mercoledì 30 ottobre 2013

Cronaca di una giornata densa di soddisfazioni, in nome di Paolo Baffi, Governatore formidabile

Mercoledì 23 ottobre è stata per me una giornata di grandi emozioni e ricca di soddisfazioni. Era in programma la presentazione - presso la sede prestigiosa e bellissima di Palazzo Altieri dell'ABI (Associazione Bancaria Italiana) - del volume Parola di Governatore (Nino Aragno Editore, 2013) dedicato al Governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, sulla plancia di comando dal 1975 al 1979, periodo da lui definito "il mio quinquiennio di fuoco". Il volume è stato curato dal sottoscritto e dallo storico Sandro Gerbi, dotto e sapiente gentiluomo.

I relatori presenti erano quanto di meglio ci si potesse aspettare:
- Mario Sarcinelli, già vice direttore generale di Bankitalia, braccio destro di Paolo Baffi fino alle sue dimissioni del 1981; con Baffi vennero definiti il duo inafferrabile. Impossibile cercare di trattare con loro per le questioni di Vigilanza. Solo la messa in stato di accusa dei due e l'arresto di Sarcinelli il 24 marzo 1979 hanno impedito che il lavoro proseguisse; per appronfondire la vicenda giudiziaria di cui sono state vittime Baffi e Sarcinelli si rimanda ad altri post;
- Paolo Savona, stretto collaboratore di Guido Carli in Banca d'Italia, ordinario di politica economica alla Luiss;
- Piero Barucci, ordinario di storia delle teorie economiche presso l'università degli studi di Firenze. Barucci è stato Ministro del Tesoro dei Governi Amato e Ciampi nel 1993-4. La sua esperienza da ministro è stata raccontata in modo affascinante nel volume L'Isola italiana del Tesoro. Ricordi di un naufragio evitato (1992-1994) (Rizzoli, 1995).

Fa gli onori di casa il Presidente dell'ABI Antonio Patuelli.

In prima fila, ospite d'onore, il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco.


Mentre mi preparavo mentalmente al mio intervento, si alza in piedi il Presidente Patuelli e dice: "E' arrivato poco fa un telegramma del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che vi leggo: "Ospitando la presentazione del volume dal titolo 'Paolo Baffi. Parola di Governatore', l'Associazione Bancaria Italiana ha assunto la meritoria iniziativa di rinnovare il ricordo di Paolo Baffi, insigne economista e integerrimo e fedele servitore dello stato.
Attraverso la raccolta delle 'Considerazioni finali', pronunciate nel corso del suo mandato di Governatore e la pubblicazione integrale del diario tenuto da Baffi negli anni 1978-1981, l'opera consente di ripercorrere alcune cruciali vicende che hanno caratterizzato uno dei periodi più difficili della vita economica e politica del paese.

Dagli scritti emergono con grande nitidezza i valori che Paolo Baffi seppe incarnare come pochi, nella vita professionale come nell'esperienza umana: il rigore nell'analisi scientifica, la passione civile che animava la sua ricerca di soluzioni per i gravi problemi del paese e, soprattutto, l'integrità morale che lo condusse a difendere, con coraggio ed a costo di ingiuste accuse, l'indipendenza della Banca d'Italia da indebite ingerenze e oscure macchinazioni.

In questo spirito rivolgo a lei, gentile presidente, agli autori del volume, agli illustri relatori e a tutti gli intervenuti all'evento il mio più vivo apprezzamento ed augurio".

Il Presidente dell'ABI mi cede la parola. Cerco di superare l'emozione. Inizio a parlare.

Al fine di dare senso compiuto al mio intervento, ho voluto concentrarmi sull'attualità del pensiero di Baffi. Quando di parla di Maestri, è opportune rielaborare il loro pensiero e riportare i passi significativi all'attualità, proprio perchè alcune considerazioni sono universali e valgono sia per ieri che per l'oggi.

Gli italiani cadono spesso vittima di illusioni. Come Leopardi nello Zibaldone parlò di "strage delle illusioni", così Baffi nel 1974 all'Accademia dei Lincei intrrodusse l'espressione "gioco delle illusioni", in relazione all'inflazione che compisce il risparmio, così faticosamente raccolto. «In questi anni ha inizio il gioco delle illusioni, che sembra destinato a continuare, per cui il risparmio delle famiglie non si traduce interamente in accumulazione di ricchezza reale». Possiamo dire con gli occhi di oggi, che eravamo solo all’inizio, perché l’illusione monetaria è proseguita a lungo, con gravi effetti distorsivi sul funzionamento del sistema economico italiano.

Riprendiamo Baffi:

La politica del risparmio […] delle Famiglie è condizionata dallo stato di crescente inflazione in cui da qualche anno si dibattono le economie dei paesi occidentali sviluppati [...]. Esso rende più arduo e spesso vano lo sforzo del risparmiatore di ricavare un frutto reale dalle sue attività finanziarie, od anche semplicemente di conservare il valore di queste nel tempo.

In Italia, durante gli anni ’60, i titolari di attività finanziarie hanno tratto dai loro averi tassi d’interesse reali modesti, nulli o negativi secondo i tipi di attività e gli anni d’investimento e disinvestimento. Poiché l’inflazione si è venuta accelerando, quanto più a lungo l’investimento è stato mantenuto, tanto peggiore è stata la sua sorte.

È per questa ragione che nel 1974 – al fine di proteggere il risparmio dall’inflazione – Baffi propose di offrire titoli a scadenza più breve (intrinsecamente meno esposti alle variazioni dei corsi) e titoli con clausola di aggiustamento monetario (quali furono, a partire dal 1976, i nuovi Certificati di Credito del Tesoro). Una innovazione assoluta. Non per niente, come testimonia Padoa-Schioppa, «aveva lo sguardo lungo. Era infastidito dalla moda di stare costantemente sintonizzati sulle onde corte del fatto quotidiano».

 
Nelle ultime Considerazioni Finali, il Governatore Ignazio Visco non usa il termine “illusioni”, ma le sue sono parole di verità di cui ha bisogno l’Italia per uscire dal suo stato catatonico:

 Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni. L’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica; ha implicazioni per le modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, la specializzazione e l’organizzazione produttiva, il sistema di istruzione, le competenze, i percorsi occupazionali, le caratteristiche del modello di welfare e la distribuzione dei redditi, le rendite incompatibili con il nuovo contesto competitivo, il funzionamento dell’amministrazione pubblica. È un aggiustamento che necessita del contributo decisivo della politica, ma è essenziale la risposta della società e di tutte le forze produttive.

Visto che Baffi è stato definito da Mario Draghi traghettatore di idee, allora riprendiamo in mano le ultime Considerazioni Finali di Baffi, 31 maggio 1979 dove Baffi invita tutti gli attori economici  alla coerenza. Non possiamo pensare che basti la la politica monetaria; che le politiche monetarie non convenzionali adottate dalla banche centrali ci portino fuori dalla crisi. Sono necessarie le riforme strutturali (e in Italia, più che in altri paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a gravi debolezze strutturali: la riforma del mercato del lavoro, della giustizia civile, del sistema di istruzione; abbiamo bisogno di semplificazione normativa e di migliorare il funzionamento dell’amministrazione pubblica;  è opportuno aprire alla concorrenza alcuni settori, come ci ricordano ad ogni piè sospinto l’Unione Europea, Draghi e il Governatore Visco;
Tra le riforme da portare avanti c’è sicuramente la riduzione – e il miglioramento della qualità - della spesa pubblica corrente, che cresce ogni anno senza sosta. Se negli anni Settanta il rapporto debito/pil era nell’intorno del 30%, ora siamo oltre il 130%. Baffi nelle sue Considerazioni Finali sull’anno 1977 scrisse: “Se si è convinti che la spesa pubblica corrente ha raggiunto valori insostenibili, che essa non risponde in modo appropriato alle esigenze sociali e che per di più ha in sè fattori di ulteriore deterioramento quantitativo e qualitativo, occorre intervenire senza ulteriori indugi e senza mezze misure”. Speriamo ci abbia sentito Carlo Cottarelli, appena nominato da Saccomanni responsabile della spending review.

In chiusura del mio intervento - che potete vedere integralmente seguendo questo link - ho ripreso le ultime Considerazioni Finali di Baffi del 31 maggio 1979. Baffi invita a un impegno collettivo per salvare il Paese dalla degenerazione, morale ed economica. E le sue parole sono profonde e quanto mai attuali. Sono le stesse parole di chiusura del Governatore Visco delle sue ultime Considerazioni: “Le riforme non possono essere chieste sempre a chi è altro da noi; tutti dobbiamo impegnarci: imprese, lavoratori, banche, istituzioni...Non bisogna aver timore del futuro, del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti”.
 
Scattano gli applausi, il Governatore Visco mi stringe la mano, Mario Sarcinelli scrive nel suo intervento che la mia "analisi dei testi è fatta con acume e in modo sistematico", la famiglia Baffi mi abbraccia. Più di così, veramente, non si può fare.

Caro Governatore Baffi, la terra ti sia lieve.

lunedì 21 ottobre 2013

La cassa integrazione in deroga è uno strumento sbagliato e danneggia i lavoratori

E' notizia di qualche giorno fa che la Regione Sicilia ha approvato la delibera di finanziamento della Cassa Integrazione in deroga per i lavoratori della Fiat di Termini Imerese (ha interrotto la produzione a fine 2011), che, tra cassa integrazione ordinaria e straordinaria (a zero ore), si lavora a singhiozzo dal 1995. E dal 2006 non si produce più nulla. E non potrebbero certamente tornare a lavorare perchè dopo 7 anni di inattività, di freezer, non sanno più come è fatto il mondo lavorativo.

Il 9 aprile scorso il Consiglio regionale lombardo ha votato all’unanimità – bipartisan – la richiesta al Governo di sblocco dei fondi per coprire la cassa integrazione fino a dicembre. Nell’attesa dei fondi veri, la mozione approva l’anticipo dei fondi, dopo che il governo pare abbia rassicurato sul prossimo invio delle risorse.

Per la sola Lombardia si tratta di circa 300 milioni di euro.
Premetto subito che si tratta di una scelta sbagliata.

Partiamo dal principio. La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale nato per ammorbire le conseguenze negative il ciclo economico. E’ quindi uno strumento congiunturale. Se produco 100 il trimestre X e il trimestre Y produco 70, l’INPS interviene a colmare la domanda di lavoro con il fondi costituiti ad hoc grazie ai contributi dell eimprese e dei lavoratori. Le ore lavorate si riducono ma il salario viene quasi integralmente (80%) mantenuto uguale.

Nel 2009, dopo il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008, il governo Berlusconi - in particolare ci lavorarono ministri Sacconi e Tremonti - istituì la cassa integrazione in deroga.
Tutti o quasi sanno che cosa è la cassa integrazione, ma pochi sanno come funziona la cassa in deroga, che significa derogare alle norme sulla cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Visto che in Italia la deroga e l’emergenza sono criteri dominanti, il periodo di vigenza della cassa in deroga è stato prorogato sia nel 2010, che nel 2011 che nel 2012. E così sarà nei secoli dei secoli. Amen.

La cassa in deroga è un intervento di integrazione salariale a sostegno di imprese o lavoratori non destinatari della normativa sulla cassa integrazione guadagni. Spetta a tutti i lavoratori subordinati, dipendenti da aziende che operino in determinati settori produttivi (artigiani, commercio) o specifiche aree regionali, individuate in specifici accordi governativi.

E’ quindi uno strumento discrezionale, non universalistico che favorisce alcune imprese e non altre. Inoltre non prevede per le imprese beneficiarie alcun tipo di contributo, al contrario della CIG ordinaria. Friedman sosteneva che non esiste pasto gratis, qui in Italia eccome.

La CIG in deroga non incentiva in alcun modo il lavoratore a cercarsi un’altra occupazione. Illude quindi in molti casi il lavoratore del miglioramento delle sorti delle aziende. Ci sono casi in cui l’azienda è chiusa e in liquidazione, ma il lavoratore beneficia della cassa in deroga. Ma l’impresa non riaprirà mai.

La possibile replica è che non c’è possibilità di trovare lavoro. Ma un esperto come Pietro Ichino, intervistato da Linkiesta, dice: “Secondo i dati tratti dalle comunicazioni obbligatorie delle aziende alle Direzioni provinciali per l’impiego, anche in ciascuno di questi anni di gravissima crisi economica il mercato del lavoro italiano ha prodotto due milioni di contratti di lavoro subordinato regolare a tempo indeterminato. E il 12 per cento di queste assunzioni a tempo indeterminato, 240.000 nell’ultimo anno, ha riguardato persone con più di 50 anni di età. Non è vero, dunque, che per un ultracinquantenne trovare lavoro sia impossibile”.

Pietro Ichino
Sempre Ichino - ben più autorevole del sottoscritto - ha detto: "Sarebbe molto sbagliato continuare a intervenire con la cassa in deroga. Per due motivi. Il primo è che la cassa integrazione è una forma di previdenza; e la previdenza non è tale se i trattamenti erogati non sono prevedibili, se non sono una cosa su cui l’assicurato può fare affidamento. Ora, “cassa in deroga” significa che in base alle regole vigenti il trattamento non potrebbe essere attivato: esso viene erogato, appunto, sulla base di una ”deroga”, che di volta in volta può essere disposta oppure no, a discrezione dell’autorità regionale cui viene attribuito questo potere. In questo modo l’integrazione salariale non è più una forma di assicurazione, ma una forma di assistenza occasionale; e si perde l’effetto positivo – sul piano sociale e su quello macro-economico – della garanzia di continuità del reddito.
In secondo luogo la cassa integrazione, per sua natura, serve per tenere il lavoratore legato all’azienda da cui dipende, in situazioni nelle quali vi sia una ragionevole prospettiva di ripresa del lavoro nella stessa azienda. In questi anni, invece, la “cassa in deroga” è stata utilizzata per lo più in situazioni in cui quella prospettiva non c’era proprio. Come si è fatto largamente, del resto, anche con la cassa integrazione ordinaria e con quella straordinaria. Questo è un modo sbagliatissimo di affrontare le crisi occupazionali".

Vuoi vedere che nel 2016 saremo ancora qua a discutere della proroga della cassa integrazione in deroga, che avrebbe dovuto terminare nel 2012? Tito Boeri rammenta: “Non è rifinanziando in qualche modo la cassa integrazione in deroga (...) che si uscirà dall’emergenza”.

Qualche settimana fa, nel presentare a Valdagno con gli amici di Guanxinet il volume "Il sogno che uccise mio padre" (Rizzoli, 2013), Luca Tarantelli mi ha detto che suo padre Ezio usava dire che il lavoratore in cassa integrazione era come messo in una bara, fermo, come fosse in freezer. Se fosse vivo oggi parlerebbe di BARA INTEGRAZIONE.

E ai giovani chi ci pensa? Siamo alle solite. Gli ammortizzatori sociali sono costruiti per gli over-50 e pagati da tutti i contribuenti, compresi i giovani. Che si devono arrangiare. As usual.

lunedì 14 ottobre 2013

Dopo i BRICs e i Next Eleven, arrivano nuovi acronimi: H.I.E. e L.I.E.. La creatività conta!

L'economista Jim O'Neill di Goldman Sachs tanti anni fa coniò l'acronimo BRIC (poi diventato BRICs con l'aggiunta del Sud Africa), con il quale individuò i Paesi che avrebbero corso di più a livello di crescita economica. La previsione si è rivelata corretta perchè Brasile, Russia, India e Cina hanno fatto nell'ultimo decennio passi da gigante.

Sempre l'immaginifico O'Neill inventò un nuovo termine: Next Eleven, ossia i prossimi 11 Paesi mondiali dove il potenziale di crescita sarà maggiore: Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippina, Turchia, Corea del Sud e Vietnam.

Mentre il pubblico fa fatica a digerire l'ultima invenzione dei Next Eleven, che prontamente l'editorialista del New York Times Thomas Friedman - autore del mitico The world is flat - ha inventato altri due acronimi, che trovo assai interessanti: H.I.E.'s - high imagination-enabling countries - e L.I.E.'s - low imagination-enabling countries. La dicotomia tra Peasi oggi è legata a creatività e innovazione.

In un suo editoriale dal titolo "Obama, Snowden and Putin" di Ferragosto 2013 sull'International Herald Tribune, Friedman scrive: "There are no developed and developing countries anymore. There are only H.I.E.'s and L.I.E.'s. That is, countries that nurture innovation and innovators and those that don't - in a world where so many more people can turn ideas into products, services, companies and jobs faster and cheaper than ever. Putin is building a political monoculture that will make Russia the lowest of low imagination-enabling countries".

L'immaginazione è una funzione cognitiva indispensabile in ogni ambito delle nostre attività mentali.
Il vicentino Federico Faggin, inventore per conto di Intel del chip 4004 (il modello da cui è discesa gran parte dei processori successivi), in un'intervista al Sole 24 Ore, ha chiarito cosa significa pensiero creativo: «Sì, essere creativi significa saper pensare l'impensabile. È una meravigliosa proprietà del cervello umano che non è ancora ben compresa, e che non viene riprodotta dalle macchine che costruiamo. Gli algoritmi che usiamo per elaborare l'informazione sono totalmente deterministici, prevedibili. La creatività, invece, non è algoritmica: esce dagli schemi».

Gli Stati Uniti premiano l'innovazione e accolgono i migliori talenti mondiali. Chi ha fondato Google, Yahoo!, Ebay? Immigrati provenienti da tutto il mondo.

Sergey Brin di Google lasciò la Russia da bambino. Pierre Omidyar, fondatore di Ebay, è figlio diimmagrati iraniani; il fondatore di Intel Andy Grove è nato in Ungheria, Jerry Yang co-fondatore di Yahoo! è nato a Taywan. Elon Musk fondatore di PayPal è sudafricano.

Le idee devono essere messe in circolo. Non rimanere chiuse negli scantinati.

giovedì 10 ottobre 2013

Obama sceglie una supercolomba, Janet Yellen, al vertice della Federal Reserve

Dopo otto anni alla guida della Federal Reserve, Ben Bernanke lascia il posto a una donna, Janet Yellen, considerata - a livello di politica monetaria - una colomba, o addirittura, una ultracolomba, che predica: "è alla disoccupazione che bisogna guardare".
Sappiamo che il mercato, in modo semplicistico, distingue tra falchi - arcigni nemici dell'inflazione, il cui massimo esponente è stato Paul Volcker, capo della Fed dal 1979 al 1987 - e colombe, banchieri centrali più eterodossi e più disponibili a tenere in considerazione, oltre all'inflazione, anche la crescita economica.

Nata a Brooklyn nel 1946, laurea alla Brown University e PhD a Yale, debutta come assistant professor ad Harvard nel 1971. Poi si trasferisce a Berkeley, dove insegna macroeconomia.
La carriera pubblica inizia nel 1994 quando Bill Clinton la nomina nel board allargato della Fed. Nel 1997 viene nominata presidente del Council of Economic Advisers.

Nelle ultime riunioni del Federal Open Market Committee, l'organo decisionale di politica monetaria, Yellen ha sostenuto la posizione contraria al tapering, ossia alla riduzione graduale degli acquisti non convenzionali sul mercato dei bonds. La vicepresidente della Fed pensa che la ripresa in America sia ancora troppo gracile e che il sostegno di liquidità della banca centrale non venga interrotto. La disoccupazione al 7,5% è inaccettabile.
Pare che Yellen abbia portato a supporto uno studio proveniente da Berkeley University che evidenzia come nel 2012 il reddito disponibile sia sceso per il 99% della popolazione, e solo l'1% ha visto il proprio reddito salire.
In base agli ultimi dati portati da Edoardo Porter sul New York Times la famiglia media americana oggi ha un reddito di 51.000 dollari, sostanzialmente identico a quello di 25 anni fa. 36 anni fa gli americani sotto la soglia di povertà erano l'11,6% della popolazione. Oggi la percentuale di poveri è salita al 15%, da dal 1988 a oggi il Pil Usa è aumentato del 40%.
Così ha sintetizzato qualche tempo fa Barack Obama: "La maggior parte degli americani hanno goduto dei vantaggi offerti dalle nuove tecnologie, come gli smartphone o tante scoperte mediche, e tuttavia questo impressionante progresso tecnologico non si è tradotto in una maggiore sicurezza per la middle class".

Yellen è sposata con il premio Nobel per l'economia George Akerlof, il quale è conosciuto per i suoi studi di finanza comportamentale, ossia lo studio della psicologia applicata ai fenomeni economico-finanziari.
L'ultimo libro - che consigliamo - di Akerlof (con Shiller, 2009) è Animal Spirits: How Human Psychology Drives the Economy, and Why It Matters for Global Capitalism.

Sono decisamente convinto che Yellen sarà influenzata da Akerlof, in particolare in relazione all'importanza della narrazione e dello storytelling. Costretti a scegliere tra la verità e l'immaginazione, gli uomini continueranno a preferire le narrazioni seducenti e accattivanti.
Allora le considerazioni di Akerlof tornano attuali. Il quinto capitolo di Animal Spirits, intitolato Stories, inizia così: The human mind is built to think in terms of narratives, of sequences of events with an internal logic and dynamic that appear as a unified whole. Life could be just one damn thing after another if it weren’t for such stories. The same is true for confidence in a nation, a company, or an institution. Great leaders are first and foremost creators of stories”.

Alan Greenspan
Aspettiamoci quindi una Federal Reserve più trasparente ed esauriente, con una forward guidance (indicazioni sulla futura linea di politca monetaria, ndr) il più chiara possibile.
Forse potremo archiviare il pensiero dell'ex chairman della Fed Alan Greenspan, che sosteneva: I know you think you understand what you thought I said but I'm not sure you realize that what you heard is not what I meant”.

P.S.: per gli amanti della statistica, solo 17 su 177 banchieri centrali sono donne.
P.S./2: da leggere l'opinione su Yellen di Luigi Zingales oggi sul Sole 24 Ore
P.S./3: editoriale del New York Times di oggi  su Chairwoman Yellen

lunedì 7 ottobre 2013

Dai panettoni di Stato alle mense gestite dal Sindaco: il caso senza senso di Milano Ristorazione

Qualche decennio fa l'economia mista italiana ci ha regalato il caso, pessimo a livello gestionale, dei panettoni Motta e Alemagna gestiti dall'IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, creato da Mussolini nel 1933 e chiuso negli anni Novanta grazie al grandissimo Beniamino Andreatta (accordo Andreatta-Van Miert, per chi vuole approfondire).

Per quanto riconosca un ruolo importante dello Stato nell’economia come attore e mediatore di squilibri di mercato, l’esistenza di Milano Ristorazione non trova alcuna giustificazione. La scuola è pubblica ma non capisco perchè il mangiare dei bambini deve essere gestito da una S.p.A. partecipata al 100% dal Comune. Ma non sarebbe meglio affidare la gestione delle mense scolastiche a cooperative che danno lavoro a persone non nominate - dagli amici degli amici - ma assunte?

A livello comunale, destra e sinistra condividono l'idea che le mense delle scuole milanese vengano gestite dal Comune. Infatti nel 1999 la Giunta Albertini creò una nuova partecipata, Milano Ristorazione, con l'obiettivo di fornire i pasti a tutte le scuole e asili milanesi. Con tutte le partecipate del Comune di Milano, se ne sentiva proprio il bisogno!

Con tutti i problemi che ha il sindaco di Milano, è possibile che debba gestire anche le mense? Non si può lasciare questo compito al mercato? Perchè deve essere il Comune a nutrire i nostri figli? Dobbiamo pensare che il Comune sia più bravo e faccia da mangiare meglio? Non è evidentemente così.

Perchè Milano Ristorazione non può funzionare bene? Per mancanza di concorrenza. Qualsiasi fenomeno economico funziona per incentivi. Se questi non ci sono o sono distorti, l'economia non funziona. Siccome il Comune di Milano non può revocare il mandato della fornitura alle mense a Milano Ristorazione, questa partecipata non avrà alcun incentivo a fare bene, a migliorare il servizio, che lascia molto a desiderare. Solo con un enforcement bello e chiaro, Milano Ristorazione funzionerebbe.
Significa che se e solo se il Comune di Milano potesse dare disdetta al contratto di servizio, Milano Ristorazione, motivata da tale minaccia, sarebbe costretta ad essere competitiva. Invece non è così. Qualsiasi disservizio - l'ultimo è un'assemblea sindacale nel corso della mattinata che ha impedito di fornire il servizio mensa - non ha un costo tangibile, una conseguenza concreta. Se un genitore ha il figlio malato paga lo stesso il servizio mensa. Se il servizio non c'è per sciopero, si paga lo stesso. Se il cibo è immangiabile, il fornitore non si può cambiare. E' e sempre sarà - nei secoli dei secoli - Milano Ristorazione. Come nella Russia di Breznev, o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra.

Se anche ci fosse sul mercato un competitor che fornisse un servizio mensa a cinque stelle con lo stesso costo, il Comune non potrebbe utilizzarlo perchè Milano Ristorazione senza il mandato del proprio azionista - il Comune di Milano, appunto -, chiuderebbe seduta stante.

E' di questi ultimi giorni la notizia che l'iniziativa di Milano Ristorazione della giornata del cibo vegano è stata fallimentare. E' la solita gauche caviar che vuole estendere la mission delle società partecipate del Comune. In questo caso Milano Ristorazione non deve solo organizzare le mense scolastiche ma anche educare i bambini agli stili alimentari mondiali. Vaste programme, direbbe il Generale De Gaulle.

Il nutrizionista Giorgio Calabrese, con il quale sono in totale sintonia, ha dichiarato in passato: “Se la mole di cibo avanzata è di vasta portata, forse vale la pena riflettere sul tipo di menù proposto: le zuppe e le verdure i bambini non le mangiano nemmeno a casa. Hai mai sentito un bambino che ama il cavolfiore o l’orzo? Mi sembra che ci siano troppi alimenti di questo tipo. Non sono abituati a questi gusti, anche se sono ottimi per la salute finiscono per essere rifiutati e i bambini saltano parte del pranzo".

Nella giornata del menù vegano Milano Ristorazione ha speso 21.000 Euro per grano saraceno e tofu e 3.700 Euro per la salsa di soia. I miei figli mi hanno riferito che la totalità delle classi e degli insegnanti - dopo aver assaggiato il tofu - si sono astenuti dal continuare per manifesta incommestibilità.
Il paradosso è che con questa pessima qualità del cibo, le giornate educative diventano diseducative, perchè mai e poi mai un bambino diventerà vegano (meno male, eh).

Preparatevi alla prossima giornata fallimentare: 27 novembre, menù mediorientale. Genitori, segnatevi la data perchè alla sera i vostri figli saranno affamati!

Un'ultima notazione. Il consumo di frutta nelle mense scolastiche rasenta lo zero. Perchè Milano Ristorazione non copia McDonald che offre la frutta tagliata (e buonissima, provare per credere) in piccoli sacchettini? Basta scegliere un fornitore tra i tanti che consegnerebbe la frutta tagliata nelle singole scuole. E i consumi si impennerebbero. Allora sì che si farebbe una scelta educativa.

Caro Pisapia, si concentri sul traffico, sull'Expo, sul servizio anagrafe digitale, sui vigili che sono sempre in ufficio, sul funzionamento della macchina comunale, sugli emolumenti abnormi dei collegi sindacali delle partecipate del Comune, e lasci stare il servizio mensa nelle scuole. Ha di meglio da fare. Si concentri sulla gestione caratteristica.

martedì 1 ottobre 2013

Nessun dubbio: Letta ce la fa tranquillamente. I grillini lo votano

Domani il Presidente del Consiglio va in Parlamento, prima al Senato poi alla Camera, per chiedere la fiducia dopo le dimissioni dei cinque ministri del Pdl, innescate dalla reazione di Berlusconi dopo la sentenza di condanna per frode fiscale che ha previsto anche la pena accessoria di interdizione ai pubblici uffici.

Oggi Severgnini sul Corriere esprime con ironia cosa pensano di noi all'estero: "È inutile nasconderselo. In ogni altra democrazia sarebbe inconcepibile che un leader colpito da una condanna definitiva per frode fiscale, e coinvolto in altri processi per gravi reati, possa continuare a dettare condizioni. Fuori d'Italia avrebbero capito - e forse segretamente ammirato - un'uscita di scena dignitosa, accettando le leggi del proprio Paese. Non capiscono invece - non a Londra e non a Washington, non a Berlino e nemmeno a Pechino - che la seconda potenza industriale europea sia in balia dei fantasmi di un uomo «incapace di separare il proprio destino da quello della nazione» (The Guardian ).
Nessun leader, per nessun motivo, può usare la propria gente come scudo. Silvio Berlusconi non è il colonnello Kurtz. Niente Apocalypse Now . L'Italia non vuole l'apocalisse: né ora né mai. Vuole invece vedere l'alba di una convivenza nuova, e deve convincere partner e alleati che manca poco: la notte è stata abbastanza lunga".
Mentre alla Camera il Governo con PD e Scelta Civica ha una maggioranza ampia, al Senato la situazione è ben diversa. Tutto nasce dal Porcellum. Ma quale Paese al mondo, mi fa notare il mio amico Leo, ha una legge elettorale definita una "PORCATA" dal suo creatore (Calderoli, ndr)?
Il Porcellum prevede un premio di maggioranza su base regionale. In questo modo ogni elezione ha una alta probabilità di non vedere un vincitore, come è successo alle ultime elezioni. E lo stallo governativo non è bello per nessuno. Non si decide e si rimanda, strategia tipicamente italiana.

Al Senato con 315 senatori, 5 senatori a vita (Monti, Piano, Abbado, Cattaneo e Rubbia)  e l'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, i voti disponibili sono 321 e la maggioranza si ottiene con 161 voti. PD+Scelta civica raggiungono 137 voti, 24 in meno dei 161 necessari a tenere in piedi l'esecutivo. Con i 6 senatori a vita si va a 143. Ne mancano 18.

Al di là delle manovre interne al Pdl, guidate da Cicchitto e Lupi, credo non ci siano problemi per il Governo perchè i parlamentari grillini - che al Senato sono 50, 4 sono usciti e sono entrati nel gruppo misto - hanno il forte timore di tornare al loro mesto passato, ben diverso dalla vita in Parlamento piena di comfort, diarie e stipendi stellari.
In una magnifica intervista al Corriere della Sera, qualche tempo fa, Giuliano Amato così rispose a Cazzullo: "Siamo passati dal Governo dei Professori al Parlamento dei fuoricorso", dove il riferimento era ad alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle che prima di entrare in Parlamento non avevano un lavoro o non avevamo finito l'Università. Amato prosegue: "Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l'uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l''esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l'arrivo del presidente Deng».


Con il Porcellum i parlamentari non vengono eletti dagli elettori, ma scelti dai partiti. Grillo, se dovesse cadere il Governo, è pronto a sostituire immediatamente i parlamentari che hanno dimostrato indipendenza e diverse visioni rispetto alle sue, per cui gli attuali senatori del Movimento 5 Stelle voteranno in gran parte per Letta.

Lunga vita al Governo Letta. Ma faccia, agisca, non tergiversi. Riforme strutturali, please.

giovedì 26 settembre 2013

Il caso Telecom Italia: l'azionista di minoranza sempre gabbato. Siamo al solito parco buoi

Il controllo di Telecom Italia è passato la Telco - holding controllata da Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali - agli spagnoli di Telefonica.
Non è corretto mettersi a piangere sul fatto che gli stranieri investano in Italia - benvenuti!, ci si dovrebbe meravigliare che ci sia ancora qualche investitore fiducioso sul sistema Italia - ma vale la pena sottolineare che l'operazione è ancora una volta lesiva degli interessi degli azionisti di minoranza, i quali vedono il controllo passare di mano a 1 euro, ma l'azione - dopo un calo pauroso - tratta a poco più della metà, 0,60 euro.

Abbiamo una legge sull'OPA ma i grandi gruppi italiani architettano strutture societarie dirette all'elusione. Non sorprendono le analisi sulla fiducia degli italiani prodotte da Mannheimer che evidenziano come la fiducia nella Borsa in Italia è agli stessi infimi livelli di gradimento dei politici e del Parlamento italiano.

Il 15 marzo 2007 l'economista Luigi Zingales  (oggi consigliere indipendente di Telecom Italia, suo il commento "stupisce che la partecipazione di maggioranza relativa di Telecom venga trasferita a sostanziale vantaggio di pochi, senza alcuna considerazione per la maggioranza degli azionisti", ndr) intervenne a Palazzo Mezzanotte all'assemblea di Assogestioni. Il titolo del suo intervento era: "Frutti senza rischio: la sindrome italiana". Nel paper si sostenne che la bassa partecipazione degli italiani al mercato borsistico poteva essere spiegata dalla mancanza di fiducia nel mercato azionario.
La lack of trust ha una base oggettiva e soggettiva, ma mentre negli altri Paesi la fiducia cresce con la ricchezza, in Italia le persone agiate non hanno alcuna fiducia nei mercati azionari. Certamente, l'operazione Telecom-Telefonica non farà che peggiorare l'indice di fiducia.

Gli azionisti di minoranza sono stati definiti carne da macello, il parco buoi. Lo scrittore Giuseppe Pontiggia, – di cui si consiglia La morte in banca, Mondadori, titolo vagamente indicativo - mirabilmente scrisse – Le sabbie immobili, Mondadori, 2007): “Il parco buoi è formato da quei minuscoli investitori – ovvero la quota più alta degli azionisti - che ha la tendenza perversa a comperare quando la Borsa sale e a vendere quando scende. L’euforia per una ascesa che si spera infinita è pari al panico per una flessione che si teme illimitata. Nessuno è mai diventato ricco in questo modo”.

Investire in Italia è molto complesso. Spesso le società con elevata capitalizzazione - come era Telecom Italia tempo fa, ora capitalizza circa solo circa 11 miliardi di euro sono dei pessimi investimenti.
Sempre Pontiggia scrisse: “Una peculiarità che differenzia i professionisti dal parco buoi è il rifiuto del verbo giocare. “In Borsa non si gioca”, mi disse una volta uno di loro, con aria assorta. “Si opera”. Verbo indubbiamente dotato di maggiore dignità, anche se non esente da connotazioni cliniche e chirurgiche. Si potrebbe dire che la differenza linguistica tra operare in Borsa e giocare in Borsa segna il discrimine tra due mondi: quello dei professionisti e quello di coloro che perdono”. 

Amarissimo il commento di Alessandro Penati, che da anni illumina con i suoi commenti le vicende tristi del capitalismo italiano: "È il fallimento di Italia S. p. a. Inutile scatenare la caccia ai colpevoli. Lo sono tutti: governi e ministri, banchieri, imprenditori nobilie meno nobili, sindacati. Ci vorrebbe una Norimberga per i crimini contro il capitalismo in Italia: ma forse l'Europa e i mercati ci stanno già giudicando".

P.S: mentre scriviamo è arrivato questo lancio di agenzia da Radiocor *ITALY TREASURY STUDYING TAKEOVER LAW CHANGES*. Vuoi vedere che Telefonica deve lanciare l'OPA su Telecom Italia?

martedì 24 settembre 2013

Altro che giudice ragazzino! Rosario Livatino magistrato coi fiocchi

Il 21 settembre 1990 il giovane magistrato Rosario Livatino, 38 anni, sostituto procuratore presso il Tribunale di Agrigento, viene ammazzato dalla mafia. Il 21 settembre di 23 anni fa, mentre percorre senza scorta la SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta rossa, sicari mafiosi speronano l'auto, lo inseguono mentre cerca di scappare, per poi finirlo spietatamente.

Grazie a un testimone - Pietro Nava, milanese di Sesto San Giovanni, costretto a vivere blindato in una località segreta - gli esecutori del delitto furono condannati. 

E' opportuno ricordare quanto disse il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga - esempio massimo della gerontocrazia italiana - riguardo a Livatino: "Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perchè ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga". 

Dopo questa sbalorditiva affermazione, il giudice Livatino verrà ricordato come il giudice ragazzino, titolo del pregevole libro di Nando Dalla Chiesa.

I dati OCSE presentati sono incontrovertibili. In Italia, un giovane che non abbia un genitore almeno diplomato ha il 10% delle possibilità di laurearsi, contro il 35% della Francia e oltre il 40% della Gran Bretagna. Circa il 70% dei ragazzi che hanno i migliori risultati provengono da famiglie agiate. In Italia il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza. 

Lo scrittore Gianni Biondillo spassosamente racconta: “Proprio quell’estate del 1984 lessi un’intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: “Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi”.

Sebastiano Vassalli , nel suo romanzo “Marco e Mattio”, ambientato nel Veneto nel 1775, scrive: “Suo padre, Marco Lovat, era lo scarpèr cioè il calzolaio di Casal, e il destino del figlio primogenito era quello di fare lo scarpèr, anche se avrebbe preferito continuare a studiare per diventare dottore: la vita, a Zoldo, non permetteva quel genere di cambiamenti e chi nasceva oste doveva fare l’oste, chi nasceva scarpèr doveva fare lo scarpèr; altre alternative non c’erano!”. Ogni tanto sembra che in questo Paese siamo rimasti a fine ‘700.

Antonio Schizzerotto - professore focalizzato sullo studio delle disparità inter/intragenerazionali - sottolinea come le persone nate tra la prima metà degli Anni 60 e la fine degli Anni '70 costituiscono le prime due generazioni di italiani che non sono riuscite, come invece era sempre accaduto nel corso del Novecento, a migliorare le proprie aspettative di vita rispetto a quelle dei rispettivi genitori.

Chiudo con la visione del giudice espressa dal mite Rosario Livatino - tratta dalla relazione "Il ruolo del giudice nella società che cambia" (7.4.1984):
« Il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile; l’immagine di un uomo capace di condannare ma anche di capire; solo così egli potrà essere accettato dalla società: questo e solo questo è il Giudice di ogni tempo. Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato ». 

P.S.: si consiglia la lettura di:
- Il giudice ragazzino, Nando Dalla Chiesa, Einaudi, 1992
L'avventura di un uomo tranquillo, Pietro Calderoni, Rizzoli, 1995
- "Vite ineguali", Antonio Schizzerotto, Il Mulino, 2002
- www.livatino.it

venerdì 13 settembre 2013

La sfida Italia-Spagna - attraverso lo spread - prosegue e fa bene al Belpaese

La stampa nazionale ha dato molto risalto nei giorni scorso al fatto che la Spagna ha superato l'Italia nella gara dello spread contro il Bund a 10 anni.  BTP decennali dal 20 agosto hanno visto il rendimento salire dal 4,36% al 4,53% mentre quello dei Bonos a dieci anni è sceso dal 4,53% al 4,49%.

Nel corso degli ultimi anni lo spread BTP-Bonos ha avuto un percorso altalenante. Dopo il disastro di credibilità del Governo Berlusconi, lo spread Italia-Spagna ha iniziato ad allargarsi a favore degli iberici. Siccome lo spread verso il Bund tedesco è un indice sintetico di credibilità - vedi mio post lo spread Btp-Bund - il Governo Monti, percepito molto reliable dagli investitori, è riuscito a far rientrare lo spread BTP-Bonos a nostro favore.
Poi gradualmente la Spagna ha ridotto lo spread verso di noi fino a superarci.

La sfida Italia-Spagna è avvincente ed è molto positiva. La competizione migliora i contendenti. Abbiamo uno sparring partner nel Sud Europa che ci stimola a fare meglio e a intraprendere la strada delle riforme strutturali, che vogliamo sempre rimandare. La soluzione italiana ai problemi è rimandarli. Invece la Spagna è da prendere come riferimento positivo: la riforma del mercato del lavoro sta consentendo una riduzione della disoccupazione. In Italia la disoccupazione continua ad aumentare, per non parlare di quella giovanile che ha superato il 40%.

Il ruolo positivo di enforcement della Spagna è una costante nella storia economica. Torniamo allora al 1996 per mettere ordine.

Il 17-18 settembre del 1996, a pochi mesi dalle elezioni e dalla formazione del suo governo, Romano Prodi andò a Valencia per un incontro con il presidente del Consiglio spagnolo, José Maria Aznar. Il 30 settembre Aznar spiegò al Financial Times che Prodi aveva cercato di convincerlo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht. Il virgolettato del FT fu: "Prodi asked Aznar to bend the criteria or the timetable"
Ma la Spagna aveva i conti in ordine e non intendeva prendere iniziative che avrebbero intaccato la sua credibilità economico-finanziaria. Prodi negò di avere avanzato richieste ed ebbe una tempestosa conversazione telefonica con Aznar. 
Il 20 maggio 2010, "provocato" da una risposta dell'Ambasciatore Romano a un lettore, Prodi si sente in dovere di intervenire per chiarire la questione: "Le cose, in realtà, come già altre volte ho chiarito ma vale evidentemente la pena di ribadire, andarono così. Formato nel maggio del 1996 il governo da me presieduto, decisi subito che dovevamo fare di tutto per entrare nell' euro insieme al primo gruppo dei paesi europei. L' Italia che, dopo le distruzioni della guerra, aveva costruito il proprio benessere scegliendo la strada dell' apertura all' Europa e dell' Europa unita, non poteva in alcun modo mancare questo decisivo appuntamento della storia.
Con il ministro del Tesoro, che da appassionato europeista condivise immediatamente ed in pieno questa scelta, decidemmo, tuttavia, che, senza un' approfondita analisi dei conti, non sarebbe stato responsabile, e dunque in alcun modo possibile, modificare l' evoluzione della finanza pubblica disegnata dal precedente esecutivo e che, per l' Italia, prevedeva il raggiungimento dei parametri di Maastricht con un anno di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Trascorsi i mesi di giugno, luglio ed agosto a studiare insieme al ministro Ciampi tutti i conti, arrivai alla conclusione, sempre in piena sintonia con il ministro del Tesoro, che ce l' avremmo potuta fare. Fu così che ai primi di settembre, cioè una decina di giorni prima dell' incontro di Valencia con Aznar, ritornando in aereo dalla Turchia all' Italia insieme al mio consigliere diplomatico Enzo Perlot e al direttore degli affari economici del Ministero degli Esteri, Roberto Nigido, che di lì a poche ore avrebbe preso al mio fianco il posto dell' ambasciatore Perlot, scrissi due lettere identiche, indirizzate l' una al cancelliere tedesco Helmut Kohl e l' altra al presidente francese Jacques Chirac. In quelle lettere comunicavo ai governi di Germania e Francia, le due grandi potenze ed i veri «motori» dell' Unione Europea, il fermo impegno del mio governo ad adottare tutte le misure necessarie per portare l' Italia nell' euro sin dal suo avvio. Questo, auspicando un' azione comune tra Italia e Spagna, fu ciò che dissi anche al presidente del governo spagnolo quando lo incontrai alla metà di quel mese di settembre di quattordici anni fa. Glielo dissi in italiano, avendo insieme deciso che il colloquio avvenisse senza interpreti, fidandoci, forse a torto, delle nostre rispettive capacità di intendere l' uno la lingua dell' altro. Il raddoppio, approvato dal Parlamento, da 32.500 a 62.500 miliardi di lire, della manovra economica della Finanziaria per l' anno 1997, correttamente ricordato dall' ambasciatore Romano, fu proprio la traduzione concreta dell' impegno dichiarato nelle lettere al cancelliere tedesco e al presidente francese. Il seguito della vicenda, cioè l' ingresso dell' Italia nell' euro, mi sento di poter dire che rimane come uno dei punti più alti della nostra recente storia nazionale".

E Prodi torna a smentire il Financial Times sul Corriere il 3 luglio 2012: "Poiché questa leggenda riemerge continuamente, sento la necessità di ribadire, giusto per rispetto della storia nazionale più che mia personale, che la notizia era e resta falsa. Si trattò di una furba ma non veritiera informazione che Aznar diede al Financial Times in un' intervista. L' autorevolezza della testata, ahimè, le ha attribuito credibilità internazionale ma sempre falsa resta".


Non può mancare, a questo punto, la testimonianza del ministro del Tesoro del 1996, Carlo Azeglio Ciampi , che nel suo "Da Livorno al Quirinale" (Il mulino, 2010, p. 161-2),  sottolinea il ruolo positivo della sfida spagnola, e risponde così ad Arrigo Levi: "La spinta finale venne in occasione del vertice bilaterale italo-spagnolo; ritenevamo che la Spagna puntasse a entrare nell'euro in un secondo momento come noi; invece ci rendemmo conto che la Spagna sarebbe entrata subito. Io proposi a Prodi - e Prodi fu subito d'accordo - di anticipare anche noi l'obiettivo di scendere sotto il 3 per cento del rapporto deficit/Pil. Il piccolo miracolo consistette nel prendere alcune misure credibili di politica economica, che produssero un rapido ridursi del differenziale del tasso di interesse tra l'Italia e la Germania e quindi una riduzione dell'onere complessivo per interessi. Questo permise il di portare il fabbisogno in un solo anno dal 7,5 per cento al 2,7 per cento del Pil".


Sempre Ciampi sente la necessità di tornare a quel decisivo vertice italo-spagnolo del settembre 1996. Nel volume   "Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi 1992-1996", Ciampi  (Laterza, 2013, p. 77), Umberto Gentiloni Silveri così descrive la questione: "Il colloquio di Ciampi con il suo omologo spagnolo Rato y Figaredo rappresenta il punto di non ritorno, la molla che fa scattare la reazione da parte italiana. Ciampi non si limita a registrare il contenuto del suo prezioso interlocutore: "Per me fu un vero e proprio shock, un colpo inatteso. Il tutto avvenne verso ora di cena; a conclusione di una giornata terribile. Mi sembrava di essere giunto fuori tempo massimo, di non poter opporre nulla a ciò che sembrava ineluttabile".  La notte invece portò consiglio; si poteva tentare di rovesciare un esito annunciato con troppo anticipo. Ciampi annoda i fili dei suoi ricordi, quasi in seguenza:  "La mattina seguente sul presto verso le sette telefono a Prodi, che era in un'altra stanza dello stesso hotel. Gli dissi: "Romano, ti devo parlare urgentemente". Lui mi rispose pregandomi di raggiungerlo nel suo appartamento. Gli spiegai quanto la situazione fosse complicata. Avevo incontrato il ministro dell'Economia spagnolo che mi aveva comunicato la loro situazione; ma anche il suo incontro con il capo del governo, Aznar, aveva avuto lo stesso esito. Noi rimanevamo fuori, la Spagna era dentro. Ci trovammo immediatamente d'accordo, non si poteva stare fermi o minimizzare la situazione. Dovevamo portare subito il nostro obiettivo di deficit sotto il 3% del Pil. E in viaggio, immediatamente, lo comunicammo ai ministri presenti...Si trattava di un cambiamento repentino di strategia e di politica che ci avrebbe condizionato e guidato nelle settimane e nei mesi successivi". 


Le reazioni della Spagna nel 1996 e nel 2013 smentiscono drasticamente le opinioni euroscettiche del Financial Times, che attraverso la penna di Wolfgang Munchau, il 19 marzo 2012 scrisse: "There is no Spanish siesta for eurozone crisis". 

Ci sarà anche da ringraziare Mario Draghi con il suo monito "Whatever it takes", ma il pungolo reciproco tra Paesi del Sud Europa porta risultati sicuramente positivi.

lunedì 9 settembre 2013

Perchè si deve studiare? La risposta ce la dà Gianni Rodari

Immerso sempre nelle mie letture cerco di convincere i miei figli a fare altrettanto, se non altro per imitazione. Per stimolarli mi metto a leggere io, così si scherza e si commenta insieme ciò che si legge.

Mi è capitato tra le mani il Libro dei perchè di Gianni Rodari del lontano 1980. Mai testo tanto attuale. Nel rispondere a "Perchè si deve studiare?", Rodari scrive: "Per conoscere il mondo e per farlo diventare più bello e più buono. Attenta, però: non si studia soltanto sui libri. Mi ricordo di un Topo che viveva in biblioteca e amava tanto l'istruzione che si mangiava due libri al giorno. Una volta trovò in un libro l'immagine del Gatto e subito dopo la divorò. Mentre digeriva tranquillamente, convinto di aver distrutto il suo nemico, il Gatto in carne e ossa gli saltò addosso e ne fece due bocconi. Tra un boccone e l'altro, però, si fermò per dire - Topolino mio, bisognava studiare anche dal vero".


Enzo Biagi
Il sempiterno Enzo Biagi amava dire ai giovani: "Attenzione alle biblioteche senza finestre".

martedì 3 settembre 2013

Essere sudditi o cittadini? L'esempio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

Quest'estate mi sono piacevolmente immerso nella lettura. Tra i tanti, mi sono intrattenuto in compagnia del Discorso sulla servitù volontaria, di Etienne de la Boetie (1533-1653).
In tempi dove la servitù volontaria è visibilmente presente interno a noi  - gli esempi sono innumerevoli - credo valga la pena rileggere insieme alcuni passaggi: "Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. E' il popolo che si fa servo, che si taglia la gola, che potendo scegliere se essere servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca".

A me la lettura di Etienne de la Boetie ha fatto tornare in mente il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che proprio 31 anni fa cadde assassinato insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e a un uomo della scorta, Domenico Russo.
Dalla Chiesa a Palermo nei suoi 100 giorni trovò il tempo per andare nelle scuole a dire ai giovani che i diritti devono essere fatti valere, altrimenti si diventa sudditi.
In un suo intervento del 1° maggio 1982, il Generale disse: "Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere nè ai prevaricatori, nè ai prepotenti, nè ai disonesti. Potere può essere un sostantivo nel nostro vocabolario ma è anche un verbo. Ebbene, io l'ho colto e lo voglio sottolineare in tutte le sue espressioni o almeno quelle che così estemporaneamente mi vengono in mente: poter convivere, poter essere sereni, poter guardare in faccia l'interlocutore senza abbassare gli occhi, poter ridere, poter parlare, poter sentire, poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa, poter guardare ai giovani per trasmettere loro una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, ma di pulizia, poter sentirci tutti uniti in una convivenza, in una società che è fatta, è fatta di tante belle cose, ma soprattutto del lavoro, del lavoro di tanti

Tanti mi chiedono come mai torno su personaggi insigni della storia italiana. Lo faccio perchè sono di esempio per il presente, perchè possono essere di stimolo personale per ognuno noi.


Ho un ricordo nitido. Era il 4 settembre 1982. Entro in cucina, sento dei singhiozzi. Vedo mia madre piangere. Le dico: “Mamma, perchè piangi?”. E lei: “Hanno ucciso il Generale Dalla Chiesa”. E la foto della prima pagina di Repubblica con la A112 bianca crivellata di colpi e il Generale proteso per proteggere sua moglie Emmanuela rimase per sempre nel mio archivio mentale.

Il grandissimo Gianni Brera disse: “Dalla Chiesa era così intelligente che per fargli un degno piropo' non mancavo mai di esprimergli la mia meraviglia: come aveva potuto fare tanta carriera in Italia con un cervello così fino?”.

Cosa è cambiato dal 1982? Quando Marco Vitale nel suo Passaggio al futuro (EGEA, 2010) dice saggiamente che noi non dobbiamo fare riforme – inconcludenti – ma risolvere problemi, la prima piaga biblica che invita ad affrontare è il peso abnorme della malavita organizzata.

Le cifre fanno impressione: l’insieme della attività illegali in Italia ammonterebbe a 419 miliardi di euro l’anno, secondo le stime più accreditate. Nessun Paese ha, nel suo tessuto sociale ed economico, una presenza di tale spessore della malavita organizzata. 13 dei quasi 17 milioni di italiani che vivono in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia convivono con le mafie. Parliamo del 22% della popolazione italiana, non quisquilie.

E aggiungiamo che la corruzione diffusa rappresenta l’humus ideale per la malavita organizzata.


Il giudice Davigo ironicamente ha affermato che se la “cricca” degli appalti della Protezione Civile – per intenderci Anemone, Verdini, Bertolaso, Carboni - si fa pagare con assegni circolari (e non con il consueto contante) poi incassati nella banca allora guidata – ora con pesanti motivazioni commissariata dalla Banca d’Italia – da Verdini, significa che la convinzione di impunità regna serena.

Un sano sviluppo economico non è compatibile con un alto e diffuso livello di corruzione e di malavita. La mafia è arretratezza, non sviluppo.

Il giudice Gian Carlo Caselli ha ricordato: “Dalla Chiesa ha occupato gran parte dei suoi 100 giorni come Prefetto di Palermo a parlare ai ragazzi delle scuole, agli operai dei cantieri navali, alla cittadinanza. Perchè sapeva che l’antimafia “delle manette” deve intrecciarsi con l’antimafia “dei diritti”. Altrimenti non si risolve nulla”. Caselli ha definito in passato il Generale Dalla Chiesa "un servitore dello Stato fino all'estremo sacrificio".

Nell’intervista – testamento spirituale - a Giorgio Bocca pochi giorni prima di essere ucciso, il Generale Dalla Chiesa disse: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Paolo Baffi
Nella mia ricerca storica sulla figura di Paolo Baffi - è uscito nel 2013 un saggio introduttivo al volume curato da me e Sandro Gerbi - ho trovato una significativa analisi di Marco Vitale, che in una Relazione del 1989 scrive: "Il potere è connaturato all'uomo; non esiste attività umana senza potere, e che non esiste potere senza responsabilità. La scelta è piuttosto tra i fini per i quali esercitare il piccolo o grande potere  che ci viene assegnato, tra potere responsabile e potere irresponsabile. Non dobbiamo fuggire il potere, anzi addestrarci a gestirlo, nelle grandi e nelle piccole cose, con responsabilità e per finalità positive. Paolo Baffi, il Generale Dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli: questi uomini, semplicemente facendo fino il fondo il loro dovere professionale, esercitavano un potere. Ed è una grande fortuna, che, anche nei momenti più neri, vi siano uomini che non fuggono davanti alla necessità di esercitare, con responsabilità e per con l'accettazione consapevole dei rischi connessi, il loro potere".

Ti sia lieve la terra, caro Generale Dalla Chiesa.

venerdì 2 agosto 2013

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 e la bella iniziativa di intitolare alle vittime le vie della città

Alle 10.25 di 33 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta "Compound B", potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).

La città di Bologna recentemente ha portato avanti una iniziativa che prevede l'intitolazione di una strada a Bologna di ogni persona morta nella strage del 2 agosto 1980.
In questo modo la memoria rimane viva e si inducono le prossime generazioni di non dimenticare quanto si è sofferto per sconfiggere il terrorismo di destra (responsabile della strage).

La responsabile dell'Italia Dei Diritti per l' Emilia Romagna, Luana Cinti, ha detto: "L'idea di intitolare alcune strade o piazze ed altri spazi cittadini alla memoria delle vittime, è parte integrante di un progetto che si propone l' importante obiettivo di informare e far conoscere il senso di quella tragedia, in modo particolare ai giovani, molti dei quali a quel tempo non erano di sicuro ancora nati, nel contempo sedimentando nella memoria di ciascuno il segno lasciato dalla scomparsa di quelle 85 persone, strappate alla vita in modo crudele e inaspettato"

Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi di qualche anno fa:
"I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).


Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità".

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l'ex capo della P2 Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d'Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari - gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell'esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l'assassinio del giudice Mario Amato - che indagava come il giudice Occorsio sui NAR - con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell'ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l'impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S.: Faust va in vacanza. Auguro a tutti i miei lettori e le loro family delle bellissime vacanze.