinsero le popolazioni locali, in particolare i civili tedeschi e austriaci, a visitare i resti dei lager. Gli abitanti dei villaggi nei pressi di Buchenwald e Dachau, per esempio, furono costretti a sfilare davanti alle pile di cadaveri per guardare ciò che durante la guerra “non avevano voluto vedere”, in alcuni casi anche a munirsi di vanga e a seppellirli. Diversi storici, come ad esempio Habbo Knoch (in Die Tal als Bild. Fotografien des Holocaust in der deutschen Erinnungskultur, Hambourg, Hamburger Edition, 2001) hanno appurato che la disposizione dei cadaveri nei lager fu appositamente organizzata in modo tale da acuire lo sconvolgimento emotivo e il senso di colpa nel visitatore tedesco. 

Nei primi mesi del 1945, a Londra, il produttore Sidney Bernstein, allora Ministro delle Comunicazioni britannico, scoprì le immagini girate dalle truppe britanniche nel campo di Bergen Belsen al momento della liberazione. Se le informazioni sulle atrocità commesse dai nazisti erano già molto diffuse, quelle immagini orribili erano la prova schiacciante dei crimini perpetrati nei lager. Nel frattempo Bernstein ricevette da russi e americani decine di ore di girato raccolte in altri 11 campi, tra cui Auschwitz, Buchenwald e Dachau. A quel punto Bernstein propose al suo governo di farne un documentario di propaganda da proiettare in Germania come mezzo di rieducazione politica, nell’ambito del processo di denazificazione. Il produttore chiamò attorno a sé per aiutarlo a realizzare il progetto numerosi specialisti del film, tra cui il suo amico Alfred Hitchcock, a cui affidò il compito di supervisionare i materiali e di scrivere un testo di accompagnamento alle immagini. Hitchcock, come ricorderà anni dopo in alcune  interviste, rimaste profondamente sconvolto da quelle immagini così atroci da sembrare inverosimili. 

Uomini nei campi di concentramento

Proprio nello sforzo di rendere credibili un orrore inconcepibile, il regista inserì le scene girate nei campi insieme ad altre girate nei villaggi circostanti, per mostrare come l’inferno convivesse con la normalità della vita della popolazione tedesca. Suggerì a Bernstein di inserire anche le immagini che mostravano le autorità civili e gli abitanti delle cittadine vicine ai lager condotti tra i cumuli di cadaveri, mentre osservavano con i loro occhi inorriditi quello scempio e venivano costretti a seppellire in fosse comuni i corpi scheletriti, o mentre passavano tra i sopravvissuti, fantasmi vestiti di stracci, e tra montagne di scarpe, occhiali, giocattoli.

Ma il progetto non era destinato a vedere la sua realizzazione e venne presto abbandonato perché già nell’agosto 1945 i rapporti politici tra Regno Unito e Germania erano cambiati e il Ministero degli Esteri (non più quello dell'Informazione) decise di attenuare l’impatto che le immagini dei campi di concentramento avrebbero avuto sulla popolazione tedesca, preferendo percorrere la strada della riappacificazione e della collaborazione economico-politica.

Bambini nei campi

Alla volontà degli Alleati di informare sulle atrocità commesse dai nazisti si univa quella di costringere la popolazione civile tedesca a prendere coscienza della barbarie perpetrata dal regime di Hitler, rieducandola attraverso la visione obbligatoria dell’orrore. Diversi fotoreporter professionisti e famosi negli anni della guerra seguirono l’avanzamento delle forze alleate in Europa e scattarono immagini della liberazione dei campi di concentramento. Tra questi vi erano due donne: Lee Miller, musa e collega di Man Ray, reporter di guerra per Vogue che scattò scene terribili a Buchenwald e Dachau e Margaret Bourke-White, prima fotografa di guerra americana e unica fotografa straniera ad ottenere il permesso di fotografare Stalin. Per Life Magazine scattò alcune fotografie diventate poi celebri nel complesso di campi di Buchenwald.

Cari israeliani, come ha scritto David Grossman, nulla giustifica ciò a cui stiamo assistendo, neanche il 7 ottobre: "A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo".

 

venerdì 9 maggio 2025

Omaggio a Paolo Vitelli, formidabile imprenditore



L’ultimo giorno del 2024 una banale caduta a Mascognaz, una frazione di Champoluc in Valle d’Aosta, costa la vita a Paolo Vitelli, fondatore del gruppo Azimut-Benetti, leader mondiale nel settore nautico, primo produttore di superyacht. 

Nato a Torino nel 1947, fin da giovane ama intraprendere, coltiva la passione del creare dal nulla una impresa via l’altra, fino a diventare uno dei maggiori imprenditori italiani: «Occuparsi di nautica in Italia, e nel sistema torinese molto conservatore, era da matti». Se pensiamo che a Torino non c’è il mare e che qui è nato il leader globale degli yacht, ci rendiamo conto di quanto Paolo Vitelli sia stato un visionario.

Un giorno a Champoluc, suo luogo del cuore, gli regalai il volume 1947 della storica svedese Elisabeth Asbrink dove si spiega l’importanza del 1947, anno cruciale del Novecento. Scoppia la Guerra fredda, nasce la Cia, viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’Onu riconosce lo Stato di Israele, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, George Orwell scrive il profetico 1984, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi compie il suo primo viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Paolo sorrise sornione e mi disse: «Ovvio che il ’47 sia un anno importante, sono nato io!». Ma Paolo, come tutti i fuoriclasse, era umile e curiosissimo.

Una volta affermatosi con la produzione di barche, Vitelli rilevò dal fallimento Benetti: «Da una parte c’è Azimut, che è una barca per famiglie, elegante, efficiente, conosciuta in tutto il mondo, e dall’altra c’è Benetti, icona dello yachting di lusso. Due marchi dalla propria identità, che non si fanno concorrenza tra loro», con cantieri ad Avigliana, Viareggio, Livorno. Vitelli, peraltro, si è sempre speso per mantenere la produzione in Italia: «Siamo italiani e i nostri clienti cinesi, americani, arabi, vogliono barche prodotte in Italia».

Giovanni Tamburi - uno dei maggiori esponenti del private equity italiano, con un sano approccio di lungo termine – convinse nel 2015 Vitelli a cedergli il 12% (tramite l’acquisto del 6% da Mittel e un aumento di capitale per 30 milioni di euro) di Azimut-Benetti, con la prospettiva di far crescere ulteriormente la società e condurla alla quotazione in Borsa.

La ripresa dopo il Covid

L’irrompere del Covid nel 2020 – con il blocco completo dei viaggi e del turismo – fu una tragedia per il settore degli yacht, ma Vitelli non si perse d’animo e non rimpianse neppure un’offerta di cessione dell’anno prima che valorizzava il suo gruppo più di un miliardo di euro.

 La qualità delle persone la si vede nei momenti complicati e Vitelli riuscì a risalire la china fino a superare il miliardo di fatturato e stringere nel 2023 un accordo con il fondo sovrano dell’Arabia Saudita Pif (Public Investment Fund), che ha rilevato una quota del 33%.

Paolo Vitelli, sempre convinto che «una famiglia non può restare sola», ha con lungimiranza favorito il passaggio generazionale alla figlia Giovanna - attuale presidente della società – che «la spinge, la alimenta in tutte le direzioni, con lo stesso spirito che avevo io quando eravamo un’azienda piccolina».

Vitelli, da vero imprenditore, non ha mai avuto l’obiettivo di arricchirsi, bensì di fornire ai clienti un prodotto servizio eccellente, tale da consentirgli di diventare leader globale: «Diventare ricco non è mai stato il criterio di molla della mia vita. Diventare primo sì, diventare bravo sì, farmi riconoscere come innovatore sì, come un torinese che gira il mondo con la valigetta e va ad aprire nuovi mercati sì, questi sono stati i miei veri stimoli». Qui sta il suo lascito morale.

L’esperienza politica

Quando nel 2012 Mario Monti, dopo la sua esperienza da premier, decise di creare il movimento Scelta Civica, invitò Vitelli a candidarsi in Parlamento al fine di avere al suo fianco un imprenditore illuminato.

L’adesione fu immediata, nella consapevolezza che la classe dirigente dovesse impegnarsi direttamente – come fece Adriano Olivetti - per il cambiamento: «Volevo che i tanti giovani che emigrano all’estero per mancanza di prospettive, tornassero ad avere quell’entusiasmo, quella passione di creare che avevano spinto me a diventare un imprenditore, portando il Made in Italy in tutto il mondo».

Paolo, nonostante il suo fervido impegno (interrogazioni, proposte di legge, emendamenti) rimase frustrato per l’inconcludenza del Parlamento: «Mi sono battuto per avere meno burocrazia, leggi di migliore qualità, meno costi per la politica…ma il dibattito, invece di focalizzarsi sui contenuti, troppo spesso si concentra su come occupare poltrone o posti di potere». Si dimise nel 2015 convinto di essere più utile al Paese come imprenditore.

Come scrisse nell’Arte della mercatura il mercante raguseo del 1400 Benedetto Cotrugli, il mercante non deve accumulare e basta, deve impiegare positivamente quello che guadagna. Il motto di Vitelli era «Azienda ricca, famiglia povera». E infatti non si fermava mai, una volta abbandonati gli incarichi societari, spese intelligenza e volontà - qualità care a Carlo Cattaneo - a Chamonix (dove si è affermato con il Gran Hotel Des Alpes) e nel progetto di hotellerie pluristellata a Mascognaz (dove ha trasformato un villaggio Walser) dove purtroppo il destino beffardo lo ha colpito lasciando tutti attoniti.

 Caro Paolo, ti sia lieve la terra.

(pubblicato su Milano Finanza il 2.1.2025)

mercoledì 13 marzo 2024

Omaggio a Franco Basaglia - vero rivoluzionario - a 100 anni dalla nascita

L'11 marzo 1924 nacque a Venezia nacque Franco Basaglia, persona straordinaria, vero rivoluzionario. Perchè lo ricordiamo ancora oggi? Perchè ha chiuso i manicomi, centri di tortura, di schiavitù, di degrado senza fine, dove i malati erano trattati da bestie. Sono in molti a ricordarsi le copertine dell'Espresso, i cui fotografi riuscirono a documentare una realtà orrenda, dove i "matti" erano legati ai letti o ai termosifoni, nella sporcizia più avvilente. Vi ricordate "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana quando Giorgia Esposti, alias Jasmine Trinca, si dimena nel letto nell'impossibilità di slegarsi?

La Treccani: "Nel 1961, assumendo la direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, iniziò quello che doveva costituire il principale movimento per l'abolizione dell'istituto manicomiale in Italia. Proseguì a Parma l'azione di liberalizzazione, che trovò il suo punto culminante a Trieste, del cui ospedale psichiatrico egli divenne direttore nel 1971. Nel 1977, in seguito ai suoi costanti sforzi, l'ospedale poté considerare conchiusa la propria attività. Determinante il suo apporto nella riforma legislativa del 1978 (Legge 180), che ha deciso in linea di principio la soppressione degli ospedali psichiatrici". Perchè Basaglia può essere considerato un rivoluzionario? Perchè negli anni Cinquanta e Sessanta la cura andava sperimentando le prime applicazioni dei primi neurolettici e antidepressivi, ma restava ancora in massima parte legata alle terapie di shock (con insulina ed elettricità).
Conseguita nel 1957 a Padova la libera docenza in psichiatria, nel 1959 si trasferì alla direzione dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Questa destinazione, rispetto alla prospettiva di una carriera universitaria, poteva assumere il sapore di un abbandono, condizionato dai limiti che aveva incontrato. Segnò invece una tappa importantissima nell'itinerario di evoluzione del suo pensiero.

"I matti siamo noi! Da vicino nessuno è normale". E ancora: "La società, per dirsi civile, disse Basaglia nelle sue Conferenze brasiliane, dovrebbe accettare tanto la ragione, tanta la follia". 

La società può essere civile solo quando si fa ospitale verso la follia. Dobbiamo far posto a quella parte di sragione che è in ciascuno di noi (Pier Aldo Rovatti, cit.)

 Basaglia, divenuto direttore del nosocomio senza aver precedentemente maturato un'esperienza diretta di lavoro negli ospedali psichiatrici, non tardò ad esprimere la sua reazione di rifiuto di quella realtà. Identificò certi ordinamenti, regole e consuetudini manicomiali come strumenti della violenza istituzionale, coercitiva e autoritaria, nella quale riconosceva un meccanismo segregante e un significato classista. Individuò in quel sistema e nei suoi metodi di cura la causa prima dell'istituzionalizzazione del malato e l'ostacolo ad un intervento che fosse invece adeguato ai bisogni che la malattia mentale esprime" (Treccani.it).

L'ospedale psichiatrico di Gorizia era un'istituzione in cui sopravvivevano meccanismi di contenzione e abitudini desolanti che evidenziavano le contraddizioni di certa psichiatria basilare. L'ospedale, dopo le vicende della guerra, si era trovato collocato sul confine con la Jugoslavia ed era una delle strutture sulle quali si concentravano i disagi di quel territorio, anche in ordine a conflitti e problemi socio-ambientali. La provincia di Gorizia contava circa centotrentamila abitanti e l'ospedale aveva una popolazione di circa cinquecentocinquanta ricoverati, con un tasso di ospedalizzazione molto alto. Dei ricoverati, circa centocinquanta erano di nazionalità iugoslava e restavano in Italia in applicazione del trattato di pace quale spesa di riparazione bellica a carico del ministero degli Esteri. Erano quindi persone inamovibili. Dei quattrocento che restavano, trecento erano malati cronici lungodegenti. 

In occasione della morte della brigatista - mai pentita - Barbara Balzerani, che il 16 marzo 1978 fece parte del commando di coloro che rapirono Aldo Moro e uccisero tutti gli uomini della scorta, la professoressa di filosofia teoretica della Sapienza di Roma Donatella Di Cesare, ha scritto un tweet orrendo - poi subito cancellato per vergogna - dove si leggeva: "La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malincuore un addio alla compagna Luna". La compagna Luna è il nome di battaglia della Balzerani. Ma siamo fuori di testa? I veri rivoluzionari sono persone come Franco Basaglia, non i terroristi rossi che hanno ucciso le migliori menti e servitori dello Stato.
   
Come scrisse Federico Caffè nella "Solitudine del riformista" sono i riformisti - Ezio Tarantelli, Marco Biagi, due nomi tra i tanti - i veri rivoluzionari perchè passo dopo passo, cambiano la realtà, mai demordendo nello sforzo persuasivo: 
"Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».
   
Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose".

L'11 marzo 2024 su Repubblica Francesco Merlo ha scritto un pezzo - Barbara Balzerani e l'eterno ritorno del "Mal di Moro" - che vale la pena essere citato: "E' ancora abbondante la letteratura di tenera simpatia che racconta i terroristi come fragili coscienze travolte dalla storia, criminali sì, ma solo perchè vittime di una guerra civile che ho l'età per testimoniare che non c'è stata. La famosa ribellione della stragrande maggioranza dei ragazzi del '68 non fu materia preparatoria per il terrorismo e per questa porcheria omicida...E gli assassinati, i giustiziati non erano i borghesi corrotti del capitalismo imperialista, ma i rappresentanti di un'Italia aperta e civile, che oggi avrebbe potuto essere diversa e somogliare di più ad Aldo Moro e all'avvocato Croce, all'operaio Guido Rossa, ai giornalisti Carlo Casalegno e Walter Tobagi, ai professori Tarantelli e Bachelet". 

Gian Antonio Stella - in un Paese senza memoria - ha buon gioco nel dire che l'attuale ministro della Salute Orazio Schillace in tutte le 1824 notizie di agenzia, mai ha avuto modo di citare o ricordare Franco Basaglia. Il perchè è spiegato dal fatto che l'Italia è terzultima in Europa per quota di spesa sanitaria dedicata alla salute mentale: 3%. Staccata dalla media europea (5,4%), e staccatissima dalla Svezia (10%), Germania (13%) e Francia (14%). Ma non si contano le lagne sugli "squilibrati in libertà". Fare memoria non significa contemplare la fiamma, bensì alimentare la fiamma. 

Ti sia lieve la terra, caro Franco Basaglia.

giovedì 29 febbraio 2024

Omaggio a Irene Camber, campionessa olimpica e mondiale di fioretto

 

Qualche giorno fa, ci ha lasciato Irene Camber, formidabile atleta, medaglia d'oro di fioretto alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, campionessa mondiale, persona dalle grandi qualità umane.

Nata a Trieste nel 1926 - come mio papà! - Irene non si è mai accontentata nella vita. Amava immensamente vivere.  Irene primeggia nello sport ma non esita a studiare. Il padre Giulio dal fronte le scrive incoraggiandola all'impegno e alla costanza. Oggi si direbbe "consistency". Diplomata in pianoforte al Conservatorio, si laureò - prima donna a farlo - in chimica industriale all'Università di Padova, in una facoltà quasi completamente maschile. 

Nelle foto da giovane si vedono dei bellissimi occhi azzurri. La nipote Matilde Corno in una didascalia a un servizio fotografico ha scritto: "Irene ha gli occhi di ghiaccio. Se li guardi da vicino, vedi il mare di Trieste".

Gianni Brera in prima pagina sulla Gazzetta dello Sport dove era già giovane direttore dal 1949, in un pezzo dal titolo "Daghe Muleta!" ("Forza ragazza", in dialetto triestino), così si espresse al termine di una giornata appassionante - 27 luglio 1952, giorno in cui Emil Zapotek vinse i 5 e i 10mila metri - nei sobborghi della capitale finlandese, a Espoo, dove Camber vinse il primo oro olimpico femminile nella scherma italiana, già allora fortissima nella scherma maschile con i fratelli (Edoardo e Dario) Mangiarotti“Irene Camber ha il volto onesto e buono di tutte le vostre compagne di liceo che hanno scelto Chimica”. 

Gianni Brera
Brera prosegue: "Quando la campionessa ungherese (Ilona Elek, ndr) scese in pedana con l’azzurra, ella vantava quattro vittorie e una sconfitta, contro le tre vittorie e due sconfitte dell’avversaria. Le sarebbe bastato aggiudicarsi l’assalto per rinnovare il titolo olimpico. Quando Ilona, come una belva urlante, si lanciò su di lei, quella che considerava una facile preda dovette sembrarle a sua volta in agguato: due implacabili stoccate ne umiliarono la superbia”.
La finale effettivamente fu densa di pathos e vide vittoriosa Irene, vero e proprio underdog. Il giornalista Giuseppe Pastore la descrive così: "Irene ha un fisico non comune per gli standard dell’epoca, non solo femminili. È alta un metro e settanta, il che fa di lei una delle atlete di maggior statura in gara; ma allo stesso tempo è elegante, svelta, leggera, anche se paga molto in esperienza e cattiveria agonistica rispetto alla fortissima Elek", la favorita.

Le gare di scherma negli anni Cinquanta non seguivano un tabellone tennistico come oggi, ma si snodavano in infiniti gironi eliminatori finché gli atleti rimangono in 8, e a quel punto si sfidavano in un ulteriore girone all’italiana. Si vinceva a quattro stoccate. Camber ricorda: “Io seguivo gli assalti, prendevo appunti sulla scherma delle mie avversarie. In mattinata ho superato senza difficoltà i primi turni, mentre le mie compagne venivano eliminate. A mezzogiorno ho chiesto alla mensa una bistecca: non me l’hanno data, mi hanno risposto che erano contate e che spettavano non ricordo a chi. Allora ho mangiato un uovo e una mela”. 

“Ero calmissima”, ricorderà Irene, “mentre lei era più nervosa, conosceva la mia forza. Non solo l’avevo appena battuta nel girone, ma l’avevo anche cappottata a Budapest, a casa sua, qualche mese prima”. “Cappottare” voleva dire vincere 4-0. Elek si porta subito sul 2-0, poi Camber pareggia 2-2, subisce il 3-2, poi 3-3 ed è decisiva l’ultima stoccata. “Ricordo il silenzio intorno, le luci che mi davano fastidio. Accennai un attacco e la Elek parò. Ripetei lo stesso attacco e lei parò con lo stesso gesto. Io stavo traccheggiando ma mi resi conto che lei rispondeva in modo meccanico, senza grande attenzione. E allora entrai decisa: feci un coupé e le entrai nella pancia”.

Nel leggere le cronache di allora, mi ha colpito una considerazione di Irene, tratta dall'insegnamento di suo padre Giulio, avvocato e uomo di lettere, combattente nella prima e nella seconda Guerra Mondiale (dove morì nel 1941 in Albania per una caduta da cavallo): “Sei tu che devi risolvere il tuo problema”. E' così che funziona nella vita di ciascuno di noi, nei momenti difficili. Nelle parole di Donato Menichella, storico governatore della Banca d'Italia dal 1948 al 1960, quando l'Italia cresceva come non mai: "Sta in noi". 

Inoltre, Irene ricordava sempre ai giovani: "Per vincere bisogna combattere, se non si combatte non si può vincere". Ma aggiungeva un'altra esortazione del padre: "Mi diceva che nella vita, come nella scherma, devi essere sempre leale, corretto, senza mai imbrogliare". In un'altra occasione disse: “L’insegnamento di mio padre, che io trasmetto, è che l’importante non è vincere ma vincere con onestà, senza che nessuno ti regali nulla. E ai giovanissimi schermidori dico di essere pazienti e determinati, perché il nostro sport è una lunga sfida prima con se stessi”.

Irene ha ricordato con emozione il suo ritorno in terra triestina, dopo l'oro di Helsinki: ”Arrivai a Trieste con la corriera da Venezia alle 16,45. Fui portata per Corso Italia su una macchina scoperta, ci seguivano le macchine e trecento lambrette. Fu la vittoria di una città”. Trieste non era ancora completamente italiana. Sarebbe tornata all’Italia due anni dopo, e per sempre.

Trieste, città bellissima, con una piazza meravigliosa - Piazza Unità d'Italia - che si affaccia sul mare. Città piena di storia e caratterizzata dalle vicende dell'irredentismo. Qualche anno fa, nel dicembre 2018, per il centenario della sede della Banca d'Italia, il vicedirettore generale Federico L. Signorini scrisse un intervento tutto da leggere: "Trieste fra Europa e nazione: 1918-2018".

Voglio soffermarmi su un passaggio. In tempi  di sovranismi, è quanto mai opportuno ricordare il pensiero di Luigi Einaudi, che definì il dogma della sovranità assoluta come "massimamente malefico": 

Luigi Einaudi

La degenerazione imperialistica del nazionalismo è colta appieno da Luigi Einaudi (futuro 
Governatore della Banca d’Italia, lasciatemelo ricordare), il quale nel 1918, quando le armi si erano appena posate, quando la Società delle Nazioni era ancora in gestazione (per non parlare dell’Unione europea, che era di là da venire), scrisse un lucido articolo dal titolo Il dogma della sovranità e l’idea della società delle nazioni. “Se fu necessario – disse Einaudi – sconfiggere il nemico […] sovra ogni altra cosa è necessario distruggere le idee da cui la guerra è stata originata. Tra le quali idee feconde di male, se condotte alle loro estreme conseguenze, quella del dogma della sovranità assoluta e perfetta in se stessa è massimamente malefica”. Varrebbe la pena riportare tutta la pagina di Einaudi, ma il succo è questo: se si accetta l’idea di una sovranità assoluta e perfetta delle nazioni, essa concerne naturalmente il diritto di far guerra, e quindi di avere le frontiere che permettano una agevole difesa, e quindi di conquistare i territori limitrofi che abbiano tali frontiere. Ma non solo: l’idea che una nazione per affermarsi debba essere autosufficiente implica la necessità di possedere tutte le materie prime, le infrastrutture, e quindi conquistare – sempre a fin di bene e di autodifesa – i territori che abbiano carbone, grano, porti marittimi, e così via. Ogni elemento in più che si conquista reclama un altro elemento da conquistare; non vi è fine a questa catena. Le nazioni dunque, per “essere pienamente se stesse”, cozzano contro altre nazioni.".

Certo che per Irene Camber passare dalla Mitteleuropa così ben descritta nelle pagine sublimi di Claudio Magris alla Brianza non deve essere stato facile. Un giorno che le chiesero quale fosse la cosa più impegnativa, rispose sorridendo: "Crescere tre figli maschi".


Il palmares di Irene Camber è quanto mai lungo: oltre all'oro olimpico, 
il bronzo a squadre a Roma 1960, mentre nei campionati mondiali si annovera un oro individuale (Bruxelles 1953) ed uno a squadre (Parigi 1957), un argento (a squadre Lussemburgo 1954) e 5 bronzi (fioretto a squadre a Copenaghen 1952, Bruxelles 1953, Roma 1955 e Buenos Aires 1962; fioretto individuale a Parigi 1957). Non partecipò alle Olimpiadi di Melbourne in Australia nel 1956 poiché impegnata nel matrimonio con Gian Giacomo Corno, diventato negli anni rispettatissimo commercialista e aziendalista a Lissone.
Dopo il ritiro da atleta nel 1964, fu Commissario tecnico della Nazionale fino alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Nel 2015 ha ricevuto il Collare d’oro al merito sportivo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti del Coni.
Irene Camber con Mattarella
Per comprendere a pieno la leggendaria carriera di Irene Camber, facciamo notare che sono solo tredici le donne italiane che possono fregiarsi di essere state campionesse olimpiche e campionesse mondiali della stessa specialità: Federica Pellegrini, Valentina Vezzali, Elisa Di Francisca, Giovanna Trillini, Josefa Idem, Jessica Rossi, Diana Bacosi, Paola Pezzo, Alessandra Sensini, Deborah Compagnoni, Stefania Belmondo, Gerda Weissensteiner.


Al funerale di Irene Camber, con la chiesa gremita, il figlio
Fabio Corno, già mio professore di economia aziendale in Bocconi, dopo aver ricordato quante persone provano gratitudine verso Irene, donna che si è spesa per gli altri, ha letto una poesia di Giulio Camber Barni (1891-1941), dal titolo "Il passato" (nel 1950 Mondadori pubblicò “La Buffa”, una sua raccolta di poesie con una lunga prefazione del più importante dei poeti triestini, Umberto Saba):.

La sera, quando suonan le campane,

la voce del Passato mi torna

con una profonda tristezza.

Ed io mi volgo allora

per dirgli qualche cosa,

e per guardarlo a lungo

nei suoi occhi d’arcobaleno.

Giulio Camber Barni

E lui, con la sua voce,

non parla, eppur lo sento

come mi dice con gli occhi:

“ti perderò nella notte;”

Io sento come mi chiede:

“perché tu m’abbandoni”?

Io lo vorrei trattenere

perchè gli voglio bene:

siamo vissuti insieme;

e intanto avanza lo stuolo dell’ombre:

bisogna partire.

Ed io non vorrei lasciare

la sua mano melanconiosa,

ma la notte l’afferra

ed io brancolando lo cerco,

e non lo trovo più.

E allora mi par di sentire,

nel vento una voce che piange,

come di mio padre,

e non capisco se sia

la sua oppure la mia.

 

La mela non cade mai lontana dall'albero, le generazioni si susseguono e ognuno porta avanti la propria storia. Il passato non deve essere visto con retrotopia e spirito nostalgico, bensì come uno stimolo, ascoltando le voci - sagge - di chi ci ha preceduto.

Camber con le fiorettiste d'oro a Milano (2023)

La vita di Irene Camber deve fungere da esempio non solo per figli e nipoti (8 nipoti e 3 bisnipoti, tanta roba), ma per tutti noi, consapevoli che nella vita bisogna impegnarsi in modo serio, competere - ma con grande correttezza -, aiutare gli altri ogni qualvolta ci è possibile.

Un forte abbraccio a Fabio e ai suoi fratelli.

Cara Irene, le sia lieve la terra.

sabato 23 settembre 2023

Omaggio a Giorgio Napolitano, gigante della politica, formidabile europeista


La morte di Giorgio Napolitano a 98 anni - nato a Napoli il 29 giugno 1925 - lascia un vuoto enorme in un Italia inebetita dai politicanti di oggi, che ogni giorno ci sorprendono con delle proposte dove mancano completamente i contenuti.

"Il mio comunista preferito", lo ha definito Henry Kissinger. "Molto più rosa che rosso", dissero al Congresso americano quando gli diedero finalmente il visto nel 1980, quando scoprirono la forza delle idee del politico italiano.

Iscritto al PCI fin dal 1944 - dopo aver conosciuto Giorgio Amendola, "energia allo stato puro"-  non fu mai segretario del partito. Troppo moderno in un partito con lo sguardo rivolto all'indietro. Michele Serra scrisse su Tango, l'inserto satirico dell'Unità: "E' gradito agli intellettuali moderati, alla Nato, a Veca, al Psi, agli imprenditori liberal, a Scalfari: se piacesse anche ai comunisti sarebbe segretario da un pezzo". 


Giuliano Amato, in occasione del suo ultimo compleanno, ha scritto: "Napolitano era stato fra i non pochi giovani italiani entrati durante la guerra nel partito comunista, non perchè attratto da Lenin o dall'Unione Sovietica, ma perchè il partito gli parve l'organizzazione più adeguata per combattere il fascismo. Non a caso molti anni più tardi avrebbe preso sempre più consistenza in lui, e grazie a lui, la prospettiva di un innesto dello stesso partito comunista nel grande filone del socialismo europeo. Fu una prospettiva per affermare la quale il "migliorista" Napolitano subì diverse sconfitte, e tuttavia fu lui a renderla concreta promuovendo l'ingresso di Altiero Spinelli (colui che con Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrisse nel 1943-4 - esilio fascista a Ventotene il "Manifesto per un'Europa libera e unita") nel primo Parlamento europeo eletto dai cittadini, come indipendente nella lista del PCI. Il patrimonio culturale del riformismo veniva così legato all'ideale europeo".

E' stato un onore per me conoscere Giorgio Napolitano, il quale, dopo aver letto il mio primo volume su Paolo Baffi - Parola di Governatore (Aragno, 2013) - volle conoscermi, raccontandomi il suo rapporto con il governatore. con il quale - da responsabile economico del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta - ha avuto modo di confrontarsi. A fronte della mia passione, mi diede in visione il suo carteggio col governatore, con queste parole: "Ho gelosamente conservato le lettere e i tanti biglietti inviatimi negli anni da Baffi e mi fa piacere che questo materiale possa essere proficuamente utilizzato per meglio far conoscere la sua figura e il ruolo da lui svolto in un momento difficile della nostra vita pubblica.


Napolitano volle sapere come giunsi all'"ossessione per Baffi", a questi studi "matti e disperatissimi. Una volta, il 26 ottobre 1996, mi scrisse: "Grazie per la felice pervicacia con cui lei continua a reagire nei fatti alla incredibile - proprio incredibile - non conoscenza o sottovalutazione di scelte e contributi di Baffi "nell'interesse pubblico".

Quando lo conobbi, capii immediatamente la profonda cultura che lo pervadeva. Non è un caso che i discorsi parlamentari - ai quali dedicava giorni e giorni di studio nella sua biblioteca - sono un esempio di chiarezza e di saggezza. 

Fui anche colpito dal suo amore per Thomas Mann (che contraddistinse anche mio padre, infatti mi chiamo Beniamino perchè al tempo mio padre era preso dalla lettura di "Giuseppe e i suoi fratelli"). Nell'introduzione al volume di Thomas Mann "Moniti all'Europa" (Mondadori, 2017), Napolitano ricorda alcuni passaggi chiave degli scritti di Mann negli anni del nazismo: "Non si è tedeschi se si è nazionalisti. Ma l'odio tedesco non si rivolge, dal punto di vista spirituale, contro gli ebrei stessi, o non a loro soltanto: si rivolge contro l'Europa e contro le fondamenta classiche e cristiane della civiltà occidentale". E ancora; "La profonda convinzione...che nulla di buono può derivare, nè per la Germania nè per il mondo, dall'attuale regime tedesco, questa convinzione mi ha spinto a evitare il Paese nella cui tradizione spirituale sono ...profondamente radicato".

L'impatto è fortissimo - scrive Napolitano - la reazione del regime è drastica. Al più grande scrittore di lingua tedesca viene strappata la cittadinanza tedesca, e addirittura cancellata la laurea ad honorem conferitagli dall'Università di Bonn....Arriva il sequestro, che lo turba profondamente, nell'abitazione di Monaco, dei materiali preparatori del romanzo su Giuseppe e perfino dei suoi "diari segreti"....La lezione di Mann resta incancellabile. Un'Europa che non è diventata tedesca, che si è unita, progredendo straordinariamente, nella libertà e nella democrazia, e che mostra di tendere a una sempre più stretta integrazione sovranazionale (quella che propugna Mario Draghi nel suo ultimo intervento sull'Economist,ndr): un'Europa così fatta può contare su un'autentica Germania europea. Ed è una Germania che dell'Europa è divenuta un pilastro essenziale, attraverso una vera e propria mutazione generazionale e culturale di massa rispetto alle aberrazioni del passato". 


Napolitano chiude così: "Ebbene, non è forse questo il compiersi della profezia annunciata da Mann, il realizzarsi della soluzione e prospettiva - una Germania europea - che ha rappresentato la bandiera, da lui per primo impugnata, in anni di tragico buio per l'umanità?".

Questo era Giorgio Napolitano, un formidabile combinato disposto di politica e cultura. Un gigante. "Ci vogliono decenni per farne un altro così", mi ha scritto la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, il cui racconto del giorno della nomina fatta all'Associazione per il Progresso Economico mi ha commosso.

In occasione della presentazione di un altro mio volume - "Paolo Baffi, servitore dell'interesse pubblico", non solo ha letto attentamente il volume, ma nel suo intervento chiarì il perchè della stima verso Baffi: «Credo si possa dire che il punto di vista di Baffi fosse rappresentativo di una consistente area di opinione, sempre più acutamente consapevole della necessità di un effettivo superamento di quella condizione di democrazia bloccata che ha prodotto guasti così profondi, che ha condotto sull’orlo di un allarmante immiserimento e di una grave degenerazione del sistema politico e della gestione dello Stato, che ha “quasi ghettizzato tante energie intellettuali e morali”.


Luigi Spaventa
In un suo intervento del 2013 presso l’Università Bocconi, in occasione del ricordo di Luigi Spaventa, Napolitano disse riprendendo Franco Debenedetti: “Spaventa contribuì come nessun altro a liberare la sinistra italiana", suggerendole strumenti concettuali più avanzati per l'analisi e il governo delle economie di mercato”.

Napolitano, politico di razza, è andato a ritrovare un intervento del 1993 di Paul Volcker, governatore della Federal Reserve dal 1979 al 1987, in cui - nel centenario della nascita della Banca d'Italia - rimarcò quanto fosse importante avere una banca centrale indipendente dal potere politico e al contempo disposta a rendicontare il proprio operato all'opinione pubblica. E' lo stesso pensiero di Baffi, propugnatore della "battaglia della persuasione" con tutti gli stakeholder coinvolti.
In un momento storico dove le banche centrali sono messe all'indice dai politici a causa dell'inversione della politica monetaria - da accomodante a restrittiva - il modello di indipendenza delle banche centrali deve essere quanto mai mantenuto; altrimenti il rischio è tornare ai tempi dell'inflazione a doppia cifra.

Napolitano si concentrò sulla storia del PCI, che spesso, preda dell’ideologia, perse di vista la logica economica. Nel mio volume si legge: “Con continui e indifferenziati «no» alle proposte di modernizzazione il PCI faceva toccare con mano la propria inadeguatezza a padroneggiare i problemi concreti con soluzioni idonee a un paese industriale. Baffi auspicava l’uscita dal ghetto dell’intellighenzia di sinistra, danneggiata dalla democrazia bloccata, frutto del «bipartitismo imperfetto», spiegato analiticamente da Giorgio Galli.

B. A. Piccone e Giorgio Napolitano

Al termine del suo intervento, il presidente Napolitano si commosse nel considerare Baffi una delle persone per il quale ha avuto il maggior rispetto nella sua vita. Come all'università Bocconi nel settembre 2013 quando Napolitano ricordò Luigi Spaventa, economista di rango con il quale lo stesso Baffi intrattenne un carteggio che magari un giorno meriterebbe la pubblicazione integrale: "Quanto più tu abbia la ventura di inoltrarti, in età avanzata, nel tuo percorso di vita, tanto più avverti il vuoto di quelle che sono state presenze assai care, venute meno via via nel corso degli anni : e finisci per avere quasi il senso del dissolversi del tuo mondo come sfera di affetti radicati e di comunanze essenziali. E quel che allora può soccorrerti è il ricordo che ridiventa vita come qui oggi, è il sentire vicine figure, storie, pensieri che ancora possono accompagnarti. Per me la figura, come poche altre, di Luigi Spaventa".

I giornali internazionali questa mattina hanno voluto ricordare il capolavoro politico compiuto da Presidente della Repubblica nel 2011 quando l'Italia governata da Silvio Berlusconi rischiò di fallire con lo spread BTP-Bund andato alle stelle. La nomina nell'estate dell'economista Mario Monti e il successivo incarico a novembre - successivo alle dimissioni di Berlusconi - rappresentano uno dei tanti successi di Giorgio Napolitano. Sono in molti a pensare che allora Napolitano salvò l'Italia dal default.


E' giusto ricordare che Napolitano, nel trentennale dell'uccisione di Aldo Moro, volle istituire la Giornata delle vittime del terrorismo. Si era esagerato nel parlare dei terroristi, era ora di dare spazio alle voci delle vittime. L'abbraccio tra Gemma Capra - vedova del commissario Calabresi - e Lucia Rognini - vedova di  Pinelli, l'anarchico morto in Questura dopo la bomba di Piazza Fontana - fu commovente e significativo di un Paese che deve riappacificarsi dopo i tremendi anni di piombo e dell'eversione nera.


Chiudo con le parole di Antonio Funiciello, già capo di Gabinetto dei governi guidati da Paolo Gentiloni e Mario Draghi: "Difficile spiegare cosa sia stato per tanti di noi Giorgio Napolitano. Difficile spiegarlo oggi che quel noi non esiste più. Un dolore la sua morte".

Un forte abbraccio a Clio Napolitano, donna volitiva - da avvocato difese i braccianti sfruttati dai proprietari terrieri del Sud - arguta e molto simpatica (peraltro cercava sempre cercare di sgominare la scorta quando usciva per Roma, emanando un forte desiderio di libertà).

La terra ti sia lieve, caro Napolitano.