venerdì 21 giugno 2013

La strage di Ustica non è ancora chiarita a 33 anni dal 27 giugno 1980

"Un missile provocò la strage di Ustica. La Cassazione condanna lo Stato a risarcire", così ha titolato il Corriere della Sera nel gennaio scorso. Nè bomba, nè cedimento strutturale. Fu un missile, o più di uno. Per la prima volta una sentenza definitiva ricostruisce una responsabilità, sempre negata, delle amministrazioni. Ci sono voluti 33 anni per vedere accogliere dalla Suprema Corte che la tesi che ad abbattere il DC9 dell'Itavia fu un missile "è abbondantemente e congruamente motivata".
Purtroppo non sappiamo ancora chi ha sparato il missile. I francesi, gli americani, i libici?

Quando risento la voce di Davide Paolini che grida le richieste di contatto, una volta perso il segnale radar, della Torre di Controllo di Ciampino al DC-9 Itavia, ho i brividi: “India Hotel 870, rispondete, India Hotel 870 rispondete”. Ma l’aereo Itavia con codice di volo IH870 partito da Bologna e diretto a Palermo è già inabissato in mare colpito nella parte anteriore destra da un caccia francese in manovra di attacco, con l’obiettivo di centrare l'aereo - nascosto sotto la pancia del DC-9 - del Colonnello Gheddafi, capo supremo della Libia e osteggiato dalle potenze occidentali.

Gheddafi riuscì – avvertito dal controspionaggio italiano – a virare verso Malta. Un suo aereo della scorta, un MIG-23MS, venne colpito e cadde sulla Sila.

Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio – 81 persone - morirono.

Il fantastico giornalista Andrea Purgatori ha dedicato gran parte della sua vita a svelare i misteri della battaglia aerea sul Tirreno di 32 anni fa.

In uno dei suoi articoli sul Corriere della Sera su queste vicende, il giornalista ripercorre con meticolosità i fatti: “La vera «bomba» della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente «sconosciuti» - due/tre caccia e un Awacs - su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell'ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato), sta decidendo in questi giorni se apporre le bandierine d'identificazione. Tutti gli indizi portano allo stormo dell'Armée de l'air che nel 1980 operava dalla base corsa di Solenzara. Lo stesso contro cui puntò il dito pubblicamente (poi anche a verbale) Francesco Cossiga. Forse dopo aver saputo che i caccia francesi avevano lasciato le loro impronte su un tabulato del centro radar di Poggio Ballone (Grosseto), miracolosamente non risucchiato dal buco nero che dalla sera dell'esplosione del DC-9 Itavia aveva ingoiato nastri, registri e persino la memoria di tanti testimoni”.

Prosegue Purgatori: “Ma il radar di Poggio Ballone (Grosseto), all'epoca uno tra i più efficienti, aveva visto che tre di quegli aerei provenivano da Solenzara e a Solenzara erano rientrati dopo l'esplosione del DC9 Itavia. E il quarto - un aereo radar Awacs - era rimasto in volo sopra l'isola d'Elba registrando tutto ciò che era accaduto nel raggio di centinaia di chilometri, quindi anche a Ustica. Sarà un caso che il registro della sala radar con cui si sarebbero potuti incrociare i dati del tabulato non fu trovato durante il sequestro ordinato dal giudice istruttore Rosario Priore e che l'Aeronautica lo consegnò cinque giorni dopo senza il foglio di servizio del 27 giugno 1980? Sarà un caso che Mario Dettori, uno dei controllori, dichiarò a moglie e cognata che si era arrivati «a un passo dalla guerra» e poi fu trovato impiccato a un albero? Sarà un caso che il capitano Maurizio Gari, responsabile del turno in sala radar e perfettamente in salute, sia morto stroncato da un infarto a soli 32 anni? Sarà un caso che i capitani Nutarelli e Naldini, morti anche loro nella disastrosa esibizione delle Frecce tricolori nel 1988 a Ramstein, con il loro TF 104 abbiano incrociato quella sera tra Siena e Firenze il DC9 sotto cui si nascondeva un aereo militare sconosciuto e siano rientrati alla base di Grosseto segnalando per tre volte e in due modi diversi l'allarme massimo come da manuale (codice 73)?

Ritengo importante ricordare anche le battaglie del senatore - un galantuomo - Libero Gualtieri, che ebbe a dire (aprile 1992): "Come i magistrati assegnati all'inchiesta hanno potuto accusare, ancor prima di attendere l'accertamento definitivo sulla meccanica dell'incidente, numerosi alti ufficiali dell'Aeronautica e dei Servizi di aver depistato le indagini e ostacolato l'attività dei vari organi inquirenti, così per la Commissione è possibile indicare al Parlamento le responsabilità dei poteri pubblici e delle istituzioni militari per avere trasformato una "normale" inchiesta sulla perdita di un aereo civile, con tutti i suoi 81 passeggeri, in un insieme di menzogne, di reticenze, di deviazioni, al termine del quale, alle 81 vittime, se ne è aggiunta un'altra: quell'Aeronautica militare che, per quello che ha rappresentato e rappresenta, non meritava certo di essere trascinata nella sua interezza in questa avventura".

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del “Giorno della memoria” del 2010 dedicato alle vittime del terrorismo, affermò che “intrecci eversivi”, “forse anche intrighi internazionali, opacità di comportamenti da parte dei corpi dello Stato e inefficienza di apparati, hanno allontanato la verità sulla strage del DC-9”.

Visto che sono tanti gli studenti che seguono questo blog, consiglio loro di recuperare in cassetta/dvd il film “Muro di gomma”, diretto da Marco Risi , che descrive in modo commovente come le istituzioni, i militari, i Capi di Stato Maggiore dell’Aeronautica osteggiano ogni giorno la ricerca della verità.

I militari hanno sempre sostenuto la tesi del cedimento strutturale dell’aereo, contro ogni logica e contro una marea di prove. Ma tant’è, l’opacità è il maggior riferimento culturale di questo Paese.

La compagnia aerea Itavia, incalzata dalle accuse, nonostante il battagliero presidente Davanzali, venne costretta a chiudere. "Una compagnia distrutta da una menzogna", dirà più tardi Giuliano Amato, in commissione Stragi.

Nel film una bravissima Angela Finocchiaro ricorda la figura di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della Strage Ustica, che anche in Parlamento si è battuta per la verità. E l’attore purtroppo scomparso Corso Salani interpreta un giornalista investigativo, Rocco Ferrante (alias Andrea Purgatori), che non si arrende davanti alle menzogne del potere.

Così si chiude il film, con Ferrante che zuppo d’acqua trasmette ai dimafoni il suo articolo: “Ci sono voluti dieci anni, dieci anni di bugie, dieci anni di perché senza risposta. Perché chi sapeva è stato zitto? Perché chi poteva scoprire non si è mosso? Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l'omertà, l'occultamento delle prove? C'era la guerra quella notte del 27 giugno 1980: c'erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri, hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti. E poi, hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l'onestà in viltà, la difesa disperata del piccolo privilegio del posto di lavoro in mediocrità, in bassezza. Ora, finalmente, mentre fuori da questo palazzo, dove lo Stato interroga lo Stato, piove, a molti sembra di vedere un po' di sole. Aspetta. Queste ultime tre righe non mi piacciono. Aggiungi soltanto... Perché?”

P.S.: Io su Ustica ho letto l’inverosimile. Per ulteriori approfondimenti vi consiglio:

Blog sulla Strage di Ustica: http://blog.libero.it/ustica/2648703.html
http://www.comune.bologna.it/iperbole/ustica/
http://www.stragediustica.info/
A. Purgatori, D. Bonfietti e M. Serra, Com’è profondo il mare, Cuore, 1994
Claudio Gatti, Gail Hammer, Il quinto scenario, Rizzoli, 1994
D. Lucca, P. Miggiano, A. Purgatori, A un passo dalla guerra. Storia di un segreto inconfessabile, Sperling & Kupfer, 1995
D. Biacchessi e F. Colarieti, Punto Condor. Ustica il processo, Pendragon, Itavia, 2002
E. Amelio, A. Benedetti, IH870. Il volo spezzato. Strage di Ustica: le storie, i misteri, i depistaggi, il processo, Edito da Editori Riuniti, 2005
D. Del Giudice e M. Paolini, I-TIGI Canto per Ustica (libro + DVD), Einaudi, 2009
G. Fasanella, R. Priore, Intrigo internazionale, Chiarelettere, 2010

lunedì 17 giugno 2013

Le piccole imprese devono guardarsi dentro per poter rinascere

Nel suo Elogio della piccola impresa (Il Mulino, 2013) il sociologo e storico delle imprese Giulio Sapelli, con la consueta maestria sapienzale, ci dà un quadro antropologico della piccola impresa.

Come è noto, in Italia il 98% delle imprese sono piccole. Nel Belpaese ci sono oltre 3,5 milioni di micro imprese, il 94,5% del totale, contro il 92% della media europea. Le imprese italiane sono in tutto 3.765.825. di cui meno di 3.000 hanno più di 250 dipendenti.

"L’Italia – annota Sapelli – è il paese per eccellenza della piccolissima e piccola impresa perché è tra le società mondiali in cui è più pervasivo il predominio di quella società naturale che è la famiglia, che esercita un ruolo dominante su tutte le altre forme umane intermedie in cui si articola e differenzia la società...La piccola impresa è quindi da considerarre un tipico esempio di sviluppo endogeno, con una forte interazione tra sfera economica, sociale e politica, che ne fa una comunità, fondata su un sistema di valori quali l'etica del lavoro e l'appartenenza alla società locale".

La piccola impresa è in stato di forte difficoltà. Se la passa malissimo. Con la domanda interna in calo, sembra non ci sia speranza.

Il Governatore della Banca d’Italia Visco nelle sue ultime Considerazioni finali scrive: “Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida; a volte si preferisce, illusoriamente, invocare come soluzione il sostegno pubblico”.

Questi rilievi però non sono rivolti alla piccola, ma sono più che altro diretti alla media impresa, che nelle parole di Visco deve avere la “capacità di innovare i prodotti e i processi, di esportare sui mercati emergenti, di internazionalizzare l’attività, anche guidando o partecipando a catene produttive globali”.

Ma allora cosa dovrebbe fare la piccola impresa, la micro-impresa? Deve seguire i consigli di Linkerbiz, alias Fabio Bolognini, che consiglia alla piccola impresa di concentrarsi su tre direttrici:

A) FARE I CONTI COME SI DEVE. In linguaggio aziendale si chiama ‘controllo di gestione’. L’assenza di minime nozioni e applicazioni informatiche usate per capire se l’impresa sta vendendo prodotti o servizi in perdita o in utile è straordinariamente diffusa. Non è la contabilità - peraltro tenuta esternamente con ampio ritardo dal solito tradizionale commercialista - è qualsiasi cosa aiuti il piccolo imprenditore a prendere decisioni su cosa vendere e a chi vendere basandosi su un calcolo veritiero del margine di profitto (non sul volume di fatturato) e sulla velocità d’incasso. Ripeto, una straordinaria carenza che spiega gran parte dei bilanci in rosso e delle crisi dei piccoli.

B) TROVARE NUOVI CLIENTI. Nelle piccole imprese, eccessivamente assuefatte a un ‘terzismo’ naturale, il calo del fatturato sotto il punto di pareggio è subito passivamente, non è contrastato con un’azione sistematica, organizzata per cercare nuovi clienti. Provate a fare la domanda ‘Scusi, come trova nuovi clienti?’ e otterrete risposte anche pittoresche. Senza un metodo, senza tempo dedicato i piccoli imprenditori non sono in grado rimpiazzare gli ordini persi da un cliente che riduce gli acquisti o uno che è fallito.

C) PIANIFICARE LE PROPRIE FINANZE. Infine rimane abbastanza inspiegabile la riluttanza delle piccole imprese nell’avere nel cassetto un piano del proprio andamento economico (il Budget) e delle entrate e uscite monetarie. Nessun budget ben costruito, nessun piano di tesoreria. Lo sforzo arruffone delle tante società di software è stato vano. Molte PMI non hanno capacità di fare (e controllare) un budget e non hanno neppure un foglio excel per tenere sotto controllo la tesoreria dei prossimi 2-3 mesi, non parliamo nemmeno di agganciarlo a una contabilità tutto sommato semplice. Viaggiano senza cruscotto e senza capire se stanno superando i limiti di velocità. Pericolosissimo. Questa carenza può essere riscontrata persino in alcune medie imprese a gestione familiare”.

Giulio Sapelli
 Nel recente intervento all'Assemblea di Assolombarda, il nuvo presidente degli industriali milanesi Gianfelice Rocca ha detto che "vi sono imprese piccole che esportano quote altissime della loro produzione". Ma sono poche, il loro peso relativo nel panorama imprenditoriale è purtroppo limitato.

Chiudiamo con l'osservazione positiva di Giulio Sapelli, che scrive: “La speranza è una virtù bambina perchè possiamo prenderla per mano e camminare con essa. E' ciò che fa la maggiornaza degli artigiani e dei piccoli imprenditori italiani".

lunedì 10 giugno 2013

Staccare la spina nei giorni di vacanza? Ma va là. Ormai sono tutti worliday

Sono in tanti a lamentarsi di non riuscire a staccare la spina. "Non si ha più tempo per se stessi", dicono gli psicologhi. La parola d'ordine delle prossime vacanze è "Non fare niente". E oggi per non fare proprio niente sembra che ci sia una sola strada: disconnettrsi da internet, dalle mail, da google.

Siamo così fissati sullo schermo del nostro cellulare - l'altro giorno il mio amico Enrico continuava a scrivere sul blackberry durante lo spettacolo teatrale di fine anno dei nostri figli - che negli Stati Uniti sono nati dei corsi per insegnare ai manager a riprendere a fissare negli occhi i loro interlocutori.

Janet Sternberg della Fordham University scrive: "Il vero problema è che usiamo gli stessi oggetti sia per svago che per il lavoro. Leggiamo una mail del nostro capo e un minuto dopo diamo sempre sullo stesso dispositivo a cercare il ristorante per andare a cena con gli amici: non distinguiamo più. Sono cadute le barriere che una volta separavano i vari momenti della giornata e questo ci crea disturbi di attenzione".

Io la penso in modo diverso. Credo che per molti professionisti come me non ci siano più rigidi schematismi di orario di lavoro. Ormai esiste il "worliday" - come l'ha superbamente definito Lucy Kellaway sul Financial Times - ossia un giorno metà lavoro - work -  e metà vacanza - holiday.
Nel suo memorabile pezzo Worlidays are the way to switch off and stay on  del 4 agosto 2011 leggiamo: "Worliday is a bit like holiday and a bit work. It's the future for most professional workers and actualy, contrary to what most people would have to believe, worliday is really rather nice".

Se nel week end rispondo a una mail di lavoro o scrivo un post del Faust e nel frattempo gioco a rigori con mio figlio Chicco o cucino una salsiccia al barbecue sto mettendo in pratica il worliday.

Ormai sono veramente in pochi a inserire nella mail in automatico il messaggio di essere out-of-office. Come racconta Kellaway l'amministratore delegato di una media company ha vietato al suo staff di farlo, considerandolo unprofessional.

Prima delle vacanze natalizie, l'economista d'impresa Marco Vitale anni fa ha regalato ai suoi ospiti un suo volume sulla corruzione e la mafia e ha detto: "Non vorrete mica staccare il cervello durante le vacanze di Natale!", per poi esplodere in una fragorosa risata.

"Intellectual stimulation charges my batteries more reliably tha sitting in the rain with bored teenagers", chiosa Kellaway. Io la penso come lei. Le giornate sono più piene, hanno più senso, sono più divertenti se si combinano le cose.

E quando si ritorna in ufficio, l'acclimatamento è più easy.

Lunga vita al worliday.

lunedì 3 giugno 2013

L'Università deve avere un approccio didattico innovativo. Vi racconto la mia esperienza alla Carlo Cattaneo - LIUC di Castellanza

Il Governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco nelle sue Considerazioni Finali ha scritto che "non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni". Anche l'università italiana è rimasta all'età della pietra con logiche autoreferenziali, poco merito e metodi didattici d'antan. Se Visco auspica che l'università italiana garantisca "un'istruzione adeguata per qualità e quantità", spesso siamo ben lontani. Ma ci sono realtà interessanti da segnalare.

Dopo aver tenuto in qualità di docente il corso di Sistema Finanziario presso l'Università Carlo Cattaneo LIUC di Castellanza, voglio condividere con voi alcuni riflessioni.

La LIUC è stata fondata nel 1991 per iniziativa di 300 imprenditori della Provincia di Varese e dell’Alto Milanese che desideravano una università in grado di coniugare le esigenze del mondo del lavoro con la cultura e il sapere accademico.

Da docente effettivamente ho riscontrato il desiderio di abbinare al sapere racchiuso nei libri e nelle lezioni la trasmissione di conoscenza empirica.

Il rettore della LIUC spinge giustamente affinchè la formazione universitaria sia il più possibile ancorata alla realtà e legata al mondo delle imprese.

Se posso portare un esempio concreto, al termine del corso tenuto insieme al prof. Antonio Caggia, è previsto, per chi ha superato l'esame, un laboratorio esperienziale che ha riscosso notevole successo ed entusiasmo da parte degli studenti. Il laboratorio esperienziale caratterizza positivamente anche altre materie. E in LIUC, non è un’eccezione ma sta diventando la regola ed è un importante valore aggiunto offerto agli allievi.

Di cosa si tratta? Nel corso delle lezioni "ordinarie" abbiamo affrontato lo scibile della finanza, dalle autorità di vigilanza agli strumenti creditizi, dalle Sim alle SGR, dall'assegno bancario allo scoperto di conto corrente, dal leasing al factoring, dal mutuo agli investimenti.
Il laboratorio esperienziale ha l'obiettivo di sviluppare le capacità di dare seguito alle conoscenze acquisite durante le lezioni applicandole correttamente ai diversi casi che si possono presentare durante le varie fasi della vita personale e/o aziendale.
Abbiamo, quindi, invitato gli studenti ad affrontare questioni reali, mettendo a confronto le offerte di mutuo presenti sul mercato. Per cui i ragazzi, riuniti in gruppi - uno dei quali con mia piacevole sorpresa ha deciso di chiamarsi Gruppo Baffi, in onore del Governatore Paolo Baffi, a cui ho dedicato studi matti e disperatissimi - sono stati indotti ad applicare le loro conoscenze su casi concreti.

Sono state messe in concorrenza le diverse banche, le offerte a tasso fisso e variabile (e misto), sono stati creati file excel con i piani di ammortamento per tutta la durata del mutuo. E tutte le operazioni sono state inserite nel conto corrente, di modo da rendicontare la chiusura d'anno, staffa compresa.

Si sono simulati investimenti mettendo in comparazione i fondi e le sicav presenti sul mercato italiano. E si sono ipotizzate conferimenti a cadenza annuale nei fondi pensioni aperti disponibili sul mercato.

Ogni gruppo di studenti ha lavorato su uno scenario di eventi in continua evoluzione e ha gestito un "bilancio" familiare/aziendale in modo da massimizzare il valore finale di ricchezza creata. Alla fine del laboratorio, ogni gruppo ha discusso e illustrato le proprie scelte alla platea generale del corso, motivandole e difendendole dalle possibili critiche - decision challenging.

Insomma, si è passati da una conoscenza teorica ad una conoscenza vera, che siamo convinti non si dimenticherà tanto facilmente. I ragazzi hanno lavorato sodo, ma alla fine erano soddisfatti.
La combinazione dei saperi ha creato valore ed elasticità mentale.

Carlo Cattaneo
Stimolato dai continui riferimenti a Carlo Cattaneo- anche sulle pareti del bar della LIUC ci sono sue citazioni - ho colto l'occasione per approfondire la conoscenza di questo formidabile pensatore italiano dell'Ottocento. Sono andato in biblioteca a nutrirmi intellettualmente con Franco della Peruta, uno dei maggiori storici del Risorgimento italiano (Carlo Cattaneo politico, Franco Angeli, 2001).

Vi lascio quindi con una massima di Cattaneo che trovo fantastica: "Non v'è lavoro, non v'è capitale che non cominci con un atto di intelligenza; chiuso il circolo delle idee, resta chiuso il circolo delle ricchezze".

Non è necessario lavorare tanto. Ma è imprescindibile lavorare con intelligenza.

lunedì 27 maggio 2013

Le donne multitasking sono la salvezza del Belpaese. Incoraggiamo le donne a lavorare!

Sabato 4 maggio si è svolto sul Monte Rosa il Trofeo Mezzalama, una delle gare di sci-alpinismo più complete al mondo. Si parte dai 2.020 metri dall'arrivo delle piste di Cervinia fino ai 3.800 del colle del Breithorn, dove si fa veramente la selezione delle 300 squadre in lizza, ognuna composta da 3 atleti. Tempo massimo per questo primo cancello - da cardiopalma: due ore e mezza. Per chi ce la fa, si apre lo spazio del ghiacciaio. Metà dei 45 chilometri di corsa sono sopra i 3.800 metri, un terzo oltre i quattromila".
Nel 2011 il vento del Nord congelò decine di atleti, non coperti a sufficienza. Le squadre di soccorso dovettero intervenire.
Il Trofeo Mezzalama - in nome è indicativo - è ritenuta la più massacrante tra le competizioni di sci alpinismo in alta quota: 45 km di gara, 2.812 metri di dislivello in salita, 3.145 in discesa.

Mi ha appassionato la storia della skyrunner Gloriana Pellissier - due figli, un marito e un lavoro part time, prima di entrare nell’esercito nel 2006. La maratoneta delle nevi, già vincitrice per quattro edizioni - del Trofeo Mezzalama.
Una donna tostissima, che dimostra come le donne multitasking siano degli esempi da imitare. Sentiamola: “Sono convinta che le donne saranno presto in grado di accorciare le distanze rispetto ai tempi degli uomini. In queste attività ci vuole determinazione, bisogna saper stringere i denti e utilizzare le proprie energie fino all’ultima goccia. La testa conta quanto il fisico. Pur essendo più forti, molti uomini mancano di questa determinazione. Del resto non è così anche nella vita? Io mi alleno tutto il giorno, ma poi devo tenere la casa, fare la spesa, lavare e stirare, fare la mamma e la moglie. E’ una scuola durissima, che mi viene buona in gara sui ghiacciai e sulle creste, quando capisco che anche i limiti più estremi possono essere superati”.

In un’altra intervista di anni fa Gloriana disse: “Gli allenamenti sono molto faticosi e più lunghi rispetto alla corsa classica, ma questo non mi spaventa, anzi mi dà nuovi stimoli per continuare. Sono una persona a cui piace emergere, vincere... e non esiste buon piazzamento che possa sostituire il profumo di una vittoria. Ogni vittoria mi regala una grande carica che mi spinge ad allenarmi di più. E' uno sport duro, il fisico ti chiede in continuazione di mollare invece devi resistere, soprattutto con la testa. Inutile far finta che non ci siano sacrifici da fare, ci sono eccome! Devo allenarmi tutti i giorni, anche per 3- 4 ore. Ed è faticoso, stancante, a volte doloroso. Ma la soddisfazione di superare i propri limiti è unica. Pian piano l' organismo impara a conoscere fin dove può arrivare e questo è bellissimo”.

La mia amica imprenditrice Cav. Linda Gilli – Presidente di Inaz - spesso mi racconta come le donne che tornano dalla maternità siano fantastiche nel risolvere problemi e nel rientrare con passione ed equilibrio nella vita lavorativa.

Linda Gilli
Linda Gilli in un agile intervento all’interno di Impresa responsabilità imprenditoriale e flessibilità del lavoro, (M. Vitale, P. Ichino, L. Gilli, Piccola Biblioteca d’impresa, Inaz, 2009) spiega: “Per la lavoratrice si tratta di trovare le condizioni di rientrare in azienda in un contesto favorevole e compatibile con la nuova condizione familiare. Per l’azienda si tratta di mantenere il più possibile le persone di valore in azienda. Per esempio, in un’azienda di servizi nell’area informativa come la nostra, le donne hanno un ruolo e un’influenza decisiva. Le donne hanno una cura quasi materna del cliente, e questo per noi è importante. Hanno un alto livello scolastico, spesso universitario, un’ottima conoscenza della normativa”.


Come ci spiega Daniela del Boca su lavoce.info “In Italia il tasso di occupazione femminile è pari al 48 per cento, dato non diverso da quello registrato all'inizio del decennio. I maggiori problemi per le donne italiane nascono, ancora, dalla difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Una difficoltà che mette le donne (e ancora solo loro) di fronte alla scelta tra avere un lavoro e avere dei figli. Il risultato è che sia il tasso di occupazione femminile sia il tasso di natalità continuano a rimanere bassi.

Da ormai un decennio i tassi di fecondità in Italia si sono assestati intorno a 1,4 figli per donna. In attesa di una condizione lavorativa più stabile, i giovani postpongono sempre di più l’età in cui hanno il primo figlio e così la probabilità di non avere figli o di averne uno solo aumenta.

Il terzo nodo cruciale è la povertà infantile, il cui tasso, in Italia, si attesta al 15 per cento. La percentuale sale però al 22 per cento quando solo uno dei due genitori ha un lavoro. Il lavoro delle madri è un importante strumento di protezione dei figli dal rischio di povertà. Nei paesi dove le madri lavorano di più, i figli sono meno poveri. L'Italia, come si vede dal grafico 1, è uno dei paesi con più alti tassi di povertà e più bassi tassi di partecipazione. La flessibilità degli orari di lavoro svolge ancora un ruolo limitato nell’aiutare i genitori a conciliare lavoro e famiglia: meno del 50 per cento delle imprese con 10 o più dipendenti offre flessibilità ai propri dipendenti e il 60 per cento dei lavoratori dipendenti non è libero di variare il proprio orario di lavoro".

Nel Nord Europa – dove i tassi di occupazione femminile sono elevati – si tutela concretamente la famiglia. In Italia si parla di famiglia e poi non si fa nulla. Nel Sud Italia - dove non esistono nè asili nidi, nè il tempo pieno scolastico - i tassi di occupazione femminile sono tra i più bassi d'Europa.

A noi italiani piace parlare, bla bla bla. Solo chiacchiere e distintivo, direbbe Robert De Niro. Quando ci occuperemo dei problemi veri e di come risolverli?

lunedì 20 maggio 2013

Omaggio a Giovanni Falcone, formidabile magistrato

A scuola si studiano gli egizi 33 volte, i Promessi Sposi del Manzoni 42 volte ma pochi studenti in università sanno chi è Giovanni Falcone, formidabile magistrato, fatto saltare in aria nel maggio di 21 anni fa.

Il 23 maggio del 1992 una carica di cinque quintali di tritolo - posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina - pose fine alla vita di un valorosissimo magistrato, Giovanni Falcone, giudice istruttore e procuratore della Repubblica aggiunto a Palermo e successivamente direttore generale degli Affari penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Nell'attentato persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Falcone è stato l’unico magistrato che si sia occupato in modo continuo e con impegno assoluto di Cosa Nostra. Ha spiegato ampiamente perchè la mafia italiana costituisca un mondo logico, razionale, funzionale e implacabile: “Cosa Nostra è un’organizzazione, il cui regolamento, per essere rispettato e applicato, necessita di meccanismi effettivi di sanzioni. Dal momento che all’interno dello Stato-mafia non esistono né tribunali né forze dell’ordine, è indispensabile che ciascuno dei suoi “cittadini” sappia che il castigo è inevitabile. Chi viola le regole sa che pagherà con le vita”.

Il cratere di Capaci
Siccome ho il vizio della memoria, ho ripreso in mano Cose di cosa nostra (Rizzoli, 1991), l’intervista che la giornalista francese Marcelle Padovani fece a Falcone 22 anni fa.

Come avviene per i Maestri, le parole di Falcone non hanno perso nulla a distanza di tempo. Ci parlano come fossero di oggi.

Falcone si definiva così: “Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium...Il mio conto con Cosa Nostra resta aperto. Lo salderò solo con la mia morte, naturale o meno”. Quando parla del padre, Falcone ne sottolinea la grande austerità: “Si vantava di non aver mai messo piede in un bar in tutta la vita”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
A fronte di una mole di processi di mafia azzerati dalla Cassazione, Falcone introdusse un metodo perchè “senza un metodo non si capisce niente”. L'architrave di Falcone era: “Segui il denaro”: “Se hanno venduto droga in America del nord, nelle banche siciliane saranno rimaste tracce delle operazioni realizzate. Così hanno avuto inizio le prime indagini bancarie (processo Spatola, 1979). Accumulare dati, informazioni, fatti fino a quando la testa ti scoppia, permette di valutate razionalmente e serenamente gli elementi necessari a sostenere una accusa. Il resto sono chiacchiere, ipotesi di lavoro, supposizioni, semplici divagazioni”.

Il pubblico ministero milanese Ilda Boccassini – che si trasferì da Milano a Caltanissetta per scoprire gli assassini di Giovanni Falcone – segue lo stesso metodo: follow the money. E i risultati si sono visti.

Falcone dava fastidio e creava invidie. Un alto magistrato disse a Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione di Palermo: “Seppelliscilo sotto una montagna di piccoli processi, almeno ci lascerà in pace”.

La stessa Boccassini anni fa così si espresse: "Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.[...] Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di "amici" che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito".

Cosa significa mafia e lotta alla mafia? Sentiamo Falcone: “Cosa Nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto una organizzazione parallela che vuole approfittare delle storture dello sviluppo economico, agendo nell’illegalità e che, appena di sente veramente contestata e in difficoltà, reagisce come può, abbassando la schiena. La mafia è l’organizzazione più agile, duttile e pragmatica che si possa immaginare, rispetto alle istituzioni e alla società nel suo insieme....Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una priovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia. La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, gente intimidita e ricattata che appartiene a tutti gli strati della società.

La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.

La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell’adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confondersi con la società civile, per l’uso dell’intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa”.

Con quali strumenti affrontiamo oggi la mafia? In un modo tipicamente italiano, attraverso una proliferazione incontrollata di leggi ispirate alla logica dell’emergenza....Le leggi non servono se non sono sorrette da una forte e precisa volontà politica, se non sono in grado di funzionare per carenza di strutture adeguate e soprattutto se le strutture non sono dotate di uomini professionalmente qualificati.

Professionalità significa adottare iniziative quando si è sicuri dei risultati ottenibili. Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza significa fare un pessimo servizio. Il mafioso verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora”. Parole sante, vista la quantità di processi che vengono intentati senza disporre di elementi irrefutabili.

Così lo ricorda Giorgio Bocca il 25 maggio 1992: "La ragione per cui Giovanni Falcone dovrebbe avere una medaglia d'oro della Resistenza è per quella folle, generosa volontà di resistere al peggio che continua a sopravvivere fra gli italiani, per cui un uomo di cinquantatrè anni va alla morte in un mondo di ladri, di profittatori, di retori, di furbastri che hanno messo a sacco lo Stato e non se ne vanno, e sono lì attaccati con le unghie e con i denti al loro sudicio potere e si permettono oggi di versare lacrime di coccodrillo su Giovanni Falcone come le hanno versate su tutti gli uccisi dalla Mafia in questi decenni".

Chiudo con una frase di Giovanni Falcone, che mi colpì particolarmente quando avevo 22 anni nel 1992. Falcone non volle dei figli per non lasciarli orfani: “Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Caro Giovanni Falcone, ti sia lieve la terra.

lunedì 13 maggio 2013

Il pesce rosso - che ha una memoria di 3 secondi - è un investitore di lungo termine

Abbiamo visto settimana scorsa nel precedente post  come un tweet falso su un attentato alla Casa Bianca abbia generato panico sui mercati.
Una situazione simile al 6 maggio 2010, quando abbiamo assistito a un Flash Crash.

Il 6 maggio 2010 i mercati erano già sotto pressione per timori legati al declassamento del debito europeo dei famigerati PIGS - Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. L’euro era in forte calo, visto che gli operatori si rifugiavano nel dollaro per paura del default della Grecia e conseguentemente dell’euro. Gli operatori erano dunque alla ricerca di qualità. In gergo si parla di flight to quality, cioè di fuga verso gli emittenti più affidabili come Stati Uniti e Germania. L’indice di volatilità – VIX – salì il 6 maggio del 31,7%, la quarta salita di sempre.

La pressione combinata di:

1. 75.000 contratti sul future S&P 500 posti in vendita dall’investitore istituzionale Waddell & Reed;

2. degli ordini provenienti dagli HF traders e da altri traders portarono l’indice future E-Mini S& P500 a perdere circa il 3% in soli quattro minuti dalle 2:41 alle 2:44 p.m.

Il report di SEC/CFTC mette in luce un aspetto interessante: la struttura del mercato si è rivelata meno robusta del previsto. L’insufficiente domanda sul buy side – liquidity dry-up rapidly - ha generato un effetto “patata bollente” – “hot potato” volume effect - in cui la stessa posizione veniva continuamente passata (o scaricata per meglio dire) ad altri, come nel gioco della Peppa Tencia, in cui si cerca di cedere al proprio avversario la donna di picche.

Nelle parole esatte del report: “Still lacking sufficient demand from fundamental buyers or cross-market arbitrageurs, HFTs began to quickly buy and then resell contracts to each other – generating a “hot-potato” volume effect as the same positions were rapidly passed back and forth. Between 2:45:13 and 2:45:27, HFTs traded over 27,000 contracts, which accounted for about 49 percent of the total trading volume, while buying only about 200 additional contracts net”. Quindi gli high frequency traders protagonisti del mercato in acquisto e in vendita, ma acquirenti netti solo di 200 contratti.

La profondità del book in acquisto sul contratto E-Mini S&P 500 passò da 6 miliardi di dollari a inizio giornata a 58 milioni di dollari – che rappresenta l’1% rispetto ai livelli di partenza.

In soli 4 minuti e mezzo – dalle 2:41 p.m. alle 2:45:27 p.m. il prezzo dell’E-Mini future S&P 500 perse più del 5% e il prezzo dell’indice cash S&P 500 perse oltre il 6%.

Alle 2:45:28 p.m. scattò il blocco (si parla di circuit breakers ) delle contrattazioni (Stop Logic Functionality, SLP) – durato solo 5 secondi! – al Chicago Mercantile Exchange (CME), creato per prevenire e arginare cali improvvisi. L’effetto fu positivo perchè quando il trading riprese, alle 2:45:33 p.m., i prezzi si stabilizzarono e poco dopo l’E-Mini future S&P 500 iniziò a salire portandosi dietro l’indice cash S&P 500.

Nei 20 minuti dalle 2:40 p.m. e le 15.00 p.m. più di 20.000 trades su oltre 300 titoli azionari diversi – mercato a pronti quindi - furono eseguiti al 60% o più di scostamento rispetto al prezzo segnato alle 2:40 p.m. . "After the market closed, the exchanges and FINRA (Financial Industry Regulatory Authority) met and jointly agreed to cancel (or break) all such trades under their respective “clearly erroneous” trade rules".

I market maker e gli high frequency traders sono stati messi sotto accusa perchè nelle fasi frenetiche di attività tra le 2:40 e le 15:00 p.m. hanno offerto dei prezzi in bid – cosiddette stub quote – molto lontani dai prezzi di pochi istanti prima. Alcuni investitori hanno venduto/comprato a prezzi completamente irrazionali (anche a un penny!). Per portare un esempio, Procter & Gamble, presente nell’indice Dow Jones, è passata da 60$ a 39.37$ in 3 minuti e 30 secondi (un calo del 36,14%!), per poi recuperare quota 60$ in un solo minuto.

Tiriamo le fila.

Sappiamo tutti che la liquidità di un mercato è fondamentale. Consente di comprare e vendere in qualsiasi momento. E’ quindi un fatto di per sè positivo perché maggiore è la profondità del mercato – sul buy e sul sell side - meglio è. E soprattutto, più stretto è il bid-ask spread (cioè la differenza tra la più alta proposta di acquisto, bid, e la più bassa proposta di vendita, ask), minori sono i costi di transazione per l’investitore. Come ben dice Sebastian Mallaby sul Financial Times del 22.9.10 “ We should clone the robo-trader rather than revile him”: “Financial markets, like grocery markets, need participants who specialize in the short run. Denouncing high frequency traders for their quick turnover of inventory is like grumbling that your local shop only hold soap powder for the short term. Financial short termists are often called “market makers” because without them markets would not function….Bid-ask spreads in US stocks have fallen steadily since the 1980 and by about a third in four years. Savers have benefited, to the tune of billions of dollars”. In sostanza i risparmiatori – grazie alla liquidità del mercato offerta dagli high frequency traders – hanno ridotto i loro costi di intermediazione.

Abbiamo anche visto che la liquidità del mercato può svanire in un attimo – è una questione di secondi! – e quando il mercato raggiunge livelli parossistici di frenesia – come il 6 maggio 2010 – gli operatori si dileguano e offrono stub quotes (prezzi farlocchi, per intenderci), rendendo il mercato improvvisamente illiquido e quindi poco robusto.

Alcuni osservatori propongono di imporre agli HF traders una regulation più severa obbligandoli a fornire liquidità al mercato qualunque siano le condizioni di mercato.

Un lettore del Financial Times pochi giorni fa - a seguito dell’intervento di Mallaby - ha messo in luce una posizione avversa: “HF traders, who control two-thirds of the market volume, can move the prices anywhere they want as shown on May 6 2010. They don’t care whether the stock go up or down. In short, their market doesn’t reflect reality or analysis of fundamentals. The only analysis they do is fluctuation analysis. Clonare l’High Frequency Trading è come clonare il cancro”.

E’ evidente che il pericolo vero sia la perdita di fiducia degli investitori nei confronti del mercato azionario e nella sua funzione di price discovery. Se la fiducia nella classe di attività azioni dovesse venire meno a causa dell’erraticità dei mercati, allora sarebbero problemi seri. Suggeriamo di monitorare con attenzione quale sarà la raccolta netta 2010 dell’industria del risparmio gestito negli Stati Uniti. Secondo l’Investment Company Institute (The National Association of U.S. Investment Companies) nei primi 8 mesi del 2010 i fondi azionari negli Stati Uniti hanno subito deflussi netti per 244,7 miliardi di dollari (70 miliardi di dollari dopo il Flash Crash).

Peraltro i veri long term investors nemmeno sanno del Flash Crash, si sono giustamente disinteressati e non hanno subito alcun danno.

Premesso che la memoria del pesce rosso - goldfish - è di 3 secondi, Mr Wroble il 31.8.10 ha scritto con ironia al Financial Times: “At present more than 60% of share trading is done by computers. These machines trade into and out of shares at microsecond rates. This timeframe makes the goldfish a long term investor with an exceptional memory”. Non trovate fantastico che il pesce rosso sia ormai considerato - nella frenetica attività di trading di oggi - un investitore di lungo termine perchè 3 secondi sono un’eternità? Chissà cosa penserebbe Benjamin Graham!
Alla fine – nonostante tutto - noi siamo d’accordo con Mallaby: “The truth is computers are more likely than specialists to keep their nerve in turbulent markets, for the good reason they don’t have nerves”. Sono coloro che danno istruzioni sbagliate, come Waddell & Reed il problema. “Robo-traders must be deemed innocent. May they clone themselves a thousand times”.

lunedì 6 maggio 2013

Un tweet falso fa tremare Wall Street. Un altro Flash Crash come il 6 maggio 2010

Il 23 aprile scorso un tweet falso ha fatto tremare i mercati azionari americani. Wall Street ha temuto, a pochi giorni dalla bomba alla maratona di Boston, un altro attentato. Un hacker è riuscito ad entrare dentro l'account twitter di Associated Press e scrivere il seguente messaggio: "Breaking: Two Explosions in the White House and Barack Obama is injured".
In pochi istanti sono piovute sul mercato ondate di vendite ma fortunatamente la corrispondente alla Casa Bianca di AP, Julie Pace, è riuscita subito a smentire.

A me questo improvviso e velocissimo calo, amplificato dai sistemi di trading automatici, ha ricordato il Flash Crash di tre anni fa. Proprio in maggio.

Il 6 maggio 2010 i mercati azionari americani – sia a pronti che a termine – hanno registrato una giornata particolare, con oscillazioni così forti e anomale da indurre la SECSecurities and Exchange Commission - e la CFTCCommodity Futures Trading Commission – a ricercare le cause del pesante calo segnato dai mercati tra le 14.40 e le 15.00 – report “Findings regarding market events of May 6 2010”.
Il 6 maggio 2010 è ormai definito il giorno del Flash-Crash: un forte calo dei mercati durato solo alcuni minuti. L’indice Dow Jones – che riflette l’andamento dei 30 titoli più importanti del listino americano – perse 600 punti (circa il 6%) in soli cinque minuti, per poi recuperare.

I primi soggetti indicati come possibili colpevoli del Flash-Crash furono i traders, in particolare gli high frequency traders (HFT), e gli hedge funds, ambedue poi scagionati alla luce dei risultati evidenziati nel report.

Ma chi sono gli high frequency traders? High-frequency trading is the execution of computerized trading strategies characterized by extremely short position-holding periods. In high-frequency trading, programs running on high-speed computers analyze market data, using algorithms to utilize trading opportunities that may open up for only a fraction of a second to several hours. High-frequency trading, often abbreviated HFT, uses quantitative investment computer programs to hold short-term positions in equities, options, futures, ETFs, currencies, and all other financial instruments that possess electronic trading capability. High frequency traders compete on a basis of speed with other high frequency traders, not long term investors (who typically look for opportunities over a period of weeks, months, or years), and compete with each other for very small, and very consistent profits.

Peraltro attenzione a non confondere l’HFT con l’algorithmic trading: Algorithmic trading refers to any computerized trading strategy and can include the holding of assets for long periods, whereas high frequency trading is a sub class that aims for very short holding periods. Algorithmic trading, including high frequency trading, has been shown to substantially improve market liquidity among other benefits.

Per quanto questi sistemi di trading sembrino “forzare” il mercato nel senso tradizionale del termine, il crash (contrariamente a quanto ipotizzato inizialmente) non è stato causato da niente di tutto ciò. Il colpevole è, invece, un tradizionale gestore di fondi, un investitore istituzionale: Waddell & Reed con sede nel Kansas, che con leggerezza di un ippopotamo ha deciso di passare un ordine di vendita – con finalità di copertura (hedging) di una posizione long – senza porre un limite di prezzo.

Chiariamo. Un investitore istituzionale è long – ha posizioni rialziste – per definizione. Infatti ha ricevuto il mandato dai suoi clienti di investire e quindi compra tipicamente azioni e obbligazioni. Per ridurre il rischio, ha in modo autonomo deciso di coprirsi, ossia immunizzare il portafoglio da eventuali cali di mercato attraverso la tecnica di portfolio insurance, ossia le vendita a termine di futures sull’indice più noto al mondo, l’indice Standard & Poors 500, alias S&P 500, al cui interno sono presenti – pesate secondo la capitalizzazione – i maggiori 500 titoli azionari quotati.

L’ordine di vendita non era leggero. Si trattava di 75.000 contratti sull’indice future S&P 500 (detto E-Mini) per un controvalore complessivo di 4,1 miliardi di dollari!

Dave Cummings ha saggiamento commentato:  “Wow! Who puts in a $4.1 billion order without a limit price? The trader at Waddell & Reed showed historic incompetence".

Nel report congiunto SEC/CFTC si legge: “However, on May 6, when markets were already under stress, the Sell Algorithm chosen by the large trader to only target trading volume, and neither price nor time, executed the sell program extremely rapidly in just 20 minutes….The execution of this sell program resulted in the largest net change in daily position of any trader in the E-Mini since the beginning of the year”.

Si è trattato chiaramente di un errore umano. Molti di noi si ricordano di HAL 9000 - il computer di bordo della nave spaziale del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick - che - leggendo nelle labbra gli astronauti - li sbatte fuori dalla navicella spaziale. E se al cinema i computer sono pericolosi quando pensano, nella vita reale sembrerebbero temibili per la ragione opposta. Ma come suggerisce Cummings “The trader could have easily put a price limit on the order, but recklessly chose not to. The Sell Algorithm performed exactly as it was designed. It angers me when people blame technology for what are clearly lapses in human judgment”.

Facciamo un passo indietro per cercare di chiarire meglio il punto.

In generale, un investitore professionale che voglia operare una vendita o un acquisto importante in termini quantitativi ha tre alternative, da scegliere a seconda dell’importanza che si vuole dare al giudizio soggettivo – human judgement:

1. passare l’ordine a un intermediario che
a. esegue l’ordine con un block trade – operazione Over The Counter (OTC) con una grossa controparte che compra il tutto;
b. oppure gestisce l’ordine discrezionalmente;

2. inserire manualmente l’ordine sul mercato;

3. far eseguire l’ordine attraverso un algoritmo di esecuzione automatica, che prende in considerazione le variabili chiave (scelte dal cliente) quali prezzo, tempo (di esecuzione) e volumi.

Il 6 maggio 2010, Waddell & Reed decise – opzione n. 3 - di passare al broker l’ordine di vendita per 4,1 miliardi di $, invitandolo a usare un algoritmo di esecuzione di vendita automatica, in gergo Sell Algorithm. L’unico vincolo prefissato – limite di volume – si esauriva nel divieto di superare il 9% dei volumi complessivi (calcolati sul minuto precedente). L’ordine, come abbiamo visto, venne eseguito in soli 20 minuti. Per procedere all’operazione inversa – il riacquisto dei 75.000 contratti, in gergo ricopertura – si resero necessarie ben 6 ore.

Affaticati? Facciamo una pausa di riflessione. Nei prossimi giorni la seconda parte. Vi aspetto.

lunedì 29 aprile 2013

In Italia pochi lavorano. E quei pochi tengono in piedi il sistema. Fino a quando?

Oggi pomeriggio il presidente del consiglio Enrico Letta si presenterà alle Camere per chiedere la fiducia. Il governo appare meglio delle attese. Sapere che al prossimo Consiglio Europeo l'Italia schiererà - in qualità di sherpa - fuoriclasse del calibro di Bonino, Saccomanni e Moavero Milanesi rincuora gli europeisti - quorum ego.

Il problema dei problemi su cui il governo dovrebbe concentrarsi e non dormire la notte fino a escogitare alcune soluzioni è la bassa partecipazione al mercato del lavoro in Italia. Invece di parlare del tasso di disoccupazione - elevato, oltre il 37,8% per i giovani - ancora più rilevante è il tasso di occupazione.
Infatti se il tasso di disoccupazione esprime il rapporto tra persone disoccupate o in cerca di lavoro in rapporto al totale della popolazione in età lavorativa, il tasso di occupazione rappresenta quanta parte della popolazione attiva lavora rispetto alla popolazione di riferimento. E in Italia siamo ai minimi europei. Gli obiettivi dell'Agenda di Lisbona - che prende il nome dal Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 che fissava degli obiettivi per il futuro dell'Unione Europea - sono lontanissimi. Come abissali sono i differenziali tra l'Italia e l'Europa in relazione al tasso di occupazione femminile.

Solo il 56,6% degli italiani è occupato, secondo i dati Istat del 2 aprile. All'interno del Bollettino Economico di aprile di Bankitalia, a pag. 27 c'è una tabella esaustiva e preoccupante che evidenzia i seguenti dati:
Il tasso di occupazione maschile è pari al 66,1% contro il 47,1% di quello femminile. Nel Nord Italia siamo al 64,8% contro il 60,6% del Centro e il 43,6% del Sud (drammatico!).

Il 36,1% degli italiani tra i 15 e 64 anni è inattivo, cioè non lavora e non è interessato alla ricerca di un impiego. Sono ben oltre 4 milioni di persone. Il tasso di inattività in Germania è del 23%.
L'inattività in Italia si concentra tra i più giovani e tra i più maturi. Oltre il 70% delle persone tra 15 e 24 anni rimane fuori dal mercato del lavoro, contro meno del 50% in Germania. Nella fascia 55-64 anni, 23 punti percentuali separano il tasso di inattività italiano da quello tedesco. Se consideriamo l'età di genere, emerge la maggiore inattività delle donne. Ben 47 italiane su 100, tra i 15 e 64 anni, non lavorano nè cercano una occupazione, contro le sole 28 della Germania.

I numeri deprimenti sul tasso di occupazione inducono a riflettere sul declino demografico e sulla sostenibilità di un modello sociale che vede il peso degli over 60 sempre crescente.

Purtroppo è ancora attuale un saggio interessantissimo di Massimo Livi Bacci scritto nel 2001, all'interno del volume Il Caso italiano 2. Dove sta andando il nostro Paese? (Garzanti, 2001).
Leggiamolo insieme: "La questione non è se l'Italia sarebbe un posto migliore con 10 o 20 o 30 milioni di abitanti in meno, ma se un rapido declino demografico è sostenibile per lungo tempo senza provocare un generale impoverimento della società...Di fatto, l'ipotizzato declino di 7 milioni di unità nei prossimi trent'anni comporta un rapidissimo invecchiamento della popolazione e sarà la somma algebrica di 5 milioni in più di ultrasessantenni e 12 milioni in meno di persone sotto i sessant'anni. Tale rapido invecchiamento implica la non sostenibilità economica degli attuali meccanismi dei trasferimenti intergenerazionali per il decrescente numero di chi produce e paga le tasse e il contemporaneo aumento di anziani e pensionati".

In sostanza il rapido declino demografico porta con sè un generale impoverimento della società. Le nuove generazioni, già lo vediamo, avranno un tenore di vita inferiore a quello dei genitori, i quali peraltro vivranno sempre di più e quindi il figlio unico - così tanto coccolato - dovrà sostenere i genitori che invecchiano.

Urge che si introducano degli incentivi per motivare le persone a tornare sul mercato del lavoro. There is no alternative. TINA.

mercoledì 24 aprile 2013

L'attualità del pensiero di Federico Caffè, fuggito nell'aprile 1987 e mai più ritrovato

Sono ormai passati 26 anni dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1987, alba in cui il grande economista Federico Caffé scomparve nel nulla.

Leggiamo insieme un passo di Ermanno Rea in L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffé scomparso e mai più ritrovato, splendida testimonianza della vita austera da studioso di Federico Caffé: “Uscì di casa in punta di piedi per non svegliare il fratello e una fuga priva di testimoni, protetta dalle tenebre, si dissolse nel nulla. Aveva settantatre anni. Era professore fuori ruolo di Politica Economica e finanziaria alla Facoltà di Economia e commercio dell’Università di Roma. Godeva di un grande prestigio intellettuale ed esercitava notevole fascino, soprattutto sugli studenti. Benché, fisicamente, lasciasse molto a desiderare. Piccolo di statura. Anzi piccolissimo”.

Il passaggio che piace in assoluto di più a mio figlio Chicco – vedasi post Mio padre, i miei figli, il desiderio di sapere e la forza della lettura - è questo: “Caffé pianificò la fuga preordinandone ogni movimento fino al più banale: come oltrepassare la porta di casa senza svegliare il fratello; quali abiti indossare, quali oggetti lasciare e quali portare con sé...Infine arrivò il momento di agire. A un’ora imprecisata, compresa tra l’una e le cinque del mattino, smise di pensare. Indossò i pantaloni grigi che aveva portato sino a poche ore prima, una giacca, una camicia, un impermeabile e, dopo aver disposto una serie di oggetti sul tavolino accanto al letto – l’orologio, gli occhiali, le chiavi, il passaporto, il libretto degli assegni – raggiunse in punta di piedi la porta di casa. Aprì con meticolosa lentezza la serratura evitando di fare anche il più piccolo timore. Poi si richiuse la porta alle spalle con la stessa cautela.

Appena al di là del portone si sentì investito da un flusso di acqua fredda: era fatta. Qualunque decisione fosse in procinto di attuare, non poté non percepirla come qualcosa d’irrevocabile”.

La sua scomparsa non fu certo un raptus ma una fuga premeditata a seguito di un tracollo emotivo sommato a crisi depressive. In una lettera al suo allievo Daniele Archibugi, Caffè scrisse: “L’interruzione del filo diretto con gli studenti, malgrado la preparazione spirituale, si è dimostrata molto più dura del previsto”.

Corrado Stajano ha scritto: “E’ un rompicapo angoscioso la vita e la sparizione di Caffé, un italiano serio che non aveva nulla in comune con l’Italia slabbrata, approssimativa dio quegli anni ‘80”.

Archibugi su Repubblica di qualche tempo fa ha scritto: “Dopo un quarto di secolo, possiamo solo constatare che, qualsiasi sia stato il destino del nostro maestro, è stato quello che lui si è scelto. La sua vicenda non sarebbe ancora un mistero se nelle ore successive alla sua scomparsa non avesse dimostrato di avere le doti professionali di un agente segreto assai più che quelle di un austero docente. Anche la sua ultima pagina l'ha scritta senza farsi aiutare da nessuno”.

Il Prof. Valentino disse: “Per tutta la vita Caffé ha fatto il pendolare tra la propria casa e l’Università senza mai concedersi passeggiate o gite, senza mai indulgere a curiosità turistiche di alcun genere”....La sua casa era l’Università. Arrivava al mattino alle otto e mezza e ne usciva dopo dodici ore filate (dopo aver spento le luci personalmente, che tempi!, ndr). A chi lo punzecchiava per il suo attaccamento al lavoro rispondeva: “Lo faccio per difendere il mio reddito reale. Se invece di starmene qui a studiare e a lavorare me ne andassi in giro a bighellonare chissà quanti soldi spenderei. Il lavoro per me è una forma di risparmio”.

La sua vita privata era l’economia, erano i suoi studenti. Li indicava dicendo: “Eccoli là i libri che non ho scritto”.

C’è un passaggio nel libro di Rea suggestivo e toccante. Quando Caffé fece gli esami di maturità – ragioneria – il commissario d’esame chiese “In quale città hai deciso di frequentare l’università?”. E Caffé rispose: “Non credo che andrò all’Università. Ho bisogno di lavorare”. Al che il commissario convocò alla stazione di Pescara i genitori di Caffé (di modeste origini), ai quali disse: “Caschi il mondo ma il suo ragazzo deve continuare a studiare”. La madre allora mise in vendita un piccolo lotto di terreno e Caffé partì per Roma.

In Banca d’Italia era stimatissimo. “C’era praticamente nato in Banca d’Italia. Vi aveva incontrato Luigi Einaudi e Donato Menichella, che aveva inciso sulla sua “formazione professionale” e gli aveva fornito “indimenticabili lezioni di umanità, di scrupolo, di rigore morale”. Vi aveva incontrato Guido Carli e Paolo Baffi, di cui era diventato amico affettuoso.... Erano fatti della stessa pasta, Baffi e Caffé. Uomini integerrimi. Studiosi senza altri interessi che quelli per la propria scienza”.

I cronisti ricordano la furia di Caffé quando il Governatore Baffi fu incriminato e la testimonianza portata in suo favore in Tribunale davanti ai magistrati - inqualificabili - Infelisi e Alibrandi.

Pierluigi Ciocca, una vita in Banca d’Italia fino al Direttorio - ricorda: “La figura del consulente è sempre stata molto importante in Banca d’Italia. Svolgeva una funzione di riscontro critico oltre che di proposta, d’impostazione e di ricerca. In questo ruolo Caffè era ascoltatissimo”.

In questi giorni ho rimesso a posto alcune carte e ne ho ricavato alcune considerazioni, che condivido con voi lettori.

La più bella cosa è stata scritta da Daniele Archibugi, qualche giorno fa: “Quando la notizia divenne di pubblico dominio, giunsero numerosissimi allievi per aiutarci nelle ricerche. Spesso non ci conoscevamo, ma bastava uno sguardo per capire che appartenevamo alla medesima confraternita. Agli studenti degli ultimi anni si accompagnavano quelli dei decenni anteriori, e ognuno di loro chiedeva che cosa potesse fare di utile. Non era facile trovare una risposta perché neppure la polizia aveva fornito una casistica. Nell'organizzare le squadre che battevano la città palmo a palmo, chiedevo spesso qualche informazione sugli anni in cui lo avevano frequentato all'università. Mi sentivo ripetere sempre la stessa frase: «È stato il periodo più bello della mia vita». Ma lui, Federico Caffè, lo avrà mai saputo?”.

Un altro passo suggestivo è stato scritto da Guido Rey, allievo di Caffè e successivamente presidente dell’ISTAT in occasione dell’intitolazione a Caffé della Facoltà di Economia: “A questi giovani F. Caffè ha dedicato tutta intera la sua vita e a loro volta i giovani lo amavano per la lucidità espositiva, la veemenza nella condanna delle ingiustizie, la profonda dottrina, la vasta cultura e la prosa preziosa e al tempo stesso essenziale. Ai giovani delle ultime generazioni ha saputo trasmettere il suo sdegno all'idea “che un'intera generazione di giovani debba considerare di essere nata in anni sbagliati e debba subire come fatto ineluttabile il suo stato di precarietà occupazionale”. Tra l’altro, quest’ultimo passaggio è di un’attualità sconvolgente.

In un momento in cui il welfare state italiano ha regalato troppo a troppi e non è più possibile continuare con una spesa pubblica che soffoca lo sviluppo, ripropongo il riformismo rigoroso di Caffé (amava alla stesso tempo Einaudi e Andreatta) che condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell'avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico del bilancio dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”.

Caffè si definiva così: “Un professore non è un conferenziere, non parla occasionalmente a degli sconosciuti che con tutta probabilità non rivedrà più. Un professore dialoga con gli studenti dei quali conosce spesso tutto o quasi tutto: problemi e speranze, capacità e lacune, ansie e incertezze. Li assiste nei loro bisogni. Li segue lungo una strada che può finire il giorno dell'esame ma che può anche andare avanti fino a quello della laurea e oltre”.

Ecco cosa ho imparato leggendo di Caffé. Quando insegno e faccio domande agli studenti, li stimolo in tutti i modi, cerco di accendere in loro il fuocherello di cui parlò Seneca. Cerco di seguire l’ottimo esempio di Caffè, maieuta di eccezionale levatura che ha avuto come allievi Ezio Tarantelli , Mario Draghi , Pierluigi Ciocca, Guido Rey, Bruno Amoroso, Ignazio Visco , Daniele Archibugi e tanti altri.

Federico Caffè, la terra ti sia lieve.

P.S.: per approfondimenti consiglio la lettura di:

Ermanno Rea, L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè, scomparso e mai più ritrovato, Einaudi, 1992
Bruno Amoroso, La stanza rossa, Città Aperta Edizioni, 2004
Federico Caffè, La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri, 1990

giovedì 18 aprile 2013

Addio Margaret Thatcher, formidabile Prime Minister

Ieri si sono tenuti a Londra nella cattedrale di St. Paul, con la partecipazione dei capi di Stato e di governo mondiali - 2.300 invitati - i funerali solenni di Margaret Thatcher, formidabile politico, primo ministro inglese dal 1979 al 1990. Come scrive bene Severgnini stamane, non è stata una festa, ma un saluto.

Ma chi è stata Margaret Thatcher?

Margaret Thatcher nata Roberts, Baronessa Thatcher di Kesteven, (Grantham, 13 ottobre 1925) è una politica britannica. È stata primo ministro del Regno Unito dal 1979 al 1990, vincendo tre elezioni consecutive (1979-83, 1983-87, 87-90); è la prima e a tutt'oggi unica donna nel Regno Unito ad aver ricoperto la carica di Primo Ministro. Dal 1975 al 1990 è stata inoltre leader del partito conservatore inglese.

Nel 1959 fu eletta alla Camera dei Comuni. Dopo la vittoria dei conservatori nel 1970, che portò Edward Heath alla carica di Primo ministro, Margaret Thatcher divenne Ministro dell'Istruzione. Dopo la sconfitta alle elezioni nel 1974 decise di candidarsi per la leadership del partito e nel febbraio 1975 divenne leader del Partito Conservatore, la prima donna a ricoprire tale carica (fonte: Wikipedia)

Nel 1976 tenne un famoso discorso in cui attaccava duramente l'Unione Sovietica (URSS); un giornale russo, come risposta, la chiamò Lady di ferro, soprannome che divenne poi associato alla sua immagine. Il tutto derivò dal primo incontro quando la Thatcher si presentò così al Presidente Breznev: “Buongiorno. Io odio il comunismo! Però se a lei piace può tenerselo, purchè resti dentro i confini del suo paese”.

In quello stesso anno il governo laburista di James Callaghan si trovò in grave difficoltà a causa di scioperi, crescente disoccupazione e collasso dei servizi pubblici; i conservatori sfruttarono a loro vantaggio la situazione ed alle elezioni del 1979 ottennero la maggioranza alla Camera dei Comuni: Margaret Thatcher divenne Primo ministro. Arrivando a Downing Street – residenza del Primo Ministro britannico - disse, parafrasando San Francesco d'Assisi:

« Dove c'è discordia, che si possa portare armonia. Dove c'è errore, che si porti la verità. Dove c'è dubbio, si porti la fede. E dove c'è disperazione, che si possa portare la speranza ».

Da Primo Ministro s'impegnò per rovesciare il declino economico che interessava il Regno Unito ormai da qualche decennio e per restituire al Paese un importante ruolo nel panorama internazionale.

Che sia amata o disprezzata, la sua è stata innanzitutto un’esperienza filosofica straordinaria, una rivoluzione culturale prima che economica. La Thatcher ha cambiato il corso della storia britannica perché ha saputo trasformare le idee in realtà, sino alle loro estreme conseguenze. È stata non la fantasia al potere ma il potere delle idee, la trasformazione delle idee in realtà e dunque la trasformazione della realtà stessa.

Meryl Streep in "Iron Lady"
C’è un passaggio del film "Iron Lady", dove la Thatcher - interpretata da una magnifica Meryl Streep - dice: “Non contano le sensazioni, contano le idee, i contenuti. Le parole devono diventare azioni”.

Come ha sostenuto l’ex Ministro del Bilancio (nel 1994) Giancarlo Pagliarini (detto “Il Paglia” ): “Negli anni 70 la Gran Bretagna era tecnicamente fallita. Si era ridotta nella situazione di dover chiedere prestiti al Fondo Monetario Internazionale, come un paese africano in via di sviluppo La Thatcher adotta una terapia d’urto che all’inizio sembra addirittura destinata a generare una guerra civile. Ma lavorando con irruenza, testardaggine, grande coraggio, onestà e serietà riesce a fare due autentici miracoli: lo strapotere sindacale viene piegato e la destra, sull’onda degli eventi, è costretta (per fortuna dico io) a cambiare pelle, prassi e cultura.
Fino ad allora quello dei Conservatori era un partito che difendeva privilegi e, se vogliamo chiamarli così, i “poteri forti”. La Thatcher riesce a trasformarlo in un partito liberale, lungimirante e dinamico. Le aziende inefficienti e fino ad allora “aiutate” non hanno avuto scelta: o investivano e diventavano competitive o chiudevano. Concorrenza durissima a tutti i livelli".

M. Thatcher ha sempre lavorato, con successo, per un processo di deregulation e di riscoperta dell’iniziativa privata contro i guasti dello statalismo e del garantismo infinito.

Nel 1981 un numero di appartenenti all'IRA - che defininirei senza esitazione terroristi - iniziò lo sciopero della fame per riottenere lo status di prigionieri politici toltogli dal precedente Governo; Margaret Thatcher non cedette alle loro richieste e 10 di essi morirono di fame, primo dei quali Bobby Sands.

Dal 1984 Thatcher si impegnò nell'affrontare il potere dei sindacati; il confronto raggiunse il suo culmine quando il sindacato dei minatori dichiarò lo sciopero ad oltranza per opporsi alla chiusura di diverse miniere. In alcuni casi gli scioperanti fecero azioni di picchettaggio, che la Thatcher non esitò a contrastare. Dopo un anno, il sindacato fu costretto a cedere senza condizioni. Margaret Thatcher aveva vinto la sua lotta contro le Trade unions.

In relazione a sindacati e privatizzazioni, è opportuno citare l’economista d’impresa Marco Vitale che ha scritto 22 anni fa (Il Sole 24 Ore, 23.11.1990 – Europa in piedi, esce la Lady): “Nel momento in cui la signora Thatcher lascia il suo incarico, sento il bisogno di esprimerle la mia profonda riconoscenza perche' ha liberato il suo Paese, parte importante della nostra grande Europa, da un sindacalismo becero, ignorante e irresponsabile, supportato da leggi che davano alla Trade Union un potere distruttivo.
Perche' ha fatto le privatizzazioni sul serio e ci ha insegnato come farle (anche se, ahinoi, non abbiamo imparato nulla)”.

Nell'ottobre 1984 uscì illesa da un attentato degli estremisti repubblicani irlandesi dell'IRA contro la sede del Grand Hotel di Brighton mentre era in corso un congresso del partito; l'attentato fece comunque 5 morti.

In politica estera accentuò la sua ostilità nei confronti dell'Europa, opponendosi fermamente al progetto di creare l'Unione europea e soprattutto alla possibilità di creare una moneta unica.

Storico fu lo scontro con il nostro Primo Ministro Bettino Craxi in occasione del Consiglio Europeo di Milano - nella cornice del Castello Sforzesco - del 28-9 giugno 1985. La Gran Bretagna guidata da Margaret Thatcher era contraria a qualsiasi riforma dei Trattati e si oppose duramente – inutilmente – alla convocazione di una Conferenza Intergovernativa che avrebbe fissato le tappe successive della costruzione europea.

Bettino Craxi
Craxi riuscì abilmente – con una maggioranza di 7 a 3 (contrari Gran Bretagna, Grecia e Danimarca) a guadagnare il consenso necessario.

Va detto – Vitale cit. – che la Thatcher “e' stata antesignana e guida del processo di liberalizzazione valutaria, senza la quale non ci poteva essere ne' l'Atto Unico (1986) ne' la formidabile accelerazione del processo di integrazione europea”.

Meryl Streep si supera quando la Thatcher lascia 10 Downing Street – dopo undici anni e mezzo (22 novembre 1990). Con le lacrime agli occhi e affiancata dal marito (nel film il bravissimo attore Jim Broadbent), apre la porta di casa e affronta la marea dei giornalisti e i flash dei fotografi.

Inciso. Senza la Thatcher, Tony Blair non sarebbe mai diventato Primo Ministro. Di Blair, disse subito che era "un laburista differente" e un "politico formidabile".

L’Italia con il Governo Monti sta cercando di fare nel 2012 le riforme di liberalizzazione dell’economia che Lady Thatcher ha realizzato 30 anni fa. The Economist ha scritto a inizio 2012: "Mario Monti, Italy’s prime minister, is set fair to become his country’s Margaret Thatcher. But who will play the role of the miners, whose strike represented the most serious challenge to the Iron Lady’s free-market reforms?".

Voglio ricordare Margaret Thatcher con una sua battuta. Il corrispondente di Repubblica, Enrico Franceschini, scrive: "E a Londra si ricorda ancora un ricevimento di gala in cui un ospite, avendo bevuto un po' troppo, le disse chiaro e tondo che se la sarebbe portata a letto. «Lei ha ottimi gusti, signore», rispose Maggie senza fare una piega. «Ma dubito che nelle sue attuali condizioni otterrebbe grandi risultati».

Ti sia lieve la terra, Maggie.

P.S.: segnalo una bella intervista a Pietro Ichino, che spiega - ricordando la Thatcher - come le pari opportunità significano l'abbattimento delle barriere corporative che difendono gli interessi degli insider contro la concorrenza degli outsider